common.namaste

Tecnologie divine e le 36 tattva della coscienza

03.09.2026
0 мин. чтения
0
Condividi
Tecnologie divine e le 36 tattva della coscienza

Quando facciamo pranam, dandavat, padanamaskar, namaskar, il loro significato è la sincronizzazione con la coscienza di colui al quale manifestiamo rispetto: il guru, il sadhu, la divinità o i santi. Sincronizzazione della coscienza, sintonia. Se avete un telefono e un portatile, compare la scritta: sincronizzare i dati? Se rispondete di sì e confermate, avviene la sincronizzazione e sul portatile e sul telefono ci sono gli stessi dati. Lo stesso accade se avete un guru o un ishta-devata: compare la richiesta di sincronizzare i dati. Se rispondete di sì, allora tutto ciò che possiede il Guru fluisce verso il discepolo; tutto ciò che possiede l’ishta-devata, gradualmente, non immediatamente, fluisce verso l’upasaka, l’adoratore. Il principio è lo stesso.

Il sadhu è un programmatore della realtà divina

La tradizione vedica padroneggiava elevate tecnologie spirituali e informative già molte migliaia di anni fa e non se ne è mai separata. Solo ora l’umanità si sta avvicinando a queste tecnologie dell’informazione, ma a un livello infantile. Guru yoga, upasana, bhakti yoga: sono tutti metodi di sincronizzazione con Dio. Lo stesso avviene quando leggiamo e commentiamo i testi: è una sincronizzazione con la divinità del testo. Talvolta, prima di alcuni testi, si esegue il kara-anga-nyasa, si visualizza il rishi del testo e si stabilisce con lui un contatto mentale per approfondire e ricevere la shastra-kripa. Allora la lettura del testo non è più una semplice lettura, un commento o uno studio della filosofia, bensì un contatto con la coscienza del rishi che ha scritto quel testo, dal quale scaturisce la kripa, la discesa della grazia e delle benedizioni. Anche questi sono metodi divini, sottili e informativi, per stabilire una connessione e trasmettere dati divini nel flusso della nostra coscienza. Ecco ciò di cui ci occupiamo.

Di fatto, il sadhu è uno specialista delle tecnologie divine dell’informazione, un programmatore e un esperto. A chi assomigliano i programmatori terreni che scrivono programmi informatici terreni? A un operaio con una mazza. Tanto sono sottili le tecnologie divine rispetto alle tecnologie di programmazione terrene.

Dobbiamo continuare a studiare quest’arte, perfezionare sempre più la nostra maestria ed essere tali programmatori della realtà divina. Chi o che cosa dobbiamo programmare? Noi stessi, il nostro destino. Dobbiamo accedere al nostro account, al nostro profilo, al nostro database e scrivere un nuovo programma divino, ma non da soli: con l’aiuto delle divinità, con l’aiuto dell’ishta-devata; dobbiamo annullare il nostro vecchio programma karmico e cancellare tutta la cronologia delle nostre visite agli inferni, agli spiriti affamati e ai luoghi negativi, tutta la nostra storia, tutti i nostri samskara. I nostri samskara sono la nostra storia.

un sadhu riscrive il programma karmico e il destino

Se visitate un sito, rimangono diverse tracce, e qualsiasi specialista può entrare e vedere persino in quale direzione e con quale angolazione si è mosso il cursore sullo schermo, quali aspetti di un determinato sito avete consultato più spesso e perfino la traiettoria del mouse, cioè come lo avete mosso. Tutto questo rimane, tutte le tracce.

Allo stesso modo, quando con la mente visitiamo determinate aree, facciamo la stessa cosa: navighiamo nel grande Internet dell’universo, nel mondo sottile. L’intero mondo sottile è una grande rete globale, solo molto più sottile, e conserva la cronologia delle nostre visite non soltanto in questa vita, ma anche nelle vite passate. Tutto questo viene conservato. Abbiamo effettuato nuovamente l’accesso, creato un nuovo account, ci siamo reincarnati, ma la cronologia è rimasta. Le tecnologie divine dell’informazione sono così profonde e potenti che non è possibile ingannarle: abbiamo ricevuto un nuovo corpo, un nuovo aspetto, un nuovo nome, ma la cronologia è rimasta. Sono rimaste tutte le cronologie delle visite ad altri mondi, sono rimasti tutti i nostri pensieri, le visite mentali, le visite fisiche, i contatti: tutto ciò che abbiamo fatto e detto, tutto ciò che abbiamo pubblicato nel mondo sottile. Tutte le nostre azioni, tutte le nostre registrazioni mentali ed emotive sotto forma di samskara e vasana: tutto questo è rimasto, tutto questo è la nostra storia.

Le divinità, ufficiali del karma del dipartimento divino «Ka», esaminano tutto questo e, in base a esso, ci assegnano un punteggio, una valutazione, e preparano per noi i luoghi della futura nascita. Noi, invece, dobbiamo diventare programmatori della nostra realtà così abili da cancellare tutta questa cronologia: tutto, nulla, un account vuoto, nessuna traccia. Non avere più alcun rapporto con questa rete. È una gigantesca rete globale di illusioni chiamata «Indrajala», la rete di illusioni creata da Indra, il signore dell’universo. Separarsi da questa rete e dire: ecco, non sono più vincolato da queste leggi e da queste regole, esisto secondo il principio di turiya. Queste sono le elevate tecnologie vediche, e il nostro compito è perfezionare l’arte di purificare il nostro karma: il brahma-jnana.


Commento al testo «Yoga Vasistha». Capitolo 6. «La storia di Ikshvaku»

Vasistha continuò: «Il tuo antenato Ikshvaku, mentre governava il regno, un giorno si domandò: “Quale può essere l’origine di questo mondo, pieno di varie sofferenze: vecchiaia, morte, dolore, ma anche piaceri e ignoranza?” — e non riuscì a trovare una risposta. Dopo avergli rivolto i dovuti saluti, si avvicinò a suo padre Manu, figlio dello stesso Brahma, e gli chiese: “Il tuo desiderio mi induce a porti una domanda. Qual è l’origine di questo mondo? Come posso liberarmi dalla successione di morti e rinascite?”

Manu rispose: «Nulla di ciò che vedi qui esiste, figlio mio, nulla! Non esiste neppure alcunché di invisibile o che si trovi al di là della percezione della mente e degli organi di senso. Esiste soltanto l’autocoscienza, infinita ed eterna. A causa dell’energia propria della Coscienza cosmica, questo riflesso è visibile qui come cosmo e ovunque come esseri viventi.»

Tutta la materia fisica che ci circonda, in realtà, non è del tutto fisica: è pervasa dalle emanazioni di Ishvara, l’autocoscienza infinita. Queste emanazioni sono rappresentate dai tre guna: tamas, rajas e sattva. A seconda delle nostre capacità, possiamo riconoscere maggiormente il sattva-guna, il rajas-guna, il tamas-guna oppure una loro combinazione. Quanto più pura è la nostra mente, tanto maggiore è la nostra capacità di riconoscere il sattva-guna e tanto meno siamo soggetti all’influenza del rajas-guna e del tamas-guna. La classificazione degli esseri viventi nella scala gerarchica dell’universo è legata proprio alle proporzioni dei guna e alla viveka, ossia alla capacità di riconoscere l’uno o l’altro guna e di agire in conformità con esso.

Sattva e visione pura: dalla purificazione della mente al riconoscimento di Ishvara

Il riconoscimento del sattva-guna conferisce grandi vantaggi, quali, per esempio, la forza di volontà, la consapevolezza della non dualità, la consapevolezza della vacuità, i poteri sovrannaturali e molte altre cose. Pertanto, bisogna purificare il più possibile la mente per imparare a riconoscere bene il sattva-guna dentro di sé e nel mondo esterno. Quando riconosciamo il sattva-guna, ciò viene chiamato visione pura, ossia capacità di vedere in modo puro. Il riconoscimento del sattva-guna ci permette di controllare i meccanismi del nostro karma e della nostra mente, ed è chiamato pacificazione della mente. Ciò ci prepara a riconoscere entità ancora più profonde, per esempio a riconoscere il Brahman, il Brahma-tattva, ossia la realtà trascendente, poiché il sattva-guna è il più vicino alla realtà trascendente. La realtà trascendente è visibile dal sattva-guna. È come se la vostra mente fosse diventata limpida, trasparente e pura, e le piccole impurità non distorcessero più la percezione del mondo.

Nello stato di rajas-guna o di tamas-guna, le distorsioni cognitive sono forti: la visione della realtà è fortemente distorta. Quanto più sattva-guna è presente in noi, tanto minori sono tali distorsioni.

Per esempio, la coscienza degli animali è più distorta rispetto a quella degli esseri umani: vi sono molto rajas-guna e tamas-guna, e la visione è distorta. Una visione distorta è una visione molto ristretta, offuscata, poco sviluppata e soggetta agli istinti. In tale stato, gli animali valutano erroneamente la realtà e prendono decisioni sbagliate, ma gli esseri dotati di una coscienza simile a quella animale non si rendono conto di valutare erroneamente la realtà e di giudicare in modo scorretto il proprio posto nell’universo. Anche tra gli animali ve ne sono di più intelligenti e di più stupidi, ma per lo più, tra gli animali, essere intelligenti significa essere forti. La forza mentale si manifesta come forza fisica, poiché gli animali non vivono tanto secondo la legge della ragione, quanto secondo la legge della forza, la shakti. Ma quanto più gli esseri evoluti riconoscono il sattva, tanto più la coscienza comincia a predominare.

coscienza animale e chiara visione umana

Gli esseri umani hanno meno distorsioni cognitive rispetto agli animali, e perciò gli animali obbediscono agli esseri umani, che lo vogliano o no: nessuno chiede loro il permesso. Grazie alla loro saggezza, gli esseri umani possono facilmente imporre la propria volontà agli animali. Per esempio, quando un gatto apre una porta con la maniglia usando la zampa, tutti si inteneriscono: incredibile, il gatto apre la porta! Ma quando una persona apre una porta, nessuno si intenerisce, perché la coscienza umana è molto più potente e aprire una porta con la mano non è un traguardo alla sua altezza.

Ma la coscienza degli dèi è ancora più potente e presenta ancora meno distorsioni, meno distorsioni cognitive nella conoscenza del mondo, del proprio posto nell’universo e nella comprensione delle sue energie. La coscienza degli esseri umani, invece, è distorta rispetto a quella degli dèi, perciò essi percepiscono la realtà in modo meno profondo: in loro vi è meno sattva. Pertanto, quando gli esseri umani praticano tapasya e comprendono qualcosa, anche gli dèi si inteneriscono. Guardano e pensano: guarda un po’ che essere umano! Proprio come noi ci inteneriamo davanti a un gatto che... Capita che un corvo riesca a girare un barattolo e a prendere dei chicchi, e tutti si meravigliano: che corvo intelligente, sa fare una cosa del genere. Lo stesso accade con gli esseri umani: gli dèi si inteneriscono davanti a loro pensando: guarda un po’, recitano i mantra, praticano tapas. Perché sanno che, di norma, gli esseri umani sono soggetti a forti distorsioni cognitive e sono caratterizzati da rajas e tamas.

I grandi dèi sono caratterizzati dall’assenza di qualsiasi distorsione cognitiva, perciò dominano e gli dèi minori li venerano. Gli dèi minori li adorano, li servono e cercano in loro rifugio e protezione, e non concepiscono la propria vita senza di loro. Sanno che tutta la loro vita risiede nei grandi dèi, come Shiva, Vishnu, Lakshmi, Sarasvati e Ganesha. Tutti gli dèi minori sono subordinati ai grandi dèi proprio perché questi ultimi sono privi di distorsioni: si sono pienamente stabiliti nel sattva. Gli dèi minori, invece, pur possedendo una visione sattvica, presentano ancora alcune impurità e non riconoscono pienamente Shakti. È proprio questo a determinare il loro posto nell’universo.

Infine, tutti i grandi dèi adorano Ishvara, tutti provano venerazione per Ishvara e non concepiscono la propria vita senza servirlo, adorarlo e onorarlo: per loro è la norma della vita, è naturale. Sanno di dipendere interamente da Ishvara. Non fanno un solo passo senza lodare, onorare e adorare Ishvara, senza meditare su Ishvara, senza dimorare nel samadhi dell’unità con Ishvara, perché sono sue parti. Lo sanno: in loro non vi è ignoranza.

Noi esseri umani, per esempio, non comprendiamo di essere parti di Ishvara. Persino un sadhu deve praticare moltissimo per comprenderlo, e per chi non è un sadhu non se ne parla neppure.

Quattro tipi di calli

Per comprendere l’unità con Ishvara, un sadhu deve procurarsi quattro tipi di calli. Quali sono questi quattro tipi di calli?

  • Nel charya-pada sono i calli provocati dagli inchini e dalle prostrazioni, quando si tocca la terra con otto parti del corpo: sulle ginocchia e sui gomiti, mentre si compiono le prostrazioni.

  • Nel kriya-pada sono i calli sul pollice e sul medio, provocati dalla recitazione del japa: «Om Namah Shivaya, Om Namah Shivaya... Om Sat-Chit-Ekam Brahma, Om Sat-Chit-Ekam Brahma...»

  • Nello yoga-pada sono i calli sui glutei, che si formano quando si siede in mahashanti. Una volta, mentre trasmetteva l’insegnamento al suo discepolo Rechungpa in una grotta, Milarepa disse: «Ora ti trasmetterò i segreti più importanti dell’insegnamento». Si tolse i pantaloni, sollevò la veste e gli mostrò i glutei, sui quali c’erano dei calli. Disse: «Vedi questi calli? Questo è il segreto principale del mio insegnamento: tapas e meditazione». Quando pratichiamo la meditazione seduta — mahashanti, shambhavi-mudra — realizziamo questo segreto.

  • Infine, il quarto tipo di calli, nello jnana-pada, si forma sui piedi, quando, immersi in profonda contemplazione, percorrete chilometri e decine di chilometri praticando il chankramanam, la camminata contemplativa.

Il primo tipo è proprio del charya-pada, il secondo del kriya-pada, il terzo dello yoga-pada e il quarto dello jnana-pada. Questa è la chiave della realizzazione: i quattro tipi di calli.

quattro tipi di calli spirituali

«Non esistono né attaccamenti né Liberazione. Esiste soltanto l’unica Coscienza infinita, che non è né una né molteplice. Abbandona ogni pensiero sull’attaccamento e sulla libertà, e acquietati».

Manu continuò: «Quando dalla pura Consapevolezza sorgono in essa stessa concetti e definizioni, essa comincia a considerarsi un’individualità. Tali individualità vagano in questo mondo illusorio. Nel momento dell’intuizione si vede ciò che di solito non è visibile; allo stesso modo, nell’esperienza individuale è possibile scorgere l’esperienza pura della Consapevolezza infinita. Ma questa conoscenza non può essere letta nei libri, né può essere ottenuta con l’aiuto di un guru: può essere conseguita soltanto da sé e per sé.

Considera il tuo corpo e gli organi di senso come strumenti per acquisire esperienza, e non come te stesso».

Ciò significa che c’è una parte del lavoro che viene compiuta da Dio, una parte che viene compiuta dall’ishta-devata e una parte che viene compiuta dal guru, ma c’è anche la parte che spetta a noi, e nessuno può compierla al posto nostro. L’aiuto di Dio, dell’ishta-devata e del guru riguarda precisamente la parte legata alla loro opera: è grazia, benedizione, trasmissione. Ma c’è una parte del lavoro che dobbiamo necessariamente compiere noi e nella quale non intervengono la shakti del guru, l’ishta-devata o Dio. Dobbiamo impegnarci quanto più possibile nella parte che ci spetta e, nei confronti della shakti che ci benedice, dobbiamo aprirci. Quando i nostri sforzi e questa apertura si uniscono, allora avviene la realizzazione.

«L’opinione “io sono il corpo” è un’illusione, e il ricercatore deve evitare le illusioni. “Io non sono altro che pura Consapevolezza”: tale comprensione, se si riesce a mantenerla, favorisce la Liberazione e l’Illuminazione».

sforzo personale e grazia divina

Nutrimento divino e nitya-dita

Per la Coscienza Suprema, Bhagavan, Ishvara, il Signore Dattatreya, si usa il termine nitya-dita. Nitya-dita è ciò che si eleva eternamente, ciò che si innalza sempre e dimora sempre nell’elevazione. La coscienza di una persona comune o degli esseri ordinari talvolta si eleva e talvolta si abbassa, ma questa Coscienza è ciò che si eleva eternamente.

Un altro termine è phata o phatara, phatara-phatarika: ciò che nutre tutti gli esseri viventi, il Signore che nutre tutti gli esseri viventi. Viviamo grazie al nutrimento di Dio. Qualcuno potrebbe pensare di non averci mai riflettuto: di solito è il capo cuoco in cucina a provvedere al nutrimento. In realtà, il nutrimento del corpo fisico riguarda soltanto la componente grossolana del cibo, mentre il vero nutrimento avviene grazie all’Atman, grazie alla luce dell’Atman.

La luce dell’Atman nutre le strutture sottili del corpo causale, la buddhi assorbe questa luce, il corpo causale nutre il nostro corpo sottile, l’antahkarana e il manas assorbono questa luce: grazie a ciò il corpo sottile viene sostenuto e vivificato. Infine, il corpo sottile nutre il corpo pranico, il pranamaya-kosha, e il corpo pranico sostiene quello fisico. Anche il cibo fisico nutre il corpo fisico, ma non è il nutrimento principale: costituisce un nutrimento supplementare ed equilibrante.

Per esempio, esistono persone che possono fare completamente a meno del cibo per lungo tempo: sono poche, ma esistono. Ciò significa che, se ha i prana puri e il corpo sottile ben regolato, una persona può vivere senza cibo, ma non può vivere senza essere nutrita dalla luce divina. Negli esseri umani, questo nutrimento attraverso la luce divina avviene principalmente durante i sogni, o più precisamente nella fase del sonno profondo, quando tutti gli esseri viventi si immergono nel sushupti. Oppure, se contemplate bene e realizzate lo stato di jagrat-svapna e poi quello di jagrat-sushupti, tale nutrimento può avvenire da svegli, nello stato di veglia.

Shiva e Shakti: la fonte di tutte le manifestazioni

«Finché non comprenderai di essere la Coscienza, libera dalla nascita, dalla vecchiaia e dalla morte, gemerai: “Ahimè, sto morendo” oppure “Oh, povero me, la mia situazione è senza via d’uscita!”. Con simili pensieri, l’ignoranza non fa che rafforzarsi. Libera la tua mente dai pensieri e dai concetti impuri. Rimani te stesso, senza tali concetti. Pur essendo impegnato in diverse attività, dimora in uno stato di equilibrio e governa il tuo regno nella pace e nella felicità.

La Coscienza si diletta creando le apparenze dei mondi e poi riassorbendole nuovamente in sé. La forza o energia che lega a questo mondo è la stessa forza ed energia che dissolve ciò che è stato creato e libera. Come un albero è tutte le sue parti e le sue foglie, così la Consapevolezza infinita pervade l’intero Universo. Ahimè, l’uomo ignorante non lo comprende, sebbene la Consapevolezza si trovi in ogni cellula del suo corpo. Colui che vede che la Consapevolezza è ogni cosa gode di una beatitudine infinita».

Questa Coscienza che pervade l’intero universo è Shiva. Shiva è il principio supremo, la coscienza universale in cui predomina chit. Chit è la coscienza stessa. Shakti è l’energia cosciente inseparabile da Shiva. Nella shakti predomina ananda, la beatitudine. Questi due tattva sono la fonte di tutte le altre manifestazioni.

La meditazione sui primi cinque tattva puri è molto importante per un sadhu quando consideriamo la tradizione filosofica della Linea meridionale di trasmissione. La Liberazione è celata nei cinque tattva puri, e il nostro compito è riconoscere questi cinque tattva puri nella nostra vita e realizzarli.

Shiva e Shakti — la fonte delle manifestazioni

Sadashiva-tattva — l’inizio dell’esperienza del mondo

«Le manifestazioni sovramondane degli shuddha-tattva. Sadashiva, cioè colui che è sempre benevolo. In questo tattva predominano ahamta, o “coscienza dell’Io”, e iccha, la volontà. Idamta, o “coscienza del Questo”, è qui poco significativa; questo tattva è chiamato anche sadakhya-tattva, poiché è lo stato in cui appare la prima concezione dell’essere. È l’inizio dell’esperienza del mondo. In questa fase il mondo appare indistinto; la coscienza di questa fase è Aham Idam — “Io sono Questo”. Qui non vi sono differenze tra “io” e “questo”. È lo stadio della perfetta identità».

Dunque, il terzo tattva dopo Shiva e Shakti è il Sadashiva-tattva, nel quale sono presenti la coscienza dell’«Io sono» e iccha, la volontà. Questi tattva cosmici riflettono i processi cosmici della coscienza globale, il modo in cui si dispiega l’universo. Tuttavia, sono connessi a ciascuno di noi, poiché sperimentiamo continuamente tutti i tattva nella nostra coscienza.

Per esempio, quando ci svegliamo al mattino, la fase del sonno profondo corrisponde ad alcuni tattva profondi, ad alcuni tattva elevati, fino allo Shiva-tattva, ma in essi non siamo consapevoli di noi stessi. Entriamo inconsciamente nell’Ishvara-tattva, nel Sadashiva-tattva, nello Shakti-tattva e nello Shiva-tattva, ma lì ci perdiamo completamente. Sono così sottili che il nostro buddhi non è in grado né di ricordare né di comprendere dove si trovi, e semplicemente si disattiva; perciò dormiamo e non ricordiamo nulla.

Ma man mano che cresce la nostra consapevolezza, che la mente si purifica e il meccanismo della percezione si affina, possiamo percepire questi sottili tattva puri. Sono proprio questi sottili tattva puri a donarci l’esperienza della luce, dello yoga della luce e del sonno profondo cosciente senza sogni. Sono proprio essi a racchiudere le forze liberatrici: jnana, iccha, kriya. Sono proprio essi ad aprire la mente e a recare tutte le qualità benefiche che ci donano la liberazione, l’illuminazione e l’immortalità.

È proprio in questi cinque tattva puri che sono contenuti:

  • svatantrya — la divina libertà di volontà

  • nityatva — eternità, infinità, immortalità

  • vyapakatva — onnipervadenza

  • sarvajnatva — onniscienza

  • aishvarya — onnipotenza

Man mano che la mente si impregna dell’energia di questi cinque tattva puri, la coscienza cambia la propria identificazione. Cessa di essere condizionata dal corpo fisico e da quello sottile, si associa completamente a questi cinque tattva e si abitua a vivere nella loro dimensione.

i cinque tattva puri e le loro qualità

Ishvara-tattva — la realizzazione della coscienza non duale

«Ishvara, cioè il Signore. Qui la “coscienza dell’Io” e la coscienza del mondo si manifestano chiaramente, mentre a predominare è jnana, ossia la conoscenza. La coscienza di questo stadio è Idam Aham — “Questo è Io”. Il mondo si manifesta chiaramente nella coscienza, ma è ancora identico al Sé divino. È lo stato di abheda, cioè di assenza di distinzione tra l’“Io”, o il sé, e il “Questo”, o l’universo».

Quando meditiamo su Aham Brahmasmi, recitiamo il guru-mantra oppure il mantra Om Namah Shivaya, meditiamo sempre su questo Ishvara-tattva. Ishvara-tattva significa pura jnana, la realizzazione della coscienza non duale che pervade l’intero universo ed è l’unica cosa esistente. Questa coscienza è viva, attiva, consapevole di sé, dotata della pienezza di molteplici qualità e shakti. Questa coscienza è inconcepibile, trascendente e una: tale è il quarto tattva.

Quando lo realizzate, non importa se nella meditazione, nel samadhi, nello stato di veglia o nella contemplazione, il velo cade dai vostri occhi e in voi sorge all’incirca questa conoscenza: «Ah... esiste un unico essere: il Tutto!». Questo è tutto, non esiste nient’altro al di fuori di esso, vi è un solo essere, e non vi domandate neppure: «E io dove sono in questo essere?». Per questo essere voi, intesi come qualcosa di separato da esso, come una persona distinta, non esistete. Esistete, ma non vi identificate più con una persona, bensì con questo essere. Allora in voi sorge la domanda: «E che rapporto hanno con esso questo corpo e questa mente?». Sono sue pertinenze, dispositivi remoti.

Ishvara-tattva dona l’assoluta certezza derivante dall’esperienza che esiste soltanto l’Unica Coscienza Divina, l’Essere divino sovrarazionale, e che questa Coscienza è viva, rappresenta la soggettività — la natura soggettiva. Non si tratta di un vuoto in cui non vi è... il vuoto dei tattva materiali — senza Dio.

Quando guardate il cielo, il cosmo, vedete semplicemente il vuoto dell’elemento spazio senza Dio; lì non vedete Dio, vedete soltanto il cielo, semplicemente qualcosa di vuoto che si estende in tutte le direzioni, ma lì non c’è nulla di vivo. È una sorta di vuoto fisico, e dietro di esso non vi è alcuna shakti ispiratrice. Ma quando sperimentate Ishvara-tattva, sperimentate la Coscienza, e questa Coscienza è «più viva di tutti i viventi», è sovrarazionale. È più intelligente di voi e di tutti gli dèi, comprende ogni cosa, ma questa Coscienza è unica in tutto l’universo e riempie l’intero cosmo.

Questo è Ishvara-tattva, e comprendete: l’«Io» e questo tattva non sono due, sono uno; per questo diciamo Shivoham. E allora non vi sorge più la domanda: «Che cosa devo fare?». La domanda non sorge; comprendete semplicemente che questo corpo fisico non può fare altro che servire questa Unica Coscienza Divina e attuarne la volontà; non è stato creato né destinato ad altro.

Satvidya-tattva — identità nella differenza

«Il quinto è vidya, o shuddha-vidya, o sat-vidya: la conoscenza pura e illimitata. In questo stato è presente la coscienza Aham Idam Cha — “Io sono” e anche questo mondo è. È uno stato del tipo bheda-abheda, cioè il mondo appare come un oggetto distinto dalla coscienza, ma tali differenze vengono superate nell’autoconsapevolezza. Esso si manifesta soltanto come un aspetto del Sé. È uno stato di identità nella differenza. Qui domina kriya, ossia l’azione».

Questo tattva — Satvidya-tattva — è un buono stato del sadhu immerso nel sahaja samadhi, ma che presenta ancora delle impurità. Per esempio, egli pratica i sankalpa superiori, shambhavi-mudra, bhairavi-mudra, il sankalpa «tutto è uno con la mente»; per lui la sua mente è pura e infinitamente spalancata, ma esiste anche il mondo materiale. E la sua coscienza e il mondo materiale sono realtà leggermente diverse, perciò vi è lo stato d’animo di bheda-abheda: vi sono differenze!

Satvidya-tattva — identità nella differenza

La natura dei cinque tattva puri

«I primi cinque, da Shiva a Satvidya, sono chiamati shuddha-tattva, poiché durante tutte queste fasi il rapporto tra soggetto e oggetto si presenta sotto forma della loro unità, cioè l’oggetto viene percepito come parte integrante del soggetto».

È molto importante comprendere che in tutti e cinque i tattva la dualità è assente; in tutti e cinque i tattva il mondo è visto come una porzione e una parte di sé, e non vi è differenza tra soggetto e oggetto. Ma man mano che il livello del tattva si abbassa, questa separazione soggettiva cresce sempre di più; tuttavia, fino al quinto tattva, il mondo esterno degli oggetti rimane comunque incluso nella coscienza soggettiva.

Se nei tattva superiori, il primo e il secondo, il mondo esterno degli oggetti materiali è completamente incluso nell’«Io sono», già allo stadio di Ishvara-tattva o Satvidya-tattva gli oggetti sono separati: sebbene siano uniti, sono ormai anche distinti, ma la consapevolezza «Io sono» domina. In altre parole, i cinque tattva puri sono sempre la consapevolezza «Io sono», unita alla Coscienza divina, ma è la Coscienza divina a dominare: non vi è nulla di separato dalla Coscienza.

Tutto è sempre uno con la mente: questo è l’ideale del sahaja samadhi, dell’anuttara-tantra e del laya-yoga. Nel laya-yoga meditate come se foste sempre il centro dell’universo, dove lo spazio esterno e quello interno sono uniti, dove il soggetto è completamente ricongiunto con l’oggetto. Questi tattva riflettono diversi livelli di profondità dell’immersione in tali stati, ma qui non vi è dualità. Tutto questo è advaita.

Ma nell’ultimo tattva comincia già a crescere la vishishta-dvaita, le differenze iniziano ad aumentare e la percezione degli oggetti comincia a intensificarsi; e benché non si sia ancora separata dal senso dell’«Io», gli oggetti iniziano già a manifestarsi con un’energia autonoma. Tutto ciò che viene dopo i cinque tattva puri è già vishishta-dvaita e dvaita.

advaita — unità tra interno ed esterno

Perciò penso spesso che probabilmente le religioni che non sono riuscite a raggiungere i cinque tattva puri abbiano descritto il mondo come dvaita, come vishishta-dvaita, e non abbiano compreso l’advaita. Infatti, il fatto di operare con una filosofia o con un’altra, o di padroneggiarla, dipende unicamente dalla vostra capacità di raggiungere un determinato tattva. Per esempio, qualcuno ha raggiunto il sesto tattva e ha creato un insegnamento di adorazione dualistica, perché il suo limite, il confine della sua percezione, è il sesto tattva: un Dio personale, in cui esiste un’anima eterna. Qualcun altro, nella propria percezione, ha raggiunto il primo tattva, lo ha recepito come una rivelazione e ha trasmesso l’insegnamento dell’advaita, dell’advaita tantrico o dell’advaita di Shankaracharya. Ma qualcun altro non ha raggiunto neppure il sesto tattva, arrivando solo al quattordicesimo o al tredicesimo tattva.

Esistono diversi insegnamenti, e ciascuno di essi corrisponde a un determinato tattva; lo si può stabilire osservando quanto aumenta la dualità e quanto si approfondisce la non-dualità. Tutti gli insegnamenti supremi sono connessi ai cinque tattva superiori, nei quali il soggetto è riunito all’oggetto e ai quali corrispondono diversi stati d’animo e bhava. In tutto ciò che si trova al di sotto dei cinque tattva, la dualità aumenta.

«Qui il Sé non è celato da un velo, e questi cinque tattva rappresentano l’aspetto universale della Coscienza».

La visione pura attraverso la penetrazione contemplativa

Questi cinque tattva sono chiamati shuddha-tattva. “Puri” significa che non sono separati dalla Coscienza e che la percezione li coglie senza contaminazioni. Analogamente, la nostra visione pura dipende da quanto bene contempliamo e siamo in grado di includere ciò che percepiamo nella nostra contemplazione: è proprio questa la visione pura dell’anuttara-tantra di cui parliamo.

Nei sistemi tantrici dualistici esiste anch’esso un percorso verso la visione pura, maggiormente legato alla purificazione, all’adorazione rituale, a varie pratiche, all’etica e ad altro ancora; tuttavia, questa visione pura è fondata sull’upasana dualistica, sui metodi dualistici di purificazione tantrica. Ma la vera visione pura, quella più profonda, che nasce grazie alla penetrazione contemplativa nei tattva puri, è tale da non richiedere ulteriori upaya oltre alla penetrazione contemplativa stessa.

In altre parole, se contemplate bene e penetrate nei tattva superiori, la visione pura sorgerà da sé, senza mantra, senza rituali, senza adorazione.

Per esempio, dimorate nello shambhavi-mudra; approfondendosi, lo shambhavi-mudra si trasforma gradualmente nel krama-mudra, il krama-mudra si trasforma gradualmente nel bhairavi-mudra e le divinità appaiono spontaneamente: non avete recitato mantra né le avete invocate, eppure esse appaiono. Questo è il segno che la vostra pratica contemplativa procede bene: senza upasana, le divinità concedono il darshan e si manifestano nei chakra e nei canali della vostra coscienza, senza mantra e senza alcunché.

Maya e i cinque kanchuka: il riflesso distorto dei tattva puri

«Ashuddha-tattva, ovvero le manifestazioni mondane. Il sesto è Maya, il principio universale formativo o limitante. Talvolta non viene incluso tra i kanchuka, poiché è un principio superiore rispetto a essi e dà loro origine. È ciò che cela il vero Sé sotto un velo e genera la coscienza delle differenze e della molteplicità.

I cinque kanchuka sono i veli di Maya. Kala, ossia la limitazione relativa all’autorialità o alla capacità di agire. L’ottavo è Vidya, la conoscenza, ossia la limitazione relativa al conoscere. Il nono è Raga, l’inclinazione, la limitazione della pienezza che genera il desiderio di diversi oggetti, per esempio: “Potrei godere di questo e di quello, potrei possedere questo e quello”. Il decimo è Kala, ossia la limitazione dell’eternità che genera il passato, il presente e il futuro. L’undicesimo è Niyati, la limitazione della libertà che genera la limitatezza rispetto allo spazio e alla causalità. Il dodicesimo è Purusha».

i cinque kanchuka — i veli di Maya

Da dove provengono i cinque kanchuka? 

Risposta dell’allievo: Dalla dualità, da Maya... 

Più precisamente?

Risposta dell’allievo: L’incomprensione, la mancata percezione...

L’incomprensione, la mancata percezione... Ma che cosa ne costituisce esattamente la fonte, oltre a Maya?

Risposta dell’allievo: Ishvara.

Sì, è Ishvara a generarli... ci siamo quasi... Dunque, i cinque kanchuka non sono altro che il riflesso dei cinque tattva puri, la loro immagine speculare in maya. Vale a dire, tutti questi tattva puri di cui abbiamo parlato, rifrangendosi attraverso maya e riflettendosi in maya, diventano i cinque kanchuka. Sono gli stessi Shiva-tattva, Shakti-tattva, Sadashiva-tattva e Ishvara-tattva, fino al Sadvidya-tattva, ma percepiti ormai attraverso maya.

Lo strato di maya produce un simile riflesso: per esempio, se c’è uno strato d’acqua e splende il sole, guardando il sole da sotto l’acqua, attraverso il suo spessore, esso appare completamente diverso. Allo stesso modo, i kanchuka sono una visione distorta dei cinque tattva puri.

Purusha: l’essere limitato sotto il velo di maya

«Il dodicesimo è Purusha. Quando il Divino, sotto il velo della propria maya, cela il suo vero Sé e assume lo stato di un essere limitato che vive la propria esperienza, è conosciuto come purusha. A questo stadio, la sarva-kartritva, ossia l’onnipotenza del Divino, si riduce a kala, ovvero a una limitata capacità di agire; la sua sarvajnatva, ossia l’onniscienza, si riduce a vidya, ovvero a una conoscenza limitata. La sua purnatva, ossia la pienezza, si riduce a raga, ovvero a mancanza e desiderio; la sua nityatva, ossia l’eternità, si riduce a kala, ovvero alla suddivisione del tempo; la sua vyapakatva, ossia l’onnipresenza e la capacità di permeare ogni cosa, si riduce a niyati, ovvero a limitazioni spaziali; e la sua svatantrya si riduce ai rapporti di causa ed effetto. I princìpi da kala a niyati sono complessivamente noti come i cinque kanchuka, ossia gli involucri o veli di maya posti sul Divino».

Dunque, purusha è già un essere limitato dai kanchuka, ma dotato di una propria coscienza individuale, creata da questi kanchuka. Nelle profondità di questi kanchuka si trovano però il maya-tattva e i cinque tattva puri in forma potenziale, ma non sono manifesti. Ciò che è rivelato e manifestato sono invece questi cinque kanchuka.

Purusha e Uttama-Purusha

Che cos’è questo purusha? Può essere qualunque essere: purusha è qualsiasi creatura e, in primo luogo, può trattarsi di esseri divini, poiché tutti gli esseri divini che non appartengono alla categoria più elevata sono purusha. Per esempio, Vishnu e Shiva, gli esseri divini supremi, sono chiamati uttama-purusha; gli esseri divini supremi non sono limitati dai kanchuka, appartengono ai cinque tattva puri e la loro essenza è l’Assoluto, Brahman, Paramashiva. Ma possono emanare da sé, in quantità illimitata, diverse emanazioni, amsha e avatar, che possono benissimo contenere i kanchuka, a seconda della loro intenzione. Tutto ciò rientra nelle categorie di purusha e uttama-purusha; uttama significa supremo: sono Superanime, Supermenti, e Shiva, Vishnu e Dattatreya sono uttama-purusha, esseri divini cosmici supremi, liberi dai kanchuka, ma capaci di operare facilmente con queste energie e di manifestare anche qualcosa di creato dai kanchuka.

Gli altri esseri divini di rango inferiore non appartengono più alla categoria degli uttama-purusha, bensì a quella dei mahapurusha: grandi anime, grandi spiriti, spiriti cosmici. Indra, Vayu e Varuna sono anch’essi anime molto grandi; in loro esistono sia i tattva puri sia i tattva misti, i kanchuka. Essi sono già soggetti alle leggi dell’universo e obbediscono alle leggi stabilite dagli dèi supremi, gli uttama-purusha. Tutti i trentatré dèi dei cieli, compreso Indra, osservano scrupolosamente le leggi date da Vishnu, Shiva e Ishvara.

Infine, oltre ai mahapurusha esistono anche i semplici purusha. I semplici purusha sono qualsiasi essere vivente; per esempio, noi siamo seduti qui: quanti purusha ci sono qui? Quattordici purusha. Ogni essere vivente presente qui è composto da diverse energie miste e possiede una propria visione karmica, una propria volontà e un proprio senso di individualità. Ma anche questi purusha si suddividono: vi sono i siddha-purusha, le anime perfette; i nitya siddha-purusha, le anime eternamente perfette; e i karma-bandha-purusha, i purusha vincolati dal karma, poiché in loro dominano i tattva grossolani e il corpo, creato dai tattva grossolani, influisce sulla loro anima.

L’evoluzione di tutti gli esseri viventi consiste nel passare dai comuni karma-bandha-purusha ai siddha-purusha, ai nitya siddha-purusha, da questi ai mahapurusha e poi agli uttama-purusha, come Brahma, Vishnu, Shiva e Dattatreya. Questa è la vera carriera spirituale di ogni essere vivente.

Prakriti e buddhi: l’energia materiale e la mente conoscente

«Il tredicesimo è Prakriti, la radice o matrice dell’oggettività, da buddhi fino alla terra. Il quattordicesimo è Buddhi».

Dunque, prakriti è l’energia materiale nel suo stato non manifestato. Molti pensano che prakriti sia letteralmente la terra grossolana, l’acqua grossolana, ma no, queste sono già tattva molto più basse. Prakriti stessa è energia, per così dire, nel suo stato plasmatico, in uno stato plasmatico cosciente. Talvolta coloro che studiano gli UFO affermano di aver visto sfere volanti... Anche queste forme di vita sono manifestazioni di tattva più elevate. Prakriti stessa, dunque, è tamas, rajas e sattva nello stato non manifestato. Per esprimerci in un linguaggio più scientifico, è la «schiuma quantistica dell’universo», dalla quale nascono stelle e pianeti e in cui non esistono ancora né dimensioni, né metrica, né linearità, né leggi della fisica, né dimensionalità: ecco che cos’è prakriti.

Prakriti come matrice della materia

La matrice della vita, dalla quale hanno poi origine tutti gli esseri viventi, il «brodo indifferenziato dell’energia materiale»: ecco cos’è prakriti.

«La quattordicesima è Buddhi, la mente che comprende».

E al di sotto, prakriti si manifesta come buddhi, vale a dire che prakriti è cosciente. Qualcuno pensa che sia materia inanimata, ma non è affatto così! È materia cosciente, materia dotata di intelligenza, mentre buddhi è già una parte di questa prakriti a un livello inferiore. Per esempio, in ciascuno di noi c’è buddhi: l’apparato, lo strumento della coscienza morale e della presa di decisioni. A proposito, la radice sanscrita di «coscienza morale» deriva da «su vasti»: vasti, vastu è il fondamento, mentre su è qualcosa di luminoso, meraviglioso. Coscienza morale significa che avete un meraviglioso fondamento interiore, e buddhi nell’uomo svolge il ruolo di tale meraviglioso fondamento: prendere decisioni, valutare, esercitare l’intelligenza spirituale interiore, essere consapevoli, osservare; tutte queste sono qualità di buddhi.

«La quindicesima è Ahamkara, il principio che costruisce l’ego».

Ancora più in basso viene creato uno strumento sottile. Ahamkara è la forza mentale che unisce tutte le nostre parti interiori in un unico senso di individualità, quando diciamo «io», quando siamo attaccati al senso dell’«io» oppure diciamo: «Ecco, ho questo carattere, sì, sono fatto così»: è ahamkara ad agire in questo modo.

Una volta, un funzionario dell’Unione Sovietica arrivò in qualità di consigliere in uno dei Paesi, dove tutti lo accolsero, e lui cominciò a parlare, pronunciando un discorso; rimproverò tutti perché... davanti ai militari, davanti ai soldati, secondo l’usanza russa, parlò come un superiore che rimprovera tutti. Rimasero sorpresi, perché lì nessuno li aveva mai trattati in quel modo, e chiesero: «Perché si è scaldato così tanto?». L’interprete gli tradusse la domanda e lui rispose: «Ho questo carattere». Risero... Accadde in uno dei Paesi orientali, perché nei Paesi orientali i rapporti si costruiscono in modo diverso.

Il carattere, dunque, è ahamkara. Ahamkara dà un senso di autosufficienza, compiutezza, integrità e separatezza della personalità individuale. Allo stesso tempo, pur essendo un valido strumento, ci separa da Ishvara, ci preclude il senso di unità con Ishvara, e così sorgono l’aggrapparsi e l’attaccamento.

differenze culturali nella comunicazione

Lavorare con ahamkara nella sadhana

Il compito del sadhu è individuare questo attaccamento e questo aggrapparsi e liberarsene. In altre parole, prapatti yoga, atma-nivedana consiste nello scoprire costantemente l’attaccamento ad ahamkara e, quando ahamkara spinge a fare qualcosa per il proprio interesse, bisogna fare esattamente il contrario.

Quando un sadhu vede che il suo ahamkara dice: «Sii orgoglioso, appropriati dei frutti e dei risultati, pretendi riconoscimento, esigi di essere apprezzato, oppure mostragli che è inferiore a te, rimettilo al suo posto, affinché qui, davanti a te, non si dia troppe arie», o quando ahamkara dice qualcos’altro, dovete dire: «Ah, eccoti qui, ahamkara, ora ti faccio vedere io!», e fare esattamente il contrario. Dovete cioè braccare questo ahamkara come una bestia, come un cacciatore bracca una bestia, perché questa bestia vi impedisce di percepire Dio; dovete lavorare con essa strategicamente.

Domanda: Om, Guruji, ma ahamkara quale tattva è? È una tattva inferiore; dove sono le cinque tattva e dove si trova ahamkara? Vale a dire, con l’eliminazione di ahamkara, risulta che ahamkara impedisce le cinque tattva, la percezione delle cinque tattva?

Certamente. L’eliminazione dell’ahamkara permette di percepire la buddhi: sarete almeno al livello dell’osservatore. Ma se non lo eliminate, non avrete neppure questa possibilità, perché allora non avrete buddhi: né coscienza morale né osservatore. Perciò le persone con un ahamkara molto forte sono spesso prive di scrupoli, disattente e inconsapevoli, capaci di compiere varie azioni per il proprio ego. Questo accade perché l’ahamkara ostacola la comprensione della buddhi. Dalla buddhi si può salire almeno un po’ più in alto; le cinque tattva pure sono certamente ancora lontane, ma questo è l’inizio: dobbiamo partire da qui, dal livello in cui ci troviamo.

Manas e organi di percezione

«Manas è la sedicesima tattva, la mente concettualizzante. Dalla diciassettesima alla ventunesima vi sono i cinque jnana-indriya, ossia gli organi di percezione: udito, tatto, vista, gusto e olfatto. Dalla ventiduesima alla ventiseiesima vi sono i cinque organi d’azione, i karma-indriya. Dalla ventisettesima alla trentunesima tattva vi sono i cinque tanmatra, ossia le fonti indifferenziate dei cinque tipi di percezione».

I tanmatra indicano il passaggio della coscienza nella materia; sono l’essenza degli elementi materiali, elementi sottili che non sono ancora materiali, ma non sono più nemmeno spirituali. Per esempio, nei sutra vengono descritti i metodi per percepire il tanmatra del gusto, il tanmatra del suono e il tanmatra dell’odore.

Manas, indriya e tanmatra

Chi si concentra sulla punta del naso può percepire un sublime aroma sottile, l’essenza di tutti gli aromi, e goderne: è il tanmatra dell’odore. Chi si concentra sulla punta della lingua può percepire sapori sottili oppure avvertire sapori a distanza, il sapore di tutti i sapori: è il tanmatra dell’acqua. Chi pratica il nada yoga può udire suoni: è il tanmatra dell’elemento spazio.

I cinque mahabhuta: i grandi elementi

«Dalla trentaduesima alla trentaseiesima vi sono le tattva conclusive. I cinque mahabhuta sono gli elementi grossolani, ossia: akasha, vayu, agni, apas e bhumi — etere, aria, fuoco, acqua e terra».

Maha significa grande, bhuta significa elemento. Viviamo in un universo costituito da questi grandi elementi; ogni giorno entriamo in contatto con la terra, l’acqua, il fuoco, il vento e lo spazio: sono le ultime delle trentasei tattva.

Nello Shakti Yantra esiste un insegnamento chiamato «Tattva Vidya»: è l’insegnamento su come entrare in connessione con la terra, l’acqua, il fuoco e il vento, come riconoscere gli elementi, fare affidamento su di essi e renderli propri alleati nella vita spirituale, come unirsi a essi e sviluppare la capacità di praticare su di essi dharana, dhyana e samadhi.

Unione con le tattva e incontro con le divinità

Quando entrate in connessione con una tattva, essa comincia a concedervi il darshan, la benedizione, e voi potete ricevere lo shaktipat dalla tattva. Le cinque tattva fisiche furono i maestri di Guru Dattatreya, ed egli raccontò come la terra, l’acqua, il fuoco, il vento e lo spazio divennero i suoi guru. Egli ricevette dunque lo shaktipat dalle tattva, e per questo è un maestro della Tattva Vidya.

Ogni tattva ha il proprio devata, la propria divinità. Perciò, quando entrate in connessione con una tattva e penetrate profondamente nella sua essenza, prima o poi incontrate la divinità. All’inizio potreste incontrare gli spiriti della divinità; per esempio, nel caso della tattva della terra, incontrate dapprima gli spiriti della terra, poi questi potrebbero lasciarvi accedere alle divinità del seguito e infine incontrate la stessa divinità della terra, Bhumi Devi, ricevendo il suo darshan.

Allo stesso modo, se meditate sull’acqua, entrate dapprima in contatto con gli spiriti dell’acqua, per esempio con le apsara o con altri esseri, poi con le divinità del seguito dell’acqua e infine ricevete il darshan di Varuna.

Quando ricevete il darshan di una divinità, contemporaneamente rivelate l’essenza vuota e non duale della tattva, la sua saggezza. Allora comprendete in che cosa consistono le cinque tattva fisiche e materiali e che cosa siano realmente: sul piano sottile, nella visione pura, esse sono cinque divinità.

connessione con i tattva e incontro con le divinità

Perciò viviamo nel mandala di queste cinque divinità, ma esse ci appaiono fisicamente dense: non riconosciamo la loro struttura sottile, mentre le cinque divinità stesse rappresentano cinque puri spazi di saggezza. In realtà, non sono altro che gli stessi cinque tattva puri distorti di cui abbiamo parlato all’inizio. In altre parole, viviamo e camminiamo direttamente sui tattva puri di Shiva, ma non li riconosciamo: ci appaiono come terra, acqua, fuoco, vento e spazio.

Shivaismo
Visione pura
Maya
Ahamkara
Tattva
Purusha e Prakriti
Ishvara
Yoga Vasistha
Kanchuka
divider
i
Questo materiale è disponibile in abbonamento
Откройте для себя сотни часов эксклюзивных материалов, которые поддержат вас на пути духовного роста. Ваша подписка — это мгновенный доступ.
Ваша поддержка помогает распространять духовные знания на благо всех существ.
Articoli
Vidya AI
Cerca
Lezioni