Azione senza karma: il cammino dello yogin illuminato
23.09.2026
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Commento al testo «Shri Siddhanta Shikhamani», capitolo 19 «La cessazione delle azioni»
Sthala «la cessazione delle azioni»
Per lo yogin il cui corpo è l’Essenza Suprema, tutte le azioni appaiono immaginarie, come l’illusione di un serpente vista in una corda.
Che cosa significa «lo yogin il cui corpo è l’Essenza Suprema»? Innanzitutto, è colui che ha unito la propria coscienza espansa al corpo, colui che ha eliminato il concetto «io sono il corpo» (dehatma-buddhi), riconoscendosi come Atman immortale, e colui che ha unito la propria volontà alla volontà divina, comprendendo, attraverso tale unione, anche il corpo come subordinato alla volontà divina. Ciò significa che lo yogin ha unito il proprio corpo all’Essenza Suprema.
Il processo della pratica della contemplazione nell’advaita non è soltanto un processo della coscienza: è anche un processo energetico, un processo di lavoro con l’energia. Scoprire l’Atman immortale è solo l’inizio; in seguito dobbiamo introdurre questa coscienza scoperta nel corpo sottile, nel corpo energetico e in quello fisico, unendola al nostro comportamento.
Per questo tale stato dello yogin viene chiamato «cessazione delle azioni». Le azioni dei saggi non diventano causa di rinascite. Così i semi bruciati nel fuoco non possono germogliare. Per lo yogin che si è liberato dell’ego (ahankara), che senso hanno le azioni compiute?
Due tipi di azioni
Esistono due tipi di azioni. Il primo tipo è l’azione dello yogin, mentre il secondo tipo è costituito dalle azioni dell’essere umano karmico ordinario, invischiato nelle azioni. Nel caso dell’essere umano karmico, l’azione compiuta crea il karma-phala (il risultato), e i risultati dovranno sempre essere sperimentati, ricevuti indietro; in altre parole, non esiste alcuna forza, se non si applicano metodi speciali, che possa impedire a tali risultati di ritornare a noi. La legge del karma è così precisa che tutto verrà restituito fin nei minimi dettagli.
Il secondo tipo di azione è costituito dalle azioni dello yogin che ha trasceso la legge del karma e sul quale le conseguenze karmiche (karma-phala) non hanno effetto: egli non ha reazioni karmiche. Qualunque cosa faccia, non crea turbamento nello spazio, perché è una cosa sola con la natura, gli elementi e Brahman.
Di solito, quando una persona agisce, crea un turbamento mentale, crea identificazione e le sue onde mentali risvegliano nello spazio del cosmo onde mentali di risposta, che reagiscono necessariamente alle sue azioni. I suoi pensieri attirano pensieri dallo spazio circostante, perché sperimenta «io faccio» e «io sono colui che agisce», nutre speranze nei frutti e nei risultati, e tutto questo è accompagnato da uno stato emotivo. Ciò lascia impronte corrispondenti; tali impronte si accumulano, creano tendenze stabili (vasana) e inevitabilmente queste impronte e vasana attireranno nello spazio, nell’etere, onde corrispondenti, e queste onde verranno attratte.
In questo senso, una persona comune deve sempre controllare i propri pensieri, deve sempre prendersi cura della disciplina mentale, pensare solo bene, solo a cose positive, solo pensieri positivi, corretti e puri, perché i pensieri errati e impuri invocano potenti onde cosmiche corrispondenti, che entrano nel suo destino. Ogni atto del suo pensiero è un’invocazione.
I pensieri possono essere paragonati alle onde radio. Le persone irradiano pensieri come ricevitori radiofonici; le persone sono ripetitori di pensieri e ci sono coloro che irradiano pensieri sattvici puri, coloro che irradiano pensieri rajasici e coloro che irradiano pensieri tamasici. Con il tempo, i loro pensieri si accumulano e li circondano, formando un’aura abbastanza densa che costituisce il corpo mentale; quest’aura del corpo mentale forma l’aura del corpo sottile sotto forma di immagini, mentre i pensieri si depositano già sotto forma di specifici stati emotivi, emozioni, sentimenti e immagini. In seguito, i concreti stati emotivi e sensoriali diventano prana, il corpo energetico.
Per esempio, un’aura rossa è un’aura rajasica; vi sono poi l’aura nera, arancione, bianca, gialla, dorata, azzurra, verde e così via. Infine, tutto ciò si riflette sul corpo fisico. Si ritiene che il volto sia un indicatore del corpo sottile e del corpo mentale. Ogni persona che genera pensieri forma con essi la propria aura; perciò lo yogin pratica l’autodisciplina per liberarsi da tutti questi processi nei corpi sottili e pratica l’abhyasa. Abhyasa significa apprendimento o pratica costante e perseverante, ripetizione continua: per esempio, il mantra, l’upasana (adorazione), la pratica contemplativa; tutto questo è abhyasa.
Quando lo yogin pratica, gradualmente dentro di lui si generano altri processi: dentro di lui non sorge alcun pensiero quando fa qualcosa. I suoi pensieri non creano nuove impronte e non generano nuove immagini né nuovi stati emotivi; invece, si dissolvono nella natura naturale della Mente. Poiché lo yogin ha imparato a dimorare nella natura della Mente, non accompagna le proprie azioni con valutazioni, riflessioni, giudizi, commenti, né con false concezioni come «sono io a fare», «i frutti e i risultati appartengono a me»; allora i pensieri non accompagnano le azioni e non si imprimono nel flusso della sua coscienza. Al contrario, ogni azione si ricongiunge alla divya-bhāva, alla brahma-aham-bhāva, si riferisce a Dio, si ricongiunge alla sensazione divina: allora il karma non si accumula.
La cessazione delle azioni significa non accumulare karma durante il compimento di qualsiasi azione – pacifica, neutrale o irata –, dimorando nella contemplazione non duale.
Come possono i cambiamenti nel riflesso della luna influire sulla luna stessa? Sullo sfondo delle nuvole sembra che la luna si muova. Lo stesso vale per l’Ātman: a causa del suo legame con il corpo, sembra che sia l’Ātman a compiere le azioni. Lo yogin illuminato non viene macchiato dai frutti delle azioni, anche se è coinvolto nell’attività.
Quanto a colui che non è illuminato, viene macchiato: bisogna saperlo, viene macchiato al cento per cento, perché è sempre coinvolto nell’attività. Non può fare a meno di esserne coinvolto. Ciò significa che finché non vi è illuminazione, dobbiamo osservare, controllare e dirigere con grande chiarezza in quali azioni dobbiamo coinvolgerci e in quali no. Dobbiamo comprendere quanto sia importante, per esempio, seguire il dharma, accumulare meriti, quanto sia importante compiere l’upāsanā e varie azioni positive.
Il concetto di dharma e puruṣārtha
Dharma si traduce come ciò che sostiene ogni cosa, dalla parola «dhir»: è la corretta espressione, la funzione propria di qualsiasi oggetto vivente o non vivente, di un fenomeno o di una legge naturale; in relazione alla persona, è il modo di comportarsi più favorevole al suo sviluppo spirituale. Seguire la propria destinazione divina è anche svadharma.
Esistono vari tipi di dharma, ma il dharma è il riflesso della legge cosmica divina, ṛta. Ṛta indica la legge cosmica divina dell’evoluzione di tutti gli esseri viventi dell’universo e della creazione. Quando essa viene proiettata sulla persona umana e sulla società materiale, viene chiamata dharma.
Finché la nostra coscienza non è liberata e le nostre azioni producono cause e risultati karmici, dobbiamo seguire il dharma, dobbiamo seguire la corretta destinazione di ogni persona. Dobbiamo allora comprendere che cosa significhi seguire il dharma, che cosa sia il dharma nel nostro caso concreto, quali tipi di dharma esistano, come agire affinché il nostro karma non si accumuli e come agire affinché il nostro karma si purifichi.
A questo proposito, bisogna considerare che nella tradizione vedica esiste il concetto di puruṣārtha. Puruṣārtha significa lo scopo dell’essere umano, ma ha anche un altro significato: la forza dell’auto-manifestazione.
Di solito il puruṣārtha comprende quattro obiettivi nella società umana: dharma, artha, kāma e mokṣa.
Dharma è l’accumulo di sattva, l’accumulo di meriti, un comportamento volto ad accumulare soltanto energia pura e a non accumulare energia impura. Accumulare soltanto ricordi puri e non accumulare ricordi impuri: il dharma, dunque, è ciò che è benefico.
Artha significa prosperità, forza materiale, e l’artha è legato al piacevole; se il dharma è connesso al sattva, l’artha è connesso al rajas. Significa utilizzare l’energia rajasica per accumulare prosperità e vivere piacevolmente.
Kama è legata alla beatitudine della vita ed è anche legata al tamas. Rientra anch’essa nella categoria del «piacevole»: vivere gioendo della vita, il piacere estetico, trarre piacere dalla vita, dalla natura, dal cibo, dalle relazioni, dall’esistenza in generale. Un principio energetico come vivere essendo felici nel corpo comprende anche l’equilibrio energetico, una corretta alimentazione e relazioni corrette, l’arte di organizzare la casa secondo il Vastu e l’orientamento rispetto ai punti cardinali, la vita in mezzo a elementi naturali equilibrati e l’armonia in famiglia: tutto questo rientra anch’esso nella kama, nel modo di sviluppare le proprie esigenze estetiche. Si tratta, in definitiva, di rendere la vita più piacevole.
Moksha appartiene anch’essa alla categoria del «bene», cioè, se artha e kama sono il piacevole, dharma e moksha sono il bene, ossia ciò che è vero. Esiste un detto: «Tutte le persone seguono la via del piacevole; solo i saggi seguono la via del vero, quella corretta». Moksha significa liberazione da ogni dualità, liberazione da tutte le illusioni, liberazione dal karma e dalle false identificazioni.
In realtà, tutti questi quattro obiettivi della vita sono destinati, in ultima analisi, esclusivamente al moksha, ma moksha è un obiettivo talmente elevato che poche anime osano porsi una meta simile nella vita. Si ritiene che il dharma sia una fase preparatoria al moksha: è impossibile, per esempio, saltare direttamente dall’artha (la ricerca della prosperità materiale) e dalla kama al moksha. È necessario un processo di accumulazione di sattva, un processo di autodisciplina, un processo di purificazione della coscienza dal karma, affinché il sattva accumulato permetta di compiere questo salto verso il moksha.
Per non accumulare karma è necessario seguire il dharma, e il dharma non è semplicemente una religione. Il dharma, se parliamo del Sanatana Dharma, è il modo corretto di realizzare il destino dell’essere umano e, in generale, di qualsiasi essere nell’universo. Il moksha-dharma è il modo più elevato di agire per liberare questo essere vivente, affinché possa raggiungere il fine supremo, la più alta evoluzione nella vita.
Per esempio, ogni cosa ha un suo scopo. Lo scopo di un albero è crescere e dare frutti. Lo scopo dell’essere umano è rivelare la propria essenza divina. Lo scopo del sole, delle stelle, dei pianeti e del tempo è produrre cambiamenti e così via. Quando seguiamo il dharma, seguiamo il nostro scopo e accumuliamo forza sattvica. Quando la forza sattvica è sufficiente, possiamo intraprendere il cammino del moksha. Lo stato di moksha dona la libertà dal karma, quando le azioni non generano più nuove relazioni di causa ed effetto.
La vera natura della vita
La vita non è ciò che facciamo: è ciò che siamo. Di solito siamo sempre identificati con ciò che facciamo. Agire significa manifestare l’energia del corpo, della parola o della mente, e questo viene solitamente considerato vita, ma in realtà non è la vera vita. La vita è ciò che siamo, ciò che rappresentiamo, lo stato di consapevolezza in cui dimoriamo. Finché siamo identificati con le azioni, il karma si accumula. Quando dimoriamo in uno stato consapevole, viviamo veramente la vita, perché la vita è l’Atman. Vivere significa essere nell’Atman. Non significa agire: significa dimorare nella consapevolezza naturale e spontanea dell’Atman. Colui che può dimorare nella consapevolezza naturale dell’Atman viene chiamato kala kalan (l’eroe che ha sconfitto la morte).
Come distinguere la verità dalla non verità, lo stato autentico da quello non autentico (sat e asat)? La verità è ciò che rimane sempre indistruttibile, intatto, indistruttibile, immutabile, ciò che sopravvive, rimane costante, puro e incontaminato sempre e ovunque. Questo è il criterio per verificare ciò che è vero, completamente vero nella vita, e ciò che non lo è.
Per esempio, nella vita relativa esistono determinati valori, determinate forze, energie e stati: la casa, il denaro, la pace, la fama, il prestigio, la ricchezza, le relazioni e tutto il resto. Si possono definire soltanto valori relativi e condizionati, nella misura in cui tutte queste cose offrono comodità nella vita, ma si può forse definire tutto questo verità assoluta? Certamente no, perché nessuna di queste cose supera la prova dello stato autentico: sono tutte distruttibili. La casa è distruttibile, le persone alle quali siamo legati sono distruttibili, la fama, come si dice, è una merce poco conveniente: costa cara da ottenere e si conserva male, è distruttibile. Il prestigio, il denaro, la ricchezza: sono tutte cose distruttibili. Tutte le cose esteriori sono distruttibili, cioè non sono la verità. Possono avere soltanto un valore relativo e condizionato nel mondo relativo, nella misura in cui offrono comodità nella vita, ma nulla di più.
Ciò significa che non si deve in alcun modo attribuire loro uno status importante nella vita, lo status di valore assoluto, né inseguirli; bisogna quindi guardarli con calma e distacco, utilizzarli, ma lo scopo della vita è un altro. Non si deve dedicare loro completamente il proprio tempo, la propria vita, la propria energia e la propria anima, perché, consegnando l’anima a false illusioni e falsi valori, ci si ritrova inevitabilmente in uno stato di ignoranza, sofferenza e illusione.
Che cosa viene verificato dalla forza del tempo e non viene distrutto? Per esempio, voi rimanete in meditazione, in una consapevolezza profonda, e la vostra consapevolezza è penetrata nel sonno con sogni e persino nel sonno senza sogni; neppure la morte potrà portarla via, i cambiamenti nel tempo non possono distruggerla. Anche se accadesse qualsiasi cosa, essa non può essere distrutta.
Lo yogin sperimenta la beatitudine della permanenza in Dio, ovvero la brahma-aham-bhava, l’esperienza della non-dualità, ed essa rimane persino nel sonno senza sogni, persino oltre il sonno senza sogni: chi può distruggerla? Questa è la verifica della verità e della non-verità. In realtà è facile verificarlo: ogni cosa viene verificata, viene sottoposta a un test. Il tempo può produrre cambiamenti (parinama) tali da distruggere ciò che è stato distrutto? Ciò che viene distrutto non è la verità; ciò che non può essere distrutto è la verità, e a questo bisogna aspirare.
Il Moksha-dharma ci indica come conseguire valori eterni e indistruttibili. Lo yogin che aspira a conseguire valori eterni e indistruttibili aspira a immergersi in ciò che viene chiamato «il lago sconfinato della contemplazione divina» (Shambhu dhyana sarovar). Impara a contemplare in modo da essere costantemente immerso in questo lago sconfinato. Un tale yogin esplora il cosmo di Dio, dedica tutta la vita all’esplorazione del cosmo di Dio e vive in esso come nel proprio ambiente. Cambia il proprio ambiente percettivo pur rimanendo nel corpo e vivendo nel mondo materiale.
Per esempio, se c’è un uomo astronauta che esplora lo spazio e vi dedica la propria vita, entra in orbita e aspira a esplorare lo spazio il più lontano possibile, lo yogin esplora il cosmo di Dio e aspira a esplorarlo sempre più in profondità. Raggiunge una determinata orbita, eleva il proprio livello per poter proseguire oltre.
Il cammino verso l’illuminazione
Lo yogin illuminato non viene macchiato dai frutti delle azioni, anche se è coinvolto nell’attività.
Quello non illuminato, invece, viene macchiato. Dobbiamo sempre comprendere che chi non è illuminato viene necessariamente macchiato. Non c’è via d’uscita da questo. Come diventare illuminati per non essere macchiati? Per diventare illuminati bisogna praticare continuamente l’abhyasa, cioè lo studio e la pratica costanti e perseveranti, perché, se non la si pratica, si viene macchiati. Il non illuminato viene macchiato, l’illuminato non viene macchiato: questa è la loro natura. Quando pratichiamo con perseveranza, cominciamo a illuminarci gradualmente nell’anima, iniziamo ad assomigliare allo yogin illuminato e allora smettiamo di essere macchiati.
L’illuminazione ha un inizio, una parte centrale e una fine, e il periodo prolungato costituisce l’inizio. Non bisogna sottovalutare l’inizio dell’illuminazione: si tratta di fasi immense, che possono durare forse milioni di vite. Sono molto più lunghe e forse persino più importanti della parte centrale. La fase iniziale è molto importante, perché è il punto di biforcazione in cui l’anima, dopo essere rimasta per milioni di vite in uno stato di non-illuminazione, per milioni di kalpa, per qualche miracolo si è risvegliata in questa vita. Ciò significa che la sua illuminazione non è lontana: mancano forse sette vite.
Miliardi di vite prima di questo momento, miliardi di kalpa, e avrebbe continuato per altri miliardi di kalpa; dal punto di vista dell’eternità, forse dal punto di vista di una vita umana sette vite sono moltissime, ma da questa prospettiva no.
L’inizio dell’illuminazione comincia quando il Maestro spirituale trasmette shravana e manana; introduce il discepolo in ciò che viene chiamato discorso (discorso sul dharma), chiamato anche yukti (ragionamento sul dharma), svadhyaya (autoapprendimento), spiegazione dei testi e riflessione: tutto questo è il discorso, il campo discorsivo. Discorso significa imparare a pensare secondo i concetti del dharma; non bisogna cercare di meditare e contemplare subito, prima di aver acquisito shravana e manana, perché, anche applicando una pratica meditativa corretta, se non si possiedono pensieri sattvici e dharmici preparati e accumulati, cancelleremo lo strato della coscienza superficiale, quello che ci è soggetto, ed entreremo nell’inconscio.
Ci apriremo all’inconscio, apriremo il vaso di Pandora, perché nell’inconscio non sono accumulati pensieri puri, non sono accumulati pensieri dharmici, ma sono accumulati karma; e che cosa faremo se non abbiamo svolto il lavoro preliminare di creare un discorso corretto, di accumulare corrette onde mentali, ed entreremo nelle onde mentali karmiche scorrette, nel mare mentale? Questo mare mentale ci travolgerà semplicemente, allora saremo costretti ad abbandonare la nostra pratica e dimenticheremo che desideravamo la liberazione, perché tutto questo era superficiale e torneremo nuovamente lungo la traiettoria del karma.
Perché ciò non accada, esistono i processi di shravana e manana. Esiste il processo di autodisciplina mentale, di autoeducazione mentale: questo è il discorso, quando il discepolo ascolta l’insegnamento, poi apprende da solo: questo è shravana e svadhyaya. In seguito impara a elaborare la logica, il ragionamento del dharma, pensa in accordo con il dharma. Poi riflette, valuta la propria posizione, analizza retrospettivamente la propria posizione: questo si chiama yukti e manana. Tutto ciò crea dentro di lui un’attrazione verso vibrazioni spirituali pure, pensieri spirituali puri; egli prende familiarità con il mondo mentale del dharma.
Esiste una tale espressione: «Naimatarkena matirapaneya» («Questa conoscenza del Sé non può essere ottenuta mediante il ragionamento»), «Katha Upanishad». L’illuminazione non si consegue attraverso il discorso, la conoscenza dell’Atman non si consegue. Tuttavia, esso è molto necessario, poiché permette di formare onde mentali corrette e pure.
Quando abbiamo onde mentali corrette e pure, abbiamo un sostegno potente: l’energia mentale ci aiuta nella vita spirituale. Spesso accade che una persona abbia ricevuto la trasmissione di un mantra, di una tecnica e disponga di tutte le condizioni, ma non sia predisposta a praticare, non sia predisposta a meditare, faccia fatica; anche se ci prova, non ha alcuna ispirazione, alcuna grazia, perché nel suo corpo sottile non ci sono le corrispondenti onde mentali.
Le sue onde mentali riguardano la politica, la moglie, i figli, YouTube, Internet, la televisione, pensieri sul benessere, sul denaro; e questa concentrazione prosegue per anni, per sedici ore al giorno, continuamente, e continua anche nel sonno. Come può funzionare qui una tecnica qualsiasi, una qualsiasi sankalpa meditativa? Anche se ci sarà, genererà una piccola onda mentale: tale onda si chiama brahmakara-vritti, ma tutti questi pensieri precedenti ne genereranno moltissime altre: questo si chiama vishayakara-vritti. «Vishaya» significa oscillazioni materiali e mondane della mente, e durante la meditazione egli trascorrerà due ore a lottare: questa piccola onda mentale dell’atma-vichara, o la meditazione mahashanti, o quella dei quattro infiniti, lotterà debolmente e senza successo contro enormi onde mentali alte nove metri, accumulate in precedenza. Secondo voi, vincerà oppure no? Difficilmente.
Questo viene chiamato assenza di meriti: non sono state accumulate abbastanza onde mentali; e una persona così, dopo la meditazione, non sente la grazia, non sente che la propria forza e la propria saggezza siano aumentate. Sente: «Sono stanco, ho lottato, per tutte queste due ore c’è stata una lotta». Immaginate se lottaste contro una tempesta o contro un’altra persona: sareste terribilmente esausti; due ore di lotta sono molto dure.
Una volta, quando in Repubblica Dominicana navigavamo verso le isole, ci volevano circa due ore per andare da un’isola all’altra. Per due ore le onde vi colpiscono, gli spruzzi delle onde vi investono, e voi vi sfinite semplicemente; pensate: «Ma ne vale davvero la pena la prossima volta?» — mentre volevamo anche stabilirci lì in qualche modo. Ogni volta era così: due ore per andare al negozio, due ore per tornare, e vi stancavate. Allo stesso modo, quando tali onde mentali non sono state accumulate e si verifica una lotta, non c’è alcuna grazia, alcun samadhi, alcuna divinità: solo lotta e stanchezza.
Questo deve essere modificato con l’aiuto dell’abhyasa, attraverso i processi di shravana, manana, svadhyaya e yukti, cioè l’ascolto costante, l’autoapprendimento costante, il ragionamento attraverso i termini del dharma (yukti) e manana: la riflessione e l’eliminazione dei dubbi. Bisogna attirare moltissime onde; inoltre, upasana e mantra. Quando pratichiamo in questo modo, ci prepariamo.
La trasmissione del bhava — vedere con gli occhi del risvegliato
La seconda cosa che il maestro spirituale trasmette, oltre a questo campo mentale del discorso, è il bhava. Parlando in linguaggio moderno, è il narrativo. Il narrativo è come una visione, una visione risvegliata attraverso gli occhi del risvegliato. Narrativo significa narrazione in prima persona, quando non percepiamo e leggiamo semplicemente in modo impersonale, ma vediamo attraverso gli occhi di qualcuno, con gli occhi di qualcun altro.
La «Yoga-Vasistha» è un testo che non può essere separato dalla visione di Vasistha: è la visione stessa di Vasistha. Questo è bhava: vedere il mondo con gli occhi di Vasistha o con gli occhi di Valmiki. Oppure la «Avadhuta-gita» è la visione del mondo con gli occhi di Dattatreya, mentre la «Viveka-chudamani» o l’«Atma-bodha» sono la visione del mondo con gli occhi di Shankara. Non si tratta semplicemente di informazioni intellettuali, ma di uno sguardo sul mondo in prima persona, dal punto di vista di un essere risvegliato: questo è proprio il bhava che viene trasmesso attraverso il Guru-yoga. Quando pratichiamo in questo modo, gradualmente, come risultato di una pratica così perseverante, questa sottomissione al karma scompare.
Le azioni dello yogin come lila
Egli agisce come una lingua che assaggia il burro chiarificato e altri cibi, ma non si sporca mai con il cibo. Qualunque siano le azioni in cui è coinvolto lo yogin che ha perso il legame con gli attributi esteriori, tutte queste azioni sono soltanto apparenza. Le azioni dello yogin non producono frutti e si dissolvono in lui stesso.
Dunque, lo yogin che ha spezzato i legami karmici e gli attaccamenti al samsara: anche le sue azioni sono come un’apparenza, sono come lila, come un gioco, ma solo nel caso in cui tutti gli attaccamenti al samsara siano stati recisi e non agiscano più secondo il loro modo abituale, quando la volontà personale è unita a quella divina e il mondo viene visto come un’illusione. Per questo si dice: «Uno yogin simile non agisce. Dio gioca attraverso di lui»: allora egli non accumula karma.
Purnima significa luna piena. Guru-purnima: quando c’è questa festività, perché si chiama così? Perché purnima viene identificata con il principio del Guru? Perché il Guru, come la luna piena riflette la luce del sole, riflette la luce dell’Atman. Anche uno yogin simile realizza interiormente in sé la Guru-tattva, e dentro di lui si compie la Guru-purnima: la sua coscienza riflette la luce dell’Atman, come la luna riflette la luce del sole.
Perciò lo yogin che ha trasceso il proprio karma è sempre alla festa di Guru-purnima, celebra sempre il principio della Guru-tattva dentro di sé, perché il suo Sadguru (il Guru interiore), l’Atman, è risvegliato. Guru-purnima è una festività, ma uno yogin simile è sempre alla Guru-purnima, perché celebra l’Atman, e l’Atman non ha un giorno di nascita specifico. Il giorno della nascita è trecentosessantacinque giorni all’anno. Pertanto, colui che ha purificato la propria mente e dimora nella devozione è sempre alla festa di Guru-purnima, e la festa di Guru-purnima è lila, è un gioco, non-attaccamento, felicità e ananda: è un modo di dimorare nella grazia.
Quando lo yogin agisce in questo modo, la sua memoria, che conserva le impressioni, le azioni, le parole e i pensieri passati, chiamata karmashaya, si purifica e gradualmente si dissolve nella luce dell’Atman. Al posto della memoria sorge il puro divya-bhava, cioè la Guru-purnima conduce al divya-bhava.
Che cammini, stia in piedi o dorma... Nessuno può rimanere inattivo. L’attività è nella natura stessa degli esseri incarnati, ma le azioni dei saggi non producono frutti. Per colui che percepisce la perfetta grande beatitudine della propria pura coscienza, non vi è agitazione per le azioni che producono frutti sotto forma di esperienze diverse.
Così termina lo sthala «la cessazione delle azioni».
Dharma
Karma
Atman
Moksha
Shravana
Manana
Abhyasa
Purushartha
Shri Siddhanta Shikhamani
Autore Гуру
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