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Il gioco divino: la natura della coscienza del saggio illuminato

20.06.2026
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Il gioco divino: la natura della coscienza del saggio illuminato

Commento al testo «Ashtavakra-gita». Istruzioni di Ashtavakra al re Janaka.

Ashtavakra disse:

Senza dubbio, colui che è autocosciente, giocando nella vita mondana, non è in alcun modo simile agli stupidi asini di questo mondo.

In verità, colui che è concentrato nello yoga mistico non prova alcuna agitazione, essendosi stabilito in questo stato, benché tutti gli dèi, a cominciare da Indra, si struggano e si rattristino.

Ashtavakra dice che colui che ha realizzato la non-dualità non si trova nello stato della vita ordinaria, ma nello stato del gioco. Lo stato del gioco è molto diverso dallo stato della visione ordinaria, condizionata. Lo stato della visione condizionata è simile alla visione di uno stupido asino. Così dice Ashtavakra. Lo stato della divinità, lo stato della consapevolezza dell’unità con la Sorgente, è simile al librarsi nello spazio, simile alla danza della divinità. E questi due stati sono incomparabili.

Molte persone chiedevano a Ramana Maharshi: «Il jnani fa questo e quello». E Ramana Maharshi diceva: «Siete voi a vederla così. Il jnani non fa nulla». Essi chiedono di nuovo: «Il jnani parla, dà istruzioni, si prende cura di noi». Egli diceva così: «Anche la radio parla e canta. Ma se guardate dentro la radio, non vi vedrete nessuno».

Allo stesso modo, lo stato del jnani che ha realizzato l’unità con la Sorgente, interiormente, è un vuoto completo. È privo di essenza, non sostanziale. Tuttavia altre persone, vedendo le sue azioni, possono essere tratte in inganno, pensando che la sua coscienza funzioni in modo analogo.

Lo stato del gioco dell’illuminato

Il jnani si trova continuamente nello stato del gioco. Per lui non esistono quei concetti in cui è impigliata la comune mente umana: bene-male, puro-impuro, giusto-sbagliato, buono-cattivo, verità-menzogna, passato-futuro. Per lui queste cose sono ridicole. Non condivide la stupidità umana su nessun punto. Si può dire che non è d’accordo con nulla, con nessuna parola dell’uomo comune, ma non lo mostra. Non è che si trovi in una qualche aggressività, pronto a discutere o a combattere. Al contrario, può benissimo irradiare amore o compassione. Ma non è d’accordo nella sostanza, nella cosa più importante, nella cosa essenziale, perché sa che nel mondo non c’è il cattivo, ma c’è ciò che all’uomo non piace; non c’è il buono, ma c’è ciò che gli piace; non c’è questo o quello, ma ci sono diversi tipi di percezione.

Visione equanime oltre le coppie di opposti

E quando il jnani si trova nello stato di unità con la Sorgente, tutto ciò che gli resta da fare nella manifestazione è giocare. Giocare significa stabilire relazioni completamente diverse con la realtà, con il mondo, con se stesso, con i propri pensieri, con la propria percezione, con gli altri esseri. Sono relazioni molto sottili, molto eleganti, molto profonde, fondate sulla visione della non-dualità. Non si fondano né sulla legge del karma né sulle concezioni umane. Nello stato del gioco è impensabile condividere qualunque concezione umana, perché lo stato del gioco è la visione degli esseri divini, dei figli degli dèi completamente risvegliati, dei figli del cielo.

Una volta, una persona della cerchia ristretta di Neem Karoli Baba lasciò il corpo. Altre persone ne furono molto addolorate. Vennero e chiesero a Neem Karoli Baba: «Probabilmente siete così rattristato da questo!» E Neem Karoli Baba rise e disse loro: «Pensate che io condivida i vostri sogni?»

Ciò significa che la vita e la morte esistono per coloro che vedono sogni. L’altro esiste per colui che vede se stesso come soggetto. Ma nell’Assoluto tutto questo è irreale. Nell’Assoluto tutto ciò che accade sono giochi dell’Assoluto. Perciò Ashtavakra si è espresso in modo così duro riguardo agli stupidi asini di questo mondo. Questo non è fatto per suscitare avversione, ma per tracciare una netta distinzione. Anche se il santo che possiede l’unità con la Sorgente gioca in questo mondo, non ne viene mai oscurato. È impensabile che la sua coscienza, anche solo per un istante, perda la visione della Sorgente ed entri nell’oscuramento.

Egli dice che non prova alcuna agitazione, essendo concentrato in un simile stato mistico, benché persino gli dèi del samsara si struggano e si rattristino. L’agitazione è un segno di ignoranza, un segno del sonno della ragione, dell’illusione. Il santo, invece, dimora in una grande gioia e in un’estasi reverente grazie all’unità con la Suprema Sorgente, perché i sogni della ragione non possono più trarlo in inganno. E benché finga di condividere i concetti umani, in realtà non li condivide, perché è fedele ad altri concetti: i concetti dell’Assoluto.

Qualcuno potrebbe pensare: «Allora questo significa che bisogna negare i concetti umani, dar loro una bella battaglia, affinché conoscano il loro posto? Forse bisogna mostrare loro in cosa consiste il vero spirito?» Anche tali pratiche sono esistite. Per esempio, nel programma di addestramento di una nota scuola di kapalika c’era un comportamento simile. Essi si atteggiavano a storpi, sordomuti, pazzi, si fasciavano le braccia fingendo di essere malati di lebbra. Andavano nelle città e nei villaggi, si comportavano come folli: balbettavano in modo sconnesso, sbuffavano, spaventavano la gente. Le persone si arrabbiavano con loro in ogni modo e li maledicevano. Grazie a questa pratica, i sadhu di questa scuola verificavano se fossero attaccati all’opinione umana su di sé, al prestigio nella società, e quanto si fossero distaccati dalla propria personalità. Ritenevano che, se le persone si arrabbiavano con loro e li maledicevano, in tal modo essi purificassero il proprio karma, cioè per loro questo era perfino molto favorevole.

Ma in realtà negare il lato umano o dichiarargli battaglia è anch’esso un estremo, solo di altro genere. Poiché nello stato naturale originario non c’è né accettazione né rifiuto, il santo che dimora nello stato naturale non nega la parte umana, non combatte contro di essa. Se uno yogin ha aperto il legame con la Sorgente Suprema e, dopo ciò, ha iniziato a negare la parte umana alla quale prima si aggrappava, questa è un’ulteriore dualità, un ulteriore estremo. Lo stato originario, invece, si trova al di là degli estremi, quando lo yogin non la nega e non la accetta. Egli semplicemente si rapporta a questa parte umana con un umorismo sconfinato, non considerandosi nel profondo dell’anima legato a essa, ma prendendovi parte per volontà del destino. Cioè si rapporta a essa così come si deve fare nella pratica del gioco.

Al di là dell’accettazione e del rifiuto del ruolo umano

Chi non riesce a rapportarsi con un umorismo sconfinato alla propria parte umana, molto probabilmente non conosce la propria Coscienza originaria. Spesso è estremamente serio quando si tratta della sua parte umana. Perciò è ancora un essere ordinario, soggetto al karma, e non uno che gioca. Lo si può ancora catturare, calpestando in qualche modo uno dei lati del suo falso ego. Ma il santo che gioca, che fin dall’inizio si rapporta alle proprie parti umane con un umorismo sconfinato, è sempre leggero e armonioso. Non è attaccato né a se stesso né agli altri, ma questo non gli impedisce di irradiare amore, gioia e compassione, di essere in armonia con gli altri. Al contrario, essendo vuoto, diventa infinitamente flessibile in qualsiasi situazione. Poiché non c’è nulla a cui attaccarsi, nulla gli impedisce di essere flessibile.

Perché spesso siamo rigidi nella comunicazione con gli altri, nei rapporti con noi stessi? Perché da qualche parte c’è una fissazione, siamo attaccati a qualcosa in noi. E se siamo attaccati a qualcosa, allora ci manca già la libertà d’azione in una qualunque situazione. L’assenza di attaccamento dona allo yogin una leggerezza straordinaria, un vuoto del cuore e una flessibilità, quando egli sa che nulla (né all’esterno né all’interno) è degno di suscitare confusione nella sua mente. Allora semplicemente si rilassa e vive spontaneamente.

Quando uno yogin ha acquisito tale coscienza, si dice che non si trovi più al livello umano, ma al livello della divinità.

Libertà dalle condizioni karmiche

Colui che sa non è toccato dalle condizioni che si manifestano in conformità alle azioni buone o cattive, così come il cielo non è toccato dal fumo, per quanto in alto esso possa salire.

Che cosa può impedire a una grande anima, che ha conosciuto questo intero mondo come la propria vita, di essere soddisfatta?

Quando uno yogin ha realizzato l’unità con la Grande Sorgente, quando ha conosciuto tutto il mondo come se stesso, quali cataclismi, quali eventi possono impedire all’anima di trovarsi in uno stato di soddisfazione? Questo è impossibile in linea di principio. Perciò egli non è mai toccato dalle condizioni che si manifestano in conformità ai karma.

I karma sono impermanenti. Per esempio, nel periodo in cui una persona ha iniziato il cammino spirituale, secondo il suo tema natale in lui era attivo l’elemento dello spazio. Il periodo legato all’elemento dello spazio dura otto anni. È un ciclo durante il quale la persona sperimenta un’ascesa e una leggerezza straordinarie, entusiasmo spirituale. Tutto gli riesce, la sua mente lavora a grande velocità. Sente che, se continuerà a procedere così, diventerà immancabilmente un grande santo. Ma trascorsi otto anni, inizia per lui il periodo dell’elemento acqua, cioè, invece del vishuddha-chakra, la sua coscienza discende nello svadhisthana-chakra. E improvvisamente sente che quell’ascesa spirituale che aveva avuto per otto anni è scomparsa da qualche parte. Sopraggiungono nuove condizioni, nuovi stati di percezione di sé, si manifestano nuovi karma. Se la sua mente non ha acquisito forza spirituale in questo tempo, allora comincia a cadere nella confusione. Sopra la sua testa si sono addensate nuove disposizioni dei pianeti, ed egli può sentire che il suo mondo non appare più lo stesso.

Esistono diverse condizioni che favoriscono l’uomo oppure no. E ciascuno è soggetto a tali condizioni. Perciò il maestro dice al discepolo principiante: «Impara la pazienza, acquisisci la volontà, non cercare di afferrare le stelle dal cielo. Impara l’elementare. Non si sa che cosa ci sia nella tua coscienza, come ti rapporterai a questo. Impara a essere costantemente equilibrato in tutto. Impara a essere sempre uguale».

Quando avete acquisito una coscienza assolutamente equilibrata, ciò significa che avete già realizzato qualcosa. C’è un detto: «Se la tua mente è immutabile, allora sei in sahaja-sthiti». Ciò significa che la vostra coscienza resterà la stessa, la vostra mente non cambierà per il fatto che facciate o meno un lungo ritiro, che «Divya Loka» sia la sangha più prospera del mondo o sia composta soltanto da tre decine di monaci, che occupiate la posizione più modesta o la più elevata, ecc. In tal caso si potrà dire che avete già un certo conseguimento.

Mente immutabile in mezzo a qualsiasi circostanza

Vera conoscenza e rinuncia

Di tutte le quattro categorie di esseri, da Brahma fino a un filo d’erba, solo l’uomo di conoscenza è capace di eliminare attrazione e avversione. Raro è l’uomo che conosce se stesso come il Signore indivisibile del mondo; nessuna paura giunge a colui che vive nella verità.

Ashtavakra disse:

Voi non siete legati da nulla. A che cosa dovrebbe rinunciare una persona pura come Voi? Distaccandovi dai problemi del corpo, potete acquietarvi. Tutto procede da Voi, come una bolla dal mare. Conoscendo voi stessi così, come l’Uno, potete essere in pace.

Più avanti Ashtavakra dice:

Sebbene tutto sia davanti agli occhi, tutto ciò è irreale. Esso esiste in voi. Tutto ciò che è esterno è simile al serpente nella corda, quindi potete dimorare nella serenità.

Rimanete uguali nel dolore e nel piacere, uguali nella speranza e nella delusione, uguali nella vita e nella morte. Allora, senza alcun difetto, potete dimorare nel samadhi.

Sembra che una simile equanimità sia qualcosa di del tutto ordinario, ma in realtà non è così.

Soma-rasa – il principio dell’unico “sapore” – presuppone la capacità dello yogin di rimanere in una coscienza equilibrata quando essa abbraccia enormi fasce di percezione. È facile rimanere in una coscienza equilibrata quando la coscienza percepisce qualcosa di insignificante: lo stesso gustoso prasada, monaci amichevoli, rigidi principi di comportamento, principi favorevoli alla pratica, un corpo forte e sano. In tali condizioni è facile mantenere una coscienza equilibrata. Tuttavia, la vera equanimità significa che la vostra mente è capace di abbracciare fasce molto ampie di percezione e, al tempo stesso, di non cambiare né in un senso né nell’altro.

Unico sapore e ampio spettro di percezione senza oscillazioni

La vostra mente sarà in grado di rimanere equilibrata se vi troverete nella massima lussuosità, nella più grande gloria, nel godimento, in raffinati divertimenti, cioè in una situazione che non avreste neppure potuto immaginare? Possono essere stati molto profondi, legati alla chiarezza, alla conoscenza, quando vi si riveleranno poteri sovrumani, capacità sovrumane. Quando vi troverete in uno stato di potere oppure quando sentirete che dietro la kurta del monaco si cela in voi una divinità che crea universi, non vi inebrierete di tutto questo? Oppure, al contrario, quando vi troverete in condizioni dure, dove il vostro potenziale creativo è bloccato, dove la vostra libertà esteriore è limitata, dove mancano le comodità elementari per il vostro corpo, tutto ciò non vi rattristerà?

Cioè, abbiamo soltanto ampliato un poco lo spettro della consapevolezza, sebbene lo si possa rendere molto più ampio. Se si sposta lo spettro della consapevolezza verso il basso, là vi saranno energie molto dure. Se lo si innalza verso l’alto, là vi saranno energie molto sottili ed elevate. E lo yogin, sperimentando tutto questo spettro sconfinato, deve conservare la propria coscienza equanime senza accettazione-rifiuto. Proprio una tale coscienza equanime si chiama soma-rasa-vidya (conoscenza dell’unico “sapore”).

Il vero saggio accoglie tutto con equanimità: anche giunto nei cieli, non ne resterà incantato; anche trovandosi in condizioni molto dure, non cadrà nello sconforto.

Per esempio, nell’inferno le condizioni sono terribili. Gli esseri viventi lì si tormentano continuamente a vicenda. I loro corpi emanano fetore. Molti di loro vivono nella sporcizia. Su di loro vengono compiute terribili torture. La loro vita trascorre più o meno così: terribili torture si alternano all’incoscienza e, quando la memoria ritorna, queste torture riprendono. Perciò desiderano moltissimo vivere nell’incoscienza, poiché l’incoscienza è l’unico periodo di tempo in cui non soffrono. Ma quando l’incoscienza scompare, l’inferno ricomincia. Non hanno né volontà, né pensieri, né sentimenti. Sono completamente impotenti, la loro coscienza è ridotta a un unico pensiero: «Come liberarsi da questo dolore selvaggio?»

La coscienza di un essere dell’inferno è molto diversa dalla coscienza dell’uomo. È molto ristretta. È più o meno una percezione di questo tipo: «Come liberarsi da questo dolore selvaggio? Come attenuarlo almeno un po’?» E tutta la vita trascorre tra l’esperienza di un dolore selvaggio, di un dolore un po’ meno intenso e dell’incoscienza. Tale è la coscienza degli esseri dell’inferno.

I discepoli di un maestro gli chiesero: «In quali cieli intendete rinascere?». Egli rispose loro così: «Prego di rinascere nell’inferno. Altrimenti, chi salverà là gli esseri viventi?» Questo significa che un santo, grazie alla forza della propria coscienza, può conservare chiarezza ed equanimità anche entrando in energie molto dure. Anche con simili esperienze egli può giocare. Può diventare lì una divinità irata e trasformare l’inferno in una visione pura, in un mandala irato. Può fare dei servitori dell’inferno i guardiani di questo mandala e le divinità della periferia. Egli stesso regnerà nel mandala irato come divinità centrale e giocherà tra le energie furiose.

Il mondo degli dèi è qualcosa di completamente diverso. È un piacere raffinato, sottile. È un flusso continuo di beatitudine, estasi e chiarezza, gioco e creatività. È un mondo in cui le tue capacità aumentano di centinaia e persino migliaia di volte. È un mondo in cui tutti i tuoi desideri si realizzano con grande rapidità. Non hai ancora fatto in tempo a pensarci, e già ti viene dato; non hai ancora fatto in tempo a sognarlo, e già lo possiedi. È un mondo in cui pensi così: «Che cos’altro dovrei immaginare, desiderare e ottenere?»

Il mondo degli dèi come flusso di beatitudine, chiarezza e creatività

Tuttavia il santo dimora al di là di simili mondi, in uno stato simile allo spazio.

Lo stato dell’accettazione universale

Sono infinito come lo spazio, il mondo è simile a un vaso. Sapere questo, e non vi è bisogno di rinunciare, accettare o cessare alcunché.

Ashtavakra dice che la questione non è nella rinuncia, ma nella comprensione. Cioè, la rinuncia è necessaria per l’apprendimento e la comprensione. Ma nello laya-yoga parliamo dell’accettazione universale come dello stadio più alto della pratica spirituale. La rinuncia è necessaria per lasciare tutto ciò che è mondano e prendere sotto controllo i klesha, per imbrigliarli e diventare un vero yogin. Tuttavia la vera rinuncia non è la negazione del mondo esterno e delle proprie energie, ma il distacco.

Il distacco è l’eliminazione della dipendenza, è la libertà da qualsiasi manifestazione nella pienezza della percezione. Perciò diciamo che lo yogin che ha ottenuto il distacco si trova al di là dell’accettazione e del rifiuto. Non è legato da alcuna manifestazione, ma non le respinge nemmeno. In lui si stabilisce un atteggiamento equanime verso tutto, perché non ha alcun giudizio o valutazione.

Lo stato dell’accettazione universale è lo stato di unità totale con tutto ciò che esiste. Lo yogin che vive nel sahaja-samadhi sente come la linfa che scorre nelle erbe e negli alberi scorra anche nel suo sangue. Sente come le innumerevoli miriadi di esseri che vivono nell’universo si muovano nel suo corpo, perché egli è uno con tutto l’Essere. Quando vede le stelle, per lui non sono esterne, ma si trovano nello spazio del suo proprio «Io». Si può dire che egli respiri in ogni polmone e batta in ogni cuore. Sembra soltanto che viva in un solo corpo. In realtà egli è il possessore di innumerevoli corpi.

Io sono simile all’oceano, la varietà delle cose alle onde. Sapere questo, e non vi è bisogno di rinunciare, accettare o cessare alcunché.

Per una persona comune l’«io» è simile a una goccia. L’«Io» dello yogin che dimora nel sahaja-samadhi è simile a un’onda o persino a un intero oceano. Lo stato della goccia è sempre uno stato di confusione, ristrettezza, attaccamento e giudizi errati. Lo stato dell’oceano è uno stato di completa non-dualità, uno stato di unità.

Dalla goccia all’oceano: l’espansione dell’io fino all’unità

Il cammino verso lo stato dell’accettazione universale

Tale unità si ottiene quando lo yogin ha coltivato in sé il distacco, la volontà, la serenità, quando si è lasciato andare ed è entrato nel non-agire, quando ricorda continuamente se stesso. Finché non ha sviluppato in sé queste qualità, non può entrare nello stato di accettazione totale.

Quando invece ha coltivato in sé la pazienza, l’abbandono di sé, una volontà illimitata e il distacco, è riuscito a lasciarsi andare e a rilassarsi, allora l’accettazione totale, l’unico «sapore» e il non-agire arrivano da soli, naturalmente. Questo è il compimento logico della pratica dello yogin.

Molti possono non comprenderlo. Molti possono associare lo yoga soltanto a un metodo, a una tecnica concreta, ma non è così. La metodologia è solo metodologia. Ma l’accettazione totale, il lasciarsi andare, il non-agire, l’unico «sapore» nascono come risultato dell’andare oltre i limiti della personalità. Questo è molto diverso dalla metodologia. È una questione di consapevolezza e di abbandono di sé.

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