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I quattro pāda: le tappe del cammino spirituale nello shivaismo

05.09.2026
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I quattro pāda: le tappe del cammino spirituale nello shivaismo

I quattro pada dello sviluppo spirituale

«Piede; quarto; sezione; stadio; sentiero». Questo è il significato di pada: il nome delle principali sezioni dei testi agamici e dei corrispondenti stadi di pratica e di sviluppo lungo il cammino verso moksha. Secondo lo Shaiva Siddhanta, esistono quattro pada, sequenziali e cumulativi, vale a dire che, completandone uno, l’anima si prepara al successivo (in lingua tamil lo Shaiva Siddhanta è noto anche come Nalu Pada Shaivam, «shivaismo dei quattro stadi»).

I quattro stadi dello sviluppo spirituale, i quattro stadi della vita presenti nella tradizione dello shivaismo e del tantrismo in generale, sono charya, kriya, yoga e jnana. Jnana è chiamato anche anuttara. Stadi analoghi esistono anche nel buddhismo vajrayana, soltanto che kriya viene al primo posto e charya al secondo, mentre tutto il resto è uguale. Questi quattro stadi rappresentano lo sviluppo dell’anima, da un rapporto semplice con Dio a uno più profondo.

Charya-pada: il sentiero del servitore

«Charya-pada: “Stadio della buona condotta”. Il primo stadio, nel quale la persona impara a vivere rettamente e a servire disinteressatamente, praticando il karma yoga. È noto anche come dasa-marga, “il sentiero del servitore”. È il periodo in cui il cercatore si rapporta a Dio come un servitore al proprio padrone. Gli atti tradizionali di charya sono la pulizia del tempio, l’accensione delle lampade e la raccolta di fiori per il culto».

Il servizio come primo passo del cammino spirituale

«Schiavo di Dio» è un’espressione cristiana; noi possiamo essere servitori di Dio, ma non ci definiamo schiavi.

All’inizio ci avviciniamo sempre all’ashram, al Guru, al dharma e all’insegnamento attraverso il servizio, attraverso la seva, percependo noi stessi nel ruolo di sevaka, di servitore di Dio. Per esempio, quando un novizio entra in un ashram, svolge la seva riconoscendo questo proprio ruolo. Chiunque si avvicini, poiché è difficile percepirsi in un altro ruolo, può offrire innanzitutto la cosa più semplice: il proprio karma yoga, il proprio servizio, con una mente pura, in uno stato di aperta devozione, amore e apertura del cuore.

Questo è molto importante, perché, se ciò manca, compiamo sì qualcosa con le mani, ma non si tratta più né di karma yoga, né di seva, né di dasya-bhava. Anche un lavoratore salariato, privo di dasya-bhava, farà tutto, magari persino meglio. Il senso consiste nel coltivare in sé il dasya-bhava mentre si svolge la seva e si compiono azioni semplici: il rapporto con Dio come con il Signore, come con Colui che si serve e si adora, al quale si dedicano il proprio tempo, la propria energia e la propria shakti.

Anche se seguiamo direttamente il sentiero dell’anuttara tantra, che è già il quarto e più elevato pada, questo stadio rimane comunque importante per educare la mente. È molto importante, quando svolgiamo la seva e compiamo azioni semplici, non scivolare sul piano quotidiano, bensì, al contrario, elevare costantemente la mente dal piano quotidiano alla dimensione del servitore di Dio, al servizio dell’Assoluto. Proprio in questo consiste il significato del servizio, del karma yoga. L’azione più semplice può diventare un mezzo per avvicinarci a Dio, e qui non è tanto importante ciò che facciamo, quanto lo stato d’animo in cui ci troviamo. Se l’atteggiamento è corretto, allora sarà corretto anche tutto il resto che fanno le nostre mani, le nostre gambe e la nostra lingua.

Se invece l’atteggiamento è sbagliato, possiamo anche fare molto ed essere efficienti, ma prima o poi ci stancheremo, perché la motivazione non è quella giusta, e il nostro ego vorrà ottenere frutti e risultati; ma quali frutti e risultati materiali vi sono nella seva? Nessuno. Potete procurarvi una vita confortevole, ma non è certo questo che si cerca nel dharma. Quando però dimorate nel dasya-bhava durante il karma yoga e la seva, questa stessa bhava, questa dimensione di purezza, fede, devozione e amore per Dio, costituisce già di per sé il risultato in quel preciso momento.

E indipendentemente dai frutti e dai risultati fisici che avete conseguito, essa stessa è il frutto, essa stessa è il risultato. Per esempio, estirpate l’erba in uno stato di devozione e la vostra mente si eleva; questa elevazione della mente è proprio il risultato, il frutto. Poi arriva il responsabile e dice: «Ma avete estirpato l’erba nel posto sbagliato». Potete estirparla altrove, ma il frutto della devozione è comunque rimasto con voi, non l’avete perso: proprio questo è il risultato del karma yoga.

Il culto in questo stadio è principalmente esteriore.

Kriya-pada: il sentiero del vero figlio

«Kriya-pada: “Azioni religiose; stadio del culto”. Lo stadio del bhakti yoga, in cui si coltiva la devozione mediante l’esecuzione della puja e della sadhana quotidiana. È noto anche come sat-putra-marga, “il sentiero del vero figlio”, poiché ora l’anima si rapporta a Dio come un figlio al padre. La pratica centrale del kriya-pada è l’esecuzione della puja quotidiana».

La puja quotidiana e il risveglio della devozione

Nello stadio del kriya-pada compiamo il culto quotidiano. Kriya significa che stiamo già facendo qualcosa: recitiamo mantra, cantiamo testi sacri, facciamo offerte, stabiliamo un legame con Dio attraverso l’ishta-devata, attraverso le murti delle divinità; ci sintonizziamo sul flusso della grazia divina non più mediante azioni fisiche esteriori, ma attraverso energie più sottili, ricevendo la benedizione dell’anugraha.

Le sezioni dei testi dedicate al kriya-pada descrivono il culto, i canti sacri, i mantra da recitare e l’ordine della pratica rituale. Per esempio, al mattino eseguite l’arati e la Dattatreya-stotra, la sera l’arati e il bhajan-mandala: tutto questo fa parte della pratica del kriya-pada.

Tuttavia, all’interno della stessa pratica del kriya-pada vi è una parte segreta e nascosta che appartiene già allo yoga-pada, e al suo interno ve n’è una ancora più sottile e nascosta, che appartiene allo jnana-pada o all’anuttara-tantra. In questo modo, tutte queste azioni racchiudono aspetti più sottili e nascosti. Praticare significa svelare aspetti sempre più sottili della sadhana.

Yoga-pada: la via dell’amico

«Yoga-pada: maturata nei pada di charya e kriya, l’anima si volge ora al culto interiorizzato e al raja yoga sotto la guida del Sadguru. È il tempo della sadhana e della seria aspirazione alla meta, la realizzazione del vero “Sé”; questa è la sakha-marga, la “via dell’amico”, poiché ora Dio è considerato un amico intimo».

Sadhana interiore e contemplazione

Yoga-pada significa che dedichiamo sette giorni al mese, oppure tre giorni al mese, alla sadhana e allo yoga; al mattino, durante il culto stesso, pratichiamo la visualizzazione, la trasformazione e la contemplazione. Nello yoga-pada l’intera sadhana è interiore e prendiamo rifugio in Dio, che riconosciamo come consapevolezza interiore nei chakra, nei venti, nei canali, nei prana, nelle nadi e nei bindu.

Nello yoga-pada tutte le divinità vengono collocate all’interno dei canali del corpo, così come tutte le energie divine; nel culto delle energie divine, anche se viene eseguito esteriormente, si compie una trasformazione. Nello yoga-pada il processo del culto unisce il devoto a tal punto da generare un’intimità simile a quella che si ha con un amico, con qualcosa di molto vicino, quando tra te e Dio sorge gradualmente l’uguaglianza. Uguaglianza nel senso che, nello yoga-pada, la tua coscienza si eleva al livello di Dio e comincia a sperimentare lo stato di advaita, di non-dualità.

Jnana-pada: la vera via

«Jnana-pada è lo stadio della saggezza. Quando l’anima raggiunge la realizzazione, acquisisce la saggezza e vive al di là della vita del corpo, benedicendo tutta l’umanità. Questo stadio è noto anche come san-marga, la “vera via”, sulla quale Dio è l’amato più caro. Il Tirumantiram descrive il compimento di ogni stadio nel modo seguente. Nel charya l’anima sviluppa uno stretto legame con il “mondo di Dio” (salokya). Nel kriya raggiunge la “vicinanza” (samipya). Nello yoga l’anima raggiunge la “somiglianza” (sarupya) con Lui. Nello jnana l’anima gode della beatitudine suprema dell’identità con Shiva (sayujya)».

Chiarezza mentale e consapevolezza non duale

Jnana-pada significa che ora la nostra mente è sufficientemente chiara e pura e possiamo applicare la visione e la consapevolezza dell’advaita, il principio dello jnana yoga: shravana, manana e nididhyasana. Possiamo compiere il seva e attraversare tutti i pada precedenti nello spirito della non-dualità. Per esempio, svolgere il servizio dimorando nello stato di consapevolezza privo di azione; compiere il culto senza separare il culto, colui che adora e colui che è adorato, nello spirito della non-dualità. Praticare lo yoga dimorando nella visione dell’advaita, unendo la presenza non duale ai metodi e alle tecniche dello yoga.

Questa via suprema è chiamata anche stadio dell’anuttara-tantra: charya-tantra, kriya-tantra, yoga-tantra e anuttara-tantra. Al livello dell’anuttara-tantra lo yogin deve dimorare nella dimensione di «Aham Brahmasmi», e lo spirito del culto è espresso qui dalla frase: «Shivam bhutva Shivam yajet» (Puoi adorare veramente Shiva quando tu stesso sarai come Shiva, uno con Shiva).

Al livello dello jnana-pada o dell’anuttara-tantra, la distinzione tra le divinità scompare, poiché tutte le divinità sono espressioni del principio del Brahman o di Paramashiva; qui è importante la frase: «Shivasyam hridayam Vishnoh, Vishnocha hridayam Shivah» (Shiva è nel cuore di Vishnu, Vishnu è nel cuore di Shiva, e chi li separa non raggiungerà la liberazione).

Jnana-pada significa vedere il mondo con gli occhi della non-dualità, dell’unico «sapore», con gli occhi dello stato naturale di consapevolezza, e percorrere la via del sahaja-samadhi. È proprio lo jnana-pada ad aprire la porta al sayujya-mukti, allo stato di turiya, alla completa fusione con l’Assoluto. Naturalmente, turiya ha molti livelli propri ed esistono diverse realizzazioni di turiya, ma sayujya-turiya è sempre una realizzazione di turiya.

Salokya-mukti (la nascita nei piani divini) può avvenire al livello di svapna. Anche samipya-mukti (la vicinanza all’ishta-devata), la nascita nelle dimensioni paradisiache, può avvenire nei mondi celesti e astrali, ma sayujya-mukti è sempre turiya e soltanto turiya. Jnana-pada ci insegna come dimorare nella dimensione di turiya, e il laya yoga è un’introduzione diretta a turiya, la comprensione di turiya dapprima al livello della mente concettuale, poi al livello della buddhi contemplativa, quindi il dimorare costantemente in turiya e infine il suo approfondimento fino agli stadi più profondi, poiché vi sono otto stadi di turiya: nijananda, brahmananda, jagadananda e altri.

Ma all’inizio, naturalmente, nessuno entra in turiya, perché accedere alla dimensione di turiya, persino mediante il metodo dell’introduzione diretta, è incredibilmente difficile. Dapprima sperimentiamo qualcosa di simile a turiya e, più precisamente, sperimentiamo lo stato di sonno senza sogni (sushupti). Ma anche questo stato è importante: ci prepara all’autentica esperienza di turiya.

Per chi non riesce a entrare da sveglio nello stato di sonno senza sogni, cioè in jagrat-sushupti, è difficile realizzare jagrat-turiya, vale a dire turiya nello stato di veglia mediante il metodo dell’introduzione diretta. Perciò coloro che comprendono meglio realizzano dapprima jagrat-sushupti; quelli meno capaci possono realizzare jagrat-svapna, lo stato di vicinanza al subconscio durante la veglia. Coloro che non sono in grado di assimilare neppure questo realizzano lo stato di jagrat-jagrat, ossia la comprensione intellettuale di turiya, sviluppando così chiarezza filosofica. Usando la chiarezza filosofica come trampolino, imparano a contemplare per poter poi giungere a turiya.

L’importanza di comprendere i quattro pada

Riconoscere i quattro livelli, i quattro pada, in qualsiasi pratica spirituale e in qualsiasi tradizione spirituale è molto importante. Cominciamo da qualcosa di esteriore, poi giungiamo alla comprensione del culto esteriore, della relazione esteriore. Per esempio, anche nella relazione con il Guru vi sono quattro stadi, così come nelle relazioni con i sadhu, gli uni con gli altri, con i sadhu anziani e nella relazione con l’ishta-devata. Questi quattro pada sono presenti in ogni lignaggio, in ogni tradizione, in ogni yoga e si possono persino ritrovare nelle religioni abramitiche non dharmiche: è la logica stessa del cammino dell’anima lungo il sentiero.

La particolarità dell’anuttara tantra e del laya yoga consiste nel fatto che essi cercano fin da subito di mostrarvi lo jnana-pada, presupponendo che siamo già talmente preparati da poterlo recepire. Ma in realtà ciascuno lo recepisce al proprio livello. Quando sentiamo di avere ancora bisogno degli altri pada, scendiamo più in basso e pratichiamo lo yoga-pada, perché abbiamo bisogno dello yoga per recepire ciò che è elevato; dobbiamo esercitare la concentrazione e la pienezza dell’attenzione, lavorare con i venti, i canali, i chakra, la visualizzazione e i mantra.

Quando sentiamo che ci manca ancora qualcosa, scendiamo al livello del culto dualistico, del culto ordinario, comprendendo di avere bisogno di puja, arati, sutra, bhajan-mandala, pratiche rituali e pratiche teurgiche. Infine, quando sentiamo che vi sono karma che non possono essere sublimati in nessun altro modo, scendiamo al primo livello, quello più basso, al livello del seva (servizio), poiché dobbiamo sviluppare molte qualità e liberare molti karma attraverso il seva, attraverso il servizio.

Ritorno al culto e al servizio

Perciò, negli insegnamenti dell’anuttara tantra e del laya yoga, il metodo di trasmissione dell’insegnamento segue un ordine leggermente inverso, benché non sia in contraddizione con l’interpretazione generalmente accettata dei quattro pada: si tratta semplicemente di un approccio diverso. In altre parole, anche un praticante laico può ricevere l’insegnamento della non dualità e l’introduzione diretta, persino fare una piccola esperienza e lavorare con essa. In seguito, tuttavia, sarà comunque necessario tornare ai quattro pada, perché molte cose interiori richiedono di essere ripensate e rielaborate.

L’incompletezza dei singoli pada

La riflessione sui quattro pada permette di vedere la logica del risveglio spirituale in qualsiasi metodo, in qualsiasi sadhana e in qualsiasi tradizione spirituale. Esistono tradizioni spirituali in cui mancano gli ultimi pada. Il karma yoga va bene, il culto va benissimo, lo yoga non c’è e dello jnana non hanno semplicemente mai sentito parlare; inoltre, di coloro che praticano lo jnana dicono: «Speculatore filosofico, maya-vadi», vale a dire che mancano semplicemente due pada. È come avere un’automobile eccellente con due ruote anteriori e chiedere: «E dove sono le altre due ruote posteriori?», per sentirsi rispondere: «È maya-vadi, sono speculazioni filosofiche»: sono semplicemente cose sconosciute.

Esiste anche la situazione opposta: c’è lo yoga, benissimo, nei centri yoga occidentali tutti praticano yoga. Perché praticano yoga, qual è la motivazione? Alcuni cercano il successo, la ricchezza e la prosperità, altri un bel corpo; tutto avviene in modo intuitivo, perché manca lo jnana-pada, ma mancano anche i pada precedenti, kriya e charya: non vi sono neppure il culto e l’amore per Dio, lo sviluppo della devozione e lo stato mentale del servitore di Dio.

Lo yoga di cui si appropria l'ego

Ne consegue allora che l'ego se ne serve abilmente, agendo come un ladro: se ne appropria semplicemente e dice: «Questo yoga è per me, per il corpo, per il successo, la prosperità, la fortuna negli affari», perché c'è un solo pada e gli altri tre non ci sono: è ancora un'automobile con una sola ruota.

C'è anche un'altra situazione, quando viene impartito lo jnana-pada. Per esempio, si dice: siete già Dio, siete perfetti, rilassatevi e non fate nulla, dimorate in questo stato, non ponete domande come «come posso farlo?», perché la domanda stessa è un'illusione; vi è una continua introduzione diretta e tutto è meraviglioso. Ma poi le persone escono e tornano alle loro attività quotidiane, e le attività quotidiane sono karma; allora aspettano di partecipare di nuovo al satsang di qualche maestro, di leggere, di ascoltare: tutti discorsi sul fatto che, in origine, tutto è Brahman e noi siamo perfetti.

Sembrano discorsi corretti, assolutamente corretti, formulati con le stesse parole delle sacre scritture, senza contraddizioni, ma mancano i tre pada precedenti, le tre ruote precedenti. I karma non vengono sublimati, la mente non viene pacificata, l'amore per Dio e la devozione non vengono coltivati, lo stato di dasya (servitore di Dio) non viene coltivato, le qualità yogiche non vengono sviluppate.

È come se faceste sedere un gatto, gli leggeste i tantra e i testi dell'introduzione diretta e gli diceste: «Sei perfetto, sei l'Assoluto, sei nella non dualità». Lui vi guarderà mentre parlate con grande sapienza, ma poi scapperà, catturerà topi, inseguirà gatte e vivrà come un gatto, come al solito, fino alla sessione successiva. Lo richiamerete di nuovo, e così potrebbe andare avanti per un milione di anni: nessuno, nessun gatto ha mai raggiunto la liberazione.

C'era un monaco zen, un po' folle, che aveva avuto un'esperienza spirituale e viveva in solitudine. Poiché voleva predicare ma nessuna persona lo ascoltava, catturava dei gatti. Aveva una piccola sala, una stanza per la meditazione, e li faceva sedere ordinatamente come monaci affinché meditassero; quando cercavano di scappare, li colpiva con un bastone.

Spesso, quando i maestri della neo-Advaita trasmettono lo jnana-pada, dicono cose corrette, parlano in modo del tutto giusto, ed è possibile che molti di loro abbiano esperienze profonde; ma quando mancano i tre pada precedenti, è come un'automobile con una sola ruota: non funziona.

Perciò, nella tradizione shaiva si considera che il Dharma sia completo quando sono presenti questi quattro pada. Esattamente lo stesso vale nel buddhismo Vajrayana. Al contempo, non si può negare che singoli praticanti capaci possano elevarsi anche grazie a un solo pada, ricevendo l'introduzione diretta, poiché i loro meriti sono tali che nelle vite precedenti hanno già attraversato i pada anteriori e tutte le qualità sono state formate: è possibile, ma accade raramente. Oppure qualcuno ha attraversato due pada o uno dei pada precedenti e comincia dal livello raggiunto in passato.

Determinare il proprio livello

Anche noi dobbiamo comprendere quali pada abbiamo attraversato e quali no, quale sia attuale per noi in questa vita, quale sia il più importante e quale il prossimo da padroneggiare. Per esempio, se in voi si è formato un amore per Dio stabile, cioè se il servizio a Dio è per voi qualcosa di naturale; se riuscite a compiere bene anche rituali autonomi, invocazioni e pratiche di adorazione, se ciò suscita in voi ispirazione e siete pronti a praticarli costantemente, significa che avete attraversato i due pada precedenti e il vostro prossimo pada è lo yoga-pada.

Dovrete sviluppare la concentrazione, purificare i venti e i canali, apprendere il pratyahara e il pranayama e realizzare il sentiero del samadhi, almeno il samadhi del Raja Yoga, per poi passare da esso allo jnana-pada.

Se provate un sentimento di amore e devozione verso Dio che è naturalmente innato e intuitivo, e l'adorazione vi procura un grande piacere, anch'esso intuitivo, e vi dona grande soddisfazione, gioia e meriti; se le vostre qualità yogiche sono buone, tanto da permettervi di rimanere a lungo seduti in una postura, se avete pochi desideri e uno stato mentale ascetico, ciò significa che nella vita passata avete realizzato i tre pada precedenti, ma in questa vita dovete padroneggiare lo jnana-pada, comprendere bene la non dualità, le pratiche contemplative, l'insegnamento dell'Advaita e lo stato naturale.

Devozione naturale e sviluppo della saggezza

A volte una persona ha una propensione intuitiva a fare seva, a fare offerte, semplicemente costruisce un tempio o dona continuamente qualcosa per il Dharma: ciò significa che possiede i samskara del charya-pada, ma deve padroneggiare il mantra-yoga, la capacità di compiere le sadhana di adorazione e addentrarsi nelle pratiche iniziali; vale a dire, un pada è già formato in lei, ma gli altri tre richiedono sviluppo.

Così, a seconda dei propri meriti, ogni individuo si trova in uno degli stadi dei pada e deve realizzare gli stadi successivi.

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