Quattro pericoli sul cammino del monaco e l'importanza della disciplina
20.06.2026
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Commento al testo «Le domande di Milinda»
Questo sutra della raccolta «Le domande di Milinda» si chiama «Chatum». Si chiama così perché in quel periodo il Buddha si trovava a Chatum, nel boschetto di mirobalano. Il mirobalano è un frutto che cresce in India e ricorda un po’ una mela. In quel tempo 500 monaci, guidati dai due migliori discepoli del Buddha (Shariputra e Maudgalyayana), giunsero in quel luogo per incontrare il Buddha e gli altri monaci. L’incontro fu molto animato, perché non si vedevano da molto tempo. Alcuni mostravano i luoghi per la notte, altri dicevano dove mettere le vesti superiori e le proprie ciotole, e tutti i monaci facevano rumore e schiamazzavano.
Allora il Buddha chiamò Ananda e chiese:
— Che cos’è questo rumore, Ananda? Che cos’è questo schiamazzo? Forse dei pescatori hanno tirato su una rete con un grosso pesce?
Ananda gli spiegò di che cosa si trattava. E allora il Buddha disse:
— Per favore, chiama da me tutti i monaci, Ananda.
Quando i monaci si furono riuniti, il Buddha chiese di nuovo:
— Che cos’è questo rumore? Che schiamazzo è questo? Forse dei pescatori hanno tirato su una rete con un grosso pesce?
E i monaci spiegarono di che cosa si trattava. Allora il Buddha disse:
— Andatevene, monaci, vi congedo; non potete più vivere presso di me.
I monaci erano scioccati, ma risposero:
— Sì, venerabile.
Non osando disobbedire, fecero il giro intorno al Buddha, esprimendogli così rispetto, arrotolarono i giacigli, presero le vesti superiori, le ciotole e se ne andarono.
Cioè decisero di tornare a casa loro. Il loro incontro non ebbe luogo a causa del rumore e dello schiamazzo.
In quel momento gli Shakya (le persone della stirpe degli Shakya) si trovavano nella Sala delle Riunioni per le loro faccende. Gli Shakya sono la stirpe alla quale apparteneva lo stesso Buddha.
Queste persone della stirpe degli Shakya a Chatum videro i monaci da lontano, si avvicinarono a loro e chiesero:
— Dove state andando, venerabili?
Essi dissero che il Buddha li aveva congedati, perciò stavano tornando indietro. E allora le persone del clan degli Shakya, imparentate con il Buddha, dissero:
— Sedetevi qui per mezz’ora; forse riusciremo a placare il Buddha.
Le persone del clan degli Shakya si diressero dal Buddha, lo salutarono e dissero:
— Venerabile, sii benevolo verso la comunità dei monaci. Ti preghiamo, dai loro degli insegnamenti. Là ci sono monaci che hanno ricevuto l’ordinazione da pochissimo; sono appena giunti all’insegnamento. Se non ti vedranno o non riceveranno i tuoi insegnamenti, le loro menti cambieranno e si induriranno. Come giovani germogli che, non ricevendo acqua, si seccheranno, così anche i monaci, non ricevendo i tuoi insegnamenti, perderanno l’occasione della liberazione. Perciò, venerabile, come prima ti sei rapportato con cordialità alla comunità dei monaci, così anche ora rapportati a loro con cordialità.
Brahma riconobbe i pensieri del Buddha e inviò la sua emanazione magica nel mondo degli uomini, cioè si manifestò nel mondo degli uomini. Assunse l’aspetto di un monaco, unì rispettosamente i palmi delle mani e si rivolse anch’egli al Buddha con queste parole:
— Venerabile, come prima ti sei rapportato con cordialità alla comunità dei monaci, così anche ora rapportati a loro con cordialità.
Così le persone del clan degli Shakya, insieme a Brahma, riuscirono con tali parole a convincere il Buddha. Allora il maestro Maudgalyayana chiamò i monaci. Disse loro:
— Cari, alzatevi, prendete le vostre vesti superiori e le ciotole. Le persone del clan degli Shakya di Chatum e Brahma, il Signore della Forza, hanno persuaso il Risvegliato.
I monaci dissero:
— Sì, caro, — e vennero dal Buddha.
Allora il Risvegliato chiese a Shariputra, seduto vicino a lui:
— A che cosa pensavi, Shariputra, quando ho congedato la comunità?
Egli disse:
— Allora pensai, venerabile: ora il Risvegliato dimorerà senza preoccupazioni in uno stato felice già in questa vita, e anche noi.
Cioè Shariputra pensò che ora il Buddha non avrebbe avuto preoccupazioni e avrebbe goduto del suo stato assoluto. Pensò anche che neppure loro avrebbero avuto preoccupazioni, poiché non avrebbero avuto bisogno di occuparsi di quei novizi: monaci rumorosi e indaffarati, che non controllano la propria mente. Cioè se ne rallegrò. Si può dire che in lui c’erano chiaramente tendenze alla pratica della negazione hinayana.
Ma il Buddha disse:
— Guardati, Shariputra, da tali pensieri. D’ora in poi non dovresti pensare così.
Allora il Buddha chiamò Maudgalyayana e chiese:
— E a che cosa pensavi tu, Maudgalyayana, quando ho sciolto la comunità?
Egli disse:
— Pensavo che ora il Buddha dimorerà serenamente nel felice samadhi già in questa vita, mentre io e Shariputra ci prenderemo cura della comunità.
Il Buddha disse:
— Bene. O io posso prendermi cura della comunità, oppure voi — Shariputra e Maudgalyayana.
Quattro pericoli per un monaco
Poi il Buddha si rivolse ai monaci. Disse così:
— Vi sono, o monaci, quattro pericoli da cui deve guardarsi chi entra nell’acqua. Sono il pericolo delle onde, dei coccodrilli, dei vortici e dei gaviali. Allo stesso modo, o monaci, vi sono quattro pericoli da cui deve guardarsi chi, avendo seguito l’insegnamento e l’istruzione, ha ricevuto la tonsura ed è uscito di casa verso la condizione di senza dimora. Eccoli: il pericolo delle onde, dei coccodrilli, dei vortici e dei gaviali.
Il pericolo delle onde
Un certo discendente di una famiglia nota e devota lascia la casa per la vita monastica, riceve la tonsura e pensa: «Ecco, oppresso dai pesi karmici, sono uscito dalla ruota delle nascite e della morte, della tristezza, delle sofferenze, del dolore, dello sconforto, della disperazione, della vecchiaia; ne sono uscito, e già si intravede la fine di tutta questa moltitudine di afflizioni». E i suoi compagni nella vita brahmanica cominciano a istruire e ad ammaestrare questo monaco appena formato: bisogna avvicinarsi in questo modo, allontanarsi in questo modo, guardare in questo modo, piegarsi in questo modo, raddrizzarsi in questo modo, tenere il letto, la veste superiore e la ciotola in questo modo. Quest’uomo pensa: «Quando vivevo in casa, ero io stesso a istruire e ad ammaestrare gli altri. Potrebbero essere miei figli e perfino miei nipoti, eppure pensano di potermi insegnare». E allora abbandona il discepolato e ritorna a ciò che è peggiore. Pericolo delle onde, o monaci, è il nome dato all’ira e all’indignazione.
Il pericolo dei coccodrilli
Un certo discendente di una famiglia nota e devota lascia la casa per la condizione di senza dimora e il monachesimo, riceve la tonsura e pensa: «Ecco, sono uscito dalle nascite, dalla vecchiaia, dalla morte, dalle sofferenze, dal dolore, dallo sconforto e dalla disperazione — dal samsara; ho superato i pesi, e già si intravede una rapida fine di tutte le mie sofferenze. Presto verrà anche la liberazione». E i compagni nella vita brahmanica cominciano a istruire e ad ammaestrare questo monaco: questo cibo solido si può mangiare, quest’altro cibo solido non si può mangiare; questa bevanda puoi berla, ma quest’altra bevanda non puoi berla; il cibo e la bevanda consentiti si possono consumare, ma questo no; a una tale ora si può mangiare un certo cibo, e così via. Ed egli comincia a pensare: «Quando vivevo in casa, mangiavo e bevevo ciò che volevo e quando volevo. Mangiavo sia ciò che era consentito sia ciò che non lo era. I laici devoti mi offrono cibo eccellente durante il giorno, e non in un’ora stabilita, mentre questi monaci, a quanto pare, mi tappano la bocca». E allora abbandona il discepolato e ritorna a ciò che è peggiore. Questo, monaci, si chiama: l’uomo si è spaventato dei coccodrilli, ha abbandonato il discepolato ed è tornato a ciò che è peggiore. Pericolo dei coccodrilli, monaci, è il nome dato all’attaccamento alla golosità.
Il pericolo dei vortici
Un certo rampollo di una famiglia devota se ne va e pensa: «Sono diventato monaco e così sono uscito dalla ruota delle nascite e della morte, delle sofferenze, del dolore, del samsara, e già presto si intravede la liberazione». Un tale monaco si alza di buon mattino, indossa la veste esterna, prende in mano la ciotola, va a chiedere l’elemosina nel villaggio o al mercato, senza proteggere il corpo, senza proteggere la parola, senza essersi stabilito nella consapevolezza, senza aver domato gli organi di senso. Lì vede un padrone di casa o il figlio di un padrone di casa che soddisfa e delizia i propri sensi con i cinque piaceri. E allora comincia a pensare: «Quando vivevo a casa, anch’io soddisfacevo e dilettavo tutti i miei sensi con i cinque tipi di piaceri. Si può sia godere sia compiere azioni benefiche». Abbandona il discepolato e ritorna a ciò che è peggiore. Questo, o monaci, si chiama: l’uomo si è spaventato dei vortici, ha abbandonato il discepolato ed è tornato a ciò che è peggiore. Vortici, o monaci, sono chiamati i piaceri sensuali.
Il pericolo dei gaviali
Un certo rampollo di una famiglia devota se ne va e pensa allo stesso modo: «Sono uscito dalle nascite, dalla vecchiaia, dalla morte, dal dolore, dalla disperazione, e già presto si intravede la liberazione dal samsara». E allo stesso modo si alza di buon mattino, indossa la veste, prende la ciotola e va a chiedere l’elemosina, senza aver domato gli organi di senso, senza proteggere la parola, senza essersi stabilito nella consapevolezza. Lì vede una donna mal coperta. Alla vista di questa donna seminuda, la passione scuote i suoi pensieri, ed egli abbandona il discepolato e ritorna a ciò che è peggiore. Questo, o monaci, si chiama: l’uomo si è spaventato, ha abbandonato il discepolato ed è tornato a ciò che è peggiore. Questo è chiamato «pericolo del gaviale».
Tali sono, o monaci, i quattro pericoli dai quali deve guardarsi colui che ha seguito questo insegnamento, ha ricevuto la tonsura e ha lasciato la casa per il monastero.
Così disse il Beato. I monaci accolsero con ammirazione quanto egli aveva detto.
Principi della vita monastica
Dunque, questo sutra «Chatuma» fu recitato proprio in relazione alla consapevolezza.
La vita di un monaco è custodire il corpo, custodire la parola, stabilirsi nella consapevolezza, domare gli organi di senso. Dovete conoscere tutte le regole di etichetta e i principi delle relazioni accettati nel monastero, per farvi costantemente guidare da essi e non agire secondo i vostri desideri. Per esempio, se l’etichetta dice che un monaco agisce in un certo modo in una determinata situazione, allora così si deve agire. Se invece vedete che le regole vengono interpretate in modo contraddittorio, per cui possono sorgere difficoltà, dovete chiarire questa questione con i monaci anziani. Tuttavia dovete sapere: noi viviamo secondo regole. A livello del comportamento, la regola è più alta di voi. La regola è tapas, la regola è voto, la regola è disciplina.
Ci sono diverse categorie di praticanti: laici, eremiti, monaci, avadhuta. I laici vivono a casa, gli eremiti — separati dagli altri (in monastero oppure da qualche parte nelle proprie celle), i monaci — in monastero, gli avadhuta — là dove indica il vento. Tra i monaci ci sono anche diverse categorie: brahmachari, novizi, monaci del sutra, monaci del tantra e monaci dell’anuttara-tantra (questi ultimi appartengono agli avadhuta). Ognuno deve conoscere i propri doveri, voti, regole e prescrizioni, rispettarli e seguirli. Questo è il principio del monachesimo.
Quando avete disciplina all’esterno, nasce anche l’abitudine all’autodisciplina interiore. Seguire le regole non significa esserne legati, essere in limitazioni. Al contrario, è uno stato cosciente al di là delle limitazioni, quando praticate un certo tapas o una certa ascesi come pratica. Proprio in questo senso parliamo del fatto che bisogna rispettare le regole.
Grazie alle regole, potete essere costantemente nella consapevolezza. Le regole dell’etichetta monastica, della vinaya o del samaya sono simili a una sfida alla nostra condizionamento. Tu vuoi fare così, e ti dicono che secondo le regole bisogna fare diversamente! E allora in te nasce subito una scelta: fare a modo tuo oppure secondo le regole. E nel processo di questa scelta nasce il distacco da ciò che è proprio, perché finché non ti distacchi da tutto ciò che è tuo, non arriverai mai alla vera comprensione.
Non bisogna farsi catturare dalle regole, ma, se si vive in un monastero, esse vanno rispettate incondizionatamente. Se la regola prescrive di considerare questo monaco come anziano, allora consideratelo così, senza pensare: «Ma è tre volte più giovane di me», oppure «Forse la mia kumbhaka è maggiore». E che differenza fa? Accettatelo come una pratica, come tapas. Per esempio, guardando un’immagine di argilla di Matsyendranath, non pensate: «Ma questo è solo un pezzo d’argilla». Vi inchinate davanti a essa, e questo suscita in voi riverenza. E quando avete un simile atteggiamento, quel pezzo d’argilla diventa qualcosa di più: diventa una murti, cioè un’immagine della divinità, una causa secondaria che rivela uno stato più profondo. Allo stesso modo bisogna comportarsi anche nei confronti dei principi monastici. Essendo in monastero, non si possono trascurare i principi monastici, perché allora entrereste in contraddizione con l’intero mandala, e perciò vi sarà difficile dedicarvi alla pratica.
Dalle regole esteriori all’impeccabilità interiore
Al livello della visione le regole non esistono, c’è solo consapevolezza. Nella meditazione la regola è la presenza e il mantenimento della consapevolezza. Nella visione la regola è Brahman. Nel comportamento, invece, esistono regole per i laici, regole per i novizi e i monaci, regole per altre categorie (eremiti e avadhuta). All’inizio le regole sembrano esteriori, poi vediamo che le regole sono un modo di vivere in modo impeccabile. Per un praticante autentico qualsiasi regola cessa di essere esterna: essa proviene dall’interno come sua propria impeccabilità. Un monaco che rispetta se stesso osserva le regole in virtù della propria impeccabilità, e non perché siano scritte o perché debbano essere eseguite per gli altri. È qualcosa di naturale per lui. A chi non conosce l’impeccabilità nel controllo dell’energia sessuale viene detto: «Osserva le regole del brahmacharya, e se commetti una trasgressione, pentiti e prendi su di te una penitenza». Ma chi ha nadi puri e una consapevolezza profonda comprende che preservare i canali e il prana è naturale. Chi controlla la propria mente, si trova nella presenza, sarà naturalmente armonioso, comprenderà coloro che sono più in alto e più in basso, osserverà le regole della parola. Solo quando non c’è consapevolezza sono necessarie prescrizioni esterne che bisogna memorizzare.
Dunque, dalla regola esteriore (vinaya) ci muoviamo oltre, in profondità, verso il samaya. Il samaya è, si può dire, la regola dello Spirito interiore. Il monachesimo si fonda sull’osservanza del principio del samaya e delle regole del vinaya. Senza la loro osservanza è difficile rimanere nel monachesimo. Essere nel monachesimo, andare verso la liberazione, è simile a cavalcare uno stallone non domato: appena ti distrai, esso s’impenna e ti sbalza di sella. Si può dire che i nostri prana e i nostri karma siano uno stallone non domato. Ma non basta restare in sella: bisogna anche dirigerlo correttamente e galoppare fino al traguardo.
Se comprendete questo, la vostra vita monastica dal primo giorno e per tutti gli anni successivi di pratica sarà armoniosa e felice. Tutte le realizzazioni arriveranno a tempo debito.
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