Commento al testo di Swami Sivananda
«Brahma-jnana è un segreto occulto, un argomento per l’iniziazione da parte di un autentico guru. Fermatevi per un minuto e riflettete seriamente sulla vostra vita. Siete orgogliosi di essere saggi. Ma siete davvero informati su tutto? Assolutamente no. Siete irrimediabilmente ignoranti. In quanti grembi materni siete stati? Siete stati ingannati più di una volta dalla vista bramosa e dalla lingua inquieta. Siete stati irrimediabilmente sviati dal colore, dall’odore e dal tatto. Svegliatevi, rialzatevi e non fermatevi finché non avrete raggiunto l’eterna felicità celeste, la felicità suprema o lo stato di turyatita, o nirvikalpa-samadhi, o videha-kaivalya. Sviluppate le sei virtù (shat-sampat). Acquisite le quattro qualità».
Swami Sivananda parla delle qualità che un praticante deve possedere. Quando ci accostiamo alla pratica di insegnamenti elevati, come l’anuttara-tantra, spesso si dice che questi insegnamenti sono molto grandi ed elevati. Alcuni dicono persino che questi insegnamenti non sono per persone comuni, ma per maestri, quasi illuminati e per santi, cioè che si tratta di qualcosa di molto alto, di acrobazia spirituale di massimo livello. Oppure si dice che sono per persone con le capacità più elevate.
Ma quando ci accostiamo all’insegnamento, per noi è importante non dimorare in fantasie o illusioni, bensì valutare adeguatamente le nostre capacità, analizzando criticamente il nostro karma. Se il nostro vicino è un genio spirituale, dotato di capacità incredibili, questo non ci aiuterà, perché siamo noi stessi a dover lavorare con il nostro karma. Ciò che è buono per il nostro vicino può non essere adatto a noi. È molto importante determinare le proprie capacità, senza adeguarsi a un qualche livello generale, perché è proprio con le nostre capacità che intraprendiamo la pratica, percorriamo il cammino, completiamo il cammino. E le capacità, com’è noto, sono diverse per ciascuno.
Per esempio, Milarepa un giorno si recò da un santo che insegnava l’anuttara-tantra della scuola Nyingmapa. Prima di allora Milarepa aveva studiato la magia e in una settimana aveva acquisito la capacità di provocare pioggia e grandine con la magia, e in venti giorni aveva padroneggiato tutta la scienza magica. Quando giunse dal maestro, questi disse: «Il mio insegnamento è molto elevato: se inizi a praticarlo di giorno, diventi Buddha quello stesso giorno; se inizi a praticarlo di notte, diventi Buddha quella stessa notte. È così grande che basta che una persona dalle migliori capacità ne senta parlare perché diventi subito risvegliata».
Milarepa ne fu molto felice e pensò: «Probabilmente è stata la fortuna stessa a condurmi da questo maestro, il cui insegnamento si comprende facilmente e rapidamente». Si insuperbì un poco e pensò: «Se in venti giorni ho imparato la magia e ho ucciso trentotto dei miei nemici, se in una sola settimana ho imparato a provocare pioggia e grandine, allora un insegnamento così facile e meraviglioso lo imparerò in un giorno». Non si sedette nemmeno a meditare, ma si coricò a dormire.

Il giorno seguente il maestro disse: «Sembra che io abbia esaltato troppo la mia pratica e il mio metodo. Tu non sei adatto al mio insegnamento. Ho avuto segni e visioni secondo cui il mio insegnamento non ti aiuterà. In un’altra parte del Tibet c’è il santo maestro Marpa. È un grande praticante dei metodi tantrici, quindi è meglio che tu vada da lui».
Questo esempio mostra che persino i più grandi luminari, come Milarepa, devono trattare con vigilanza le proprie inclinazioni karmiche, rapportarsi con rispetto all’insegnamento e allo sviluppo delle qualità.
Spesso i praticanti, sentendo che praticano insegnamenti elevati, trascurano alcune qualità di base. Ma per gli insegnamenti elevati deve essere creato un fondamento, una piattaforma. Ed è molto importante non sopravvalutare le proprie capacità, non immaginarsi un genio spirituale, ma al contrario sviluppare umiltà, modestia e dedicarsi con zelo a determinate pratiche.

Naturalmente, il nostro «Io» interiore è, per definizione, un genio spirituale. La nostra scintilla spirituale è la più elevata e capace, e dobbiamo assolutamente sviluppare in noi il genio spirituale. Ma sviluppare in sé il genio spirituale non significa cadere nell’orgoglio o nella presunzione. Proprio in questo consiste la differenza tra l’orgoglio divino e l’orgoglio mondano, che è una klesha.
Se in realtà siete un genio spirituale, questo comunque si manifesterà, non sarà un segreto per nessuno, non avrete nemmeno bisogno di dichiararlo. E se non lo siete, anche questo sarà visibile a tutti. In realtà non si può nascondere nulla. Se diventate una fonte di qualità benefiche, se le vostre virtù e i vostri meriti si irradiano da voi ogni secondo, sarà impossibile nasconderlo, tutti lo sapranno: gli dèi, gli spiriti degli antenati, le persone intorno, i maestri ecc. Se il vostro merito dalle vite passate è tale che siete un grande buddha, un re del Dharma e un grande maestro-mahasiddha, non riuscirete a nasconderlo. Ma se non possedete il potenziale e avete dei limiti, anche questo non riuscirete a nasconderlo. E non c’è nemmeno bisogno di preoccuparsene e di compiere qualche sforzo, perché tutto sarà comunque notato. Lo si nota fin dai primi giorni di permanenza nel sangha, dalle prime conversazioni.
Le quattro qualità secondo Shankara
Shivananda parla dell’acquisizione di sei virtù e di quattro qualità. Sono le quattro qualità classiche di cui parla Shankara:
viveka (saggezza discriminante)
vairagya (distacco, tolleranza, indifferenza verso gli oggetti dei sensi)
mumuksha, o mumukshutva (ardente aspirazione alla liberazione)
shat-sampat (cioè il sestuplice pregio)

Viveka – saggezza discriminante
Viveka è la capacità di discernere, cioè di separare il giusto dall’errato. A volte, persino nelle situazioni più banali, è necessaria la viveka, e se la viveka manca, commettiamo degli errori.
Per esempio, il prasad non vi piace. Se avete viveka, potete pensare: «Questa è un’eccellente pratica per eliminare l’accettazione e il rifiuto». E allora, invece di arrabbiarvi o di essere scontenti, trasformate il momento di questa insoddisfazione in un eccellente metodo di pratica spirituale, ne ricavate beneficio, accumulate merito, avanzate sul cammino spirituale. Se invece lasciate passare questo momento, dentro di voi compare insoddisfazione, automaticamente iniziano le aparadha verso i cuochi, verso la vita, verso il mondo in generale. E dopo un tale prasad vi sentite come se vi foste avvelenati. In realtà è proprio così. Vale a dire che i monaci possono commettere errori del tutto sciocchi per ignoranza.
Per esempio, quando mi dedicavo alla pratica, mangiavo consapevolmente un prasad che non era gustoso: a base di orzo perlato e dell’olio di senape più economico. Al solo pensiero di quell’olio di senape mi veniva la nausea. E in ritiro mangiai un prasad del genere per diversi mesi. Ritenevo che, anche se esiste la possibilità di mangiare qualcosa di gustoso, bisognasse provare che cosa significhi mangiare qualcosa di non gustoso, per distaccarsi dalle proprie predilezioni.
Nel monastero vige l’impostazione secondo cui il prasad deve essere sempre buono, cioè l’ambiente deve essere splendido, ma questo è soltanto un’offerta al Dharma, e non un compiacimento dell’ego. In altre parole, cerchiamo di rendere il Dharma piacevole e bello, perché, se fosse molto ascetico, è improbabile che la coscienza di coloro che verranno qui si elevi grazie a questo. Personalmente ho sempre provato ispirazione dall’ascetismo, dalla povertà e da altre cose simili. Ma quando mi è toccato guidare il monastero, ho pensato che con simili impostazioni non si può diffondere ampiamente il Dharma; perciò ho dovuto rinunciare alle mie predilezioni e, al contrario, coltivare altre sankalpa, che in generale negli ultimi anni non mi sono proprie. E se non le avessi coltivate, la vita dei monaci sarebbe stata più difficile, e il Dharma si sarebbe diffuso con maggiore difficoltà.

Ma quando facciamo offerte così belle al Dharma, ciò non significa che siamo attaccati; dentro di noi dobbiamo essere distaccati, pensando così: «Questo non è mio, tutto questo appartiene al Grande Signore, a Dio. Poiché appartiene al Grande Signore, deve essere splendido, ma io non devo trarne alcun piacere egoistico».
Viveka significa anche la capacità di discriminare in molte cose. Per esempio, la comprensione delle regole monastiche: come osservarle, su che cosa porre l’accento. Se comunicate con un monaco e lo valutate in base alle qualità umane, ma dimenticate che è una persona del voto, una persona del servizio, cioè vedete alcune sue qualità ordinarie e non notate quelle elevate, questo è proprio mancanza di viveka. Se in un monaco anziano vedete non la sua posizione, ma le qualità umane, e per questo vi è difficile costruire rapporti con lui, anche questo indica una mancanza di viveka.
Viveka permette di vedere il Dharma proprio nel modo in cui esso conduce alla vita spirituale. Quando trasmetto diverse istruzioni, pratiche sottili con i sankalpa, il lavoro con i venti, vedo che alcuni le colgono «al volo»: basta solo dire che esistono, e tali praticanti le prendono e le praticano da soli, come se le avessero praticate per tutta la vita. Ma altri, anche dopo numerose consultazioni, non riescono a capire di che cosa si tratti davvero, che cosa siano questi sankalpa. Anche questa è una manifestazione di viveka.
Per esempio, mentre venivo qui alla bhajan mandala, senza perdere tempo, praticavo camminando uno dei sankalpa: il sankalpa «Forza discendente». E così accade ogni giorno. Se invece camminiamo, ci distraiamo e semplicemente guardiamo intorno in uno stato di totale incoscienza, anche questo è assenza di viveka, assenza di discernimento.
Viveka si manifesta in tutto: nel nostro distacco dai desideri, nel nostro comportamento. In altre parole, comprendiamo chiaramente ciò che è vero e ciò che non lo è, e vigiliamo costantemente su noi stessi. In senso assoluto, la viveka più importante è la capacità di distinguere la nuda consapevolezza, la presenza, dalle distrazioni.

Vairagya – impassibilità
Vairagya è impassibilità, tolleranza, indifferenza verso gli oggetti dei sensi. L’impassibilità significa che dobbiamo porre fine una volta per tutte alla visione samsarica, all’attrazione samsarica verso gli oggetti materiali.
Un monaco, giunto dal maestro, chiese:
– Qual è il vostro insegnamento? Quali sono le vostre istruzioni più elevate?
Il maestro gli disse:
– Rinuncia.
Il monaco si aspettava di udire qualche pratica complessa di «triplice trasferimento inverso nel bardo», qualche metodo complesso di «catturare il pesce nella rete della consapevolezza nel ritiro oscuro». E invece gli fu detta una sola parola: «rinuncia».
Tuttavia intendiamo la rinuncia in un modo particolare: proprio come grande devozione allo stato naturale, che auto-libera la speranza, gli aggrappamenti e le paure, come visione dell’illusorietà del mondo. Tra rinuncia e negazione c’è una differenza. Nella negazione c’è ancora una certa negatività, c’è un determinato orientamento di valori, ma la rinuncia è qualcosa di più profondo, quando passiamo completamente dalla parte della visione del Dharma attraverso gli occhi della contemplazione, quando passiamo completamente dalla parte di Dio.

Mumuksha – ardente aspirazione alla liberazione
Mumuksha, mumukshutva, è l’ardente aspirazione alla liberazione. L’ardente aspirazione alla liberazione non significa qualche sogno dualistico: «Oh, quando raggiungerò la liberazione? Oggi non l’ho raggiunta e ieri non l’ho raggiunta...» – e soffrire per questo. Naturalmente, nella fase iniziale può essere anche così. Per esempio, un discepolo, dopo essere rimasto in montagna due settimane, tornò. Gli chiesi:
– Allora, come è andata la pratica?
Egli disse:
– Non ho raggiunto il samadhi.
Ma in realtà, per i praticanti del laya yoga, l’ardente aspirazione alla liberazione non è legata a proiezioni nel futuro, a un’aspirazione egoistica, al battersi il petto e ad altre cose simili. Si può dire che essa sia molto più sottile, profonda, fluida, ma ininterrotta; è più corretta. Cioè per noi l’ardente aspirazione alla liberazione non è altro che l’immersione nella presenza proprio qui e ora e la totale devozione a essa, quando non sorge nemmeno la questione di qualcos’altro.
Non pensi alla liberazione futura, sei così devoto alla liberazione nel presente che non hai neppure un secondo per distrarti. Ogni secondo vigili: questa è la tua ardente aspirazione. Non fai progetti per futuri ritiri e per qualche futura realizzazione. Sai che ciò che è qui e ora è assoluto, e aspiri ardentemente a esso, senza dimenticarlo nemmeno per un secondo; perciò non hai tempo per proiettare qualche speranza futura. Questa è mumuksha dal punto di vista dell’anuttara-tantra.

Shat-sampat – le sei virtù
Infine, Shankara parla di shat-sampad, cioè delle qualità sestuplici. Sono sei virtù:
shama – tranquillità della mente
dama – controllo dei sensi
uparati – cessazione dell’attività mondana
titiksha – forza d’animo
shraddha – fede in Dio, nel guru, nei testi sacri
samadhana – concentrazione della coscienza
Shama – calma della mente
Shama (calma della mente) deriva dalla vostra consapevolezza, dalla comprensione dell’autoliberazione. Chi sa autoliberarsi possiede la calma della mente. Chi non sa autoliberarsi raggiunge la calma, nel migliore dei casi, durante un ritiro di mahashanti.
La calma della mente sorge nel momento in cui distinguiamo stabilmente la consapevolezza nuda, quando possiamo autoliberare liberamente tutti i concetti che sorgono. Nei tantra esiste un’espressione: «la pericolosa gola dei pensieri dualistici», cioè quando i pensieri si riversano e si impadroniscono del flusso della nostra coscienza, ciò è paragonato a una caduta in una gola pericolosa. Vale a dire, pensiamo a qualcosa, ci “rimuginiamo” sopra e da questo creiamo un intero mondo, invece di ridere, lasciare andare, immergerci nella presenza e vedere la vacuità di questi pensieri.
C’era un santo cristiano che, alla fine del suo cammino monastico, divenne un folle in Cristo. Quando alcuni eminenti gerarchi venivano da lui per chiedere consiglio, egli domandava loro:
– Perché siete venuti da me, uno sciocco? Non sono uno studioso e ho finito solo due classi.
Essi dicevano:
– Siamo venuti da voi per un insegnamento del cuore, non per un insegnamento mentale.
Egli diceva:
– Bene, va bene.
Poi, rivolgendosi al metropolita, chiedeva in modo un po’ sciocco:
– Come ti chiami?
– Giuseppe.
– Ah, dunque Giuseppino.
Un altro diceva:
– Io sono tale, il venerabile Basilio.
– Bene, capito – Basilino.
In questo modo verificava se valesse la pena conversare con loro sulla vita spirituale, oppure se il loro orgoglio spirituale non avrebbe permesso di comunicare con loro. E solo quando vedeva che i visitatori erano colmi di umiltà, conversava con loro sul tema della vita spirituale.

Dama – controllo dei sensi
La qualità successiva è dama (controllo dei sensi). Il controllo dei sensi significa che vi controllate costantemente. Questo controllo non è soltanto esteriore, dovuto alle regole del vinaya; nell’anuttara-tantra è, prima di tutto, interiore, grazie al mantenimento continuo dell’attenzione. Non permettete che emergano rabbia, attaccamento, invidia, irritabilità; e se anche qualcosa emerge, vi correggete immediatamente.
Se il discepolo è consapevole e attento, non c’è bisogno di convincerlo a lungo di qualcosa, non c’è bisogno di minacciarlo con il dito né di ricordargli: «Sii attento, osserva il vinaya». Gli basta un accenno sottile, un semplice movimento del sopracciglio, perché comprenda subito tutto. Per esempio, se il discepolo ha un attaccamento a qualcosa, basta dirgli: «E a proposito di questo, come stanno le cose per te?» Egli capisce subito tutto e dice: «In realtà me ne sono già persino dimenticato». Cioè non ha bisogno che gli si tengano lunghe lezioni sulla perniciosità dell’attaccamento. Questo è il perfetto controllo dei sensi. Una persona simile è capace di eliminare istantaneamente i propri errori.

Uparati – cessazione dell’attività mondana
La qualità successiva tra le sei virtù è uparati (cessazione dell’attività mondana). A livello relativo, cessiamo l’attività mondana nel senso che smettiamo di interagire con le energie samsariche impure e di servirle in qualche modo. Non cessiamo completamente l’attività, tuttavia cambiamo il nostro atteggiamento nei suoi confronti.
In primo luogo, cominciamo a servire le energie universali dell’illuminazione, cioè smettiamo di lavorare per aziende o per qualcos’altro, e cominciamo a lavorare per Anugraha-shakti, vale a dire per la forza illuminante. Questo è un flusso informativo completamente diverso. In secondo luogo, invece di generare attaccamenti, speranze, piani e identificazione con il senso di essere l’agente (karta e kartritva), ci stabiliamo nello stato di non-azione, recidiamo l’attaccamento al senso di essere l’agente e ai frutti delle nostre azioni. Vale a dire, ci stabiliamo nel principio del servizio e dell’abnegazione. Quando agiamo in questo modo, questa è la cessazione dell’attività mondana.
Se non abbiamo cessato l’attività mondana, durante le azioni spesso ci confondiamo, perché non abbiamo bhava. Nella vita mondana esiste la parola «drive». Il drive è qualcosa di positivamente eccitato, qualcosa che agita il sangue, infiamma il cuore. Ma se lo si traduce in un linguaggio più elevato, è bhava, uno stato elevato. Se vi attaccate all’attività, non avete mai bhava. Il senso di essere l’agente oscura il bhava, la mente si raggrinzisce, e non provate soddisfazione dall’attività. Si attiva la mente orientata agli obiettivi, sorgono proiezioni, compaiono attaccamenti, perciò dentro di voi non c’è vacuità. Cessare l’attività mondana dalla posizione dell’anuttara-tantra significa combinare simultaneamente azione e non-azione, raggiungimento degli obiettivi e assenza di attaccamento ai frutti.

Titiksha – forza d’animo
La qualità successiva è titiksha (forza d’animo).
Un giorno Tilopa disse a Naropa:
– Lì vicino c’è un matrimonio. Vai là e raccoglimi del prasad.
Quando Naropa portò da lì un piatto composto da ottantaquattro ingredienti, a Tilopa piacque molto, ed egli mandò Naropa là ancora una volta, chiamandolo «figliolo». Naropa pensò: «Per dodici anni non mi ha nemmeno guardato una volta, e ora “figliolo”. Sicuramente dopo questo mi conferirà l’iniziazione». E Tilopa gli chiese di portargli quel piatto una quarta volta, e una quinta. La quinta volta a Naropa non diedero più nulla, così egli semplicemente rubò tutta la pentola con quel cibo. Il furto fu scoperto, e Naropa fu picchiato quasi a morte. Quando tornò trascinandosi, Tilopa, sorridendo sarcasticamente, chiese:
– Che ti è successo? Non hai forse cambiato idea sullo studiare con me?
Naropa disse:
– No, anche se mi avessero picchiato ancora più forte, sarebbe stato giusto, perché ho meritato di cadere all’inferno. Queste percosse non sono nulla in confronto alla bontà di quel Dharma che ricevo dal maestro.
Questo è un esempio di una simile, grandissima forza d’animo. Eppure Naropa non era un principiante, non era un giovinetto imberbe. Prima di diventare discepolo di Tilopa, era stato lui stesso pandit all’università di Nalanda e custode della porta nord-occidentale, per dieci anni aveva tenuto lezioni e disputato con i rappresentanti di altri insegnamenti. Cioè era già un praticante piuttosto maturo.

Shraddha – fede in Dio, nel guru, nei testi sacri
La qualità successiva è shraddha (fede in Dio, nel guru, nei testi sacri).
Un siddha, attraversando l’Oceano Indiano su una nave, pensò al suo guru. Dentro di lui, letteralmente per un istante, si insinuò un pensiero orgoglioso: «Certo, il guru mi supera nelle realizzazioni e nei siddhi, ma nella ricchezza e nel numero di discepoli lo supero io». Non appena lo ebbe pensato, la nave cominciò ad affondare. Allora apparve il guru, lo aiutò a salvarsi e disse: «Così non va bene, pensieri del genere ti porteranno a uno stato cattivo. Purifica il tuo samaya».

Samadhana – concentrazione della coscienza
La qualità successiva è samadhana (concentrazione della coscienza). Letteralmente, samadhana può anche essere interpretato come stabilità nello stato naturale, stabilità nel sahaja-samadhi. Essa sorge quando abbiamo un solido fondamento nella contemplazione.
Un maestro in una scuola vedica insegnava la grammatica sanscrita. Il re di uno stato vicino attaccò il villaggio in cui vivevano. Quando apparvero i soldati, tutti gli allievi fuggirono, ma questo maestro, come se nulla fosse, continuò a spiegare la grammatica. Solo un allievo rimase, nascondendosi sotto il banco, e ascoltava le sue istruzioni.

Samadhana significa che la presenza non vacilla. Se samadhana è autentica, è la stessa cosa della fede.


