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Samadhi transitorio come via verso il sahaja-samadhi

25.06.2026
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Samadhi transitorio come via verso il sahaja-samadhi

Commento al testo «Tripura Rahasya», capitolo 16 «Il mistero al di là della Trinità».

Base, cammino e frutto nell’insegnamento spirituale

Qualsiasi insegnamento può essere suddiviso in tre sezioni principali: base, cammino e frutto. La base è ciò in cui crediamo, ciò a cui ci orientiamo. Per esempio, nell’advaita la base è la non dualità. In altre parole, per noi l’Assoluto è uno stato di non dualità. Cioè, nel laya yoga Dio è uno stato, non un’immagine, non un soggetto, non un oggetto. È uno stato di coscienza, è un’esperienza.

In precedenza abbiamo già detto che la base è una consapevolezza non duale, simile allo spazio. L’elemento dello spazio nel laya yoga è molto importante per noi come analogia dell’“Io” assoluto. L’elemento dello spazio non contiene categorie grossolane, perciò attraverso di esso è più facile giungere all’analogia del nostro “Io” assoluto. L’elemento dell’acqua, della terra, del fuoco, del vento: tutte queste sono categorie più grossolane. In altre parole, l’elemento dello spazio contiene un minimo di maya, perciò, quando ci integriamo con l’elemento dello spazio nella contemplazione, cominciamo a scorgere la natura della Mente in quanto tale.

Comprendiamo che la nostra coscienza è simile a uno spazio sconfinato. Questo spazio è sempre esistito, ma noi non vi abbiamo prestato attenzione, perciò non lo notavamo. Si può dire che lo spazio per noi sia l’immagine di Dio. Se per qualcuno l’immagine di Dio ha una determinata forma e determinati attributi o è racchiusa in alcuni scritti concettuali, per noi l’Assoluto è lo spazio. Perciò il modo più semplice per sintonizzarsi sull’Assoluto è entrare in integrazione con lo spazio sconfinato.

Questo spazio è inconcepibile, perché si trova al di là dei pensieri. È originariamente puro, poiché nessuna manifestazione può toccarlo. È perfetto nel senso che non è possibile crearlo con gli sforzi, raggiungerlo con la pratica; la pratica è necessaria soltanto per eliminare l’ignoranza. Questo spazio è onnipervadente, poiché tutto si fonda su di esso. Di solito la base viene descritta proprio in questo modo.

Il cammino è la categoria successiva della pratica spirituale. Il cammino è il modo in cui realizziamo la base, il modo in cui pratichiamo. Infine, il frutto è lo stadio finale.

Quando si parla del cammino, si dice che esso consiste in visione del mondo, consapevolezza e comportamento. La visione del mondo è quella coscienza della non dualità che abbiamo assimilato e alla quale ci orientiamo. La consapevolezza è la nostra pratica di meditazione, è direttamente il modo in cui meditiamo. Il comportamento, o azione, è il modo in cui portiamo le nostre conoscenze nella vita quotidiana. In sanscrito questo si chiama jnana (visione), dhyana (consapevolezza) e kriya (comportamento). Possiamo avere una visione non duale, ma un comportamento duale; interiormente possiamo guidarci secondo la non dualità, ma nella dimensione relativa tenere conto delle realtà del mondo relativo.

Le istruzioni sul samadhi fugace riguardano la consapevolezza.

La consapevolezza è il modo in cui cerchiamo di realizzare la non dualità. Anche se possediamo la conoscenza dei testi filosofici sull’advaita, se abbiamo ricevuto molte istruzioni e possiamo operare facilmente con concetti quali Atman, Brahman, autoliberazione, ma non abbiamo ancora realizzato la non dualità, tutte queste cose restano per noi semplicemente parole. La consapevolezza ci dà un’esperienza viva, ci permette di sperimentare ciò di cui parla l’advaita.

In questo capitolo della «Tripura Rahasya», il re Janaka spiega al brahmano Ashtavakra l’insegnamento sul samadhi fugace.

La natura del samadhi fugace

«Il samadhi fugace viene sperimentato da tutti. E ciò accade persino nei momenti in cui sono assorbiti dalle preoccupazioni. Ma esso scorre restando inosservato da loro, poiché non lo conoscono. Ogni momento libero dal pensiero e dalla riflessione nello stato di veglia è uno stato di samadhi».

Samadhi fugace nella veglia quotidiana

In realtà l’uomo può essere paragonato alla punta di un iceberg, e la sua consapevolezza profonda all’oceano in cui questo iceberg galleggia. A volte, quando l’oceano è in tempesta, le onde si abbattono e la punta di questo iceberg s’immerge nell’oceano, scomparendo completamente. L’iceberg stesso e la sua punta sono una parte insignificante: sono la nostra personalità, la nostra coscienza ordinaria, il corpo e il mondo visibile. Mentre la parte più importante, simile a un oceano sconfinato, si trova appena un po’ più in profondità.

Nonostante ciò, non riconosciamo quasi mai questa parte profonda. Tuttavia, nella vita ci sono momenti in cui la nostra mente concettuale si paralizza e, per una frazione di secondo, si rivela uno stato molto profondo di chiarezza, simile allo spazio. Ogni persona vive alcuni istanti di shock, stress, amore, stupore, smarrimento, quando la sua mente si ferma. E in quel momento, quando la sua mente si ferma, per breve tempo si socchiude uno stato molto profondo. Questo stato viene chiamato «samadhi fugace». In quel momento i pensieri sono assenti, e lo yogin, se ha ricevuto le istruzioni corrette, può usare queste esperienze per entrare in uno stato ancora più profondo.

Tuttavia, le persone comuni non notano il samadhi fugace, perciò esso non porta loro alcun beneficio. Può portare beneficio solo al praticante che possiede le istruzioni appropriate.

Poi Ashtavakra si interessò e chiese al re Janaka:

«O re, per favore, raccontami nel modo più dettagliato possibile ciò che chiami samadhi fugace nello stato di veglia, affinché io possa svilupparlo e ottenere un samadhi duraturo».

Domanda sul samadhi fugace nello stato di veglia

Esempi di samadhi fugace

 

Interrogato su questo, Janaka rispose:

«Ascolta, o brahmano! I seguenti casi sono esempi di tale stato.

Quando una persona non nota il movimento verso l’interno e verso l’esterno per un breve intervallo di tempo e, al contempo, non è oppressa dall’ignoranza del sonno.

L’infinitesimo lasso di tempo in cui è fuori di sé dalla gioia.

Quando è stretta nell’abbraccio della propria amata con i sentimenti più puri.

Quando viene ottenuta una cosa che desiderava moltissimo, ma alla quale prima, nella disperazione, aveva rinunciato.

Quando un viaggiatore solitario, che non ha alcun dubbio sulla completa sicurezza del cammino che sta percorrendo, si trova improvvisamente di fronte al più grande pericolo.

Quando una persona sente della morte improvvisa dell’unico figlio, la cui salute era eccellente, e quando il figlio si trovava nel fiore degli anni e all’apice della sua gloria.

Vi sono anche periodi di samadhi che hanno luogo nell’intervallo di tempo tra gli stati di veglia, di sonno con sogni e di sonno profondo.

Durante la percezione di un oggetto lontano, quando la mente, da un lato, abbraccia il corpo e, dall’altro, proietta se stessa nello spazio finché non abbraccia quell’oggetto, così come un verme si allunga mentre striscia da una foglia all’altra, cercando al contempo di afferrare il successivo sostegno.

Osserva attentamente lo stato della mente in tale intervallo di tempo».

Esempi di intervalli di samadhi fugace

Dunque, Janaka elenca qui gli intervalli durante i quali, per un certo tempo, si socchiude lo spazio profondo del nostro «Io». In realtà, questi intervalli non sono poi così pochi. Sono molti, e persino le persone comuni vi entrano parzialmente. Ma le persone comuni non possono utilizzarli, poiché non prestano loro attenzione; perciò, per loro sono inutili. Un praticante esperto, al contrario, cerca di coltivare l’attenzione verso di essi, cerca di servirsene per approfondire la propria consapevolezza naturale e avvicinarsi al sahaja-samadhi.

Questo tipo di samadhi è chiamato fugace perché sorge per breve tempo spontaneamente, all’improvviso, e poi altrettanto rapidamente cessa. Nel «Vijnana Bhairava Tantra» sono descritti centododici modi per entrarvi.

Esempi pratici di intervalli

Quando vi addormentate, ma non c’è ancora il ritiro verso l’interno. Cioè non avete perso il controllo della consapevolezza, ma avete già smesso di percepire il mondo esterno. In questo stato vi trovate al confine tra l’interno e l’esterno. Se sarete sufficientemente vigili in questo momento, la vostra mente potrà spalancarsi.

Il primo istante dopo il risveglio. Quando vi siete svegliati, vi capita di avere la sensazione di guardare il mondo come se foste appena nati. Non sapete come vi chiamate, non ricordate come siete arrivati qui (a volte succede). Cercate di ricordarlo, e per un certo tempo nasce in voi una confusione, quando la mente si rifiuta ancora di funzionare, perché non vi siete ancora completamente svegliati, ma potete già vedere tutto abbastanza chiaramente. Se in quel momento sarete consapevoli, potrete entrare in uno stato molto profondo e spalancato.

L’istante in cui provate una gioia immensa. Se osservate con vigilanza la fonte di questa gioia, all’improvviso la vostra mente concettuale si fermerà, sperimenterete uno stato molto profondo di presenza.

L’istante in cui si realizza un desiderio molto importante per voi. Nel momento della sua realizzazione sopraggiunge una breve confusione, perché arriva il vuoto, la mente si paralizza, non ha più nulla verso cui muoversi. Prima la mente si muoveva verso il desiderio, ma dopo che esso si è realizzato, la mente per un certo tempo si trova in questo stato di arresto.

Il momento di stress o di shock durante un pericolo in viaggio, alla notizia di qualcosa, ecc. Cioè qualunque cosa che influisca fortemente sulla mente la paralizza. La mente per un certo tempo entra in confusione e si ferma. Se si tratta di una persona comune, prova semplicemente certe emozioni, poiché non lavora con questa esperienza. Se si tratta di un praticante, egli vede in ciò un momento favorevole per approfondire la propria contemplazione.

Per esempio, a Divya Loka un monaco di notte attraversava un burrone per passare da una sala all’altra. E in questo burrone si odono sempre suoni strani anche di giorno, per esempio si sente come se qualcuno ridesse. Molti monaci pensano che lì viva qualcuno, perché vi accadono spesso cose insolite, si odono suoni o nasce la sensazione di una presenza estranea. E quando quel monaco passò di lì di notte, all’improvviso nei cespugli si levò un forte rumore. Si spaventò, il suo muladhara-chakra vibrò intensamente, perciò sorse la paura. Ma poiché era un praticante, in quel momento si trovava nella contemplazione, nella presenza. Durante lo spavento la sua mente entrò molto profondamente in uno stato di non-dualità, simile allo spazio, come se fosse diventata l’intero spazio cosmico della paura. Egli sperimentò uno stato così profondo che dimenticò del tutto la propria paura. Cioè la paura si trasformò in beatitudine, e la beatitudine in non-dualità, e alla fine egli perse completamente il suo “io” particolare, e la sua mente si dissolse, come se fosse presente in un miliardo di luoghi dell’universo. Dimenticò del tutto sia la paura sia tutto il resto, perché era molto ispirato da quello stato che era riuscito a sperimentare. Di solito è proprio in questo modo che avviene l’esperienza del samadhi fugace, quando il praticante lavora con essi. E poiché quel monaco era un praticante esperto, riuscì a lavorare con la propria paura.

Quando contemplate qualcosa che è molto lontano da voi, e la vostra mente si estende fino a qualche grande oggetto, in quel momento la vostra coscienza si espande. Se osservate attentamente questa espansione, anche allora per un certo tempo la fessura tra la coscienza superficiale e il subconscio si socchiude.

In altre parole, il compito di tutti questi intervalli è, in qualche modo, comprimere la coscienza superficiale, affinché in primo piano emergano il subconscio e il sovraconscio, il nostro vero “Io”. E quando la mente concettuale è compressa e in primo piano è emerso il subconscio, allora occorre semplicemente dimorare nella presenza e nella consapevolezza, unirsi a questo e restare in questo intervallo più a lungo.

Questo è in realtà un tema complesso, che richiede determinate abilità nella contemplazione.

Le condizioni per dimorare negli intervalli

Il re Janaka dice: 

«Tutto ciò che accade intorno si immobilizzerà, se la mente diventa omogenea. Dimorare in questi intervalli di tempo diventa possibile quando nella mente regna una certa armonia, che in condizioni ordinarie viene costantemente disturbata».

Dimorare nell’intervallo con una mente omogenea

Si dice che se qualcuno può rintracciare questi samadhi fugaci, allora non ha bisogno di nessun altro samadhi. Lo yogin che può osservare questi sottili intervalli ed entrare in tali stati di contemplazione approfondisce gradualmente la propria consapevolezza fino all’autentico stato di sahaja-samadhi.

Perché le persone comuni non raggiungono la liberazione

Ashtavakra accolse ciò con diffidenza e chiese a Janaka:

«Perché allora tutti gli esseri umani non hanno ancora raggiunto la liberazione, se nella loro vita si incontrano così spesso samadhi fugaci? Se questo samadhi fugace è una tale fiaccola che porta l’illuminazione, che può persino penetrare nel sonno senza sogni, allora perché la suprema Essenza degli esseri umani non prende coscienza di sé e non diventa liberata?»

Janaka gli risponde: «Il ciclo di nascita e morte, che esiste da tempi immemorabili, è condizionato dall’ignoranza, che si manifesta sotto forma di piacere e dolore, pur rimanendo soltanto un sogno e qualcosa di irreale. Solo la conoscenza può porre fine a questa ignoranza».

La conoscenza è la saggezza generata dall’autorealizzazione. La comprensione — io sono Quello (la Fonte Suprema, la Coscienza illimitata), quando sappiamo «Io sono coscienza illimitata» — è la vera conoscenza. Tutto il resto, in qualunque modo possa apparire, è una forma di ignoranza.

Janaka dice: 

«Nonostante persino le persone comuni lo sperimentino per un certo tempo, i samadhi casuali e fugaci, in assenza della giusta conoscenza, non possono liberare l’essere vivente. Come una persona non informata sulle qualità dello smeraldo non può riconoscerlo in uno scrigno di tesori dal solo aspetto esteriore, come un’altra persona non può riconoscere uno smeraldo se non l’ha mai visto prima, anche se possiede conoscenze teoriche in materia, così anche la teoria deve essere completata dalla pratica affinché una persona possa diventare esperta. L’ignoranza non può essere eliminata dalla semplice teoria o da un samadhi casuale e fugace di una persona ignorante».

Janaka spiega che le persone comuni, che non possiedono sufficiente attenzione o consapevolezza, non possono trarre beneficio dal samadhi fugace a causa della disattenzione. Una persona disattenta, che non dimora nella contemplazione, non può comprendere il samadhi, anche se esso si ripete nella sua vita ancora e ancora. È simile a una persona che, non sapendo nulla dei tesori sepolti sotto il suo pavimento, raccoglie l’elemosina ogni giorno. In questo modo, un tale samadhi può portare grande beneficio solo ai praticanti esperti, che si esercitano costantemente nella consapevolezza e nell’attenzione.

Il tesoro nascosto del samadhi e l’attenzione del praticante

Tre classi di ricercatori spirituali

Il re Janaka dice: 

«I ricercatori spirituali possono essere suddivisi in tre gruppi: i migliori (divya), la classe media (vira) e gli inferiori (pashu). I rappresentanti della classe superiore raggiungono la realizzazione proprio nel momento in cui ricevono la trasmissione diretta. Si stabiliscono nella verità e la contemplano contemporaneamente al loro apprendimento. Da parte loro non è richiesto alcuno sforzo per realizzare la verità».

In seguito Janaka dice che un giorno, mentre, inebriato, giaceva nel suo giardino dei piaceri, brillava la luna piena. All’improvviso udì canti dolci, simili al nettare, di esseri invisibili. Questi esseri invisibili gli impartirono l’insegnamento sull’unità della suprema Essenza, di cui non aveva mai sentito parlare prima e che non conosceva. Cioè gli parlarono della Fonte Suprema, della Mente non nata. Non appena il re ne sentì parlare, subito rifletté su questa Fonte Suprema, meditò su di essa e realizzò la non-dualità in meno di un’ora. Poi, per un’ora e mezza, rimase in samadhi — nello stato della beatitudine suprema. Quindi tornò all’esperienza ordinaria e cominciò a pensare a quell’esperienza: «Quanto è meraviglioso! Quanto ero colmo di beatitudine in quel momento! Vorrei tornare di nuovo a questo. Persino la felicità del re degli dèi non può essere paragonata a essa». E allora provò un forte disgusto per tutte le azioni, per la sua posizione regale e, in generale, per tutto il samsara. Pensò: «Basta con una tale brama appassionata per il samsara. Se esiste una così grande esperienza, vorrei rimanervi per sempre. Il disgusto per queste azioni prima non sorgeva in me, perché camminavo stupidamente sulle strade di questo mondo. Basta con queste azioni sciocche».

Non appena prese questa decisione e cercò di rivolgere la propria mente verso l’interno, lo colse un’altra idea. Pensò: «In quale confusione mi trovo! Che cos’è dunque ciò che voglio fare, se dimoro sempre nella beatitudine perfetta? Che cosa potrei ancora ottenere? Che cosa mi manca? Quando e da dove potrei ricevere qualcosa? Come posso io, coscienza infinita di beatitudine, conoscere e sperimentare degli sforzi?»

In seguito, analizzando la propria esperienza, ragionando e immergendosi nel samadhi ancora più profondamente, il re cominciò improvvisamente a comprendere che ciò che voleva raggiungere con gli sforzi e ciò verso cui gli sorgevano avversione o attaccamento erano illusori. Scoprì che questo stato non solo permea tutti gli aspetti della nostra vita, ma non viene mai perduto. Quando si stabilì in tale comprensione, in lui sorse un incrollabile sahaja-samadhi, che non perse mai più. Grazie a ciò poteva governare il regno, essere un re magnifico e, al tempo stesso, essere un’anima liberata, un jivanmukta.

L’intuizione di Janaka nel giardino lunare

Questa è la classe più alta di praticanti, che raggiungono la liberazione in breve tempo, praticamente all’istante. Tuttavia si ritiene che siano anime che hanno compiuto grandi pratiche nelle vite passate.

Janaka dice che la sua esperienza è un’esperienza simile a quella dei migliori ricercatori. Janaka dice:

«Dimoro sempre nella mia propria Essenza suprema come fonte perfetta di beatitudine e come pura coscienza ininterrotta».

Cioè egli rimane sempre immacolato e si trova in uno stato di perfezione. Ma i ricercatori della classe inferiore acquisiscono la saggezza dell’illuminazione come risultato di molte nascite. Devono accumulare meriti, trasformare gradualmente se stessi, finché non saranno in grado di avvicinarsi alla non-dualità, e questo richiede molte vite. Nel corso di molte vite l’anima deve sperimentare dolore, sofferenza, delusione per l’ignoranza, paura della morte, rinascita, vanità della ricerca dei piaceri, per riuscire in qualche modo a intuire questo barlume.

Tre classi di ricercatori spirituali

Per quanto riguarda la classe media, i ricercatori di questa categoria ottengono l’illuminazione nel corso di una sola vita. Ciò avviene gradualmente, secondo il seguente schema:

Il cammino del ricercatore spirituale medio
  1. All’inizio studiano la verità (shravana). È ciò di cui ci stiamo occupando ora.
  2. Segue poi la fase dell’acquisizione della convinzione in questa verità (manana). Per esempio, quando avete ottenuto una certa comprensione, un barlume, e l’avete sperimentato voi stessi. Cioè avete acquisito una certa esperienza, vi siete convinti: «Sì, è così» — e mantenete il principio della consapevolezza grazie all’atma-vichara.
  3. La terza fase è la meditazione nel samadhi con qualità e il samadhi privo di qualità (nididhyasana), quando avete ottenuto una certa esperienza e la sostenete costantemente, ovunque vi troviate.
  4. La quarta fase è lo stato di sahaja-samadhi, quando rimanete intoccati anche durante l’attività esteriore. Quest’ultimo stato si incontra estremamente di rado.
La maturazione del ricercatore attraverso conoscenza, meditazione e azione

Gli insegnamenti di Janaka

In seguito Janaka dà ad Ashtavakra questi insegnamenti:

«Finché una persona vive una vita ordinaria e non guarda a tutto ciò che accade intorno come a una proiezione dell’Essenza suprema, finché non vivrà senza deviare dall’Essenza suprema in nessuna circostanza, fino ad allora non si potrà dire di lei che sia libera dall’ostacolo dell’ignoranza. La Ragione assoluta è lo sfondo sul quale si manifestano tutti i fenomeni. Essa sembra non essere consapevole perché non è diversa dai fenomeni che essa manifesta. Quando essi vengono eliminati, essa diventa distinguibile».

Questa è una breve esposizione del metodo di autorealizzazione del re Janaka.

In seguito Janaka disse:

«Brahmano, rifletti più spesso su ciò che ti ho detto, e raggiungerai certamente l’illuminazione. Con la saggezza che la tua illuminazione genererà, dimorerai tu stesso come l’Essenza suprema, intrinsecamente inerente a te, e sarai sempre libero».

Dopo aver trasmesso ad Ashtavakra queste prescrizioni, Janaka gli disse di ritirarsi. Ashtavakra tornò al luogo della sua dimora e mise in pratica le conoscenze ricevute. Molto presto anch’egli divenne un jivanmukta, cioè liberato in vita. Anche Ashtavakra era un ricercatore spirituale della categoria più alta, cioè uno che possiede capacità straordinarie. Se parliamo dei ricercatori spirituali ordinari, essi hanno la possibilità di raggiungere la liberazione nel corso di una sola vita, se seguiranno sinceramente il cammino spirituale.

Questi sono gli insegnamenti del testo «Tripura Rahasya».

Sette momenti particolari nel laya-yoga

Di solito diciamo che nello laya yoga si contano sette momenti particolari con cui ci si può unire per sperimentare un samadhi fugace:

  1. L’istante dello sbigottimento — quando la coscienza si spaventa e cade nello sbigottimento. Se lo yogin è vigile in quel momento, unendosi a questa energia può dimorare nella contemplazione. Invece di cadere nel panico, la sua energia può essere catturata e introdotta nel canale centrale. Grazie a ciò, la coscienza riceverà un potente impulso.

    L’istante dello sbigottimento come momento particolare della contemplazione
  2. L’istante dei forti desideri — quando forti desideri o emozioni, difficili da controllare, si impossessano di noi. Per esempio, il primo istante prima di mangiare, se c’è un forte desiderio di cibo.

    L’istante del forte desiderio prima del pasto
  3. Il primo impulso delle emozioni — il primo impulso dell’ira, della brama. Ciò che sorge in voi e ciò che voi fermate e notate.

    Il primo impulso dell’emozione come momento di presenza
  4. Il periodo tra il sonno e la veglia — i momenti al risveglio al mattino.

    Il periodo tra il sonno e la veglia
  5. I momenti di vergogna — quando la mente è paralizzata da una situazione che diverge dalle idee abituali di onore e disonore, di puro e impuro.

    Il momento della vergogna e l’arresto della mente concettuale
  6. I momenti di comportamento insolito — quando la descrizione abituale del mondo, lo schema comportamentale delle relazioni con il mondo o con gli altri crolla grazie a nuovi elementi insoliti. Quando sentite che la situazione che affrontate sfugge al controllo e la vostra mente dimora nello smarrimento. È un buon momento per dimorare nella presenza, per coltivare la contemplazione.

    Il momento del comportamento insolito e dello smarrimento
  7. Il momento del concetto paradossale — quando la mente concettuale è paralizzata e i concetti e la logica crollano. È il momento che nella tradizione dello laya yoga è legato alla meditazione sugli enunciati.

    Il momento del concetto paradossale

Meditazione sui compiti paradossali

Quando il maestro dà al discepolo determinati enunciati e dice: «Rifletti su questo». Che cos’è quella rana che inghiotte un elefante? Che suono ha il battito di una sola mano? Riflettendo su simili compiti paradossali, il discepolo cerca di dare una risposta. All’inizio cerca di dare una risposta mentale. Ma una risposta del genere non è corretta. Infine, il discepolo comprende che l’unica risposta corretta può darla entrando in un profondo stato di chiarezza e integrandosi con questa domanda paradossale, permettendo alla chiarezza di rispondere a questa domanda.

A tutti coloro che siedono qui do questo compito: parallelamente alle pratiche preliminari, riflettete su che cosa sia il suono del battito di una sola mano. Quando avrete una risposta adeguata, potete trasmettermela. Ma non cercate di rispondere con la mente, poiché qualsiasi risposta proveniente dallo stato della mente non sarà corretta.

Metodo di lavoro con le domande paradossali

Bisogna rispondere a tali domande così. Per un po’ sedete rilassati e dimorando nell’assenza di pensieri. Poi ricordate il compito e vi chiedete mentalmente: «Che cos’è il suono del battito di una sola mano?» In questo, per voi non sono tanto importanti le parole quanto la sensazione di questa domanda. Se vi sintonizzate sulla domanda, sarà qualcosa che contraddice la vostra logica.

Quando avete colto una tale sensazione, dovete cercare di dimorare nell’assenza di pensieri e di penetrarvi ancora più profondamente, per disattivare la mente concettuale. Poi occorre mantenere questo stato a partire dalla domanda, dimorare nell’assenza di pensieri ed entrarvi sempre più a fondo. Quando sentirete di essere entrati nell’assenza di pensieri il più profondamente possibile, dovrete cercare di rispondere alla domanda da questo stato di assenza di pensieri. E allora, forse, otterrete la risposta corretta.

Non bisogna pensare che essa vi apparirà subito, in tre giorni. Più di un monaco ha trascorso anni meditando su questa domanda. Tuttavia, rispondere a questa domanda equivale al raggiungimento dell’illuminazione. Alcuni discepoli, meditando su di essa, hanno chiarito bene lo specchio della loro mente.

Chiarificazione dello specchio della mente attraverso una lunga meditazione

Finché non vi sarete avvicinati alla comprensione di questa domanda, scivolerete alla periferia. Quando vi avvicinate a questa comprensione, anche se non avete ancora ottenuto la risposta, realizzate una conoscenza non concettuale. E allora tutte le vostre illusioni cominciano a dissiparsi. In questo modo vi avvicinate al samadhi fugace. Colui che può rispondere a questa domanda, invece, può entrare liberamente nel samadhi fugace in qualsiasi istante, a suo piacimento. E questo significa che possiede una contemplazione di base, sulla quale può fare affidamento per tutto il resto della vita.

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