Mente vigile: la differenza tra sonno, samadhi e autorealizzazione
03.09.2026
0 мин. чтения
0
Condividi
copia
cerca
aggiungi
condividi
Commento al testo «Tripura Rahasya», capitolo 16, «Sulla coscienza, sul dominio della mente e sul sonno», continuazione del dialogo tra il re Janaka e Ashtavakra.
«Forse che un pezzo di legno, davanti al quale si trova un unico oggetto mentre tutti gli altri sono stati eliminati, riflette l’oggetto semplicemente perché tutti gli altri sono stati eliminati? Il riflesso può prodursi soltanto su una superficie riflettente».
Qui Janaka afferma che eliminare la percezione degli oggetti esterni non è sufficiente: deve esistere la prajna, ossia l’attività conoscitiva. Il pezzo di legno simboleggia qui l’assenza di attività conoscitiva. La prajna è la nostra coscienza discernente; si può dire che sia la capacità del manas di percepire la luce della buddhi e di fondersi con essa, nonché la capacità della buddhi di percepire la luce dell’Atman. Quando queste tre facoltà si fondono in una, nasce l’attività conoscitiva della coscienza, che conduce alla realizzazione.
Finché il manas è grossolano, non coglie la luce della buddhi; la sua attività conoscitiva è molto primitiva e opera secondo la modalità dell’accettazione e del rifiuto, valutando in termini di «male – bene», «sì – no», «mi piace – non mi piace».
Quando pratichiamo la contemplazione, attiviamo la buddhi, che è connessa alla volontà, al tapas, alla dedizione, alla contemplazione e allo spazio; allora il manas comincia gradualmente a percepire al di sopra di sé una coscienza intuitiva più elevata e a nutrirsi della sua luce. La buddhi è la fonte di tutto ciò che vi è di creativo nell’essere umano; grazie alla buddhi, l’uomo prende decisioni e costruisce un sistema di valori. Se una persona non ha uno scopo chiaro nella vita e i suoi valori non sono ben definiti, si dice che la sua buddhi non è sviluppata.
Per esempio, se chiedete a qualcuno: «Qual è lo scopo della tua vita?» e questi riflette a lungo prima di rispondere, significa che la sua buddhi non è sviluppata. Al contrario, se una persona possiede una mente filosofica e distingue profondamente la verità dai falsi valori, è evidente che la sua buddhi funziona bene.
Ma la buddhi stessa (l’intelletto intuitivo) è soltanto un riflesso del vero «Io». Quando la buddhi si purifica grazie alla contemplazione, comincia a percepire l’immensa profondità che si trova dietro la coscienza intuitiva. Questo è il processo di purificazione della mente. È straordinariamente sottile ed è molto importante attraversarlo senza commettere errori, poiché il vostro futuro dipende persino da dettagli apparentemente insignificanti. Comprendendo e realizzando correttamente qualcosa, potete percorrere il cammino spirituale in breve tempo; comprendendo invece qualcosa in modo errato, potete sprecare invano venti o persino trent’anni.
La storia del rishi Satya e di sua moglie
Il rishi Satya aveva una moglie di nome Pushkaradharini. Viveva nella foresta ed era noto per nutrirsi di radici e spighe. Sua moglie lo serviva, ma lo faceva semplicemente perché quello era il suo dovere. Sapeva che Satya era un potente saggio e pensava che, se lo avesse servito male, egli avrebbe potuto maledirla. Non si trattava dunque di dedizione, ma semplicemente del senso del dovere (secondo le regole del varnashrama-dharma, un rishi o un brahmano nello stadio del vanaprastha si ritirava in solitudine insieme alla moglie, che lo serviva, mentre egli non le prestava alcuna attenzione e meditava).
Un altro rishi, un altro santo, se ne accorse e decise di cambiare quella situazione, ossia di aiutare Satya e sua moglie. Entrò nel corpo di un cervo e, presentandosi a lui in quella forma, disse:
– Offrimi ora in sacrificio sul fuoco sacrificale: acquisirai grandi meriti.
Satya, essendo un uomo giusto, disse:
– Io non uccido i miei vicini, e tu, cervo, sei mio vicino.
Il cervo insistette:
– Allora mi avvicinerò da solo e mi getterò nel fuoco sacrificale: desidero tanto raggiungere i cieli.
In realtà, quel santo aveva deciso di mettere alla prova la forza dell’ahimsa di Satya e di spezzare il suo tapas per impadronirsi dei suoi meriti.
Il rishi disse:
– Sono incline all’ahimsa e non la violerò.
Allora quel cervo penetrò magicamente nella mente del rishi Satya e gli mostrò le dimore celesti degli dèi, i loro svaghi, i piaceri dei gandharva, delle apsara e dei vidyadhara, e disse:
– Vedi quale sorte ti attende se mi offrirai al fuoco sacrificale? Offri la mia carne al fuoco sacrificale e acquisirai tutto questo merito.
In quel momento Satya perse la consapevolezza. In lui sorsero l’avidità e il desiderio di ottenere il merito derivante da quel rituale, per acquisire le ricchezze e le delizie dei mondi dei rishi, dei mahatma e dei gandharva che gli erano stati mostrati. Disse:
– Bene, ti offrirò al fuoco sacrificale.
Non appena Satya sollevò la mannaia, la cerva scomparve e apparve quel rishi, che disse:
– Vedi, tutti i tuoi meriti sono stati distrutti da un solo stato di coscienza ottenebrata.
Quando Satya vide di aver perso tutto il tapas accumulato a causa dell’errore commesso, ne fu profondamente addolorato, ma alla fine ciò si rivelò benefico per lui, perché, servendosi di quella situazione, il santo rishi diede a lui e a sua moglie istruzioni su come organizzare correttamente la propria vita. Allora anche la moglie cominciò a praticare il tapas, la mortificazione della carne e l’ascesi, e si rivolse consapevolmente al dharma, mentre Satya compì nuovi progressi nella sua pratica.
Sulla mente vigile e consapevole
«Il riflesso può aver luogo soltanto su una superficie riflettente, non su qualsiasi superficie. Analogamente, l’autorealizzazione può aver luogo soltanto in presenza di una mente vigile e consapevole, non di una mente ottusa o stordita».
Queste parole andrebbero incise su una tavoletta d’oro e appese in un luogo ben visibile. Una mente vigile e consapevole crea chiarezza, e la chiarezza trasforma il mondo intero in una visione pura. Quando la mente è vigile, il mondo diventa un mandala: una realtà pura e governabile. Quando la mente è ottusa e ottenebrata a causa delle distrazioni, dei klesha e dei karma, tutto appare diverso; perciò la vita del monaco è una lotta incessante per mantenere una mente vigile e pura e per evitare l’ottusità.
Se il monaco non vince dentro di sé la pigrizia, la sonnolenza, il tamas, i cattivi pensieri e la tendenza alla critica e alla maldicenza mediante la viveka (la saggezza discriminante), non riuscirà a conseguire la liberazione. A tal fine occorre utilizzare ogni mezzo possibile: la conoscenza della filosofia, i metodi di autoliberazione, il controllo dei prana, il recidere l’egoismo, la vigilanza, il metodo di mantenimento della presenza chiamato «catena di ferro», nel quale lo yogin si esercita a rimanere consapevole senza badare ad alcun ostacolo, proprio come una bestia feroce viene incatenata con una catena di ferro e quindi non può fuggire da nessuna parte.
Dopo che il monaco ha vinto la battaglia contro l’ottusità, l’inconsapevolezza e i klesha, e in lui comincia a risplendere il fuoco della consapevolezza interiore, egli è degno di ricevere la grazia della Fonte Suprema, la discesa dell’Anugraha. Prima di allora la discesa dell’Anugraha non può avvenire e, anche se avviene, sarà frammentaria e parziale, poiché la forza illuminante discendente possiede una natura luminosa molto sottile ed è legata principalmente alla buddhi (si può dire che la forza discendente sia il flusso dell’Atman proveniente dalla buddhi). Ma se la buddhi di una persona non è attivata, la forza discendente non è in grado di radicarsi nella sua coscienza.
«I neonati non possiedono alcuna autorealizzazione a causa dell’assenza di vigilanza, o consapevolezza. Inoltre, esamina ulteriormente l’analogia con uno specchio ricoperto di resina. La resina può impedire di vedere le immagini, ma ciò non influisce sulla qualità dello specchio, poiché il rivestimento stesso di resina deve comunque riflettersi sul lato interno dello specchio (tra la resina e lo specchio). Allo stesso modo, la mente, sebbene distaccata dai sogni e dalla veglia, rimane ancora in balia del sonno oscuro e non è libera dalle qualità. Ciò diventa evidente quando, al risveglio, ci si ricorda dell’oscura ignoranza del sonno».
Vi sono momenti in cui riusciamo a distaccare la mente dagli oggetti esterni. Per esempio, durante la meditazione, dopo aver arrestato i pensieri, ci troviamo seduti davanti a uno schermo buio. Ma lo stare seduti con una certa consapevolezza all’interno dello schermo buio deve trasformarsi in qualcosa di più. Tuttavia, come trasformare il semplice dimorare nel mahashanti nella luce radiosa del samadhi? Qui è necessaria una vigilanza simile a quella con cui si incatena una bestia feroce; soltanto grazie a tale vigilanza si sviluppa un’attività conoscitiva capace di cogliere la luce della buddhi e penetrare nell’Atman. Se invece lo yogin consente alla mente di divenire vaga o agitata, la vigilanza non sorge. La meditazione eseguita correttamente è sempre tapas. E quando pratichiamo il mahashanti, è necessario seguire questa strategia: meglio quindici minuti di autentica meditazione che due ore di vaghezza.
La differenza tra sonno e samadhi
«Ora ti parlerò della differenza tra sonno e samadhi. Ascolta attentamente. Esistono due stati della mente: illuminazione ed esame. Il primo stato è il contatto della mente con gli oggetti esterni, quando essa li nota, mentre il secondo è la riflessione sull’oggetto visto. L’illuminazione non è condizionata né determinata dai limiti degli oggetti; la riflessione è condizionata e determinata dai limiti relativi agli oggetti percepiti, e costituisce la fase che precede la loro chiara definizione. Nello stadio preliminare della semplice illuminazione non si rileva alcuna distinzione. La cosa stessa non è ancora definita, perciò si ritiene che l’illuminazione sia incondizionata».
Che cos’è la funzione della mente chiamata «illuminazione»? È simile al modo in cui, immersi in una profonda contemplazione e praticando, per esempio, la shambhavi mudra, percepite la realtà: non vi sono valutazioni né giudizi, la cosa non è ancora definita e le etichette concettuali non l’hanno ancora avvolta. Percepite la realtà in modo vivo, luminoso, chiaro, vigile e diretto. Tra voi e la realtà nasce un gioco, una danza, una sorta di unità. Non attribuite alle cose valutazioni o definizioni, poiché la mente concettuale non ha alcun potere; sperimentate l’essenza stessa della cosa. Questa è l’illuminazione.
Una volta, mentre Lao Tzu passeggiava di sera con il suo discepolo, questi esclamò guardando un bel tramonto:
– Che tramonto!
Lao Tzu gli rispose:
– Parli troppo. La prossima volta andrò a passeggiare da solo.
Lao Tzu si trovava nell’integrazione, nello stato di illuminazione, mentre il discepolo si trovava in un altro stadio: quello dell’esame.
Lo stadio dell’esame si verifica quando, invece di vedere direttamente le cose, le percepiamo attraverso il manas (la mente superficiale), apponiamo etichette alle cose e creiamo limitazioni. A quel punto non abbiamo più a che fare con la realtà né con l’energia, ma soltanto con le loro impronte mentali: questo è l’esame. In altre parole, non entriamo in contatto con la cosa, ma con un’immagine che è soltanto un riflesso della cosa; questa immagine si trova nella nostra coscienza e noi la esaminiamo.
Dimorare nelle valutazioni e nei giudizi significa non essere in contatto con il mondo autentico. Si può dire che sia proprio quel velo di avidya (ignoranza) che ci impedisce di percepire autenticamente la realtà. Il fatto è che, a causa di tali valutazioni derivanti dall’esame, interpretiamo erroneamente la realtà.
Per esempio, quando vediamo una persona in profonda contemplazione, essa non è soltanto una persona: è anche le divinità illuminate nei suoi canali, le divinità irate, il corpo astrale, il corpo causale e lo spazio sconfinato dell’Atman. Le sue azioni sono multidimensionali: comprendono azioni ordinarie, ignoranza, lila e il gioco illuminato dell’Assoluto. Tutto questo è presente contemporaneamente e possiamo percepirlo direttamente attraverso la comprensione che nasce dalla nostra contemplazione.
Ma se formuliamo delle valutazioni, allora per noi si tratta semplicemente di una persona, di questo o quel novizio o monaco; le sue azioni sono prevedibili e rientrano perfettamente nei confini della nostra visione. In realtà, però, non sappiamo nulla di quella persona: ne creiamo soltanto un’etichetta. Così non entriamo in contatto con la persona reale, bensì con l’etichetta creata nella nostra coscienza. Questa etichetta è un nostro prodotto, non è affatto la persona stessa; e poiché nei nostri giudizi vi è molta dualità o visione impura, possiamo di conseguenza proiettare su questa etichetta moltissime di queste cose. Alla fine, ciò che la persona è realmente, la sua essenza divina, viene ignorato; non vediamo né il suo potenziale né le sue capacità, non riusciamo nemmeno a entrare in contatto con lei e comunichiamo invece con un’etichetta che abbiamo inventato noi stessi. È ciò che accade alla maggior parte delle persone, ed è per questo che nel mondo vi è tanta disarmonia.
«La cosa diventa definita in un secondo momento, e allora si dice che è in un modo o nell’altro. Questa è la percezione della cosa dopo la riflessione. La riflessione, a sua volta, è di due tipi: una è l’esperienza effettiva, detta “fresca”, mentre l’altra è la riflessione su questa prima esperienza, ed è chiamata memoria. La mente funziona sempre in questi due modi».
L’esperienza effettiva si ha quando riflettete nel momento stesso della percezione, perciò viene chiamata “fresca”. Per esempio, vedo un cane e proprio in quel momento rifletto sul suo comportamento. L’esperienza successiva si ha quando non vedo più il cane, ma mi limito a ricordarlo.
«Al sonno profondo senza sogni è propria soltanto l’illuminazione del sonno, e l’esperienza prosegue ininterrottamente per un certo periodo di tempo, mentre allo stato di veglia è propria la riflessione, continuamente interrotta dai pensieri, e perciò non si può dire che esso sia inconsapevolezza (oblio)».
Dunque, l’illuminazione è normalmente propria del sonno senza sogni, tuttavia l’autentica illuminazione è propria soltanto di coloro che sono capaci di rimanere consapevoli durante il sonno senza sogni. Per gli altri, invece, accade quanto segue: l’illuminazione viene attuata dall’Atman e dalla buddhi, ma durante il sogno il manas non è in grado di unirsi a essa, e pertanto non vi è consapevolezza.
«Il sonno profondo è uno stato di oblio e, sebbene consista unicamente nell’illuminazione, è tuttavia considerato ignoranza, per la stessa ragione per cui la luce, pur essendo splendente, è considerata inanimata. Questa conclusione è riconosciuta anche dai saggi. Il sonno profondo, nato per primo dalla trascendentalità, è chiamato anche non manifestato, distacco o grande vacuità».
Che cosa significa vedere Dio, meditare su Dio, dimorare in Dio, essere nello stato di sahaja-sthiti? Significa trovarsi nell’illuminazione durante lo stato di veglia, ossia essere, nello stato di veglia, nella stessa condizione del sonno senza sogni. In altre parole, il santo, pur essendo sveglio, è come se dormisse profondamente. Per esempio, a un maestro spirituale fu eseguito un elettroencefalogramma, che mostrò lo stato di sonno senza sogni, benché egli fosse sveglio.
E anche se alla periferia si verificano determinati atti e operazioni mentali e vengono apparentemente formulati alcuni giudizi, tutti questi sono distaccati, ludici, autoliberati e non offuscano mai lo stato di splendore. Vale a dire che tale esame può assomigliare all’attività mentale di una persona comune, ma è un esame autoliberato e non intacca in alcun modo il processo dello splendore.
Sulle persone comuni, invece, l’attività mentale esercita una forte impressione, e l’esame delle cose trasforma completamente la loro coscienza. Per esempio, se una persona che non possiede l’autoliberazione legge un libro o assimila determinate informazioni, ciò può cambiare la sua opinione su qualcosa. Ma se le informazioni vengono assimilate da chi padroneggia il segreto dell’autoliberazione, esse non eserciteranno alcuna influenza su di lui, perché egli si trova su un piano radicalmente diverso. In altre parole, se siete abituati a vedere ogni cosa in modo non duale, nella visione pura, e vi dicono: «Questa persona è così e così», la vostra opinione su di lei non cambierà comunque, perché sapete che, qualunque cosa si dica di questa persona e qualunque cosa essa stessa pensi di sé, non può essere nient’altro che Brahman che gioca in un corpo.
«Lo stato di non manifestazione, o vacuità, è lo stato fondamentale della coscienza, la cui proprietà è l’assenza di qualsiasi cosa conoscibile in quanto tale».
Lo stato di vacuità è lo stato fondamentale della contemplazione. Lo sottolineo! È fondamentale, ma non finale. Molti pensano che sia lo stato finale, ma simili concezioni costituiscono un grave errore. Perché? Perché la nostra attività conoscitiva non potrà mai svilupparsi se facciamo dello stato di vacuità lo stato finale, ossia la nostra autentica contemplazione non riuscirà a unirsi alle energie. Al contrario, se facciamo dello stato di vacuità il fondamento della presenza contemplativa e lo uniamo alle energie sviluppando la flessibilità, questa sarà proprio la samarasya ricercata. E talvolta i maestri facevano deliberatamente uscire il discepolo dallo stato fondamentale di vacuità, se questi cominciava erroneamente a considerarlo lo stato finale.
Si può fare il seguente esempio. La «Hastamalaka-stotra» descrive lo stato di un santo entrato nel corpo di un ragazzo. Fin dall’infanzia, questo ragazzo non parlava con i genitori. Cominciò a parlare dopo che fu invitato da lui un brahmano, il quale gli domandò:
– Perché ti comporti così? Non parli, non sei come gli altri bambini, ti comporti in modo strano.
E il ragazzo rispose:
– Io sono l’essenza di tutti gli esseri viventi, dunque di quali figli parli? Che cosa è strano e che cosa non lo è?
All’improvviso il brahmano comprese che davanti a lui c’era un’anima santa, un sadhu. In effetti, era l’anima di un santo entrata nel corpo del ragazzo annegato.
Una storia analoga compare nel racconto di Dattatreya. Un santo si reincarnò come figlio di una coppia ed era un ragazzo che non aveva perduto la consapevolezza della sua vita passata. Era assolutamente impossibile educarlo: rifiutava il cibo dei genitori, urinava dove voleva, non rispettava alcuna norma e, quando gli dicevano qualcosa, si limitava a voltarsi e ad andarsene. I genitori pensavano che il ragazzo fosse posseduto da spiriti maligni oppure fosse pazzo. Non servivano né i mantra, né i rituali vedici di purificazione celebrati dai brahmani, né gli incantesimi sciamanici o magici.
Allora si rivolsero al re Vishnudatta, che era risvegliato. Vishnudatta comprese subito che davanti a lui, nel corpo del ragazzo, c’era un santo sadhu che aveva già raggiunto la realizzazione, e disse:
– Capisco che stai compiendo un lavoro con noi e che sei un’anima davvero grande, ma chi sei? Perché ti comporti così?
Il ragazzo gli rispose:
– Un lavoro con voi? E chi sono io? Che cos’è l’anima? Ti rendi conto di ciò che stai chiedendo? Non sono limitato né dal tempo né dallo spazio. Non puoi comprendere il mio comportamento.
Vishnudatta si rallegrò ancora di più che un’anima tanto grande si trovasse nel corpo di quel ragazzo; tuttavia, anch’egli possedeva la realizzazione e disse:
– Sei davvero un’anima molto grande, ma dimmi perché ti comporti così. Possibile che tu abbia ancora attaccamenti e paure? Hai paura, per il bene degli altri, di assoggettarti a certe limitazioni e di comportarti in modo tale che la tua condotta possa giovare a qualcuno? Infatti, se gli altri imitassero il modo in cui ti comporti ora, potrebbero impazzire o finire nei mondi inferiori. Perché, dunque, non puoi accettare determinate limitazioni nella condotta per il bene degli altri? Pensi davvero che, se ti comportassi come si conviene nella società vedica, la tua mente si ottenebrerebbe? Perché hai questa paura, quest’ultimo attaccamento?
Vishnudatta parlò al ragazzo con grande profondità, e i genitori videro che quella conversazione aveva trasformato completamente ogni cosa. In seguito il ragazzo recò un enorme beneficio agli esseri viventi, offrendo con la propria vita un esempio di pratica spirituale. Nascose il suo lato irrazionale, folle e completamente autoliberato e, per il bene degli esseri viventi, manifestò un altro aspetto della propria personalità. In altre parole, Vishnudatta lo liberò dal primitivo attaccamento al vuoto e mostrò che la coscienza della vacuità presenta molti aspetti e può essere creativa, manifestandosi in accordo con le circostanze e apportando beneficio agli altri; che la vacuità può avere un significato nascosto e un lato attivo.
Non dualità e regole
Una discepola mi chiese:
– Ma le regole e tutto il resto sono una forma di dualità.
Le dissi:
– Forse c’è semplicemente qualcosa che non comprendi? Io, per esempio, non vedo alcuna dualità. Le regole non sono forse un gioco dell’Assoluto? Perché temi tanto le regole, se dimori nella non dualità? Esiste forse qualcuno che possa esserne assoggettato? Di che cosa hai paura? Le tue domande non sono forse dualità? La domanda stessa non è forse assurda, se adottiamo il punto di vista della non dualità? Forse devi cambiare il tuo modo di vedere la non dualità e considerare tutto questo più in profondità? Forse la non dualità ha la capacità di manifestarsi in molteplici modi, recando beneficio a una moltitudine di esseri viventi, e la flessibilità consiste nel manifestare questa non dualità in base alle circostanze?
Il Dharma è molto più complesso di quanto pensiamo, e la mente dei santi è molto più profonda di quanto immaginiamo; tuttavia, può rivelarsi non immediatamente, bensì man mano che cresce la nostra comprensione. A volte gli dèi possono giocare con gli esseri umani, celando la propria identità.
Tecnica dello stato intermedio
«Il sonno profondo è ciò che rende nota (o illumina) questa assenza. Anche nello stato di veglia, nel momento iniziale in cui viene percepito un nuovo oggetto, la mente dimora in questo stato (vale a dire, è libera dalle sovrastrutture mentali)».
Qui si parla di una tecnica molto importante, descritta nel «Vijnana Bhairava Tantra» e in alcune altre fonti. Si afferma che è possibile conoscere questo stato di luminosità ed entrare nel sonno profondo da svegli, durante lo stato di veglia. Questo è il momento della percezione iniziale di un nuovo oggetto. In altre parole, quando distogliamo la mente da un oggetto e passiamo a un altro, si crea uno stato intermedio di indeterminatezza. Esso sorge nel momento in cui la percezione si è già staccata dal vecchio oggetto, ma non è ancora passata a quello nuovo. Se riuscite a riconoscere questo stato di indeterminatezza e a unirvi a esso, potete accedere a questa esperienza di luminosità, sperimentare la libertà dalle valutazioni mentali e, sviluppando tale stato, entrare in una presenza profonda.
Per esempio, quando il bhajan mandala è già terminato, ma non siete ancora usciti, vi è uno stato di indeterminatezza; se entrate in questo stato intermedio di indeterminatezza e ne diventate pienamente consapevoli, potete avere un potente «assaggio» della presenza. Oppure, quando vi coricate, ma non vi siete ancora addormentati, vi è uno stato di transizione. Oppure quando vi siete seduti, ma non avete ancora iniziato a ricevere il prasad. Quando la mente si è staccata da uno stato, ma non è ancora entrata in un altro, è simile a un bruco che passa da una foglia all’altra, ma che, per un istante, non si trova completamente né sull’una né sull’altra.
Samadhi
Vigilanza
Atman
Buddhi
Prajna
Avidya
Tripura Rahasya
Manas
Autore Гуру
Letto 16 volte
Articoli
Vidya AI
Cerca
Lezioni
4 novembre 2026 г.
Mantra del giorno
ОМ СИДДХАЙА НАМАХ ОМ Совершенному – поклонение!
Tempi propizi(Rome)
Brahma Muhurta:
04:55 - 05:50
Abhijit Muhurta:
11:33 - 12:14
Sayam Sandhya:
16:41 - 17:23
Mokshada Ekadashi (6 novembre)
Ekadashi della liberazione. Aiuta a raggiungere l'illuminazione spirituale.