Saluto tutti. Io sono qui perché voi siete qui, e voi siete qui perché io sono qui: tutto è interconnesso, questo è il legame Guru-discepolo. A volte questo legame è molto comprensibile e chiaro, altre volte non è molto comprensibile, non è molto chiaro oppure è mistico; può essere di vario tipo. A volte un discepolo dice: «Il Guru mi ha chiamato in sogno».
Ma siamo tutti qui per una ragione: perché aspiriamo a Dio e nutriamo un certo amore per Dio e il desiderio di liberazione, l'amore per la verità. Abbiamo fede e devozione, e quando tutto ciò si unisce — la fede, la devozione, l'amore per Dio e il desiderio di liberazione — quando tutto questo si combina insieme, nasce un impulso indefinibile ad approfondire l'amore per Dio, a rafforzare la fede, ad approfondire la conoscenza, a diventare sempre più liberi. Quando questo impulso irresistibile diventa così forte da eclissare i nostri desideri, i nostri attaccamenti, i miti sociali e le idee fisse, diventiamo sadhu.
Gli ostacoli sul cammino e la necessità di impegnarsi
Sono moltissime le cose che si oppongono a questo cammino, ed è normale. Dopotutto, non siamo dèi provenienti dai mondi senza forma e neppure dèi dei mondi dotati di forma, in corpi splendenti e in palazzi cristallini e trasparenti; non siamo immortali. Siamo esseri umani con un consistente fardello karmico, in corpi densi, vale a dire che qui vigono leggi ferree. Perciò, quando aspiriamo alla liberazione, esistono molte altre forze contrarie: le forze del karma, le forze di Prakriti (la natura materiale), le forze imposte dalle idee sociali, i debiti karmici.
Tutto questo va superato; bisogna impegnarsi, raccogliere tutta la forza della propria anima, tutta la fede, tutto l'amore, tutta la devozione, e sfruttare questa opportunità. È un biglietto della lotteria, ma può essere trasformato in una probabilità del cento per cento. Bisogna raccogliere tutta la forza dello spirito per accrescere la propria fede, approfondire l'amore per Dio, accrescere la propria conoscenza e diventare liberi in Dio.

Si può diventare liberi soltanto in Dio. Nel lavoro non si può diventare liberi, nel lavoro si può diventare schiavi. Nel matrimonio non si può diventare liberi; nel matrimonio si può essere temporaneamente felici, ma alcuni non riescono neppure in questo: temporaneamente, per vent'anni, cinquant'anni; ci sono le nozze d'oro, le nozze d'argento, ma nulla è permanente. Nella maternità si può essere felici per un certo periodo, ma non in modo permanente. Nel possesso del potere e della ricchezza, sì, ma temporaneamente. Qualcuno si inebria del potere, poi è costretto a fuggire da qualche parte: è il karma, perché il potere o non potere, il destinatario viene trovato.
Si può essere felici grazie a cose temporanee, grazie al proprio ego, ma la felicità in Dio è la liberazione eterna. Quando in noi nascono questo amore per Dio, la fede, la devozione e il desiderio di liberazione, la questione è quanto riusciremo a rafforzarli affinché superino la gravità del nostro karma. Questa gravità è molto forte, ma neppure le nostre possibilità sono deboli. Possiamo rafforzare la nostra fede, il nostro amore per Dio, la nostra conoscenza e la nostra devozione mediante la sadhana, la tapasya e la dedizione di sé.
Accettare i limiti umani e il potenziale divino
Non bisogna vergognarsi di riconoscere le proprie debolezze. Siamo esseri umani e non dèi dai corpi luminosi che fanno ruotare galassie su un dito. Siamo soltanto esseri umani: che male c'è? È naturale che siamo deboli. Abbiamo corpi effimeri composti dai cinque elementi, che vivono cent'anni nel migliore dei casi. Se vivrete fino a cent'anni, diventerete delle celebrità; la gente verrà da voi a chiedervi: «Ma come avete fatto? Come vi alimentavate? Che stile di vita conducevate?»; gli dèi, invece, vivono miliardi di anni.
Gli esseri umani sono fortemente limitati nella conoscenza: non possiedono né l'onniscienza né la chiaroveggenza; il passato non è chiaro, non sappiamo chi fossimo o che cosa facessimo, possiamo soltanto fare congetture, se non abbiamo una visione chiaroveggente. Gli dèi sanno tutto fin dal momento della creazione dell'universo e ricordano ogni cosa. Anche il futuro è incerto: che cosa ci attende, dove nasceremo nella prossima vita; persino il futuro più prossimo è così nebuloso. Ma le persone intelligenti, naturalmente, comprendono che bisogna prendere il futuro nelle proprie mani, che se non siamo noi a governare il nostro futuro, allora sono i pianeti ad assumersi questa funzione e, per così dire, ci assegnano un destino standard.
Noi esseri umani siamo deboli, perché siamo soltanto esseri umani, non titani, né dèi, né siddha, né maha-siddha, né rishi, né vidyadhara, né gandharva: abbiamo dei limiti. Cominciamo comprendendo questi limiti, senza nutrire illusioni, ma abbiamo un potenziale, e questo potenziale ci dà una grande speranza.
Possiamo elevarci fino agli dèi, possiamo persino diventare coloro presso i quali gli dèi cercano la saggezza, possiamo liberarci dai limiti di questo mondo e sviluppare la nostra onniscienza. Possiamo superare tutte le imperfezioni del nostro karma, tutti i nostri difetti e le nostre debolezze, e diventare una grande personalità divina — un maha-purusha, un uttama-purusha, un grande spirito divino e cosmico, unito a Dio, che incarna una delle Sue energie, una delle Sue potenze. Ma un grande obiettivo richiede grandi sacrifici e comporta un prezzo elevato, un costo considerevole.

Il prezzo della realizzazione spirituale
Qui ci chiediamo sempre: «Quanto sono disposto a pagare, e quanti sforzi sono necessari, quanti pranayama, quanta concentrazione, quanti mantra, quante migliaia di giri bisogna contare? Quanto tempo bisogna restare seduti nella meditazione mahashanti?»
C’è una storia in cui Milarepa, prima di separarsi dal suo discepolo Rechungpa, mentre questi stava per partire per un lungo viaggio e forse non si sarebbero più incontrati, gli diede le ultime istruzioni. Milarepa disse: «E ora, figliolo, il mio ultimo insegnamento». Gli voltò le spalle, si tolse i pantaloni e gli mostrò i calli sulle natiche: «Vedi questi calli? Tutte le mie realizzazioni le devo a loro», vale a dire che, stando seduto in meditazione, si era procurato dei calli sulle natiche. Questo fu il suo ultimo insegnamento al discepolo. È un prezzo ben preciso nella vita spirituale.
Ma il prezzo più importante non è neppure questo: il prezzo più importante è la nostra rinuncia all’egoismo e la nostra infinita dedizione a Dio nell’amore. Se c’è amore per Dio, se c’è devozione, non è difficile farlo, non è difficile pagare questo prezzo: lo si paga come per gioco.
Le mie benedizioni a tutti voi, affinché dimoriate in questo amore e in questa devozione.


