Le sofferenze (le limitazioni del samsara) sono tali che, che tu sia un essere umano, una divinità samsarica, ricco e molto felice, non puoi sfuggire alle limitazioni del samsara sotto forma di karma, vecchiaia, malattia e morte, alle limitazioni delle leggi fisiche. Questo va compreso molto profondamente, per generare l’intenzione della rinuncia al samsara, l’avversione verso il modo di pensare samsarico.
Il modo di pensare samsarico significa inconscio, basato sulle klesha, sulla mente. Finché non ci sarà un tale desiderio di distacco, continueremo a essere in potere del samsara; cioè bisogna riconoscere il samsara come samsara.
Per esempio, se ci sono malattie e pensiamo che la malattia sia: beh, niente di grave, va bene, io sono sano; ma una malattia non riconosciuta in tempo è fatale. E il samsara è una malattia che, se non riconosciuta in tempo, è fatale; cioè bisogna riconoscerla per tempo. Quando non riconosciamo il veleno come veleno, pensiamo: “Sì, niente di che, si può mangiare, va bene”.
Da bambino mia nonna mi diceva: “Non mangiare troppo sale, avrai problemi alla vista”, e io le rispondevo più o meno così: “Beh, ho mangiato sale e non è successo niente, la vista è normale”, a cinque anni, cioè avevo qualche mia idea. Poi, quando sono cresciuto, la questione mi ha interessato, perché la nonna l’aveva detto. Ho cominciato a studiare, a leggere: sì, si scopre che se se ne mangia troppo, i vasi possono ostruirsi, aveva ragione. Cioè la mia esperienza infantile non bastava per capire: se avevo mangiato sale per un anno, pensavo: niente, la vista non è peggiorata, so che cos’è il sale.
Allo stesso modo è con il samsara: diciamo: “Beh, niente di che, ho vissuto e vivo, che cosa c’è di particolare in questo samsara, eccolo qui, non c’è niente di terribile”. Tuttavia dobbiamo comprendere alcuni fatti sul samsara. Per esempio, prendere le statistiche delle nascite e delle morti, andare in obitorio o al cimitero, vedere quanti nascono, quanti muoiono, guardare i propri parenti in età avanzata, quelli oltre i novant’anni, dove sono tutti, trovare il proprio posto in questa catena, dove siamo noi.
È una grande, grandissima catena di montaggio, e si dice: “Le cose grandi si vedono da lontano”. Quando la catena si muove, non capiamo del tutto dove si stia muovendo, non valutiamo molto bene il nostro posto, ma quando ci si allontana, si vede dove si muove, dove vanno tutti gli esseri viventi in questa catena. Sembra che ci occupiamo di molte cose: creiamo famiglie, facciamo politica, manifestiamo, ci divertiamo, ma in realtà sono tutte cose superficiali.

C’è una certa catena di montaggio, essa muove l’anima in una determinata direzione, e quando guardiamo un po’ più ampiamente, non dalla conoscenza infantile, ma da una più vasta, comprendiamo che cos’è il samsara. Il samsara è un mondo in cui le anime nascono e muoiono continuamente, in cui nascono e si incarnano di nuovo, rinascono di nuovo. Siamo capitati proprio in un mondo così, e bisogna riconoscerlo. Cioè è un mondo in cui c’è la vecchiaia; e che cos’è la vecchiaia? Sono canali ostruiti, mani tremanti, cattiva memoria, cattiva digestione, intelletto debole, forze deboli; cioè è spegnimento, è sofferenza. È un’immunità debole, è predisposizione alle malattie: questo è il futuro, è realmente il futuro per questo corpo.
Quando riflettiamo così, pensiamo: “Questo mondo non mi piace molto, vorrei essere eternamente sano, felice, giovane, immortale, non avere questi problemi e non reincarnarmi affatto” — proprio questa è la pratica del dharma. Allora cominciamo a pensare: “Non potrei trovare un mondo in cui questo samsara non influisca così? E che cos’è il samsara: è la natura o le relazioni con gli altri, oppure sono le pietre, gli alberi, la terra; che cos’è il samsara?”
I santi dicono: “Il punto non è la natura stessa, ma la mente: è la nostra mente, dotata di attaccamenti, è la nostra ignoranza”. Un maestro diceva così: “Coloro che possiedono ignoranza, gli esseri viventi, trascinano un’esistenza sofferente”. Qui, se non vogliamo trascinare un’esistenza sofferente, occorre non un piccolo desiderio di liberarsi dal samsara, ma uno molto profondo, molto forte: distaccarsi dal samsara.
Non deve essere una repulsione superficiale, quando cominciamo a guardare il mondo negativamente, pensando: “Quanto odio questo samsara, quanto mi ha stancato”, e ci oscuriamo ancora di più. Un simile approccio non funzionerà. Dobbiamo avere una comprensione del samsara come ignoranza della mente, e il desiderio di liberarci da essa e risvegliare la vera conoscenza, risvegliare la vera saggezza, la coscienza risvegliata. Dobbiamo pensare continuamente alla coscienza risvegliata e costruire la nostra vita in modo strategico affinché tutta diventi orientata alla coscienza risvegliata, e affinché siamo molto cauti verso le diverse forme di comportamento samsarico, di manifestazioni samsariche del corpo, della parola, del pensiero: questa è la meditazione analitica sulle sofferenze del samsara.
Il corretto sviluppo del vairagya
Molti santi hanno praticato per un tempo molto lungo la meditazione sulle sofferenze del samsara, per far nascere il vairagya (distacco). Anche con il vairagya bisogna essere molto cauti: non bisogna affrettarsi a far nascere il vairagya sul piano esteriore. Per esempio, una persona dice: «Basta, ho fatto nascere il vairagya, in questo samsara non c’è nulla da fare, vendo i miei beni, sarò un eremita» — in linea di principio la motivazione e il comportamento sono lodevoli; oppure: «Vado a farmi monaco» — lodevole. Ma quando questo viene fatto bruscamente, suscita cautela. Non bisogna farlo bruscamente, perché si può sopravvalutare il proprio slancio e scambiarlo per una strategia di vita a lungo termine, mentre potrebbe essere solo un impulso; cioè dovete verificare il vostro impulso per anni.
Quando una persona cambia così rapidamente, in me suscita sospetto: se ha cambiato rapidamente il proprio punto di vista, significa che può cambiarlo rapidamente anche nella direzione opposta; per questo tutti i maestri mettono alla prova i discepoli. Sul cammino spirituale gli impulsi — gli impulsi della mente — non sono ciò che bisogna ascoltare. Bisogna assumere una posizione ponderata, conservatrice, cioè se si decide di seguire il cammino della rinuncia, bisogna procedere come una petroliera o come un rompighiaccio: con grande affidabilità, ma per sempre, frantumando tutto sul proprio cammino, tutti i cumuli di ghiaccio.
C’è questo racconto: un uomo di una famiglia indiana diceva continuamente di voler rinunciare al mondo, mentre un altro era un capofamiglia. La moglie di questo capofamiglia diceva: «Vedi che marito, il vicino, dice che vuole rinunciare al mondo e presto rinuncerà al mondo», e quest’uomo diceva: «In realtà lui parla soltanto; se volesse davvero rinunciare al mondo, avrebbe rinunciato da tempo». Questa moglie diceva: «Sei solo invidioso, sei solo attaccato, tu stesso non ci riesci», e lo disse così per un paio d’anni. Un giorno lui arrivò e disse:
— Basta, rinuncio al mondo, me ne vado.
— Come, dove vai? Quel vicino non se n’è ancora andato, diceva che avrebbe rinunciato prima di te.
Lui disse:
— Se hai rinunciato, hai già rinunciato; non ho più nulla di cui parlare, sono andato e basta, ho preso il sannyasa.
Il desiderio di distacco dal mondo, il desiderio di vairagya, all’inizio deve essere fatto crescere dentro di sé come atteggiamento; cioè quest’uomo aveva coltivato dentro di sé un atteggiamento. Da molto tempo coltivava in sé il vairagya a livello interiore, e quando esso maturò, ciò avvenne all’esterno. Ma all’inizio non bisogna fare movimenti bruschi, bensì coltivare dentro di sé il vairagya.

Il vairagya interiore significa: agiamo allo stesso modo, nello status in cui ci troviamo, senza cambiare nulla all’esterno, coltiviamo un’altra visione del mondo e verifichiamo questa visione nella vita, scopriamo tutti i nostri punti deboli e lavoriamo intenzionalmente sull’educazione di questa visione del mondo. Per esempio, rivediamo la strategia a lungo termine della nostra vita; cioè, se ho compreso la perniciosità del samsara, che fama può esserci lì, che denaro può esserci, che onore può esserci, che ricerca di nuovi partner e coniugi può esserci, e così via. Sono obiettivi completamente diversi, perché che cos’è la liberazione dal samsara? È un’esperienza, è samadhi, e questa è un’esperienza seria, bisogna cercarla a lungo. E che cos’è l’esperienza del samadhi? È sadhana. Per di più, una sadhana in determinate condizioni, piuttosto profonda, intensa; quindi, come posso ottenere questa esperienza, come posso attraversare la sadhana?
È o l’eremita, o il vanaprastha, o il monaco-sannyasi, oppure un ibrido di tutto questo; e poiché si tratta di un certo cambiamento di status, oppure è nel proprio status un karma-sannyasi, ma comunque la stessa sadhana. La sadhana secondo un programma, la sadhana del metodo, la sadhana in ritiro, la sadhana nella vita quotidiana con tapasya, con limitazioni: è la costruzione di una strategia a lungo termine. È un cambiamento del valore della vita, la costruzione di una strategia.
Oltre a questo, è una determinata visione del mondo in rapporto al mondo, per esempio la visione del mondo come illusione: questo è vairagya interiore. Inoltre, è la capacità di recidere accuratamente desideri, attaccamenti, speranze egoistiche e aspirazioni: anche questo è vairagya, cioè un atteggiamento non attaccato, ironico verso i propri desideri e i moti dell’anima. Quando l’analisi dei propri desideri e dei moti dell’anima viene considerata dal punto di vista del distacco dal samsara, della liberazione e della reincarnazione.
Quando in questo modo coltiviamo in noi il vairagya interiore, improvvisamente scopriamo che gli attaccamenti si indeboliscono, gli aggrappamenti ai pensieri e ai desideri ci lasciano, e la forza della vita spirituale aumenta, si intensifica. Questo vairagya interiore comincia gradualmente a colmare e a trasformarsi in pratica, in metodi, nella pratica della consapevolezza: questo è l’approccio corretto. Allora il nostro comportamento cambia naturalmente seguendo la visione del mondo, la nostra consapevolezza cresce naturalmente.

Una tale vairagya deve nascere in seguito alla meditazione analitica, alla riflessione sulle sofferenze del samsara. Non bisogna intendere che le riflessioni sulle sofferenze del samsara debbano gettarci nella depressione: «Siamo così sconvolti, il samsara, solo sofferenza, nella vita non mi interessa più nulla». In realtà non è affatto così. Le riflessioni sulle sofferenze del samsara caricano di enorme vigore e ottimismo, perché mostrano la via per essere liberi, per essere felici e gioiosi. Caricano di grande ispirazione; non è affatto un percorso verso uno stato così sofferente. Forse tra i cristiani c’è qualcosa del genere — il dolore, fare un volto così addolorato, addolorarsi, ma sul cammino del Sanatana Dharma, sul cammino dei siddha, la riflessione sulle sofferenze del samsara deve volgersi verso la felicità incondizionata, verso la libertà della comprensione che la felicità è dentro di te.
Meditazione sulla legge del karma
La meditazione analitica successiva è la legge del karma. Dobbiamo comprendere come la nostra mente crei diverse cause che portano a diversi effetti, comprendere tutta questa catena, tutto questo meccanismo. La mente può essere paragonata a una sorta di magica stampante 3D, che stampa qualsiasi evento, qualsiasi situazione; e la mente ha delle tendenze, e agisce sulla base di queste tendenze.
Riflettere sulla legge del karma significa, naturalmente, riflettere sulla propria mente. Molti ritengono che si debba riflettere su chi ha fatto che cosa e in chi si è reincarnato: quello si adirava, compiva cattive azioni, si è reincarnato all’inferno — anche questo esiste, una riflessione esteriore; oppure quello compiva buone azioni, si è reincarnato in una dimensione celeste, accumulava meriti, la causa è maturata nell’effetto.
Ma più profondamente, la riflessione sulla legge del karma è una riflessione sulla propria mente: come la mente, sulla base delle tendenze passate, crea diversi tunnel di realtà, e come la nostra coscienza ne viene catturata; che la nostra mente genera diverse cause, e queste cause necessariamente si trasformeranno in effetti, necessariamente, e gli effetti saranno proprio tali quali sono stati generati dalle cause, e non altri.
Per esempio, se seminate piselli, è impossibile che germoglino rose, non accade. Solo i siddha possono trasformare così — i piselli daranno proprio germogli sotto forma di baccelli di pisello, e le rose non spunteranno. Quando comprendiamo quanto siamo soggetti all’influenza delle cause, degli effetti e quanto la mente vi partecipi, diventiamo attenti a ogni pensiero, a ogni parola, a ogni azione. Ci poniamo la domanda: come fare in modo che la mente non generi più alcun legame di causa ed effetto?
Della mente di una persona ordinaria si dice che, quando pensa, è come se praticasse l’incisione sulla pietra: viene scolpito per i secoli, si crea un’impronta. Della mente delle persone risvegliate, sante, si dice che, quando pensano, è simile ai cerchi sull’acqua: non rimane alcuna traccia. Le riflessioni sulle cause, sugli effetti, sulla legge del karma devono portarci a un tale desiderio: come avere una mente in cui le azioni del corpo, della parola e della mente siano simili ai cerchi sull’acqua, e non all’incisione sulla pietra. Come purificare la propria mente, come scoprire la natura della mente, affinché le azioni esteriori non creino alcun nuovo legame di causa ed effetto.

A volte nei testi leggiamo storie di come persone sante incontrino dei brahmarakshasa (brahmani caduti). Essi possiedono la conoscenza della filosofia, la conoscenza dei rituali tantrici, ma tuttavia hanno corpi di brahmarakshasa — spiriti caduti di questo tipo, perché avevano orgoglio, praticavano la pratica spirituale in modo scorretto. Quando morirono, si reincarnarono come brahmarakshasa. Conoscono i Veda, possono citare le scritture, conoscono molti mantra, ma ecco un tale destino, un tale corpo, perché durante la pratica provarono risentimento verso qualcuno, invidia o collera, o forse perché la loro conoscenza fu trascurata. Commisero un qualche errore karmico, e questo errore creò per loro un tale corpo, permisero uno stato oscurato.
Al contrario, ci sono persone che hanno meriti dalle vite passate. Sembrerebbe, non per qualche causa, ma se si analizzano le cause dei loro meriti, esse consistono nel fatto che accumulavano meriti compiendo qualcosa di molto buono nei confronti di oggetti sacri.
La riflessione sulla legge del karma conduce all’analisi del proprio karma, perché noi, il nostro corpo, il nostro ambiente, la nostra mente — tutto questo è il nostro karma così com’è, per di più proiettato in questo punto del tempo e dello spazio. Non possiamo vedere completamente tutto il karma; certo, se si guarda nel corpo sottile, lo si può vedere, ma la parte visibile del karma siamo noi adesso: l’ambiente, il nostro aspetto, la nostra mente, il nostro stato d’animo, il nostro destino.
Per esempio, quando viaggiamo su strade dissestate, soprattutto in Ucraina, questo è il ritorno del karma della maldicenza. Io dico ai monaci: «Ebbene, non bisognava sparlare». Quando viviamo in una zona paludosa, questo è il ritorno del karma dell’elemento acqua impuro, dell’adulterio, cioè di certi stati oscurati legati a questo tema. Quando viviamo in una zona montuosa, accidentata, anche questo è il ritorno del karma della parola malvagia. Quando viviamo nel deserto, dove non cresce nulla, dove il luogo di abitazione è cattivo, non c’è acqua, questo è il ritorno del karma dell’avidità. Cioè, che cos’è il karma dell’avidità o della parola malvagia: sono tutte tendenze della mente, significa che erano state generate certe tendenze mentali oscurate.
Quando viviamo in un luogo bello e pulito, questo è il ritorno di pensieri puri, di meriti accumulati. Quando siamo circondati da fratelli e sorelle armoniosi, questo è il ritorno di rapporti armoniosi.
Fattori di influenza del karma
L’influenza del karma dipende da diversi fattori:
- Dall’azione stessa
- Dall’oggetto della relazione verso cui è stata compiuta l’azione
- Dalla motivazione che sta dietro l’azione
- Dalla successiva soddisfazione
Cioè, compiere una certa azione nei confronti di un grande oggetto spirituale, per coscienza, per peso specifico nell’universo, e di uno piccolo comporta conseguenze karmiche diverse. Per esempio, uccidere cento elefanti e uccidere una formica comportano conseguenze karmiche diverse, il karma è diverso. Oppure fare offerte a un santo o fare un’offerta a un mendicante: sono oggetti diversi. Inchinarci a una rana o inchinarci a una statua: anche questo è diverso.
E lo stato mentale successivo: se dopo vi sia stata soddisfazione, consolidamento, oppure pentimento, desiderio di non ripetere; tutto questo influisce anch’esso sulle conseguenze che ci saranno. Se l’azione è stata compiuta con il motivo di aiutare, o con il motivo dell’indifferenza, o con il motivo di mostrare quanto io sia grande, oppure al contrario con il motivo dell’invidia, cioè il motivo sottile che sta alla base dell’azione, anche su questo influisce la legge del karma.
C’è un risultato che si manifesta nel loka, nel luogo di rinascita, nel corpo: conferisce un determinato corpo con determinate qualità, e nella disposizione mentale, che dà una mente desiderosa di muoversi in una certa direzione. Se si arrecava danno, e non c’era pentimento, e si creava inoltre una motivazione negativa, si crea una mente che continuerà a desiderare in futuro di arrecare danno e a trarne piacere, e si crea per questo un corpo con le corrispondenti cause-effetti.
Se c’era il desiderio di fare offerte agli esseri divini ed era stata generata una buona motivazione a ciò, e il successivo desiderio di dedicare i meriti al bene di tutti gli esseri viventi, allora si crea un corpo simile, per esempio, al corpo di una divinità samsarica, l’intenzione di continuare a dedicare i meriti a tutti gli esseri viventi, e il risultato si manifesta nel loka, nel luogo di rinascita, per esempio Indra-loka o una terra pura. Così motivi e azioni diversi influenzano le nostre cause-effetti nella mente.
Meditazione sull’impermanenza
Infine, l’impermanenza è il terzo tema. Impermanenza significa che dobbiamo analizzare il corso delle cose così com’è, che il mondo materiale esterno è soggetto a kalashakti. Kalashakti è la forza del tempo, ciò che produce cambiamenti, ciò che ci trasforma e trasforma il mondo insieme a noi.
Quando ci concentriamo sul principio di kalashakti, possiamo percepirla come una sostanza karmica che muove l’intero universo ed è avvertita dal nostro corpo sottile. Essa influisce in modo particolare quando agiscono pianeti negativi; per esempio, il periodo di sade-sati è il tempo in cui kalashakti ci restituisce tutti i debiti. Si ritiene che ogni persona abbia nella vita tre di questi periodi di sade-sati. Nel primo periodo se ne va il nonno o la nonna, forse più dalla linea materna. Nel secondo periodo i genitori, possono esserci problemi con loro, quando ciò è nel tema natale della persona. Nel terzo periodo della vita possono esserci problemi per lui stesso, cioè il terzo periodo di sade-sati è già la vecchiaia, quando Saturno trasmette attivamente il karma negativo nell’oroscopo: questa è l’azione di kalashakti. Kalashakti è la forza del tempo che, per così dire, soffia via l’essere vivente, soffia fuori il suo corpo sottile dai canali, dai prana del fisico. Se l’anima è debole, la motivazione è debole, la visualizzazione, la concentrazione o i prana sono deboli, la forza vitale è debole, allora anche la sua durata della vita è debole.
Accade che l’anima sia forte, i karma forti, i prana forti, ma i peccati accumulati siano molti, cioè la kalashakti è molto tamasica, rajasica, molto dura, e opprime una persona del genere. Una tale persona forse vivrà a lungo, ma soffrirà o si ammalerà, oppure sperimenterà diversi problemi. Se l’anima è forte, la forza vitale è forte e il karma è puro, con molti meriti, la vita di una tale anima sarà lunga ed essa sarà felice, perché arriveranno molta luce, molto amore, molta gioia, molta felicità, molte esperienze benefiche, e la kalashakti non si farà sentire sui canali. Accade anche che l’anima viva una vita mondana, materiale, felice e lunga, ma nell’ignoranza, nella non conoscenza, senza informazione spirituale. Accade che l’anima non sia neppure molto felice, ma si trovi accanto al dharma e, a livello energetico e materiale, non sperimenti stati di beatitudine, un buon ambiente, denaro, una salute semplicemente potente, un superintelletto. Però essa è nel dharma e al suo interno viene coltivata la consapevolezza, una consapevolezza sottile, che permette di rapportarsi a tutto ciò con equanimità: tutto questo è l’influsso della kalashakti.
Liberazione dal potere del tempo
Quando l’anima è sviluppata, forte e saggia, la kalashakti non può avere potere su di essa, cioè sul corpo lo avrà comunque, sul prana, da questo non si può sfuggire, ma sulla coscienza non può avere potere. La capacità di scoprire la consapevolezza, di praticare la contemplazione, di sviluppare vairagya, viveka e di dimorare in uno stato consapevole: questa è libertà dalla kalashakti. La kalashakti agisce sul mio corpo, ma io non sono il mio corpo, io sono coscienza. La forza del tempo dell’impermanenza agisce sui miei prana, ma io non sono i prana, io sono coscienza simile allo spazio. La forza del tempo agisce sul mio corpo sottile, sul mio ambiente, ma io non sono il corpo sottile, non sono l’ambiente, io sono una presenza spaziale simile al cielo di pura coscienza, posso osservare tutto questo, ma questo non sono io. Così l’inizio della liberazione è lo sviluppo in sé di questa coscienza, che non dipende dalla kalashakti.
Esiste un noto racconto: quando l’India veniva conquistata, e fu conquistata molte volte, la conquista più recente fu quella britannica, e prima ancora la dinastia dei Grandi Moghul, Alessandro Magno, i musulmani, chi non l’ha conquistata. Quando Alessandro la conquistò una volta, ordinò che gli portassero un sannyasin, voleva vedere i saggi indiani.
Quando i soldati volevano portarlo, dissero di aver trovato un certo sadhu; vennero e dissero: «Il sannyasi non vuole venire da te, vuole che sia tu ad andare da lui». Egli si adirò moltissimo: «Io sono un grande re, e qui dei nudi, dei mendicanti qualsiasi mi risponderanno così», ma alla fine andò comunque. Disse: «Non capisci forse che sei in mio potere? Se voglio, ti taglio la testa». Il sadhu disse: «Ebbene, me la taglierai, e allora? Io starò a guardare. Io non sono il mio corpo, posso osservare questo; da molto tempo sono andato oltre la paura e oltre il concetto corporeo. Tu invece, pur essendo un re apparentemente potente, non sei ancora andato oltre, perciò sei tu che devi avere paura, non io». Questo impressionò Alessandro e, come tutti gli kshatriya, gli kshatriya rajasici sono facili da lusingare e da conquistarne la fiducia; così si entusiasmò e chiese: «Ebbene, con che cosa posso ricompensarti, che cosa posso fare per te?», in modo così protettivo: «che cosa posso darti», era già entrato nel ruolo di donatore. Il sadhu disse: «Ebbene, che cosa puoi darmi? Spostati un po’, non coprire il sole: ecco che cosa puoi darmi».
Il cammino tantrico del superamento della kalashakti
Coltivare la coscienza osservante è proprio l’inizio della libertà dalla kalashakti, ma non è ancora tutto, perché dalla coscienza osservante possono nascere poteri, può nascere il corpo illusorio, può nascere il grande prana, e tutto questo costituisce la divinità, il mandala, il seguito della divinità. Non solo l’energia della coscienza, ma l’energia, perché l’ideale della tradizione dei siddha, dello Shaiva-siddhanta, in altre tradizioni dei siddha del Sahajayana, è essere non solo possessori di saggezza (jnana), ma anche possessori di shakti (shaktiman). Rivelare in sé la consapevolezza non duale è libertà dalla kalashakti attraverso la consapevolezza, mentre sviluppare la propria energia nella forma della divinità è libertà dalla kalashakti a livello dell’energia. Nel tantra il cammino non è solo coscienza, ma anche energia, cioè l’energia è inseparabile dalla consapevolezza della vacuità.
Per esempio, quando praticate la visualizzazione, lo yoga del corpo illusorio, il mantra-yoga, e siete costantemente certi che la vostra mente è la mente della divinità, il vostro corpo è il corpo della divinità, il vostro prana è la parola della divinità, e padroneggiate una buona recitazione del mantra, metodi abili di visualizzazione, punti chiave, e la vostra sadhana rivela segni di realizzazione, anche questo è superamento dell’impermanenza, superamento della kalashakti.

Ma il risultato della meditazione analitica sull’impermanenza dovrebbero essere due cose: la disillusione nei confronti del samsara, come ambito di continui mutamenti, e la comprensione dell’assurdità di qualsiasi attaccamento, e l’acquisizione di una consapevolezza che si trova al di là dell’influenza della kalashakti, al di là dell’influenza del Dio del tempo.
La storia del saggio Akashaya
C’è un racconto nello «Yoga Vasistha» su un saggio che si chiamava Akashaya: quando i servitori di Yama vennero a prenderlo, non riuscirono ad avvicinarsi a lui, perché era circondato dalle fiamme da ogni lato, da un cerchio di fiamme. Tentarono di farsi strada una seconda volta, ma non poterono avvicinarsi a lui; allora andarono a discutere la questione con il loro maestro, la divinità del centro, del mandala di Yamaraja. Anche Yamaraja arrivò lì, e anch’egli non riuscì a superare la protezione di quel saggio; allora si rivolse con una domanda, mi pare, a Vishnu o a Shiva, e Vishnu gli rispose. Yamaraja disse: «Che disordine è mai questo? La legge dell’universo non viene eseguita, io non posso prendere l’anima di questo saggio per indirizzarla o verso una nuova reincarnazione o verso la liberazione; egli vive già da migliaia di anni e perfino i miei servitori non possono avvicinarsi a lui, figuriamoci prendere la sua anima. È circondato da lingue di fuoco, circondato dal campo di forza della sua mente».
Vishnu disse: «Non solo non potrai prendere la sua anima, tu non puoi nemmeno vederlo, perché ha dissolto completamente la sua mente nella non-dualità, perché si è liberato da ogni rappresentazione dell’ego, dalla personalità. Questa è soltanto un’apparenza ludica, illusoria; egli è già liberato da molto tempo, è un jivanmukta, non è in tuo potere, quindi, Yamaraja, non contare nemmeno di avvicinarti a lui: saggi come Akashaya sono completamente liberi».
La pratica dello yoga del corpo illusorio
Nello yoga del corpo illusorio, quando eseguiamo diverse sadhana, compiamo la visualizzazione dei cerchi protettivi, dei cinque elementi, della tenda vajra, cioè stabiliamo il mandala, poi generiamo il palazzo della divinità, visualizziamo noi stessi nell’aspetto della divinità. Facciamo sorgere i punti chiave e gradualmente li saturiamo con la comprensione della vacuità, della forza spirituale, cioè meditando sui punti chiave. Se si considera la pratica non dalla posizione dell’anuttara-tantra, ma dalla posizione della visualizzazione tantrica, allora, man mano che procede tale visualizzazione, ci abituiamo sempre di più al pensiero che la nostra mente e la mente della divinità prescelta sono inseparabili; se la mente di Dattatreya è infinita, allora anche la nostra mente è infinita. Il nostro corpo è simile al corpo della divinità prescelta; se quel corpo è puro, vuoto, simile a un arcobaleno, e viene ricreato dalla pura luce, allora anche il nostro corpo è tale.
Gradualmente, man mano che procede la sadhana, il ricevere la benedizione, il ricevere le trasmissioni: tutto questo si chiarisce, sempre più chiaramente. All’inizio ci abituiamo a fare una breve visualizzazione, la recitazione del mantra e la visualizzazione dei punti chiave, a trasformarci in qualcosa di molto semplice. Ci alleniamo a riconoscere la visualizzazione come inseparabile dalla vacuità, a mantenere l’orgoglio della divinità, a mantenere una presenza simile al cielo come mente della divinità e a mantenere il mantra. Man mano che procede la sadhana, la visualizzazione, il mantenimento dei punti chiave diventa naturale e si unisce alla nostra vita, e allora passiamo allo yoga del comportamento; che cosa significa? Significa che durante l’assunzione del prasada pratichiamo lo yoga del gustare, durante l’abluzione lo yoga dell’abluzione, durante le necessità del corpo pratichiamo lo yoga delle necessità del corpo. In tutti questi aspetti della vita compiamo la trasformazione corrispondente, l’offerta e la visualizzazione di noi stessi nell’aspetto del corpo illusorio. Allora non rimane non divinizzato nessun aspetto della vita, neppure un secondo della vita rimane non divinizzato. La capacità di divinizzare tutti gli aspetti della propria vita in modo naturale attraverso la visualizzazione, il mantra e il mantenimento della presenza: questa è l’essenza del cammino tantrico, della trasformazione, quando il mondo si trasforma in mandala, noi stessi in divinità, e la nostra mente nella mente della divinità.
Spostamento della coscienza nella maya sattvica
Combinando i due cammini, il cammino della contemplazione dell’anuttara-tantra e il cammino del corpo illusorio, ci liberiamo dalla kalashakti, cioè la kalashakti, proprio come i messaggeri di Yamaraja, non riuscì a raggiungere il saggio Akashaya. Allo stesso modo, l’energia dell’impermanenza non è in grado di causarci danno; perché? Perché spostiamo il fuoco principale della nostra coscienza dall’ambito samsarico, e che cos’è l’ambito samsarico dell’universo? È tamasi-maya e rajasi-maya (prakriti tamasica e prakriti rajasica), cioè i mondi delle forme grossolane. Spostiamo la nostra coscienza nella maya sattvica, nell’ambito di Ishvara, quella parte dell’universo in cui agisce la prakriti luminosa e pura. Lì ci creiamo un corpo, una continuità psicologica e l’ambiente del mandala, e continuiamo a vivere in esso.
I sadhu esperti, già in vita, possiedono tali corpi illusori, palazzi nella maya sattvica, mandala, e durante la vita possono vivere sia qui, in questo mondo, sia nella maya sattvica, nei loro palazzi divini. Ciò significa che sul piano fisico noi vediamo un tale sadhu, vediamo il suo corpo: egli può stare seduto tutto il tempo in una stanza oppure insegnare, trasmettere il dharma, ma possiede un corpo nella regione di Mahar-loka o nella regione di Svarga-loka o nella regione di Jana-loka, possiede un mandala. Possiede un palazzo divino, possiede corpi illusori nell’aspetto delle divinità del seguito, e vive una vita piena in questo secondo corpo.
Infine, oltre a questo secondo corpo, egli possiede un corpo di saggezza simile al puro spazio di luce, nel quale dimora nel sonno senza sogni; così, nella sua vita sono realizzati i tre corpi. Sebbene a noi sia visibile soltanto uno dei suoi corpi, questa è appunto la realizzazione del trideha (la realizzazione dei tre corpi risvegliati). La realizzazione dei tre corpi risvegliati è un metodo abile del tantra per liberarsi dall’impermanenza.
Ventiquattro meditazioni analitiche
A seguire ci sono altre venti meditazioni analitiche: queste sono le prime quattro delle ventiquattro tematiche. Esse includono la riflessione sull’unicità della nascita umana, sulla grandezza del sentiero della liberazione, sull’importanza del Rifugio, fino al conseguimento delle esperienze superiori, dell’abnegazione e dell’autoriconoscimento. Queste ventiquattro tematiche, se non le avete, i monaci possono darvele. Raccomando di praticarle sempre, quando c’è tempo libero oppure quando eseguite la meditazione, nei primi cinque minuti, per creare la giusta motivazione alla meditazione. Nonostante la meditazione stessa sia il sentiero del non-mente, essa non contraddice le meditazioni analitiche. Le meditazioni analitiche cambiano la direzione della nostra mente, spingendola verso la liberazione.
Illusorietà e vacuità dell’Universo. «Yoga-Vasishtha», capitolo 4, «Sull’esistenza».
Vasishtha continuò:
— O Rama, sebbene questo universo sembri esistere, in verità nulla esiste. È soltanto l’apparenza, o il riflesso della coscienza infinita, che è l’unica realtà.

La riflessione sull’illusorietà e sulla vacuità dell’Universo è una meditazione analitica capace di condurre a uno dei livelli di visione profonda, a un samadhi fugace o a una sorta di illuminazione temporanea. Dobbiamo dedicare sufficiente attenzione a tale riflessione. In che senso l’Universo è illusorio o vuoto? Ci sono diversi aspetti su cui bisogna riflettere. La comprensione della vacuità e dell’illusorietà dell’universo è estremamente importante per lo yogin spirituale, perché senza di essa il nostro karma non perderà il suo potere su di noi. Il nostro karma, i nostri desideri, l’attaccamento e i pensieri hanno potere su di noi proprio perché non riconosciamo il loro carattere illusorio, il loro carattere vuoto.
Per esempio, se vedete un’altra persona, e quella persona può dirvi qualcosa di offensivo, allora voi credete alle sue parole offensive e vi offendete. Alla base della vostra reazione vi è la fede che la persona esista realmente, e quindi che le sue parole esistano realmente. Ma se riconosceste il suo carattere vuoto, il suo carattere illusorio, direste: ebbene, è come se un riflesso nello specchio vi avesse detto qualcosa; ci ridereste sopra, cioè l’autoliberazione avverrebbe naturalmente e non vi sarebbe alcuna reazione.
Se credeste che questa sia una vostra manifestazione, direste: «Oh, ciao, che cosa interessante stai dicendo lì», e la guardereste come voi stessi. Ecco una reazione così semplice, ma durante il giorno se ne accumulano moltissime; esse sorgono tutte a causa del mancato riconoscimento di queste cose. Ciò significa che, finché non abbiamo l’esperienza spirituale del risveglio, che dona l’esperienza naturale di questo, dobbiamo esercitare la nostra mente nelle meditazioni analitiche per riconoscere in questo modo e smettere di reagire in modo condizionato.
Per esempio, se desideriamo qualcosa nel mondo materiale, anche questo è una mancata comprensione di alcune cose. Per comodità si può desiderare, ma quando non si tratta più di comodità, bensì di prestigio, di ricchezza, di fama, di ciò che proviene ormai dall’ego, significa che anche noi non riconosciamo il carattere vuoto e illusorio di ciò che sopraggiunge. Solo gli sciocchi inseguono le illusioni; le persone autentiche raccolgono ricchezze altrove. Se si chiede a un sadhu in che cosa consista la ricchezza, in che cosa consista la forza, egli dirà: «Canali della prana puri, una buona visualizzazione, mantra, l’esperienza della pura luce dei sogni, pure qualità sattviche, controllo delle prana, corpo illusorio, un palazzo divino realizzato in Svarga-loka».
Questa è una vera ricchezza, mentre di che cosa si vantano i re, gli uomini d’affari, i miliardari? Delle ricchezze materiali. Perché? Perché non riconoscono l’illusorietà e la transitorietà di tutto questo. Dalla capacità di riconoscere l’illusorietà e la transitorietà dipende la direzione della nostra vita. E come si manifesta l’illusorietà dell’universo?
- Il fatto che esso sia transitorio — questo è il primo punto
- Il fatto che sia una manifestazione della nostra mente — questo è il secondo
- Il fatto che alla base di tutti i fenomeni vi siano il vuoto, la non-dualità, il vuoto — questo è il terzo
Metodi di allenamento della mente nel riconoscimento dell’illusorietà
Se meditiamo su questi tre punti chiave, questo ci aiuterà un po’. Esiste un metodo in cui ci esercitiamo a considerare tutti i fenomeni dissolvendoli in uno stato di colore arcobaleno. Per esempio, prendiamo un bicchiere, lo visualizziamo e immaginiamo come si disintegra in particelle di colore arcobaleno nel vuoto, poi lo ricostruiamo di nuovo, ma ricordando già che questo bicchiere è stato creato da particelle di colore arcobaleno, cioè che è fatto di luce; così facciamo con tutti gli oggetti nella stanza. Questo è un esercizio per l’allenamento preliminare della mente, in cui ci esercitiamo a considerare il mondo come un’illusione. Dalla pratica della prajna-yantra esiste una sankalpa: tutti i dharma sono illusione, sogno, in cui ci esercitiamo a vedere il mondo come un sogno.
C’è un praticante che diceva: «Io pratico e quando pratico la sankalpa Sogno, comincio ad addormentarmi, mi viene voglia di dormire». Ma, in realtà, la pratica deve portare al fatto che la mente diventi sempre più luminosa e chiara. Non è autosuggestione, in cui ci predisponiamo a uno stato simile al sonno; al contrario, considerando l’universo come un sogno, generiamo una coscienza vigile, pronta, curiosa, luminosa e chiara, molto luminosa, molto chiara. Infatti, se questo è un sogno, allora è perlomeno straordinariamente affascinante, straordinariamente curioso, e noi non ci rapportiamo più ad esso come a una realtà ordinaria, ma con uno stato di consapevolezza elevato. Mantenere una coscienza così luminosa, chiara, con la comprensione della sua irrealtà, è l’approccio corretto nella sankalpa Sogno.
Ci sono altri problemi: quando una persona pratica la sankalpa Sogno, comincia a sentire di perdersi nell’esperienza dell’illusorietà e di perdere il contatto con la realtà. Qui bisogna essere molto vigili, e l’adeguatezza del sogno deve conservarsi non meno che nel mondo fisico, perché anche se vi rendete conto che questo è un sogno, ma sta arrivando un camion, non potete dire: questo è un camion, è un sogno.
Il riconoscimento dell’illusorietà dell’universo come pratica spirituale
Il riconoscimento della vacuità, dell’illusorietà dell’Universo è sia meditazione analitica sia pratica, pratica preliminare dello yoga del corpo illusorio e dello yoga della contemplazione. Riconoscendo il mondo come un sogno, non dobbiamo perdere la nostra adeguatezza, i legami corretti, le relazioni; al contrario, tutto questo deve purificarsi. Se non riconoscessimo l’universo come un sogno, avremmo il diritto di adirarci, di manifestare egoismo, ma poiché lo riconosciamo, possiamo molto facilmente amare gli altri, perdonare, essere flessibili, distaccarci dalle emozioni negative. Al contrario, il nostro livello di adeguatezza nella percezione dell’universo non fa che aumentare: smettiamo di preoccuparci per qualsiasi cosa, e questo ci dà la capacità di essere molto flessibili, molto adeguati e chiari.
Riconoscendo l’illusorietà dell’universo, tuttavia, bisogna comprendere: esso, questo universo onirico, agisce secondo determinate leggi, e noi siamo parte di queste leggi, e finché non siamo liberati, siamo comunque responsabili di queste leggi. È come in un sogno: anche quando agite in un sogno lucido e ricordate che tutto questo è un sogno, tuttavia capite che il sogno è strutturato in modo tale che non siete completamente liberi in esso, che lì ci sono certe energie che possono influenzarvi.
Un monaco piuttosto avanzato una volta si lamentò con me, dicendo: «Guru, posso essere consapevole in sogno, ricordare pienamente me stesso mentre i sogni durano, ma a volte capito in ambiti in cui sono consapevole, ma non posso fare nulla; il sogno avviene al di là della mia volontà, io sono soltanto consapevole, ma ciò che accade non posso controllarlo, non posso cambiarlo. Una volta sono finito nel mondo dei preta, nel mondo degli spiriti affamati, mi hanno fatto sedere a forza a tavola e hanno cominciato a offrirmi panini contro la mia volontà, semplicemente a ficcarmeli dentro». Così tornava qualche merito, cioè di solito agli spiriti affamati viene tolto tutto, mentre il monaco aveva meriti sufficienti. Diceva: «Non posso fare nulla, non controllo, sono consapevole di tutto, capisco che è un’illusione, ma l’energia è più forte di me».
I limiti della consapevolezza e lo status di Ishvara
Allo stesso modo, quando nel mondo materiale siamo sufficientemente consapevoli e risvegliati, e consideriamo il mondo come un’illusione onirica, tuttavia la nostra consapevolezza non ci permette di governare questa realtà, perché non siamo ancora shaktiman, perché a governare questa realtà può essere colui che possiede lo status di Ishvara, colui che ha creato questo universo.
Un giorno Nim Karoli Baba aveva una sua discepola devota, e a volte amava scherzare con i discepoli. A una qualche mataji europea, che aveva un naso lungo, lui le afferrava continuamente il naso e glielo torceva così. Lei disse: «Baba, se puoi cambiare questo naso, allora è meglio che tu lo cambi, oppure non toccarlo». Lui, ridendo, disse: «Solo colui che lo ha creato può cambiarlo» — cioè solo Ishvara.
Diventare Ishvara significa diventare uno shaktiman in questo universo onirico, cioè solo Ishvara, ossia il creatore dell’universo, ha il pieno controllo sull’universo. Noi siamo sue parti, non possediamo ancora il pieno controllo, nonostante la nostra coscienza sia identica a Ishvara. Ma come jiva siamo notevolmente inferiori in forza a Ishvara, perché Ishvara possiede aishvarya (onnipotenza divina), sarva-jnana (onniscienza), vyapakatva (onnipervasività), svatantriya (libertà di volontà), nityatva (eternità) e purnatva (integrità divina).
Noi, come jiva, condividiamo una parte del sogno di Ishvara, ci troviamo nel suo sogno, ma non possediamo questi poteri di Ishvara. Ci muoviamo verso il diventare Ishvara.
Il comportamento corretto nella pratica della sankalpa Sogno
Questo va tenuto presente quando pratichiamo la sankalpa Sogno, affinché non abbiamo un comportamento irresponsabile, perché se per lungo tempo, soprattutto in solitudine, praticate la sankalpa Sogno, può sorgere in voi uno stato d’animo molto allegro: «Ah ah, tutto questo è un sogno, che meraviglia, ora sono già quasi libero, probabilmente sono un Buddha, vedo tutto il mondo come un’illusione, come un sogno». Ma queste intuizioni temporanee non dovrebbero essere scambiate per una qualche realizzazione, perché il samsara, in questi casi, può rimetterci rapidamente al nostro posto.

Invece, mantenendo lo stato di consapevolezza, bisogna tenere conto dei principi e delle leggi di questo mondo; per questo esiste una sezione dell’insegnamento chiamata comportamento, dove dobbiamo comprendere come un sadhu debba comportarsi a un determinato livello, in un determinato status. Naturalmente, tutti vorrebbero comportarsi in modo assolutamente libero, tutti vorrebbero unire subito visione e comportamento, tutti vorrebbero comportarsi come Avadhuta Dattatreya — spontaneamente, naturalmente e al di là di ogni limite immaginabile e inimmaginabile.
Ma non funzionerà. Cioè, nell’anima possiamo avere una visione libera, assolutamente libera; nell’anima dobbiamo considerarci completamente liberi, cioè la visione non deve avere alcuna limitazione. Ma nella vita relativa bisogna continuamente tenere conto delle leggi del samsara, delle leggi del karma; per questo esistono nove tipi di comportamento tantrico.
Non iniziamo dal comportamento del cane-maiale o dal comportamento del leone. Iniziamo dal comportamento dell’ape, poi dal comportamento della colomba, poi dal comportamento del cervo, poi da quello del muto, del folle, del leone, e solo dopo passiamo al cane-maiale. Ci sono diverse persone che amano praticare il tantrismo e che, senza aver percorso il cammino del muto o del cervo, dicono subito: «Io sono già oltre, io pratico già il cane-maiale» — non è affatto semplice tutto questo. Ci sono quattordici voti di samaya, che ci indicano come educare le relazioni interiori nel comportamento.
Esiste una distinzione tra la visione e il comportamento delle due verità, e perciò non mescoliamo mai visione e comportamento; cioè mescolare visione e comportamento significa mettersi in una posizione sciocca, cioè non tenere conto della realtà relativa. E che cosa facciamo? Introduciamo gradualmente la visione nel comportamento, molto gradualmente; per questo esiste il detto: «Anche se la tua mente è sconfinata come il cielo, che il tuo comportamento sia accurato, ponderato». «Anche se la tua mente è come quella di un Buddha, comportati come una persona comune» — ci sono molte istruzioni di questo genere.
Tuttavia, è giusto aspirare a unire gradualmente la visione con il comportamento, ma ciò deve avvenire gradualmente; e che cosa significa gradualmente? Significa in equilibrio (in samyoga) — significa che da nessuna parte viene infranto l’equilibrio della proporzione dell’energia, non abbandoniamo l’equilibrio. Coltivare in sé il senso dell’equilibrio (samyoga) è una grande arte per un sadhu.
L’insegnamento sulla mente come creatrice del mondo
In questa coscienza la creazione si manifesta come in un sogno. Perciò reale è soltanto ciò in cui essa si manifesta: l’infinito nulla. Tu vedi il mondo perché gli occhi (o altri organi di senso) percepiscono il mondo; allo stesso modo, se pensi o credi, o sai, che il mondo esiste, ciò accade solo perché la tua mente pensa così. La mente ha creato questo corpo per abitarvi essa stessa. Tutte le forze proprie della mente, mediante le quali viene creato questo mondo, si trovano nella coscienza infinita; perciò i saggi proclamano che la mente è onnipotente. Tutte queste divinità, demoni e persone sono stati chiamati alla vita dalla mente; quando la mente non si attiene più a tali concetti, essi cessano di esistere, come una lampada si spegne senza olio.
Dunque, ci sono due principali difficoltà: l’eternalismo e il nichilismo. Eternalismo significa vedere il mondo come reale, separato da sé, e perpetuarlo, credendo che esista di per sé. Nichilismo significa negare la legge del karma, negare il mondo come energia e il suo influsso su di sé, e non tenerne conto. Quando siamo liberi dall’eternalismo e dal nichilismo, procediamo nel mezzo, per la via mediana, che si chiama la via dei siddha.
Un altro aspetto dell’illusorietà del mondo è che esso viene creato dalla mente; vige questa regola: diventiamo ciò che pensiamo di essere, ciò a cui pensi, quello diventi; ovunque e qualunque cosa la coscienza concepisca, quella si manifesta. Riflettendo a lungo su questo, gradualmente arriviamo all’insegnamento chiamato sankalpa-vidya. Sankalpa-vidya significa la capacità di modificare la realtà con la forza dell’intenzione.

Per noi la sankalpa-vidya consiste nel trasformare la nostra propria realtà in una più pura, nel divinizzarla, nell’acquisire il corpo e la mente illuminata di una divinità. Non cerchiamo di sforzarci troppo per ottenere con la forza dell’intenzione beni materiali, un qualche successo o poteri magici, sebbene anche questo sia possibile.
L’adorazione delle divinità del Sanatana Dharma è sempre possibile in due varianti: nella variante teurgica, quando l’adorazione avviene per la grazia della divinità, per la sua saggezza illuminata, per la divinità stessa; e nella variante taumaturgica, quando l’adorazione e l’invocazione, la venerazione avvengono per il raggiungimento di scopi, scopi mondani o altri: questa è taumaturgia. La taumaturgia è magia, è: «Dio, fa’ come voglio io», mentre la teurgia è: «Dio, mandami la grazia affinché io diventi più saggio».
Analisi degli attaccamenti agli oggetti
L’uomo saggio sa che tutti gli oggetti nel mondo sono irreali e non li considera qualcosa a cui valga la pena aspirare. Chi rincorre gli oggetti creati dalla mente giunge senza dubbio alla sofferenza. Questo mondo apparente si è incarnato a causa del desiderio, e cessa di esistere solo con la cessazione dei desideri.

Qui bisogna analizzare quali oggetti la mia mente stia inseguendo in questo momento, se li stia inseguendo in generale; e il livello più grossolano è la corsa dietro agli oggetti esterni. Per esempio, desideriamo acquisire qualcosa nel mondo materiale o ottenere il favore di una persona, oppure raggiungere qualcosa nel mondo materiale, e questo ci occupa fortemente.
Se abbiamo sufficiente vairagya (non attaccamento), saggezza, allora non rincorriamo gli oggetti del mondo materiale; allora arriva il turno degli oggetti del mondo interiore. Accade che una persona non sia affatto attaccata alle cose materiali, a nulla di simile, ma possa essere attaccata al proprio account su un social network. Tutta la sua proprietà, tutta la sua ricchezza non sono beni materiali, ma virtuali: il suo blog, la sua creatività, dove registra il violino e conserva con cura mucchi di dischi, considerandoli il proprio capitale interiore. Tutti questi sono sottili attaccamenti interiori a oggetti interiori, a varie capacità, tendenze, tendenze mondane della mente; tutto questo è una corsa dietro a diversi oggetti. Anche questi sono oggetti, sebbene sottilmente materiali, come certe conoscenze nel mondo sottile.
Ho incontrato persone diverse; uno diceva: «Ecco, sono amico di uno spirito, ho il mio piccolo folletto domestico, non posso vivere senza di lui», e mostrava chi andava a trovarlo, come apriva la porta, faceva rumore e così via.
Dobbiamo analizzare verso quali oggetti tende la nostra mente, verso quali oggetti esterni o interni abbiamo attaccamento, qual è la sua causa, quando è nato, forse cause molto lontane. Tali oggetti possono essere anche i vostri ricordi, cioè moltissime persone traggono energia dal passato, vivono di ricordi passati, si nutrono di questa energia, oppure di speranze. Molte persone vivono di speranze, che possono essere del tutto irrealizzabili, ma possono nutrirsi di queste speranze. Esiste persino una frase: «La speranza nutre i giovani», — ci sono persino persone che non sono giovani, ma vivono di chimere, di miraggi, immaginano qualcosa e riscaldano quel qualcosa.
Dobbiamo individuare con cura dove abbiamo attaccamento a oggetti esterni o interni, dove condurrà se lo svilupperemo, qual è la sua causa. Quando lo analizzeremo, scopriremo che la sua causa è l’ignoranza, la mancata comprensione dell’essenza vuota di questi oggetti, la mancata comprensione dell’essenza vuota dell’«io», e vuota non significa non-essere: vuoto significa divino, assoluto e al tempo stesso non reale, e la mancata comprensione dei legami, delle relazioni con questi oggetti; e le conseguenze a cui conduce possono essere diverse.
Il cammino verso la liberazione dagli attaccamenti
L’analisi di tali attaccamenti deve portare al sorgere della vairagya, quando vogliamo dire: «Non darò più alcun potere sulla mia mente, sulla mia anima, a nessun oggetto; darò la mia anima in potere solo a Dio». Dare l’anima in potere a Dio significa dimorare nella percezione viva della realtà divina, nella consapevolezza simile al cielo, nella pura chiarezza luminosa, nell’esperienza della vacuità onnicomprensiva, inseparabile dall’energia.
È uno stato di consapevolezza senza alcun concetto, senza fissazioni, senza visualizzazioni, ricordi, paure, speranze, concetti, senza attribuire un’esistenza propria a qualsiasi cosa. È lo stato più ampio, più spalancato, più libero e più sottile, lo stato dal quale è possibile l’esperienza dell’unità con Dio. È proprio ciò che viene chiamato jnana-drishti, la visione dell’advaita, il punto di vista, la visione del mondo dei siddha.
La jnana-drishti, quando ci abituiamo a essa e la sosteniamo costantemente, si trasforma dolcemente in contemplazione, nel nostro stato naturale (nella sahaja), e la sahaja, quando penetra in tutti gli aspetti quotidiani, nelle azioni, diventa il nostro comportamento. Così le tre dimensioni si uniscono, e allora la nostra visione si trasforma in jnana-deha, cioè dalla visione nasce il nostro corpo di saggezza; dall’unità della visione della nostra mente nasce il prana-deha (il corpo nella forma di una divinità). Dall’unità della visione, della contemplazione e del nostro corpo fisico nasce il siddha-deha (la capacità di manifestarsi senza ostacoli in qualsiasi dimensione materiale del samsara o di altri mondi).


