Visione pura e decima fase del sentiero spirituale — educazione
25.06.2026
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Commento al testo «Mahabharata», libro «Drona Parva», racconto sull’impiego dell’arma Narayana.
Dopo che Arjuna ebbe attivato l’arma Brahma e neutralizzato l’arma Narayana, impiegata da Ashvatthama (figlio di Drona), Ashvatthama vide che aveva distrutto soltanto un akshauhini dell’esercito dei Pandava, invece di distruggere tutto ciò che esisteva. Ma questa parte dell’esercito fu distrutta in modo tale che l’aspetto esteriore degli uccisi era impossibile da riconoscere.
«Il figlio di Drona ne fu profondamente addolorato. Per un minuto rifletté su ciò che era accaduto. E, dopo aver riflettuto, si abbandonò alle preoccupazioni e al dolore. Emettendo lunghi e ardenti sospiri, cadde allora in un profondo abbattimento. Poi, deposto il suo arco, il figlio di Drona balzò rapidamente giù dal carro e, esclamando: “Oh vergogna, vergogna, tutto questo è falso!”, fuggì via dalla battaglia.
Allora, lungo il suo cammino, vide Vyasa, incarnazione della stessa dea della saggezza, compilatore dei Veda, immacolato dal peccato e con un aspetto simile al colore di una densa nuvola carica di pioggia. E vedendolo, il figlio di Drona, con voce spezzata e profondamente addolorato, lo salutò e pronunciò queste parole: “Signore! Questa è un’illusione oppure è un capriccio dell’arma? Non riesco a comprendere come ciò possa essere! In che modo dunque questa mia arma si è rivelata vana? Quale violazione vi è stata nel richiamarla all’azione? Oppure è qualcosa di contro natura, oppure è una vittoria sui tre mondi ottenuta da entrambi i Krishna, poiché entrambi sono ancora vivi? A quanto pare, il tempo è insuperabile! Né gli asura, né gli immortali e i gandharva, né i pishacha, né i rakshasa, né i serpenti, né gli yaksha, né gli uccelli, né gli esseri umani possono affatto osare rendere inoffensiva quest’arma da me scagliata! Quest’arma, tuttavia, ha potuto ardere della propria potenza distruggendo soltanto un akshauhini dell’esercito impegnato nell’impresa. Perché dunque non ha ucciso Keshava e Arjuna, entrambi soggetti alla legge dei mortali? Interrogato da me, o divino, dimmi la verità su questo!”
Vyasa disse:
«Di enorme importanza è l’argomento sul quale mi interroghi con stupore! Ti dirò tutto, ascolta dunque attentamente! Colui che è chiamato con il nome di Narayana è il più antico tra gli antichissimi. E per realizzare il proprio scopo, quel creatore dell’universo nacque come figlio di Dharma. Trovandosi sul monte Mainaka, si dedicò a una severa ascesi. Colmo di grande potenza, simile per il suo splendore al fuoco o al sole, stava là con le braccia sollevate verso l’alto. Dagli occhi di loto, egli si estenuò per sessantamila anni e altrettante centinaia, nutrendosi per tutto il tempo soltanto di aria. Poi, dedicandosi di nuovo a una severa penitenza di altro genere per un periodo di tempo due volte più lungo del precedente, riempì lo spazio tra cielo e terra con la potenza della sua impresa ascetica. E quando, in virtù di quell’ascesi, o figlio mio, divenne simile a Brahma, vide allora il Creatore dell’universo, la fonte originaria e custode dell’universo, il Supremo Signore, difficile da raggiungere persino agli sguardi degli stessi dèi, il più piccolo tra i piccoli e il più grande tra i grandi, colui che è chiamato Rudra, il Sovrano e il Toro tra i più potenti, colui che infonde vita in ogni possibile specie di creazione, il non nato e l’altissimo, dimorante nei cuori di tutti gli esseri, mobili e immobili.
Egli vide il Signore, irresistibile e dotato di un numero insolito di occhi, furioso nell’ira e grande d’anima, il Distruttore universale, con il cuore benevolo verso i giusti; che portava un arco mirabile e due faretre, rivestito di un’armatura d’oro e dotato di potenza sconfinata; armato di mazza, di saetta folgorante e di un tridente scintillante, di ascia da guerra, di clava e di una spada immensa; con una treccia intrecciata a forma di anello e con un diadema lunare sulla sommità del capo, vestito di una pelle di tigre, personificazione della forza che tutto frantuma e con un bastone in mano; ornato di eleganti bracciali angada, che portava serpenti al posto del cordone sacro ed era circondato da diverse creazioni dell’universo e da schiere di spiriti maligni; divenuto l’Uno, che rappresenta il ricettacolo delle imprese ascetiche ed è altamente venerato dagli anziani di età avanzata con parole desiderate; colui che è l’acqua, il cielo e lo spazio aereo, la terra, il sole e la luna, il vento e il fuoco, colui che è il riflesso stesso dell’universo.
Gli uomini di cattiva condotta non sono in grado di vederlo, l’Innato, lo schiacciatore di tutti gli odiatori dei brahmani, la fonte originaria dell’immortalità. Solo i brahmani di retta condotta, quando si sono purificati dai peccati e liberati dal sentimento di dolore, lo vedono con lo sguardo della mente. In conseguenza delle sue imprese ascetiche e grazie alla sua devozione verso di lui, Narayana vide quella personificazione della giustizia: lui, degno di lode, che aveva assunto la forma universale. E vedendo quel supremo ricettacolo di ogni tipo di splendore, quel dio degli dèi, ornato di una collana di perle, egli, con l’anima assai compiaciuta, esultò, cercando di esprimerlo con le parole, con il cuore, con la mente e con il proprio corpo. Allora, alla sua vista, Narayana rese omaggio al divino sovrano, causa prima dell’universo, dispensatore di doni, potente, insieme a Parvati, sontuosamente e magnificamente formata, il signore innato e imperturbabile, essenza nascosta di tutte le cause, immarcescibile nella sua potenza. E subito, inchinandosi a Rudra, lo schiacciatore del demone Andhaka, Narayana dagli occhi di loto, colmo di devozione, cominciò a glorificare il Tre Occhi con queste parole:
«O venerabilissimo, i primi dèi, creatori di tutto ciò che esiste, chiamati prajapati, che ora sono i protettori del mondo e che, entrando su questa Terra — la tua creazione più antica, o divino sovrano — l’hanno protetta in passato, tutti hanno avuto origine da te! Gli dèi e gli asura, i serpenti naga, i rakshasa e i pishacha, gli esseri umani e gli uccelli, i gandharva e gli yaksha, così come varie altre creature e i Vishva, noi sappiamo, tutti hanno avuto origine da te! Tutto ciò che viene fatto per propiziare Indra, Yama, Varuna e il Custode dei tesori, Mitra, Tvashtri e Soma, in realtà è destinato a te. Forma e luce, suono e spazio, vento e tatto, gusto e acqua, odore e terra; desiderio sensuale, Brahma stesso, i Veda e i brahmani, tutto ciò che si muove e ciò che è immobile: tutto questo ha avuto origine da te. I due meravigliosi e nascosti uccelli (Ishvara e jiva), percepiti nei pensieri, il sacro fico dai rami pendenti (i Veda con le loro diverse recensioni), i sette custodi (i cinque elementi fondamentali del mondo, l’anima e la mente) e gli altri dieci, che sostengono questa città (i sensi e gli organi di senso nel loro insieme, capaci di sostenere il corpo), tutti essi sono stati creati da te, ma tu sei separato e indipendente da loro! Il passato, il presente e il futuro, che sono inevitabili, provengono da te, così come tutti e sette i mondi e l’universo. A me, che ti sono devoto e ti venero con riverenza, concedi la tua grazia! Non arrecarmi danno instillando nella mia anima cattivi pensieri. Tu sei l’anima delle anime. Colui che condivide tali convinzioni e ti conosce come il seme originario raggiunge il Brahman. Per il desiderio di renderti onore ti glorifico, cercando di comprendere Colui che cavalca il toro, o tu distinto persino dagli dèi! Glorificato da me, concedimi i doni da me desiderati, così difficili da ottenere! E non rifiutarmeli!»
E il dio dalla gola blu (Shiva), dall’anima imperscrutabile, che regge la mazza, glorificato con zelo dal saggio Narayana, concesse doni a lui, il primo tra gli dèi, che li meritava.
Shiva disse: «Per mia grazia, o Narayana, tra gli esseri provenienti dagli dèi e dai gandharva, tu possiederai una potenza e un’anima incommensurabili! Né gli dèi, né gli asura e i possenti serpenti, né i pishacha, né i gandharva, né gli uomini e né i rakshasa; né i Suparna e i serpenti naga, né i vishva e né gli animali e le bestie saranno mai in grado di sopportare il tuo valore! Nessuno, neppure tra gli dèi, potrà vincerti nelle battaglie! Grazie alla mia grazia, nessuno sarà in grado in alcun modo di procurarti dolore né con un’arma, né con il fulmine, né con il fuoco o il vento, né con un oggetto secco o bagnato, né con alcunché che si muova o sia immobile! Tu supererai persino me stesso, se mai entrerai in battaglia con me!»
Vyasa disse:
«Così furono ottenuti, sappilo dunque, questi doni un tempo dal divino Narayana. Questo stesso dio oggi vaga per il mondo nella forma di Vasudeva, confondendo l’universo con la sua illusione. In virtù delle imprese ascetiche di Narayana nacque il grande asceta di nome Nara, pari in tutto a quella divinità. Sappi e ricorda sempre che egli è Arjuna! Entrambi quei saggi (Nara e Narayana), considerati i più degni per la forza della loro ascesi tra gli dèi antichissimi, assumono nascita in ogni yuga per favorire gli scopi della vita mondana. Anche tu, o sapientissimo, dotato di grande intelletto, sei nato come una particella di Rudra, quale frutto completo delle tue azioni pie e delle grandi imprese ascetiche, dotato di grande potenza interiore e d’ira. Nella vita precedente eri dotato di grande saggezza ed eri pari al dio Narayana! Considerando l’universo come composto soltanto da Mahadeva, hai estenuato il tuo corpo con vari voti, desideroso di compiacere quel dio. Assumendo l’aspetto di un uomo nuovo, grande, splendente e terreno, lo hai compiaciuto con preghiere, libagioni sacrificali e generose offerte, o misericordioso! E così venerato da te, quel dio antichissimo fu da te soddisfatto, o saggio, e ti concesse numerosi doni, coltivati nel tuo cuore.
Come per entrambi loro (Nara e Narayana), così anche per te la nascita, le azioni, le imprese ascetiche e la profonda concentrazione sono le più elevate e perfette. Come da entrambi loro, così anche da te, nella tua adorazione, in ogni yuga è venerato il grande dio nella forma del linga. Questo Keshava è un devoto adoratore di Rudra, ed è nato dallo stesso Rudra. Egli venera il Signore (Shiva), considerandolo, nella forma del linga, la fonte primordiale dell’universo. In Krishna sono costantemente concentrati i saperi mediante i quali si comprende l’unione dell’anima con lo Spirito supremo, e i saperi che danno la possibilità di vedere tutto ciò che è nascosto agli occhi. Infatti, venerandolo in tal modo con sacrifici, gli dèi, i siddha e i massimi saggi aspirano alla posizione più elevata e incrollabile nel mondo. Poiché questo Krishna è eterno e deve essere venerato con il compimento di sacrifici per lui. Egli stesso venera sempre il Signore (Shiva) nella forma del linga, considerandolo la fonte originaria della provenienza di tutti gli esseri. Il dio con l’immagine del toro sul suo stendardo manifesta verso di lui un’eccezionale benevolenza».
Udite quelle parole di Vyasa, il figlio di Drona, possente guerriero sul carro, rese culto a Rudra e considerò Keshava degno del più alto rispetto. Con l’anima domata e con i peli del corpo ritti per la gioiosa emozione, si inchinò al grande saggio e, dirigendosi poi verso l’esercito dei Kaurava, lo fece ritirare per il riposo notturno. E allora, quando dopo la sconfitta di Drona in battaglia i Kaurava afflitti si ritirarono dal campo, fu compiuto anche il ritiro dell’esercito da parte dei Pandava, o sovrano dei popoli! Dopo aver combattuto per cinque giorni e annientato un intero esercito, Drona, quel brahmana che aveva compreso perfettamente i Veda, si recò, o re, nel mondo di Brahma!
Dopo che quell’insuperabile guerriero sul carro, Drona, fu ucciso dal figlio di Parshata e i Kaurava subirono una completa sconfitta, Dhananjaya (Arjuna), figlio di Kunti, alla vista di uno straordinario prodigio che gli aveva procurato la propria vittoria, interrogò Vyasa, capitato lì per caso: «Mentre distruggevo i nemici in battaglia con piogge di frecce scintillanti, vedevo continuamente davanti a me avanzare un uomo, luminoso come se fosse dotato dello splendore del fuoco. In qualunque direzione egli si slanciasse con la lancia levata, ovunque là i miei nemici venivano da me schiacciati, o grande asceta! Egli non toccava la terra con i piedi e non lasciò mai andare la sua lancia. Grazie alla sua potenza nascosta, dalla sua lancia si sprigionavano migliaia di lance. Tutti i nemici, in realtà schiacciati da lui, la gente li riteneva schiacciati da me. Seguendo le sue orme, io non facevo che bruciare le truppe già bruciate da lui. O divino, narrami chi fosse quel grande eroe, il più eccelso tra gli uomini, con la lancia in mano, simile al sole stesso per la sua potenza interiore?»
Vyasa disse:
«Hai visto, o Partha, Shankara, la causa prima dell’origine di tutti i Prajapati, quell’uomo onnipotente dotato di grande potenza, l’incarnazione dei cieli, della terra e dello spazio aereo, il divino Signore, il protettore dell’universo, il sovrano assoluto e dispensatore di doni! Vai sotto la protezione di quel dio, la fonte originaria di tutto ciò che esiste, il Signore dell’universo, Mahadeva (il grande dio), dotato dell’anima più elevata, l’unico Signore, con una treccia annodata sul capo, portatore di bene; il trinoce e dalle braccia possenti, (chiamato) Rudra.
Chi altri, se non il divino Maheshvara, il potente arciere, quella divinità che assume forme diverse, avrebbe potuto allora, o Partha, anche solo nell’immaginazione osare annientare quell’esercito, protetto da Drona, Karna e Kripa? Nessuno può osare stare davanti al guerriero davanti al quale avanza quel divino Signore! Poiché nei tre mondi non esiste essere pari a lui! Infatti, al solo suo odore, quando egli è adirato, i nemici tremano in battaglia, perdono i sensi e cadono in stragrande maggioranza».
La visione pura e i livelli della realtà
Oltre alla dimensione della battaglia sul campo di Kurukshetra, si apre un’altra visione della realtà: la visione pura. Il campo di battaglia di Kurukshetra è una dimensione della realtà in cui combattono uomini e semidei, e anche alcuni santi e persino siddha, come Arjuna e Krishna. La lila si dispiega nella dimensione del mondo degli uomini. Ma anche in un’altra dimensione si dispiegano altre lila: i giochi delle divinità irate — Shiva, le manifestazioni di Nara-Narayana e di altri.
Così, quella battaglia che i semplici mortali vedevano, agli occhi di Arjuna e Ashvatthama appariva in modo diverso. Agli occhi di Vyasa tutto ciò si vedeva ancora più profondamente. Questa è la manifestazione della visione pura a diversi livelli. Ciò che un uomo comune prende per relazioni materiali, energie mondane, il saggio lo vede come il gioco di energie risvegliate, o divinità. E un saggio più elevato vede come la manifestazione delle forze di diverse divinità. In questo consiste la profondità della visione pura.
Decima fase: educazione
Simili visioni pure iniziano nella fase dell’educazione. È la fase successiva dopo che è stata superata la fase del nutrimento.
Si dice così:
«Quando il bambino immortale — la grande luna della consapevolezza — è cresciuto, lo yogi, prendendosene cura, deve dargli una degna educazione».
La decima fase, l’educazione, significa che il risveglio è stato ottenuto, ma ha bisogno di sviluppo; non lo si può ancora lasciare così. Esso non scomparirà più. Questo bambino della consapevolezza interiore è già un po’ cresciuto e può provvedere da sé al proprio sostentamento. Non è più necessario nutrirlo, sorvegliarlo, ma bisogna educarlo, per conferirgli saggezza e flessibilità. È simile a quando un bambino è cresciuto e può trovare cibo, salvarsi dal freddo, cioè sa sopravvivere, ma non è ancora istruito nelle regole dell’etichetta, non lo si può portare nell’alta società o in pubblico. Bisogna inculcargli le buone maniere e spiegargli le regole delle relazioni. Questa è la fase dell’educazione.
L’educazione significa l’arte dell’integrazione. L’arte dell’integrazione è la capacità di mantenere la presenza non duale nell’azione, cioè nelle diverse situazioni della vita, quando l’energia si manifesta. Lo yogin che si esercita nella fase dell’educazione, compiendo azioni, non vi si confonde, poiché il suo cuore è vuoto: non ha né il senso dell’agente, né quello dell’agire. Questo è in realtà un livello incredibilmente elevato.
Se prendiamo Krishna come esempio, allora, come vedete, non era un asceta, un eremita o un monaco. Inoltre, talvolta si occupava di cose che alle persone non sono comprensibili: perché Krishna doveva combattere sul campo di Kurukshetra; oppure possedere sedicimila palazzi; governare Dvaraka e così via. Era un comportamento non tradizionale per uno yogi o per un sannyasi. Ma Krishna stesso si trovava in uno stato completamente diverso. È, come minimo, lo stato del gioco.
A partire dal livello dell’educazione, lo yogin, compiendo azioni, non si confonde, non ha il senso dell’agente e dell’agire; agisce con ingegnosità, ma senza attaccamento. Utilizza l’esperienza relativa, ma non perde la spontaneità e la naturalezza. Vede le differenze, ma non perde mai l’unico «sapore» di tutte le cose. Può porsi, giocando, degli obiettivi, ma non vi si aggrappa. Agisce con concentrazione, ma non si lascia trascinare e non tende verso nulla.
Lo stadio dell’educazione, di norma, sopraggiunge dopo che nel ritiro è stata raggiunta una profonda esperienza del samadhi e questo samadhi, come stato naturale, può essere mantenuto nella vita quotidiana. Se invece non c’è, allora non c’è nemmeno nulla da educare. Significa che questo non è lo stadio dell’educazione, ma quello della cura o della gestazione. Gestazione, cura ed educazione possono sembrare simili, tuttavia lo sono solo per i profani. Un vero praticante non confonderà mai cose simili. Confonderle è come confondere una vecchia con un bambino, o un giovane ragazzo con un pensionato. Solo una persona che ha una cattiva vista e vede soltanto la sagoma può confondere una vecchia con una bambina. Allo stesso modo, un praticante esperto comprende bene la differenza tra cura, gestazione ed educazione.
Nei testi si dice:
«Quando mangi o bevi, diventa il sapore del cibo o della bevanda; quando lavori – il lavoro. Così unisci la contemplazione a qualsiasi azione, dimorando in esse con una totalità completa di consapevolezza. Se soffri, dimora nell’indivisibilità di contemplazione e sofferenza. Se hai paura, abbi paura contemplando, come se tu stesso fossi diventato lo spazio infinito della paura. Quando dimori nella pienezza, ogni sentimento è simile a un universo: infinito e incomprensibile, e dunque anche l’illuminazione non diminuisce. Finché la fusione non è stata raggiunta, sii prudente, come se camminassi sul bordo di un precipizio; evita i luoghi nocivi e aspira alla quiete; custodisci il tuo spirito e cura l’energia».
L’importanza della corretta comprensione degli stadi della pratica
Qui si parla di quanto segue: finché non hai avuto successo nell’integrazione, evita lo stadio dell’educazione, perché può danneggiarti. È simile a come un bambino piccolo deve evitare alcune abitudini degli adulti. Se le assimila prima del tempo, può «guastarsi». Allo stesso modo qui si dice concretamente «custodisci il tuo spirito e cura l’energia», cioè lo yogin allo stadio della cura non deve imitare coloro che si trovano allo stadio dell’educazione, poiché deve far crescere la propria contemplazione.
«Quando la presenza è stabile, persino gli ostacoli e le passioni si dissolvono e vanno a beneficio dell’avadhuta. Tutto si trasforma in segni favorevoli».
Quando invece la pienezza e la perfezione nell’integrazione sono raggiunte, al contrario, tale yogin può unire la propria presenza contemplativa a diverse esperienze, e queste gioveranno al suo addestramento. È molto importante comprendere le sottigliezze di queste differenze e non commettere errori. I neofiti, coloro che praticano senza un maestro, senza la tradizione dell’insegnamento, nel 99 per cento dei casi commettono tali errori, poiché queste cose non sono semplici da comprendere.
Lo stadio dell’educazione: passaggio alla pratica matura
«Giorno e notte, dimorando in sahaja-sthiti, lo yogin rinuncia a tutte le azioni. Senza aver bisogno di mantra, puja e pranayama, egli, senza pigrizia né distrazioni, per anni compie il suo tapas. Qualunque cosa egli tocchi, per un tale saggio tutto è sadhana. Nella sadhana non c’è né interruzione né dispersione. Che meraviglia!»
Per lo yogin entrare nella fase dell’educazione significa abbandonare la visione karmica impura, abbandonare l’approccio esteriore alla vita spirituale, la divisione tra sacro e quotidiano, l’attaccamento alla meditazione programmata da seduti. Nel processo di educazione lo yogin può unirsi a circostanze e situazioni diverse, agendo in modo flessibile e ingegnoso. Per la pratica dell’educazione lo yogin lascia il rigido ritiro e si allena nella contemplazione durante la comunicazione quotidiana, viaggiando; si allena nella non-azione, compiendo azioni molteplici, manifestandosi; visita luoghi affollati, esercitandosi nella flessibilità; entra in numerosi contatti e situazioni di vita. È simile a quando un bambino è cresciuto e da lattante è diventato un ragazzo al quale è tempo di inculcare buone maniere. La capacità di unirsi a situazioni e circostanze è un indicatore della maturità della contemplazione naturale. La chiamano «ingegnosità senza attaccamento».
Nel testo «Lila-yoga marga» si dice:
«Egli fa come se non facesse; parla come se non parlasse; fa progetti, ma non li sogna. Agendo in mezzo alle cose e agli eventi, si trova al loro centro e li governa, simile a una divinità al centro del mandala. È concentrato, ma non turbato. Agisce spontaneamente, intuitivamente, ma non in modo avventato. È rilassato, ma non pigro. Non sogna, ma tutti i suoi sogni si realizzano. Non desidera nulla, ma tutti i suoi desideri sono soddisfatti. Che ottenga il risultato o no, è sempre gioioso e sereno, perché si trova già nel risultato supremo».
Durante l’educazione si raggiunge la perfezione dell’azione (del comportamento), si apre la saggezza che tutto compie. La saggezza che tutto compie, connessa all’elemento del vento, si manifesta, si ritiene, per ultima, poiché è la più complessa di tutte le realizzazioni.
Pratiche dello stadio dell’educazione
Nello stadio dell’educazione lo yogin attraversa le seguenti pratiche. Impara a mescolare la presenza naturale con gli elementi esterni. L’insegnamento «tattva-vidya» – l’integrazione con i cinque elementi – viene realmente raggiunto proprio in questo stadio. La sua differenza rispetto agli stadi iniziali consiste nel fatto che in questo stadio subentra il controllo sui cinque elementi, e lo yogin può sviluppare alcuni siddhi: arresto, sbarramento, distruzione, dispersione, ecc., a seconda dell’elemento con cui si unisce.
Lo yogin si unisce alla terra, all’acqua, al vento, al fuoco, allo spazio. Dapprima si unisce a pietre, montagne, colline, saturandosi della loro energia, ad alberi, bacini d’acqua, mari, oceani, laghi e fiumi. Poi impara a ricevere prana unendosi ai venti. Quando riesce nell’unione con le manifestazioni ordinarie dei cinque elementi, estende la sua educazione ai macro-oggetti dell’universo. Si unisce alle divinità planetarie, alle energie dei pianeti del Sistema solare, alle stelle, alle costellazioni, a giganteschi addensamenti di prana positivo e negativo, alle galassie, alle divinità reggenti, agli universi. Oltre a ciò, nello stadio dell’educazione lo yogin si unisce a qualità speciali della Sorgente suprema, come il tempo, il suono primordiale, la luce primordiale, e alle forze globali (shakti) dell’universo: l’energia della saggezza, l’energia della volontà, le forze universali dell’azione (creazione, mantenimento, distruzione, occultamento, illuminazione). Tale pratica di unione con gli elementi, con gli oggetti universali, con i macro-oggetti e con le energie universali mette realmente a nudo la profondità e la grandezza della Mente naturale e sradica completamente la concezione che l’allievo-yogin ha di sé come personalità residua legata al corpo.
Man mano che la sadhana dell’educazione si approfondisce, lo yogin riceve l’esperienza del darshan degli esseri divini pressappoco come veniva descritto nel «Mahabharata» nelle righe precedenti. Iniziano per lui i contatti con i custodi dell’universo, con le divinità del tempo, dei quattro punti cardinali, con vari mandala. Rishi, apsara, vidyadhara e siddhi, attratti dalla sua shakti, cominciano a fargli visita, diventando suoi protettori e amici; e se si tratta di spiriti di ordine minore, suoi devoti discepoli o adoratori. Tutto questo sorge nel decimo stadio, nello stadio dell’educazione. È lo stadio non di un monaco comune, ma di un santo. Tuttavia, secondo l’insegnamento sui sedici stadi, è soltanto il decimo stadio, e non l’ultimo.
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