Commento al testo «Yoga Vasistha», capitolo 6, «Sulla liberazione».
O santo, ascoltando le tue parole sagge, il mondo che sembrava esterno ha perduto la sua materialità e la mia mente si è fermata.
Quando leggiamo i testi sull’illuminazione di Rama, leggiamo testi sulla nostra possibile illuminazione, sul nostro possibile futuro. La linea di trasmissione, i testi sacri sono molto importanti, perché ci mostrano il cammino da percorrere passo dopo passo.
Immaginate una situazione del genere: c’è una palude impraticabile, un acquitrino, e dovete attraversarlo. Avanza un gruppo di persone, davanti c’è una guida, tutti hanno dei bastoni, e lui dice: «Io vado per primo, e voi seguitemi passo dopo passo, per attraversare questa palude. Siate attenti, non guardatevi intorno; se sprofondate, vi tireremo fuori». Il samsara è paragonato a una palude, noi seguiamo la guida, e in questo caso la guida è il Rifugio. Bisogna procedere con grande attenzione, passo dopo passo, finché non arriviamo su un terreno solido. Quando saremo su un terreno solido, potremo rilassarci: lì non sarà più possibile sprofondare, lì si potrà camminare senza bastoni, senza sostegni. Ma finché non siamo ancora arrivati su un terreno solido, questo è molto importante: è proprio questo il principio del Rifugio.
Per noi, in questo caso, lo «Yoga Vasistha» è la guida, e il risveglio di Rama indica quale cammino seguire. In questo mondo c’è moltissima filosofia, moltissimi insegnamenti, molti pensatori originali. Se guardiamo tutta la storia della filosofia occidentale: Platone, Aristotele, Socrate, Epicuro, Democrito, Diogene — inoltre, a quei tempi ciascuno viveva secondo la propria filosofia, cioè Diogene viveva davvero in una botte. Epicuro si dedicava all’epicureismo, corrispondeva alla propria filosofia, proprio come gli antichi sadhu. Allora la società non controllava ancora così tanto le persone, permetteva loro di vivere come volevano. E ci sono moltissimi pensatori: Tommaso d’Aquino, Cartesio, Spinoza, Kierkegaard, Nietzsche, Freud, Fromm, Berdjaev, Schopenhauer.
Ma per noi sono molto importanti proprio quelle visioni della vita, quelle visioni del mondo che hanno condotto alla liberazione, che hanno donato il sentiero dell’illuminazione. Questo è il senso del Rifugio, della linea di trasmissione: cerchiamo di assumere il punto di vista dei santi, e questo è molto importante.
La perdita della materialità del mondo

O santo, ascoltando le tue parole sagge, il mondo che sembrava esterno ha perduto la sua materialità e la mia mente si è fermata.
Come fare in modo che il mondo, che sembrava esterno, perda la sua materialità? Per questo esiste una formula tradizionale che suona così: «L’intero mondo esterno deve essere immerso negli indriya». Questo significa che la propria coscienza, che percepisce il mondo esterno, deve essere ritirata — questo si chiama pratyahara, come una tartaruga ritira le proprie membra — e bisogna comprendere che noi percepiamo gli oggetti con l’aiuto degli jnana-indriya.
Poi gli indriya devono essere ritirati ancora più in profondità, nel manas; bisogna permettere agli indriya — alla percezione della vista, dell’udito, dell’olfatto, del tatto — di sentire la propria dipendenza dalla coscienza e di ritirarsi nel manas, nella mente, nella coscienza con cui percepiamo tutto. Poi bisogna ritirare la coscienza ancora più in profondità: il manas deve essere ritirato nel buddhi. Si scopre che anche il manas, la mente che percepisce, sente, valuta tutto, è controllato da un organo superiore di consapevolezza, di pensiero e dalla ragione spirituale.
È qualcosa dentro di noi che di per sé è privo di valutazione, ma valuta tutto; esso stesso è al di fuori dei giudizi, ma genera giudizi eccellenti, di alto livello, come il nostro consapevole interiore, la nostra coscienza interiore: tutto questo è buddhi, ciò che in noi conosce veramente. Questa coscienza sottile si nutre della luce del Sé superiore, dell’Atman. Il successivo ritiro da compiere è ritirare il buddhi nell’Atman: anche il buddhi non è autonomo. Il buddhi dipende dal Sé superiore, puro, immortale, risvegliato.
Questo strumento comincia dall’esterno, poi passa all’interno, e questo momento di attraversamento del confine, quando l’esterno passa nell’interno, è molto importante: allora il mondo comincia a perdere la sua materialità.
Questo suona anche come una formula in cinque parti nota a tutti: ricondurre il mondo alla mente, la mente al vuoto, il vuoto alla chiara luce, la chiara luce alla non-dualità, e la non-dualità alla beatitudine.
Questa è una formula della tradizione tantrica, che vi accede da un punto d’ingresso leggermente diverso, ma è la stessa cosa. La prima formula è vedantica, della tradizione dei Veda, delle Upanishad; la seconda è tantrica, dei tantra dei mahasiddha. Dobbiamo riflettere su entrambe queste formule per comprendere questo meccanismo: come il mondo esterno debba perdere la sua materialità.
La Visione come direzione strategica della mente
Rama prosegue dicendo: «La mia mente si è fermata». Il focus della nostra coscienza dimora sempre da qualche parte; è come un certo punto di focalizzazione verso cui la nostra mente si dirige. È molto importante stabilire, osservare la mente, dove si dirige, e stabilire per essa la principale direzione strategica. Poi comprendere come la parte tattica della mente debba interagire.
La mente ha una parte strategica e una tattica:
- La parte strategica la chiamiamo — visione (jnana-drishti)
- La parte tattica la chiamiamo — comportamento (kriya)
- E ciò che sta tra esse — è la contemplazione
È importante comprendere dove dirigere la parte strategica; non dobbiamo sbagliarci in questo — questo è appunto la visione (jnana-drishti). Spesso per visione si intende la concezione del mondo della filosofia dell’advaita-vedanta, formulata nel «Vedanta-sutra», nelle principali Upanishad, nell’«Avadhuta-gita», strutturata da Shri Shankaracharya con i suoi commenti al «Vedanta-sutra», alle Upanishad del canone mukhya. Sul piano intellettuale, filosofico, è così: proprio questa visione per noi è la principale.
Ma sul piano pratico la visione è la vostra esperienza concreta: dove scoccare la freccia della coscienza; e bisogna conoscere i testi, ma questo non basta. Per esempio, se leggete molti testi sul tiro con l’arco, questo non vi renderà un arciere eccellente: continuerete comunque a mancare il bersaglio, se non vi insegnano come tenere l’arco e come scoccare la freccia.
In senso pratico, la visione è comprendere con grande chiarezza, senza alcun dubbio, in quale direzione deve muoversi la mia mente, in quale punto deve stabilirsi, dove scoccare la freccia della coscienza. Perciò si dice: «La mente è simile a una freccia, e Brahman è simile al bersaglio».
Sulla base delle scritture dobbiamo trarre alcune conclusioni e comprendere personalmente, per noi stessi: dov’è Dio, com’è, quali sono le sue qualità, dove dimora, qual è il mio legame con lui — e poi scoccare la freccia della coscienza affinché raggiunga l’Assoluto. Qui ci sono moltissime questioni personali che dobbiamo risolvere. Non sono questioni filosofiche: le questioni filosofiche si possono risolvere benissimo a livello della mente; ogni novizio può scrivere un buon trattato di filosofia. È una questione esistenziale, cioè è una questione della nostra comprensione e della nostra esperienza: quanto personalmente siamo abili nello scoccare le frecce della coscienza.
Allora cominciamo la ricerca, e intraprendiamo una certa ricerca per comprendere dove dirigere la freccia della nostra coscienza, dove debba trovarsi la direzione strategica della mia mente.
L’amore per Dio come fondamento del cammino spirituale

Come devo realizzare e contemplare la verità assoluta, come devo amare Dio correttamente? Si scopre che devo amare Dio, perché non potete cercare a lungo ciò che non amate: è impossibile. Forse per senso del dovere, per anni, lasciata la casa, osservando le regole, seguendo la tradizione, farete ciò che non vi piace? È impossibile. Per paura — a lungo è impossibile. Nessuno può compiere a lungo cose difficili se non viene costretto, e voi non siete costretti da nessuno.
Rinunciando volontariamente alla gioia della vita, fare ciò che non vi piace è impossibile. Dovete amarlo, dovete essergli devoti con tutto il cuore, con tutta l’anima, altrimenti il vostro ardore e la vostra aspirazione non basteranno a lungo. C’è il primo slancio: «Oh, l’illuminazione, oh, la liberazione, oh, il Guru è così buono, i monaci sono così buoni, l’insegnamento è così meraviglioso, e io lo voglio».
Sì, può accadere: certi venti, karma, qualcosa ha risuonato, il cuore ha cominciato a battere — un anno, due, tre, cinque. Ma questo non basta per procedere tutta la vita; serve qualcosa di più profondo. Qui sorge la domanda: «Ma amo Dio?» oppure «Lo amo davvero tanto da dedicargli la mia vita?» — perché nel mondo ci sono molte altre cose che le persone amano. «Questo è molto bello, forse dovrei amare qualcun altro, qualcos’altro» — ecco l’ego, esso può sempre inviare questi vermetti del dubbio, se non vi siete stabiliti nella giusta visione.
Allora la questione è grande, perché non potete dirigere la vostra mente verso ciò che non amate appassionatamente. Deve essere la vostra passione, ciò che attrae tutto il vostro essere, ciò che riconoscete come valori assoluti, per cui potete sacrificare moltissimo.
Quando avete compreso che amate Dio proprio in questo modo, ma vi manca ancora la comprensione: «Dove si trova, dunque? Sì, ho capito che lo amo così, ho capito che aspiro a lui così, ma devo ancora trovarlo». È come desiderare moltissimo una certa cosa, ed essere molto sicuri che sia proprio quella di cui avete bisogno, ma non sapere ancora dove cercarla; cioè vi manca la focalizzazione, la chiarezza, serve un telescopio per riuscire a vederla.
Non basta amarlo — cioè amare, tendere appassionatamente a Lui — questa è una parte, mentre la seconda parte è che serve un fuoco, bisogna capire dove trovarlo esattamente, come unirsi a Lui, e questo è appunto la visione. Allora vengono dati i metodi: che proprio con l’aiuto di questo metodo tu possa impostare correttamente questo fuoco, tu possa trovare ciò a cui aspiri così intensamente.
Quando ci convinciamo del nostro amore per Dio, si dice che abbiamo fede, che abbiamo il Rifugio, e da essa bisogna cominciare. Non bisogna cominciare con asana acrobatiche, non bisogna cominciare con tecniche complicatissime di visualizzazione, con qualche mantra tantrico. Tutto questo va iniziato dalla fede, da una fede vajra incrollabile, che non vacilla, dall’educazione della fede.
Perciò la tradizione dell’antica scuola è tale che il discepolo arriva dal maestro e all’inizio non riceve nulla, cioè proprio nulla. Non è come quando si tengono seminari, ritiri, si danno trasmissioni; lui invece arriva, e il maestro gli dice: «Vivi qui, resta, rimani un po’, vedremo, ci conosceremo; là nella stalla c’è molto lavoro, del resto devi pur mangiare qualcosa, vivere». È come disse Marpa a Milarepa: «Io posso o provvedere a te, oppure insegnarti, ma non entrambe le cose insieme. Se vuoi, ti nutrirò, resta; oppure ti insegnerò, ma allora dovrai guadagnarti qualcosa da solo».
L’esperienza della non-dualità
Sono infinitamente calmo, percepisco il mondo così com’è, come coscienza infinita, infinitamente distesa davanti a me. Tutti i miei dubbi sono scomparsi. Sono libero da attrazioni e opposizioni.
Si può dire che Rama abbia vissuto lo stadio del concepimento, o abbia realizzato almeno la quarta terra della saggezza. Sebbene sia difficile determinarlo, certamente vi furono esperienze, crescite, una culminazione e il consolidamento in esse. Una fede perfetta, unita alla capacità di dirigere la propria mente e di discernere dove sia necessario dirigerla, dà un risultato. Questo risultato è pratibha (illuminazione improvvisa).
All’inizio la nostra mente viene illuminata dalla comprensione non-duale: «Ecco dunque qual è la vera essenza di Dio, ecco dunque qual è la mia autentica essenza pura» — e tali illuminazioni sono chiamate samadhi fugaci. Abbiamo bisogno di accumulare molti di questi samadhi fugaci, una sola volta non sarà sufficiente, perché, per studiare il sole, dovete vederlo costantemente. Non è che il sole esca da dietro le nuvole, voi lo vediate e basta: «Ora conosco il sole».
Sapete che è rotondo e arancione, ma gli scienziati per anni osservano il sole attraverso il telescopio, studiano le eruzioni, la ciclicità, l’attività magnetica. Allo stesso modo, dobbiamo diventare specialisti nello studio del sole dell’Assoluto, e di tali lampi devono essercene moltissimi.

Prima o poi l’illuminazione improvvisa si trasforma in visione profonda, quando penetriamo nella natura di Dio, penetriamo nella natura dell’Assoluto abbastanza profondamente. Quando penetriamo nella natura dell’Assoluto abbastanza profondamente, questo ci cambia, perché non potete penetrare profondamente nella natura dell’Assoluto senza cambiare voi stessi — anche questa conoscenza vi cambia. Le vostre rappresentazioni dualistiche si dissolvono, anche la vostra concezione dell’ego se ne va, perché comprendete che la natura dell’Assoluto si trova anche dentro di voi, è la vostra stessa natura, mentre l’ego non è la vostra vera natura.
La rivalutazione dei valori, lo spostamento del fuoco della comprensione dall’ego all’Assoluto — questo è importante. Quando un giorno realizzate: «Io cammino qui, faccio qualcosa, sono una persona, mi chiamo così e così, ma io sono questa enorme, infinita coscienza pura, che in qualche punto entra in contatto con il corpo, ma che in realtà non ha nulla a che fare con esso; in un certo senso usa il corpo e sembra essere focalizzata, ma io sono qualcosa di completamente diverso, talmente grande, incomprensibile, puro e perfetto, che entra persino poco in contatto con questo mondo, è del tutto separato».
Quando l’illuminazione improvvisa si trasforma in visione profonda, questo è lo stadio pieno del concepimento, e subito dopo avviene la gestazione. La visione profonda si può esprimere con altre parole — illuminazione. Illuminazione significa che abbiamo stabilito un legame con la Sorgente divina, abbiamo eliminato l’ignoranza relativa alla comprensione dell’Assoluto.
Il cammino dall’illuminazione alla liberazione
Non abbiamo ancora eliminato il karma, anche il karma è presente, cioè tutte le sottili sfere dei samskara e le sfere del mondo sottile sono anch’esse presenti, perché la liberazione non è ancora avvenuta. Ma illuminazione significa che abbiamo stabilito un legame con la Sorgente divina, abbiamo visto in profondità la sua natura, anche come nostra propria. Abbiamo un’interconnessione stabile e ininterrotta; almeno, questa è la prima illuminazione iniziale.
Ora resta da compiere un determinato cammino di grazia illuminante, affinché i nostri karma si dissolvano, affinché sia realizzata la liberazione, perché nel corpo sottile vi sono vasana, samskara, ed è necessaria la vasanakshaya (distruzione delle vasana).
Esiste un apparato mentale, l’apparato dell’ego (antahkarana), ed è necessaria la manonasha (distruzione), l’identificazione con questo apparato mentale, e la sua completa trasformazione. Si può dire che si tratta sia di distruzione, sia di identificazione, sia della distruzione del vecchio apparato mentale stesso in favore di uno più nuovo. È simile a quando cambiate sistema operativo: non è che non vi identifichiate con la mente, ma avete ancora una mente così rigida, in qualche modo condizionata, conservatrice. Anche la mente conservatrice deve essere distrutta, ma la funzione stessa e la capacità della mente non vengono distrutte, diventano più chiare.
Dunque, secondo Vidyaranya nella «Vedanta-panchadashi», le tre condizioni per la liberazione sono:
- Illuminazione (boddha, pratibha, udyama)
- Vasanakshaya (distruzione delle vasana)
- Manonasha (distruzione del vecchio apparato mentale e dell’identificazione con esso)
Stabilirsi nella coscienza suprema
Mi sono stabilito nell’essenza, nella coscienza suprema, e sono felice; io sono Rama, nel quale i mondi hanno trovato il loro Rifugio. Omaggio a me stesso, omaggio a te. Le limitazioni mentali sono terminate, l’intelletto ha cessato ogni attività. Vedo me stesso come il tutto-in-tutto. Quando penso al passato, rido delle sciocche idee di dualità che avevo. Tutto questo è grazie alle tue parole, agli insegnamenti spirituali, che sono pieni di nettare.

Quando una persona vede con chiarezza la propria vera natura, vede con chiarezza la natura di Dio dentro di sé e ride delle sue vecchie concezioni. Nelle tradizioni di diverse scuole c’è un detto: «Se passano alcuni anni e non ridete di voi stessi, significa che non state crescendo» — e riderete ancora più di una volta delle vostre vecchie concezioni sulla vita spirituale, su voi stessi, sui santi, sull’universo, su Dio.
Il riso significa la consapevolezza dell’assurdità, la consapevolezza della completa irrealtà, la consapevolezza della finzione delle nostre vecchie concezioni, la consapevolezza della stoltezza che vi sta dietro. All’incirca, un buon sadhu una volta ogni cinque anni prende coscienza di tutta la stoltezza e l’assurdità delle proprie vecchie concezioni, rivedendole completamente: è normale. Nello zen c’è persino un detto: «Non hai visto una persona per tre giorni — conoscila di nuovo» — ma in quei tre giorni bisogna meditare davvero molto bene.
In tre giorni avviene un tale progresso spirituale che egli rinasce interiormente. Secondo la mia osservazione, occorrono circa cinque anni, con una correzione dovuta al Kali Yuga. È simile alla sostituzione di un sistema operativo o alla sostituzione di un vecchio modello di iPhone con uno più nuovo. Se prendete il primo iPhone e il settimo «S», naturalmente il primo sembra davvero ridicolo, sembra una parodia, una sorta di malinteso tecnologico, si carica lentamente, eppure a suo tempo era considerato: «Oh, un iPhone» — infatti, rispetto alla «Motorola», alla «Nokia», a tutti quei tasti, era considerato qualcosa di straordinario. Pressappoco la stessa cosa osserviamo quando in noi cresce una nuova comprensione: otteniamo un apparato mentale di consapevolezza di nuova generazione, rispetto al quale il vecchio appare ridicolo.
Questa consapevolezza è legata all’esperienza intima di Dio, alla vicina presenza davanti alla Sorgente suprema, all’illuminazione di tutte le strutture sottili, karmiche, delle strutture mentali, all’illuminazione dei corpi sottili, all’approfondimento della visione pura, della visione sacra, dell’unico «sapore» e al dischiudersi del potenziale della grandezza divina interiore. Dio (la Sorgente divina) diventa sempre più importante e principale, mentre l’ego diventa sempre meno principale. La devozione a Dio, l’amore per Dio, la consapevolezza di Dio diventano una parte sempre più importante dell’anima.
Ira, attaccamento, ignoranza, concupiscenza, avidità, orgoglio, invidia — tutte le klesha, tutti gli stati oscurati, tutti gli stati insoddisfacenti — vengono spinti alla periferia, perdono la loro forza e anch’essi si trasformano. Alcuni si spengono, altri, avendo scoperto la vacuità, semplicemente perdono la loro forza e si dissolvono, mentre altri ancora, avendo dietro di sé una certa forza, si trasformano completamente in divinità pure, in energie di gioco e ornamenti.
Trasformazione dell’anima e unità con Dio
Il sentimento principale diventa il desiderio di essere con Dio, la devozione a Dio, l’amore per Dio, il desiderio di servire Dio, il desiderio di essere accanto a Dio, di essere in Dio e la consapevolezza della propria unità. Anche le energie che scaturiscono dalla consapevolezza di questa unità si manifestano come completamente pure, vuote, ludiche, non duali.
Allora, dopo qualche tempo, vi ritrovate in un mondo sorprendente, in una dimensione sorprendente, in un mondo meraviglioso e puro. Si scopre che con l’anima è possibile vivere in un mondo di felicità, successo, fortuna costante, gioia, armonia, purezza, bellezza, amore, trascendenza, globalità, vastità, esperienza della luce, diversi livelli di samadhi, fioritura, bellezza, raffinatezza, elevatezza. In tutte le direzioni dell’anima, come fiori, cominciano a sbocciare ripetutamente diverse qualità eccellenti.
Questa fioritura di qualità eccellenti significa che le vostre klesha, le oscurazioni, cominciano a scomparire e a trasformarsi: alcune scompaiono, mentre altre si rivelano come saggezze. Si manifestano qualità pure, luminose, sattviche, e la proporzione dell’anima sul piano di sattva, rajas e tamas cambia. Sattva aumenta straordinariamente, tamas diminuisce, rajas diminuisce, e anche ciò che rimane si trasforma.
Allora improvvisamente scoprite che è possibile vivere in una visione meravigliosa del mondo, che è possibile vivere in una profonda consapevolezza del mondo, che è possibile vivere in uno stato distaccato, molto puro, sempre presso Dio, sempre accanto a Dio, immersi nei raggi della sua misericordia e del suo amore, nella più profonda consapevolezza. Il vostro unico scopo, l’unico desiderio, l’unica missione è rimanere, dimorare e approfondire, ed essere un tramite di ciò che vi si è rivelato. Un tramite di quel mondo di santità, del mondo della radiosità, del mondo dell’amore, del mondo della beatitudine divina, della bellezza divina e della profonda consapevolezza e del gioco.
Liberazione dai legami sociali e rivelazione del samadhi

Non ci sono più doveri in questo mondo, né legami, né ambizioni, né desideri, né debiti verso nessuno. Non c’è più nulla tranne il legame con Dio: tutti i debiti sociali cadono come foglie secche da un albero, anche tutti gli attaccamenti e i desideri abbandonano una tale persona. Rimane il dimorare nella Fonte divina, che conduce sempre più in profondità lungo il cammino della conoscenza di Dio e dell’amore divino. Più in profondità lungo il cammino del sahaja-samadhi, del nirvikalpa-samadhi, dello svarupa-samadhi: i sentieri segreti del samadhi cominciano a rivelarsi.
Si scopre, cominciamo a comprendere, che il samadhi è il modo normale di percepire il mondo, che è l’unico modo normale di percepire il mondo, soprattutto il sahaja-samadhi. La cosa più naturale è essere nel samadhi; non essere nel samadhi è una perversione, è innaturalezza, è oscurità della coscienza, è nevrosi, perciò tutti gli esseri umani sono nevrotici, perché non realizzano il samadhi.
Tutte queste relazioni, attaccamenti, ambizioni, orgoglio sono forme di una mente così smarrita, ammalata di samsara. Tutti gli esseri divini, tutti i santi sono normali: sono divinamente normali, non banalmente normali in senso umano. Sono normali nel divino, perché essere divini è normale, perché il mondo è divino fin dall’origine: è santo, fin dall’origine è puro, e questo è normale; mentre essere samsarici è anormale.
Ci liberiamo da tutte queste dimensioni anormali della mente, e di conseguenza anche il nostro karma ci abbandona, perché il karma era costruito sul fatto che vedevamo il mondo in modo anormale, che non eravamo nel sahaja-samadhi. I debiti sociali, i doveri sociali, gli attaccamenti umani, le ambizioni, l’ego: possono forse esistere nel sahaja-samadhi? Nei santi, in Dattatreya — no, certamente.
Il servizio a Dio come natura dell’anima
Rimane una sola cosa: il servizio, ma non è un debito né un dovere, è una tapasya volontaria, accolta dall’anima. A volte è tapasya, a volte è la conseguenza di una naturale e spontanea auto-donazione, senza alcuna motivazione, in virtù della natura dell’anima.
Il servizio a Dio è l’eterna nityatva, è la sua natura. Questo non si chiama né debito karmico né condizionamento: la natura eterna dell’anima è il servizio a Dio, finché l’anima non si sia completamente dissolta in Dio. Quando l’anima si dissolve completamente in Dio, questo servizio viene sostituito dal principio della manifestazione spontanea delle energie risvegliate, cioè l’Assoluto manifesta, emana da sé energie, e queste energie si diffondono spontaneamente in virtù della loro stessa natura.
Esse si trasformano in anime, in esseri viventi, in corpi illusori, e ritengono di servire Dio dal loro punto di vista relativo. Per Dio, per Brahman, questa è una manifestazione spontanea di corpi illusori. Per esempio, noi proprio ora siamo una manifestazione spontanea, siamo corpi illusori dell’Assoluto Ishvara. Ma poiché non ci identifichiamo con Ishvara, non la pensiamo così: ci consideriamo persone separate, ma cerchiamo di servire Dio dalle nostre posizioni dualistiche.
Gli insegnamenti di Vasistha sul superamento della dualità

Pur vivendo ancora in questo mondo, mi trovo anche nel mondo della luce. Grazie ai raggi di luce che emanano dal tuo cuore illuminato sotto forma di parole della più alta saggezza, sono immerso nella beatitudine suprema qui e ora.
Vasishtha continuò:
— O Rama, tu mi sei caro, perciò ti parlerò ancora una volta della verità. Ascolta attentamente. Ascolta, anche se per farlo ti tocca presupporre l’esistenza della molteplicità. La tua coscienza si espanderà e la verità che sto spiegando salverà dalla sofferenza persino coloro che non sono ancora del tutto risvegliati.
Vasishtha dice: «Ascoltami, anche se per farlo devi persino presupporre la coscienza della molteplicità». A quanto pare, Rama aveva realizzato non solo il concepimento, ma anche lo stadio della nascita, forse la quarta o la quinta terra della saggezza. In questi stadi, in queste terre della saggezza non c’è molteplicità, non c’è dualità, non c’è più soggetto, non c’è oggetto, non ci sono relazioni soggetto-oggetto. C’è soltanto un’unica esperienza dell’Assoluto unico; di conseguenza, il processo della conoscenza è concluso, e ognuno perde lo status di cercatore e acquisisce il nuovo status di colui che ha trovato.
Anche il fatto stesso della comunicazione diventa assurdo: se hai realizzato l’unità totale, qual è il senso della comunicazione? È come andare davanti a uno specchio, dire: «Buongiorno, come sta?», scambiarsi delle battute: è assurdo.
Tutti i santi si rendono conto di questa assurdità; per loro è molto divertente comunicare, perché vedono se stessi in ogni persona, come se parlassero con se stessi a livello essenziale. Ma superano questo stato assurdo, reprimono consapevolmente con la forza di volontà il proprio riso, assumono un’espressione seria, attivano la mente e compiono il proprio dovere. Comunicano con i discepoli, discutono problemi seri e così via, per così dire.
Allo stesso modo anche Vasishtha raccomandò a Rama di superare temporaneamente questo stato per il bene degli altri esseri viventi, affinché Rama ammettesse di nuovo lo stato di dualità. Allora c’è Rama, c’è Vasishtha, Rama è l’eterno discepolo, Vasishtha è l’eterno maestro, tra loro si svolge il gioco del dialogo della scoperta, della conoscenza della verità, del porre domande. Così questa lila continua, lo «Yoga-Vasishtha» viene scritto, e gli altri esseri viventi possono trarne beneficio: ecco l’unico senso di tutto questo.
Gli organi di senso: nemici o amici
Finché l’uomo non comprende, aderisce a concezioni errate su ciò che è il corpo, e i suoi stessi sensi diventano i suoi peggiori nemici. D’altra parte, colui che possiede la consapevolezza di sé e conosce la verità gode dell’amicizia dei propri sensi, appagati e piacevoli, ed essi non lo distruggono.
In uno stato mentale errato, gli organi di senso sono briganti, nemici che ci sottraggono la forza vitale, che ci sottraggono la percezione. Gli oggetti dei sensi sono molto impressionanti, gli organi di senso trasmettono forti impressioni alla mente; la mente, non avendo devozione al centro interiore, si volge verso l’esterno, si attacca agli oggetti, e in quel momento — zac-zac. Cade in una gabbia, in un laccio, diventa dipendente dagli oggetti dei sensi e perde la propria libertà. Sente di essere stato preso, ma non può fare nulla, perché il prana è già uscito e si è attaccato all’oggetto.
Così si dice: gli organi di senso depredano l’uomo. Depredano significa che tolgono la nityatva (il senso dell’eternità), perché essa non è molto consapevole, non è profonda. Tolgono la purnatva (il senso di integrità, di pienezza divina e compiutezza). Tolgono la svatantriya (il senso della piena libertà divina), la sarvajnatva (il senso dell’onniscienza): tutto questo esiste, ma in uno stato molto sottile.
La mente, se non si distraesse, nutrendosi di questi sentimenti, prima o poi raggiungerebbe uno stato illuminato. Ma gli organi di senso la depredano. I santi, invece, possono godere degli organi di senso: essi non arrecano loro alcun danno. Cioè, quando un risvegliato guarda il sole o le nuvole, e quando li guardano i non risvegliati, guardano in modo diverso. Nel caso del non risvegliato, gli organi di senso depredano; nel caso del risvegliato, gli organi di senso offrono oblazioni per la maha-yajna, per il grande sacrificio nel fuoco della consapevolezza.
Maha-yajna: il grande sacrificio della percezione

Nel calderone o nella kunda del corpo e della mente si compie il maha-yajña (il grande sacrificio), oppure nel crogiolo del prana e della mente avviene una trasformazione alchemica. Che cosa significa? Maha-yajña significa che, nel momento in cui i risvegliati vedono nuvole, alberi, altri esseri, la percezione sensoriale, oppure odono, vedono, odorano, toccano, gustano, non vengono diretti verso manas (non verso la mente), ma vengono diretti verso buddhi e Atman: essi vengono offerti, sacrificati, dissolti e si autoliberano.
In questo, i venti, invece di andare all’esterno seguendo la mente, vanno all’interno, la mente va all’interno, e i venti vanno all’interno; e nei chakra, al posto delle ostruzioni, sorge l’esperienza della beatitudine vuota. I prana riempiono la sushumna, cioè si instaura un tipo di relazione fondamentalmente diverso con l’universo percepito. E allora la brahma-ananda non diminuisce, poiché nessuno depreda, gli organi di senso non depredano. Non si perdono purnatva, brahma-ananda, sarvajñatva, svatantriya, nityatva — le qualità supreme dell’Assoluto; al contrario, la beatitudine dell’Assoluto si approfondisce soltanto, aumenta soltanto, perché le sue esperienze ricevono semplicemente ulteriori impulsi di energia.
Le energie, grazie all’interazione con Prakriti, con l’energia del mondo esterno; perciò il sahaja-samadhi non è negazione, è coscienza di totale accoglienza, ma non una totale accoglienza sensoriale e mondana, bensì una totale accoglienza in Dio, la coscienza dell’unico “sapore” e dell’immersione nell’ananda.
La coscienza suprema e il corpo
Colui che non ha altro che avversione per il corpo fisico e le sue funzioni, naturalmente, non ne gode e dunque soffre. La coscienza suprema non è toccata dal corpo, e il corpo non è in alcun modo connesso alla coscienza suprema. Essi sono simili alla luce e alle tenebre. La coscienza suprema, che trascende tutti i cambiamenti e le distorsioni, non viene alla vita e non se ne va; qualunque cosa accada, accade a questo corpo, che è inerte, sciocco, incosciente, limitato, mortale e ingrato.
La coscienza suprema non viene e non se ne va. Abbiamo una serie di concezioni false e fuorviate, per esempio la concezione del fatto che siamo venuti — essere venuti significa essere nati. Riteniamo di essere certamente nati, e di vivere, e abbiamo un certificato di nascita che lo attesta, e c’è la testimonianza della madre, dei genitori, che dicono che siamo nati. Questo è un assioma nel mondo umano: nessuno dubita che tutti noi siamo nati, e tutti noi viviamo, e che siamo noi stessi proprio perché siamo nati, e se non fossimo nati nulla di tutto questo esisterebbe.
Ma perché allora i maestri dicono di nuovo e di nuovo agli allievi: “Devi scoprire il tuo volto prima della nascita”? Dunque, prima che nascessimo, c’era un qualche nostro volto: era il volto della consapevolezza. Questo è il nostro vero volto, a differenza del corpo, della mente e dell’ego, che, essendo nati, sono stati educati e sono stati creati dai nostri sforzi.
Quella coscienza che esisteva prima della nascita non è nata, e nel momento in cui la riveliamo, quando la riconosciamo come nostra propria, comprendiamo che certo abbiamo ricevuto un corpo, ma in un certo senso non siamo nati del tutto: che questa coscienza non nasce e non muore, essa esiste come da sempre, ed è un’illusione che sia nata. La mente che percepisce questa coscienza può entrare nel corpo, nel corpo sottile — sì, ma questa coscienza essenziale è sempre di per sé, ed è anche ora di per sé.
Nella misura in cui la riconosciamo, nella misura in cui ci identifichiamo con essa, da questo dipendono la nostra illuminazione, la nostra liberazione, perché la liberazione consiste appunto nel diventare liberi da tutto ciò che è nato. Da tutto ciò che ha l’abitudine di nascere e morire. La mente, il corpo sottile, il corpo fisico hanno l’abitudine di nascere e morire, ma la coscienza libera e infinita non ha tale abitudine. Essa ha l’abitudine di essere sempre libera e di non legarsi alla materia inerte.
Il cammino verso la naturale dimora nella coscienza

Riconoscere questa coscienza in sé e separarla dai cinque involucri, sentirsi a proprio agio in essa: non nel senso che, sforzandoci, raggiungiamo in qualche modo un qualche picco di esperienza meditativa una volta in vent’anni, ma nel senso che ci sentiamo spontaneamente naturali in essa, come se fossimo sempre stati essa. In essa parliamo, camminiamo, conversiamo, giochiamo, mangiamo, lavoriamo, come se per noi fosse la cosa più ordinaria. Questo è il cammino dei santi simili a Rama, quello che insegna Vasishtha: il cammino del sahaja-samadhi dello laya-yoga, il cammino del sahaja-samadhi dei maha-siddha.
All’inizio dobbiamo compiere sforzi, esercitare la volontà, e dobbiamo impegnarci molto per purificarci e acquisire l’esperienza di questa coscienza: senza sforzi è impossibile. Ma, man mano che si progredisce, questa naturalezza, questa scioltezza aumenteranno. Essa deve diventare la nostra nuova personalità, la nuova indole, la nostra nuova essenza naturale. E la percezione di una persona che non l’ha mai sperimentata e di chi si sente naturale e libero in questa coscienza infinita è molto diversa, come la percezione degli esseri extraterrestri rispetto a quella degli esseri umani.
La natura della coscienza infinita
Ma come può questo corpo comprendere con il sentimento o con la ragione la coscienza infinita? Infatti, se una cosa viene vista come realtà, l’altra non viene vista.
Spesso si dice “coscienza” e “infinita”. Coscienza significa che essa è presente dentro di noi come qualcosa di estremamente sottile e conoscente, che è diversa dalla materia, diversa dal corpo. Infinita significa che non ha limitazioni, fine, confine, centro: è estesa e non è limitata da nulla.
Tuttavia la coscienza infinita ha molti aspetti, molti attributi, perché è divina: la divinità possiede un numero innumerevole, infinito di attributi; perciò questa coscienza infinita può essere descritta sia come coscienza divina, sia come pura, beata, come essenza dell’essere, e molte altre definizioni sono date nelle Upanishad. Non dobbiamo collegarla soltanto al principio dell’estensione, perché Brahman include in sé l’intero spettro dell’energia, l’intero spettro degli stati che abbiamo sperimentato e non abbiamo sperimentato.


