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Brahma-vichara: Riflessione sull'Assoluto e pratica della visione pura

12.08.2026
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Brahma-vichara: Riflessione sull'Assoluto e pratica della visione pura

Continuiamo l’insegnamento del Brahma-vichara, dello Jnana Yoga.

Colui che pratica il Brahma-vichara è uno yogi, un sadhu che indaga l’Assoluto. Brahma significa Assoluto, mentre vichara significa indagine, penetrazione.

Esistono due tipi di vichara: Bahir-vichara e Antar-vichara. Il Bahir-vichara è legato all’indagine dei fenomeni del mondo esterno. Per esempio, una persona intelligente e dotata di una mentalità scientifica è curiosa di sapere come si muovono i pianeti, come si susseguono le fasi lunari, quale sia la relazione tra le maree e le fasi lunari, le costellazioni e gli stati dell’essere umano. Diventa astronomo o astrologo e acquisisce vaste conoscenze su come agire in armonia con i ritmi cosmici e i cicli lunari.

Per esempio, questa conoscenza è utile nel mondo relativo, perché quando la luna è crescente si possono eseguire diverse pratiche magiche e azioni mondane legate all’aumento della ricchezza, di determinate forze o alla realizzazione di certe imprese. Quando invece la luna è calante, è utile praticare la purificazione e svolgere pratiche connesse al declino e alla diminuzione.

Gli stregoni neri arrecano danno a qualcuno durante la luna calante, mentre quelli bianchi pregano per la ricchezza o la salute degli altri durante la luna crescente.

Questa è una conoscenza relativa al mondo esterno. Oppure, se qualcuno studia le leggi della fisica e vi penetra profondamente, anch’egli pratica il vichara, l’indagine. Determina il rapporto tra la massa di un corpo e la forza di accelerazione e ricava la formula che mostra come l’energia sia collegata a tutto ciò: E=mc2

Tutti questi sono tipi del cosiddetto vichara mondano (Bahir-vichara). Tuttavia esiste un vichara più elevato, di cui parlano i santi, chiamato Antar-vichara: è l’autoindagine interiore.

I limiti dell’indagine esteriore

Il Bahir-vichara offre una certa comprensione dei fenomeni di questo mondo, ma non elimina l’illusione fondamentale; aiuta soltanto a sistemarsi un po’ meglio nel samsara. Per esempio, la telefonia mobile, Internet, la navigazione GPS, i satelliti, i voli spaziali, la telemedicina e le nanotecnologie sono conseguenze del Bahir-vichara, ossia dell’indagine intrapresa sui fenomeni di questo mondo. Se l’essere umano non l’avesse svolta e non avesse applicato la forza della ragione, vivrebbe ancora a un livello animalesco, cavernicolo.

Tuttavia, come vediamo, il vichara esteriore non ha aiutato affatto l’essere umano a trovare la felicità o il senso della vita. E anche dopo molte migliaia di anni, nessun artificio del mondo materiale, nessuna nuova tecnologia né la conoscenza delle leggi della fisica, della matematica o della biologia aiutano in alcun modo l’essere umano nel suo sviluppo spirituale. Questo accade perché non intraprende la ricerca interiore, l’Atma-vichara.

La conoscenza esteriore migliora il samsara, ma la ricerca interiore rivela il senso

L’indagine interiore

La pratica interiore dell’Antar-vichara si divide in due parti: l’Atma-vichara e il Brahma-vichara. Grazie a questo vichara non otterremo particolari beni materiali, anche se una persona dotata di saggezza, se lo desidera, può sempre ottenerli. Tuttavia, ciò non costituisce la sua priorità. Grazie a questi due vichara scopriamo il senso della nostra vita, la nostra vera essenza e comprendiamo che il nostro scopo è conoscere Dio e conseguire lo jnana.

Nell’Atma-vichara ci concentriamo sul sentimento dell’«Io» e indaghiamo noi stessi, la nostra essenza naturale e la natura della Mente. Nel Brahma-vichara ci concentriamo sull’Assoluto e meditiamo su Dio.

Lo jnani è colui che pensa continuamente a Dio e si concentra incessantemente su di Lui. Il corpo o il colore della pelle degli jnani possono essere diversi, ma le qualità di tutti gli jnani sono le stesse in America, in Russia, in India e nei cieli di Indra: sono sempre immersi nella contemplazione dell’Assoluto.

La pratica della contemplazione dell’Assoluto

Praticare il Laya Yoga significa essere sempre immersi nella contemplazione dell’Assoluto. Finché non abbiamo imparato a contemplare, riflettiamo sull’Assoluto come possiamo: con l’aiuto dell’intelletto e della meditazione analitica. Questo è chiamato manana, ossia si svolge al livello della mente. Cerchiamo di concentrarci profondamente sul Brahman, riflettendo su che cosa sia e quali siano le sue qualità. È eterno, infinito, onnisciente, onnipervadente; è l’Essenza Suprema, è il Vuoto privo di qualsiasi qualità, è la Fonte di tutto: del tempo, dello spazio e di ogni causa; è la causa suprema.

Quando riflettiamo in questo modo, ciò viene chiamato manana, riflessione sull’Assoluto. È molto importante eseguire tali pratiche finché non vi sarete veramente stabiliti nella contemplazione.

Non si deve pensare che la mente non serva affatto. Certo, uno jnani di alto livello fa a meno dell’intelletto e di qualsiasi concetto, mediante la comprensione diretta della realtà, la contemplazione, e basta. Ma forse questo non riguarda ancora noi. Bisogna cioè comprendere che la mente è una grande forza, e perché non utilizzarla? Bisogna insegnarle a servire la propria pratica spirituale. Quando la mente pensa ai desideri mondani, vediamo quanto sia grande la sua forza. Anche quando si distrae, lo vediamo. Dunque, bisogna cercare di utilizzarla a beneficio della Liberazione spirituale.

La pratica preliminare della vichara consiste nel riflettere sull’Assoluto, sul Brahman. Quando riflettiamo sull’Assoluto, sorge il bhava. Se tale bhava è stabile e riuscite già a dimorare in esso a lungo senza compiere sforzi e senza appoggiarvi a concetti, allora potete abbandonare la meditazione analitica e intellettuale e passare alla semplice contemplazione mediante la nuda consapevolezza.

Talvolta le persone cercano soltanto di contemplare senza coinvolgere la propria mente, e allora la loro contemplazione è debole. La loro mente pensa alla politica, alla famiglia, si nutre di notizie, di un’enorme mole di informazioni, di problemi personali, e contempla o cerca di contemplare un po’, per venti o trenta minuti al giorno. Naturalmente, non si tratta affatto di forze equivalenti. Oppure cerca persino di contemplare continuamente, ma il turbine di informazioni è tale che non ha nulla da contrapporgli. Allora bisogna utilizzare la mente. Ciò significa che si sta commettendo un errore: non utilizzare la mente.

La riflessione sull’Assoluto orienta la mente verso la contemplazione pura

La parabola dello spirito e della coda del cane

La mente è una creatura di questo genere: richiede continuamente qualche informazione, vuole sempre «nutrirsene», ruminarla; è simile a un genio che non si può lasciare senza lavoro.

Uno yogi evocò uno spirito. Lo spirito gli disse: «Dammi un lavoro, altrimenti ti ucciderò». Lo yogi rifletté e disse: «Costruisci una recinzione». Lo spirito la costruì rapidamente e chiese: «Cos’altro devo fare?». Lo yogi continuava a inventargli dei compiti, ma alla fine si estenuò. Poiché la minaccia da parte dello spirito era costante, esso gli diceva: «Se mi hai evocato, devi darmi continuamente del lavoro». Lo yogi andò dal proprio Guru. Il Guru gli disse: «Assegnagli questo compito: che raddrizzi la coda di un cane». E ogni volta che la raddrizzava, la coda si incurvava di nuovo; così lo spirito ebbe un lavoro continuo e il sadhu tirò un sospiro di sollievo.

La mente è simile a uno spirito del genere: se non le si dà il lavoro giusto, lo troverà comunque. Continuerà in ogni caso a muoversi e a riflettere. Questa è la proprietà dell’energia del pensiero. Il pensiero, la mente, è manas-shakti, ossia una manifestazione dell’Assoluto, e la sua natura è muoversi, giocare. Non possiamo bloccarla completamente: non ci riusciremo. Dunque, bisogna darle del lavoro. Perciò si dice:

Alla mente irrequieta bisogna dare continuamente il lavoro giusto

Le riflessioni del vero jnani

Il vero jnani riflette sempre su quel Brahman
che non ha alcun limite,
che è al di là della portata dei pensieri, della logica, della parola e della mente,
su Colui che tutto pervade, tutto conosce e tutto colma,
ricolmo di gloria, rinuncia, potenza e ricchezza di manifestazioni,
immutabile, indistruttibile,
ininterrotto, indivisibile e inseparabile,
che suscita ammirazione, estasi,
gioia e trepidazione nelle schiere dei grandi dèi.
Su di Lui, il Signore di tutti gli esseri,
che è Egli stesso tutti questi esseri,
che non vede in Sé alcun essere,
dimorando sempre soltanto come l’unico Essere Supremo.
Su Colui che è il sostegno e il fondamento di tutto,
sullo sfondo nascosto e invisibile di tutto l’Essere,
che è il sostegno di ogni cosa,
sulla fonte di ogni vita,
il principio primordiale, la causa prima,
la fonte di tutte le cause,
su Colui che è al di là del caos e dell’ordine, essendone la fonte,
che è al di là del Tempo, essendone la fonte,
che è al di là dello spazio,
essendo il Creatore dello spazio,
che è al di là dell’universo, essendo il creatore dell’universo.

Lo jnani pensa sempre in modo molto astratto, estremamente astratto. Il suo pensiero si dirige verso ciò che è più grande, più universale. Perché Dio è la realtà più astratta, irraggiungibile per i pensieri, i sentimenti e la ragione. In Lui si può soltanto credere. È impossibile dimostrarne logicamente l'esistenza. E lo jnani dirige la propria coscienza e il proprio pensiero verso questo stato, ovunque si trovi.

Gli chiedono: «Secondo lei, chi vincerà le elezioni?». Egli pensa: «So chi: Brahman». Gli chiedono: «Perché accade così?». Egli risponde: «Certo che lo so: è Brahman che gioca». Gli chiedono: «E chi è quest'uomo, lo conosce?». Egli risponde: «Certo che lo conosco, la sua essenza è Brahman».

Dietro ogni nome, evento e persona, lo jnani vede Brahman

Ha una sola risposta a tutte le domande. Perché questa risposta risponde a tutte le domande. È una risposta che nasce dalla conoscenza dell'essenza. Perché il vero jnani non vede la molteplicità. O meglio, la vede, ma non le presta attenzione: questa molteplicità non ha alcuna importanza. Tutto ciò non è importante.

Questa molteplicità è simile alla molteplicità di un sogno. Perché sapere che cosa accade nei sogni, se si può possedere un'unica grande conoscenza: che tutto questo è un sogno?

Se vi dicono: «Nel sogno ci sono queste e quelle cose, vorreste conoscerle?», voi rispondete: «No, grazie, so soltanto che tutto questo è un sogno, e questa conoscenza mi basta. Essa comprende ogni cosa».

Allo stesso modo, nel samsara esiste una molteplicità sterminata, un'infinità di conoscenze, ma la conoscenza più importante è la conoscenza di Brahman. E se vi stabilite in questa conoscenza, essa è la conoscenza suprema. Nient'altro nel samsara potrà più ammaliarvi, confondervi, turbare il vostro equilibrio o affascinarvi. Questa stessa conoscenza vi colmerà delle più elevate conoscenze trascendenti, provenendo dall'interno, e non avrete più bisogno di rivolgervi ai libri, ai pensieri o alle parole altrui. Questa conoscenza sorgerà dall'interno come chiarezza, chiarezza interiore o conoscenza intuitiva, permettendovi di comprendere in modo impeccabile tutti i fenomeni, sia del samsara sia del mondo trascendente.

Lo jnani contempla sempre la legge primaria dell'Essere,
la fonte di tutte le leggi,
Colui che è legge a Se stesso,
al di sopra del quale non esistono altre leggi,
Colui che stabilisce liberamente le leggi o le abolisce,
Egli contempla Colui che è sempre impersonale,
pur essendo la fonte di ogni persona,
privo d'immagine, pur essendo la fonte di tutte le immagini,
senza nome, pur essendo la fonte di tutti i nomi,
senza forma, pur essendo la fonte di tutte le forme.

Il vero jnani non permetterà mai a se stesso di lasciarsi trascinare da qualcosa di momentaneo, temporaneo, samsarico, identificato con un nome e una forma. Perché sa che il valore di tutto ciò è un'illusione, e se ti attacchi a tutto questo, perdi ciò che è supremo, perdi la conoscenza dell'eterno, dell'assoluto. E anche quando parla, cammina, mangia o opera con cose relative, la parte principale della sua anima è concentrata sull'assoluto. In questo consiste la differenza fondamentale tra lo jnani e l'ajnani.

Nell'ajnani, la parte principale dell'anima è concentrata sulle realtà del mondo relativo, perciò le cose del mondo relativo turbano profondamente la sua anima. Egli si trova costantemente in qualche illusione e in stati diversi, poiché il samsara stesso muta di continuo. Lo jnani, invece, si è stabilito in un centro immutabile. Né il tempo ha potere su di lui, né gli eventi nello spazio.

Lo jnani dimora in un centro immutabile in mezzo al samsara mutevole

Lo jnani contempla lo Spirito primordiale, libero da Maya,
libero dall'impurità dell'illusione,
eternamente puro, immacolato,
la Fonte, il fondamento e la causa di ogni purezza,
Ciò che non si divide in puro e impuro
neppure nel minimo grado,
essendone l'essenza originaria e purissima.

Lo jnani contempla quella suprema, universale, naturale
e spontanea Perfezione,
che è il fondamento e la causa prima di ogni Perfezione,
che sempre e ovunque è assolutamente perfetta
e conferisce la perfezione divina
a tutti coloro che la toccano.

La natura della perfezione divina

Nel mondo esistono molte cose perfette. Per esempio, quando vedete una splendida danza e la maestria del danzatore, ciò suscita rispetto. Potreste pensare: «Io non riuscirò mai a fare una cosa simile». Quando vedete una campionessa mondiale di ginnastica ritmica eseguire una spaccata verticale, oppure un pattinatore artistico eseguire un triplo toe loop, comprendete che si tratta già di qualcosa che viene da Dio. Una persona ha dedicato tutta la propria vita a cose simili, inaccessibili alla gente comune. Quando vedete un maestro di arti marziali padroneggiare virtuosamente il proprio corpo, anche questo suscita ammirazione. Quando ascoltate una musica meravigliosa, un’opera d’arte, oppure vedete splendidi dipinti o gioielli, tutto ciò costituisce diverse manifestazioni della perfezione divina. Non provengono dal mondo degli uomini, non sono di questo mondo, ed è per questo che tutti i capolavori sono tenuti in grande considerazione. L’artista, il musicista, il danzatore, lo scrittore o il poeta ricevono dapprima una parte dell’Anugraha, un’ispirazione proveniente dalle dimensioni superiori. A volte dalle apsara, a volte dai gandharva, a volte da Indra-loka, per poi trasmetterla in questo mondo. Tutto ciò è una manifestazione della perfezione divina.

Quando vediamo qualcosa di perfetto, significa che in esso vi è un equilibrio delle energie e dei principi universali, un samyoga. Questo equilibrio viene introdotto nel mondo degli uomini e possiede il potere di trasformare la coscienza, di donare il darshan.

Ma tutti questi tipi di perfezione sono l’espressione di una qualche grande perfezione, di un principio universale e primordiale. Il principio primordiale della perfezione è Brahman, poiché Brahman stesso incarna in sé tutti i tipi di perfezione. Quando uno jnani vede le manifestazioni della perfezione in questo mondo, non si lascia affascinare da queste perfezioni relative: penetra immediatamente nella loro essenza e vede la perfezione assoluta.

La bellezza e l’ispirazione rivelano un riflesso della perfezione assoluta

Lo jnani riflette sempre su Colui che è la Vetta Suprema,
il culmine e l’apogeo di Tutto, Colui che è al di sopra di tutti gli dèi, i saggi e i re,
essendo la loro meta, Colui che è il cuore dell’universo,
al di sopra del quale non vi è nulla, Colui che è il fondamento,
l’essenza e la causa di ogni elevazione,
sull’Unica coscienza immutabile e indivisa,
che appare come tutto questo mondo,
su Colui nel quale non vi sono divisione né molteplicità,
Colui che solo esiste in tutta la Luce,
Colui che non ha nessuno e nulla di diverso da sé,
né come amico, né come parente, né come rivale.

Il potere della meditazione analitica

Se svolgete anche solo un ritiro di tre giorni di meditazione analitica sui temi del Brahma-vichara, potete entrare in contatto con la forza conferita dal manana, la riflessione sull’Assoluto. Acquisirete molta conoscenza, come se si aprisse una nuova visione del mondo, e vedrete quanto poca attenzione avete dedicato a ciò cui occorre dedicare moltissima attenzione. Bisogna dedicare moltissima attenzione all’Assoluto, al Brahman, bisogna dedicargli moltissima attenzione. E, idealmente, tutta l’attenzione di cui disponiamo.

I santi dedicano all’Assoluto tutta l’attenzione di cui dispongono, lasciando a questo mondo soltanto quella parte della coscienza che consente loro di funzionare adeguatamente. Poiché la mente dei santi è molto potente, questa parte della coscienza è sufficiente per risolvere con successo i compiti di questo mondo. Ma il novantacinque per cento dell’attenzione dei santi è dedicato all’Assoluto.

Una persona comune dedica all’Assoluto lo zero per cento, l’uno per cento, il tre per cento o il cinque per cento della propria attenzione, mentre chi si considera avanzato gliene dedica forse il dieci per cento; tutto il resto del tempo è dedicato all’illusione, al samsara: l’ottanta o il novanta per cento.

Se vogliamo procedere verso l’Illuminazione, verso lo jnana, dobbiamo cambiare questo rapporto. E quando pratichiamo il manana, questo rapporto comincia a cambiare rapidamente.

Il vero contemplativo, naturalmente, vive contemplando la Coscienza assoluta mediante la pratica della consapevolezza nuda. Tuttavia, dovrà trascorrere ancora molto tempo prima che la consapevolezza nuda si dischiuda e cominci davvero a salvarvi. All’inizio la mente è molto insicura, spesso si smarrisce e vacilla; bisogna sempre incoraggiarla e sostenerla con la pratica del manana, con la riflessione sull’Assoluto e con l’indagine (Brahma-vichara). Se qualcuno di voi scriverà un trattato dedicato all’Assoluto, ciò sarà propizio per il suo destino e la sua vita. Nuove energie entreranno nel suo destino e si aprirà un nuovo tunnel della realtà, poiché questa è un’offerta alla dea Sarasvati.

Il manana dirige l’attenzione dal samsara all’Assoluto

Riflessioni sull’Eternità e sul Tempo

Lo jnani contempla sempre
colui che è l’Eternità stessa,
il Tempo senza principio,
colui che, essendo egli stesso al di là del Tempo,
è la fonte del passato, del futuro e del presente.
Colui al quale si conformano tutti gli esseri dell’Universo.

Tutti gli esseri viventi nel samsara sono incantati e soggiogati dal potere di Kala o Maha-Kala, il dio del tempo. Il dio del tempo è ciò che ci appare come una successione di mutamenti che si manifesta sotto forma di passato, presente e futuro. Inoltre, la maggior parte degli esseri viventi non è nemmeno consapevole di questa successione di mutamenti. Semplicemente vi si trova, vi vive, come i pesci vivono nell’acqua senza essere consapevoli dell’acqua. Il tempo scorre e la gente dice: «Il tempo vola», mentre il Tempo pensa: «Forse sono le persone a muoversi?»

Ma il Brahman stesso è la fonte del tempo e non è contaminato dalle fluttuazioni temporali. Il tempo scaturisce dal Brahman come concetto, come funzione. Tale funzione è chiamata kala-spanda. Vale a dire, quando nell’Assoluto sorge una vibrazione creativa e nasce il concetto di nascita, divenire, creazione, conservazione e distruzione, e viene stabilito il vettore di questi mutamenti (parinama), allora sorge kala-spanda. Kala-spanda è dunque il fattore del tempo, la vibrazione del tempo che determina in che modo sarà definito l’ordine temporale.

Sappiamo che alla creazione segue il mantenimento e al mantenimento segue la distruzione. Così si muove il vettore del tempo nel nostro mondo. Ma esistono mondi in cui il tempo scorre diversamente, dove un secondo della nostra vita può corrispondere a mille anni degli dei. Ciò significa che in ogni mondo agisce una particolare forma di vibrazione temporale, una propria kala-spanda.

Ma l’Assoluto stesso si trova al di là del tempo. Può creare il tempo, farlo procedere in cerchio, farlo muovere in direzione inversa, dal futuro al passato, fermarlo o bloccarlo, trasformare un istante nell’eternità, quando tutto è immobile e non esiste alcun movimento. Poiché egli è la fonte di kala-spanda, ma ne è indipendente. Soltanto gli esseri viventi creati, come noi, sono soggetti a Kala, il dio del tempo.

L’Assoluto è la fonte del tempo ed è libero dal suo corso

Lo jnani cerca di immergere la propria mente nel punto in cui kala-spanda non agisce; perciò il Brahman è chiamato Kala-Tita, cioè colui che è al di là del tempo.

Il Brahman come Spazio della Vita

Lo jnani contempla sempre
colui che è lo spazio della vita,
la dimora di tutti gli esseri: Brahma, kumara,
rishi, manu, siddha,
dei, yaksha, vidyadhara, kinnara,
gandharva, pitri, naga,
spiriti, asura, rakshasa, demoni, preta,
e nel quale non esistono inquietudini,
sofferenze né malattie.

Quando il Brahman si manifesta come spazio, diventa loka, la dimora in cui vivono diversi esseri. Ogni essere vivente vive nella propria loka; la loka è determinata da una particolare visione karmica degli esseri, chiamata loka-drishti: ogni essere possiede una propria visione. Quando molti esseri dotati di una visione comune si riuniscono, ciò viene chiamato loka. Dunque, in origine, loka non è un concetto geografico, bensì un concetto della coscienza.

Per esempio, quando si riuniscono molte persone inclini alle discordie, alle guerre e alle dispute, appare Asura-loka. In essa si stabiliscono principi propri, un codice d’onore, una cultura e un’etica degli asura, e nasce il mondo degli asura. Ma esso appare perché esistono portatori di questa coscienza, dell’asura-bhava. Quando invece compaiono molte persone dotate di coscienza divina, sorgono la cultura degli dei, l’etica degli dei, le leggi degli dei, le relazioni tra gli dei, l’arte e la magia degli dei, nonché il loro stile di vita. E allora si dice che è apparsa Deva-loka o Divya-loka.

In questo modo, i diversi mondi si manifestano come loka grazie ai portatori di tali loka. Di solito, molte loka vengono create da divinità che possiedono una determinata bhava. Tali divinità sono chiamate Lokeshvara, ossia coloro che creano determinate dimore mediante il potere della propria coscienza. Per esempio, Varuna, Surya, Indra e Soma: tutte queste divinità sono chiamate Lokeshvara in quanto detentrici della coscienza originaria della loka. Ma il Brahman stesso si trova al di là dei concetti di spazio e di loka. Esso è la fonte di questa coscienza. Non possiede una posizione specifica né una bhava specifica che formi e organizzi lo spazio. Lo spazio scaturisce dall’Assoluto come sua loka-spanda: questo è il secondo tipo di vibrazione che emana dall’Assoluto. Vale a dire, è la stessa forza organizzatrice dell’Assoluto che crea i diversi spazi.

Per esempio, il rishi Vishvamitra, per mantenere le promesse fatte al suo discepolo, creò con la forza della propria coscienza un altro Paradiso. Esisteva il Paradiso di Indra, e un re che era stato maledetto e aveva pochi meriti chiese a Vishvamitra il favore di potersi reincarnare in Paradiso. Vishvamitra glielo promise, ma poiché il re era maledetto, il rituale e le offerte di Vishvamitra non furono accettati dagli dèi, bensì respinti. Gli dèi dissero: «Come può il re maledetto Trishanku venire da noi in Paradiso? Non lo accettiamo, non è degno». Allora Vishvamitra decise di creare con la forza della mente un nuovo Paradiso e vi mandò comunque quel re, come aveva promesso. Mantenne la sua promessa.

Vishvamitra crea con la forza della coscienza un nuovo Paradiso per Trishanku

Questa capacità di creare determinate regioni dello spazio mediante la forza dell’intenzione è chiamata loka-shakti o loka-spanda, mentre la forza che riunisce tutte le persone in un’unica regione è chiamata loka-drishti, ossia la visione karmica propria degli esseri che condividono una stessa visione.

Per esempio, noi condividiamo una determinata visione: praticare il Dharma. Per questo ci siamo riuniti qui e questo è lo spazio dell’Insegnamento, del seminario. Se qualcuno venisse qui e provasse a parlare di calcio o offrisse a tutti bevande alcoliche, gli direbbero: «Sai, sei proprio capitato nel posto sbagliato. Questo non è quello spazio; qui vigono principi propri. Hai sbagliato indirizzo, devi andare altrove». Perché si tratta di esseri appartenenti a un altro loka, con altre leggi, un’altra etica e un’altra intenzione.

In questo modo, tutti gli esseri si formano secondo il principio del loka-drishti. Ciò che è adatto al mondo degli dèi non lo è per il mondo degli asura; ciò che funziona nel mondo degli asura è inaccettabile nel mondo degli uomini, mentre ciò che è considerato giusto nel mondo degli uomini non è ritenuto importante nel mondo degli spiriti e dei preta. I diversi loka recano in sé determinati bhava. I bhava sono determinati dalla visione, ossia il drishti determina il bhava, la visione determina la percezione del mondo, e la percezione del mondo stabilisce l’etica fondamentale, la morale, i principi e le leggi, la geografia e il tapas di ciascun mondo. In seguito compaiono i portatori della coscienza, gli elementi fondamentali, e il mondo si manifesta.

Ma il Brahman stesso è al di fuori di tutto ciò, oltre tutte le dimore, i loka, le dimensioni e tutte le visioni. È la fonte di ogni visione, ma non è la visione stessa.

Perciò, quando si domanda: «Qual è la visione del Brahman?», se ne può parlare soltanto come della fonte di ogni altra visione.

L’unità di tutti gli esseri nell’Assoluto

Lo jnani medita sempre su colui
che è l’Essenza Suprema,
presente in ogni creatura
e sovrana di tutte le creature,
e che è egli stesso tutti questi esseri.

Nel mondo esistono molti esseri diversi. Oltre agli uomini, vi sono gli dèi e gli asura, e tra gli dèi vi sono molti altri esseri: musicisti celesti (gandharva), danzatrici (apsara), esseri magici dell’Indra-loka dotati di prabhava-siddhi, kinnara, esseri metà serpente e metà animale (naga), spiriti degli antenati che vivono nel Pitri-loka — i nostri bisnonni e le nostre bisnonne nelle dimensioni astrali, nelle case e nelle città astrali (pitri) —, esseri dei mondi inferiori, spiriti inferiori, abitanti dell’inferno, preta, spiriti affamati e fantasmi, dèi delle dimensioni superiori del Mahar-loka e dello Svarga-loka, come Vayu, Agni Deva, Soma Deva, Indra, Varuna e altri, dèi supremi come Brahma, Vishnu e Shiva, dèi della dimensione causale, infiniti spiriti cosmici immersi in uno dei dhyana, privi di corpo, e molti altri esseri.

Gli uomini non sono la classe più elevata di esseri e, naturalmente, non sono il coronamento della natura né il vertice dell’evoluzione. Se si dicesse agli dèi che l’uomo è il vertice dell’evoluzione, riderebbero a lungo. Sarebbe come dire agli uomini che un qualche scoiattolo è il vertice dell’evoluzione, l’apice di tutto.

Gli dèi possiedono una conoscenza trascendente e sanno che neppure loro sono il vertice dell’evoluzione. Il vertice dell’evoluzione è il Parabrahman. Darwin aveva torto. La teoria di Darwin è soltanto una determinata classificazione e sistematizzazione dei pensieri e delle idee di un ricercatore intelligente, ma naturalmente non può pretendere di offrire una conoscenza esaustiva dell’intero Universo. Che cosa può sapere un solo uomo raccogliendo alcuni dati, classificandoli e mettendoli a confronto? E pensare che proprio un uomo simile possa indicare lo sviluppo dell’essere umano e definirlo sotto forma della teoria di Darwin è, naturalmente, ridicolo.

L’uomo e gli dèi non sono il vertice dell’evoluzione; il vertice è Parabrahman

La fonte e il coronamento di tutti gli esseri è l’Assoluto stesso: degli dèi, degli esseri inferiori e di quelli superiori. E quando lo jnani li osserva, non presta attenzione alla loro manifestazione relativa. Uomini, dèi, asura, pitri, gandharva: per lui sono tutti la stessa cosa. È come un’unica essenza che si manifesta in molteplici forme, poiché, grazie alla contemplazione, egli sa vedere ogni cosa come manifestazione di una sola essenza, senza prestare attenzione alla molteplicità.

La molteplicità dei fenomeni di questo mondo confonde gli esseri viventi, compresi noi. Pensiamo: «Questa è una devata, una divinità; questo è un uomo; questo è uno spirito, un fantasma ripugnante che disturba tutti; questo è un animale; questa è una danzatrice celeste; e questo è il grande dio Brahma, il Creatore dell’Universo». Ma dal punto di vista dello jnani, tutto ciò è un unico e medesimo sistema. Non vi è molteplicità: è l’unico Brahman ad assumere forme diverse, è l’unico Essere Supremo.

Lo jnani non si lascia incantare dalla molteplicità: vede che si tratta semplicemente di lila. È come se vi fosse un solo essere che ha creato da sé tali corpi illusori dotati di intelligenza artificiale, li ha provvisti di una volontà propria e permette loro di giocare. Ma tutto ciò è un unico essere. E quando lo jnani riflette su tali esseri, ne osserva immediatamente la fonte, senza lasciarsi incantare dal principio della molteplicità. Lo jnani esperto, osservando tutti gli esseri, pratica la nuda consapevolezza e si immerge nella Sahaja-tattva, lo stato naturale.

Passerà molto tempo prima che scopriamo davvero il principio dello stato naturale, e allora tutto avverrà senza passare per l’intelletto. Allo jnani basta concentrarsi e immergersi nello stato naturale, quindi riunire in uno tutto ciò che vede e sperimenta: dèi, uomini, asura e animali. Allora li vede tutti come un’unica cosa, ma questo Uno continua sempre a giocare e a occupare i propri posti. Si dice allora che lo jnani integri tutte le esperienze nella contemplazione naturale. Ma colui che dice: «Questo è uno spirito, questo è un dio, questo è un uomo», ignorando che, prima di tutto, è Brahman, viene chiamato ajnani, cioè colui che è incantato dalla molteplicità. La molteplicità ci impressiona profondamente, e non soltanto noi esseri umani: impressiona persino gli dèi del samsara. Tutti sono incantati dalla molteplicità. Ma acquisire Jnana, procedere verso Jnana, significa allontanarsi dalla visione della molteplicità e giungere alla visione dell’assolutezza. Questa è la conoscenza ultima.

Lo stato naturale unisce la molteplicità nell’unico Brahman

Al contempo, la profondità delle esperienze derivanti da tutta la molteplicità non andrà perduta, perché lo jnani, contemplando l’Essenza Suprema, è in grado di percepire con una parte della propria coscienza il gioco della molteplicità. Ma questo gioco della molteplicità viene da lui percepito come una manifestazione delle energie dell’Assoluto e, a differenza degli esseri comuni, non lo induce mai in errore.

Il Potere Divino e la Forza dell’Assoluto

Lo jnani riflette sempre su Colui, l’Onnipotente, che è il potere assoluto,
che solo conferisce il Potere Divino,
il cui potere è riconosciuto persino dai più grandi e potenti Dèi Creatori dei mondi,
il cui potere suscita riverenza persino nei re e nei sovrani divini,
e il cui potere nessuno può contestare né vincere,
che è l’essenza stessa, il fondamento e la base di ogni potere.

Nel mondo esiste un’energia dell’Assoluto chiamata Aishvarya-shakti. Aishvarya-shakti è l’energia del potere divino, la capacità di manifestare un’intenzione e di cambiare l’Universo con la forza di tale intenzione. E quando Aishvarya penetra nelle dimensioni inferiori, si manifesta come lokeshvara, come Ishvara, il signore del nostro Universo, cioè Brahma il Creatore, e come lokeshvara, i signori dei loka, per esempio Indra, Varuna, Agni Deva, Soma Deva, Yama, Dharmaraja e altri. Vale a dire coloro che, con la forza dell’intenzione, hanno creato un determinato loka e lo controllano. I lokeshvara mondani sono, per esempio, un re o un sovrano: Nicola II, Luigi XVI, Napoleone, Marco Antonio, la regina di Saba; tutto ciò è una manifestazione di Aishvarya-shakti attraverso diversi corpi illusori in questo mondo.

Ma ovunque si manifesti Aishvarya-shakti e chiunque ne sia il portatore, si tratta semplicemente di un corpo illusorio attraverso il quale essa viene trasmessa, mentre la fonte originaria di tutta l’energia del potere e della forza dell’autorità è l’Assoluto, Brahman.

La fonte di ogni autorità e forza è l’Assoluto

Lo jnani riflette sempre su chi sia l’infinita forza Divina,
la cui potenza nessuno può sopraffare,
la cui potenza turba e fa tremare persino i più forti,
chi sia egli stesso la fonte, la causa e il fondamento di ogni forza,
a chi tutti gli dèi e gli esseri potenti ricorrano in cerca di protezione.

In questo caso, la forza è Kriya-shakti, la capacità di creare, sostenere, distruggere, celare e manifestare la divinità. L’Assoluto è la fonte di questa quintuplice Kriya-shakti. Le tre forze principali dell’Assoluto sono la forza della conoscenza, la forza della volontà e la forza dell’azione: Jnana-shakti, Iccha-shakti e Kriya-shakti. La forza dell’azione si manifesta in cinque modi: come creazione, sostegno, distruzione e così via.

Quando vediamo una forza qualsiasi, dovremmo sempre meditare sul fatto che questa forza ha una fonte, e che tale fonte è l’Assoluto. Ogni forza in questo mondo si manifesta come Kriya-shakti, come volizione, come volontà dell’Assoluto di compiere e fare qualcosa.

A volte Indra, quando combatte contro gli asura e non riesce a sopraffarli, ricorre alla fonte della forza, a Vishnu. Vishnu gli dà qualche consiglio oppure, talvolta, interviene personalmente. Perché Indra comprende e sa che la sua forza, in confronto a quella di Vishnu, non è nulla. Vishnu avrebbe potuto porre fine da tempo a tutto questo gioco e fermare ogni cosa semplicemente battendo le palpebre o muovendo un dito: tutti gli asura sarebbero stati distrutti. Ma Vishnu ha una propria visione della realtà e pensa: «Se gli asura non infastidissero gli dèi, gli dèi si rilasserebbero. Vivrebbero nell’ozio nel loro loka, e allora il mondo perderebbe il proprio equilibrio. Gli dèi rimarrebbero nell’ozio, la loro forza si esaurirebbe e anche gli uomini smetterebbero di offrire loro sacrifici e offerte. L’equilibrio del mondo verrebbe meno e questo Universo non potrebbe esistere». Perciò pensa: «Che esistano anche gli asura e che mantengano gli dèi in una lieve tensione, affinché essi riflettano sul fatto che non bisogna dissipare i meriti senza pensarci, limitandosi a divertirsi, e che occorre perfezionarsi continuamente». Per questo Vishnu non distrugge gli asura: interviene soltanto quando per gli dèi giungono tempi critici, e allora pone fine senza difficoltà alla loro ingerenza.

Perché Vishnu può farlo? Perché è la fonte di ogni forza.

Vishnu mantiene l’equilibrio tra gli dèi e gli asura

L’unità delle Manifestazioni Divine

Vishnu e Dattatreya sono una cosa sola, Brahman e Dattatreya sono una cosa sola. Brahman può manifestarsi come Shiva, Brahma, Vishnu: tutto questo è Dattatreya. E quando pronunciamo nomi diversi, dovremmo identificarli tra loro, senza separarli. Per esempio, un ajnani pensa: «Vishnu è una cosa, Shiva è un’altra e Brahma è una terza». In realtà, tutto questo è un’unica essenza che ha assunto tre forme. È come un Guru che si manifesta in tre discepoli e affida loro un compito: tutto questo è uno. E lo stesso vale per Krishna. Esiste un detto: «Vishnocha Hridayam Shivah, Shivocha Hridayam Vishnoh», «Vishnu è nel cuore di Shiva, Shiva è nel cuore di Vishnu», e nei tantra si dice: «Chi fa distinzione tra loro non raggiungerà la Liberazione». Tutto questo è un’unica essenza, e lo jnani riflette sempre sull’unità di tutti gli esseri divini.

Per esempio, quando rendiamo lode a Dattatreya, consideriamo Dattatreya come una cosa sola con Shiva, come una cosa sola con Lakshmi. Attraverso una sola divinità possiamo venerare e adorare tutte le altre divinità. Si tratta cioè di un’unica essenza; vi sono semplicemente determinate funzioni specifiche proprie di ciascuna entità. Lakshmi può elargire ricchezza: è un determinato aspetto dell’Assoluto che dona salute, fortuna, lusso, ricchezza e successo, anche nella pratica. Shiva può concedere siddhi e rinuncia. Dattatreya può concedere l’unico «sapore», la visione pura e la realizzazione completa. Sono tutti aspetti diversi della medesima essenza. Ma non vi è alcun problema nell’adorare un’entità attraverso un’altra.

Una volta Lakshmi si manifestò in un modo del tutto insolito per lei. Si mise a proteggere un bambino, il principe Dhruva, che praticava l’ascesi recitando un mantra. Quando dei briganti appartenenti a una tribù selvaggia decisero di ucciderlo e vollero sacrificarlo, lei chiamò dei serpenti, che cominciarono a sputare veleno contro tutti. Tutti e cinque i briganti furono annientati, mentre Lakshmi stava lì sorridendo. Vishnu disse: «Persino io, che non sono facile da turbare, sono rimasto sorpreso dal fatto che oggi tu, che solitamente elargisci ricchezza e prosperità, abbia sputato veleno contro questi briganti». Lei rispose: «Che altro potevo fare? Dovevo proteggere Dhruva, altrimenti lo avrebbero ucciso. Tanto più che, per il loro karma, meritavano tutto questo: avevano commesso così tanti peccati». In altre parole, Lakshmi assunse funzioni di distruzione, a lei insolite, anziché quelle di sostegno.

Lakshmi assume il potere della protezione, salvando l'asceta Dhruva

Perché poteva farlo? Perché in realtà anche lei era l’Assoluto e, nonostante avesse funzioni parziali di questo tipo, in quel momento si manifestò come una divinità adirata.

Quando uno jnani medita sulla Fonte di tutte le forze e manifestazioni divine, realizza l’integrazione, senza separarle da sé stesso. Non pensa: «Io sono una cosa e le divinità un’altra», bensì: «Tutto è un’unica Essenza, e anch’io sono quella stessa Essenza». Questo principio è chiamato unificazione: tutto è non duale.

Un altro detto recita: «Shivam putkhva, Shivam yajet», «Puoi adorare Shiva soltanto quando tu stesso puoi diventare Shiva»; soltanto Shiva può adorare Shiva.

Per venerare davvero le divinità, bisogna unirsi a loro nel medesimo stato, così da comprenderle veramente. Soltanto Brahman può conoscere Brahman. Né il jiva né un singolo essere devata possono conoscere l’Assoluto; soltanto l’Assoluto può conoscere sé stesso. Pertanto, per conoscere l’Assoluto, bisogna diventarlo: questa è l’essenza della pratica della contemplazione, dello stato naturale.

La visione pura dello jnani

Quando lo jnani riflette in questo modo, per lui il mondo si trasforma. Il mondo cessa di essere quel mondo caotico e frammentato di vari oggetti impuri che siamo abituati a percepire. Per lui il mondo diventa una dimensione pura, una terra pura. Infatti lo jnani, a differenza dell’ajnani, possiede una visione pura; la visione pura è naturalmente insita nello jnani. Viviamo nel samsara perché non abbiamo una visione pura, o ne abbiamo pochissima; lo jnani vive nello stato di Liberazione perché per lui non esiste altro che la visione pura.

Che cos’è dunque la visione pura? Lo jnani vede sempre come puri il mondo, l’Universo e tutti gli esseri; vede ogni cosa come una dimensione sacra. Per lo jnani non esiste nell’Universo neppure la più piccola particella, un granello di polvere o un atomo che egli possa vedere come impuro o non divino. Lo jnani vede in questo modo perché, grazie alla propria presenza contemplativa, vive giocando nella dimensione della visione pura, nel mandala del Supremo, dell’Assoluto. Da questa dimensione, tutti i fenomeni gli appaiono sacri, puri, perfetti e totalmente divini nella loro essenza. Non si tratta di enfasi filosofica, ma di un’esperienza reale che vivete all’interno della vostra visione.

Esiste una leggenda. Tra gli dèi greci c’era un dio di nome Pathos. Egli apparve grazie al fatto che Zeus gli concesse una benedizione particolare: se qualcuno avesse pronunciato discorsi enfatici privi di un contenuto reale e autentico, Pathos avrebbe posseduto il siddhi di privarlo della sua potenza sessuale. Senza pensarci, Zeus concesse tale benedizione e la estese a tutti, compreso sé stesso. In seguito, molti dèi sull’Olimpo cominciarono a subirne le conseguenze e iniziarono a pensare prima di parlare. In altre parole, se qualcuno parlava con eccessiva enfasi senza che dietro le sue parole vi fosse un contenuto reale, perdeva immediatamente quella potenza.

Un discorso enfatico ma vuoto perde la propria forza

Ma lo jnani non vive in uno stato di enfasi. Per lui tutto questo è realmente colmo di significato; egli vede davvero il mondo in questo modo. Per lui questa è la visione del mondo così com’è: non vi è nulla di artificiale o inventato. Nella visione del mondo attraverso gli occhi dello jnani non vi sono da nessuna parte deformità, difetti, sporcizia o imperfezione; tutto è originariamente sacro, puro, spontaneo, naturale e santo per propria natura. Naturalmente, gli occhi fisici dello jnani possono vedere i difetti, la sporcizia, l’imperfezione e la deformità che lo circondano, ma persino tutto questo viene visto dallo jnani come completamente perfetto.

Quando un maestro lo spiegava, un'altra persona gli si avvicinò e disse: «Guarda, ecco un gobbo, lo vedi? È una deformità: come può essere perfetto?». Ma lo jnani disse: «Tu non capisci: questo gobbo è perfetto. È un gobbo perfetto. È l'incarnazione di quanto di più gobbo esista al mondo». Quell'uomo aveva l'idea che ciò fosse un male, ma lo jnani non aveva alcuna idea che fosse un male. Esiste perché esiste, e in che cosa consiste la sua imperfezione, se Brahman ha deciso di manifestarsi così?

Talvolta Vishnu assumeva le sembianze di un nano, di un brahmano, ma ciò non gli faceva perdere le sue qualità perfette: era il perfetto nano Vamana. E Bali Maharaja non riuscì a donargli neppure una porzione di terra grande quanto tre passi, quando Vamana gli chiese di concedergli una terra di tale estensione. Poiché Bali Maharaja era abituato a considerare un punto d'onore fare offerte ai brahmani, decise di donargli quella quantità di terra. Pensò: «Avrebbe potuto chiedere di più, persino un ettaro. Che cosa sono tre passi di un nano?». Ma quando quel nano compì tre passi, attraversò tutti e tre i mondi, e non vi fu neppure un posto dove posare il terzo piede. Allora Bali dovette offrirgli la propria testa.

Vamana abbraccia i mondi in tre passi, mentre Bali offre sé stesso

Il mondo come mandala sacro

Lo jnani è come se vivesse su un'isola dove non esiste neppure il fango e che è interamente fatta d'oro. Nella dimensione dello jnani non vi è nulla di impuro. Già su questa terra, in un comune corpo di carne e sangue, lo jnani vive per così dire nei Cieli. In altre parole, per lo jnani il mondo appare diverso da come appare alle persone comuni. Per lui il mondo è un mandala, uno spazio divino e sacro, e in questo mandala non vi è nulla di ordinario o mondano: vi si svolgono soltanto liturgie, misteri e giochi dell'Assoluto. Ogni azione è qui un gioco delle divinità, un darshan, un'iniziazione, un'invocazione rituale e un'offerta. Ogni suono, parola, sospiro, colpo e cigolio è una sillaba sacra, un mantra, un canto rituale dedicato al Divino, che ne celebra la gloria e la grandezza.

Una volta, tornando da un ritiro, vidi tre persone che giocavano a carte su una panchina. Uno disse: «Ho scartato tutti i sei, ora ho un asso, la carta più importante». Pensai: «Ecco, questo è un insegnamento diretto: bisogna scartare tutto ciò che è superfluo, tutti i klesha, e dimorare soltanto nel Supremo». Questo mi ispirò molto. Poi proseguii il cammino e in quel momento stavano suonando «L'Internazionale», in cui c'erano queste parole: «Conquisteremo la liberazione con le nostre stesse mani! Nessuno ci darà la salvezza: né Dio, né un re, né un eroe». «Incredibile!», pensai. «Come fanno le persone a non vederlo? È evidente che l'ha scritto un qualche Guru. È come una doha, un canto tantrico: un insegnamento diretto». E vi furono molte altre cose simili.

La visione pura trasforma gli eventi ordinari in insegnamenti del Dharma

Quando dimorate nella visione pura, per voi non vi è nulla di ordinario. Quando qualcuno canta dell'amore, sapete che è Sita a cantare di Rama oppure Radha a cantare di Krishna, e in voi nasce spontaneamente un sentimento di devozione. Lo jnani vede costantemente il mondo in questo modo.

Manifestazioni divine in ogni essere

Nel mandala non esistono esseri ordinari, uomini o animali. Esistono soltanto divinità appartenenti a diverse famiglie, con i loro segni distintivi e i loro giochi unici. Nella dimensione della visione pura tutto è magico, persino le pietre. Ogni azione ha un significato sacro; ogni sguardo, sorriso o parola è un darshan, un'iniziazione. Ogni goccia di pioggia, soffio di vento, fruscio di foglie, raggio di sole o tocco è una benedizione, una trasmissione dell'Insegnamento, un'iniziazione segreta.

Vedendo il Maestro, lo jnani vede Vishnu stesso o Brihaspati che agisce attraverso di lui, il Guru degli dèi, oppure Dattatreya.

Vedendo un asceta distaccato, lo jnani vede Shiva stesso in posizione meditativa.

Nel corpo di un operaio vede il costruttore del tempio, riconosce Vishvakarman stesso; vedendo invece un re o il governante di una regione, riconosce Indra stesso, il re degli dèi.

Vedendo un giovane e una ragazza innamorati che si tengono per mano, vede in loro Radha e Krishna, Rama e Sita.

Vedendo un guerriero, riconosce in lui Skanda stesso, Kartikeya, il dio della guerra.

Vedendo una cortigiana che seduce con il proprio corpo, riconosce in lei Menaka, l'apsara celeste, la danzatrice del palazzo di Indra, oppure la grande Madre stessa, Adi Shakti, la splendida Lalita, sebbene preferisca mantenere le distanze da simili energie.

Vedendo una madre che si prende cura dei propri figli, egli vede la compassionevole Tara, che in tal modo concede il darshan ai suoi devoti.

Vedendo un campo di battaglia, vi riconosce un altare per le offerte, con Kali che manifesta la sua forza travolgente, il gioco delle divinità irate e dei suoi accompagnatori.

Vedendo guerrieri che combattono eroicamente, superano le sofferenze e sacrificano coraggiosamente se stessi, egli vede gli eroi illuminati del «Mahabharata» giocare nei loro corpi e canali: Arjuna, Drona, Bhima, Karna. Qui non è importante l'epopea, bensì la visione stessa.

Vedendo un musicista che suona in un sottopassaggio, riconosce in lui un gandharva e contempla il rituale dell'offerta a Sarasvati.

Vedendo una vecchia mendicante, riconosce in lei la dea Dhumavati, che impartisce l'Insegnamento sul recidere l'ego, gli attaccamenti e le speranze, pur comprendendo che non tutti sono pronti a ricevere il suo darshan, simile a un abisso.

Vedendo un imprenditore di successo che organizza un ricevimento, un dirigente di talento, un artista popolare, una celebrità, un re o una regina, riconosce in loro la splendente Lakshmi.

Vedendo un insegnante di scuola, riconosce la stessa meravigliosa Sarasvati, che illumina le persone attraverso il suo corpo.

Vedendo un ricco o un impiegato di banca, venera in lui il custode Kubera, signore di tutte le ricchezze.

Vedendo una guardia o un custode, vede in loro i lokapala, protettori dei punti cardinali e dei luoghi.

Vedendo un medico o un guaritore, osserva come le divinità gemelle guaritrici Ashvin e il rishi Dhanvantari agiscano attraverso il suo corpo, inviando al malato le proprie forze risanatrici.

Vedendo una taccola o un gabbiano, lo jnani vi riconosce il possente Garuda, re di tutti gli uccelli.

Vedendo un serpente o una biscia, riconosce in essi il re dei Naga.

Vedendo un albero solitario in mezzo a un campo, vi riconosce il Kalpa-vriksha, il mistico albero degli dèi che esaudisce i desideri.

Vedendo un venditore di pane, venera in lui la dea Annapurna, dispensatrice di cibo.

Per lui ogni mucca è la mistica Surabhi o Kamadhenu che esaudisce i desideri, e ogni toro è il sacro Nandi. Ogni elefante è Ganesha e ogni scimmia è il devoto Hanuman. Ogni essere umano, uomo, donna, anziana o bambino, è una divinità intenta nei propri giochi inconcepibili. Ogni pietra è per lui il mistico Chintamani. Ogni oceano è colmo di nettare, ogni montagna è il dorato Meru, ogni casa, montagna, capanna o foresta è il palazzo di una divinità.

In una simile visione non vi è nulla di inventato, artificiale o fabbricato: per lo jnani questa visione è naturale, poiché tale è la natura delle cose, dato che il mondo è originariamente costituito da energie divine.

La visione pura riconosce le energie divine in tutti gli esseri e fenomeni

Lo sviluppo della visione pura

A volte la nostra visione pura è spesso ostacolata da parole malvagie, pensieri malvagi, parole impure, pensieri impuri e dalla nostra tendenza a spettegolare, giudicare e condannare. Bisogna sempre accorgersene dentro di sé. Un praticante esperto se ne accorge, si pente e si purifica. Si abitua a cambiare la propria visione e abitua la propria mente alla visione pura.

La visione pura cresce grazie alla fede e alla devozione. Perciò lo jnana si fonda sempre su di esse. Per chi possiede fede e devozione non è difficile dimorare nella visione pura.

Visione pura
Dattatreya
Jnani
Manana
Brahman
Assoluto
Jnana-yoga
Antar-vichara
Bahir-vichara
Brahma-vichara
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