Commenti al testo «Yoga-sutra di Patanjali»
Nello «Yoga-sutra» Shri Patanjali descrive vari tipi di ostacoli che sorgono nel processo dello yoga:
malattia
apatia
dubbi
disattenzione
pigrizia
distrazione
falsa visione
assenza di conseguimenti negli stadi dello yoga
instabilità in questi stadi
Questo è ciò che distrae la coscienza. Questi sono ostacoli. Qui si usa il termine «antaraya», che si traduce come «intervallo» o «rottura della consapevolezza naturale». Gli ostacoli (antaraya) sono quel periodo in cui lo yogin è come se fosse abbandonato da Dio, quando i suoi circuiti superiori della coscienza si disattivano per cause esterne: disattenzione, posizione dei pianeti, certi principi della pratica violati, ecc. Cioè quando il canale di comunicazione con il Divino (dhyana-vahini) viene bloccato.
Allora lo yogin dice: «Signore, perché mi hai abbandonato? Come hai potuto? Eppure pratico, ho rinunciato, faccio tutto». È come se sentiste che vi hanno messo sulla sommità del capo un sacco stretto e polveroso e vi hanno privato di ispirazione, fede, chiarezza, volontà, determinazione. Guardate le intenzioni che avevate prima e vi stupite che siano tutte scomparse chissà dove.
Allora, se lo yogin ha una fede debole o non è perfettamente ferrato nell’insegnamento, comincia a «fluttuare» con la coscienza. Nel suo intelletto si insinua il «vermetto» del dubbio, spunta il «coccodrillo» dei desideri, comincia a essere «trascinato in diverse direzioni». Ma per un praticante esperto tutto ciò è cosa nota e sperimentata centinaia di volte. E uno yogin esperto si distingue da uno inesperto proprio per il suo atteggiamento verso tali cose. Lo yogin esperto si rapporta a tali cose con assoluta calma, poiché possiede fede, conoscenza dell’insegnamento e una consapevolezza osservante che non è soggetta agli ostacoli. Non cade nel panico, accetta tutto questo con umiltà e continua ostinatamente ad andare avanti.
La pratica spirituale come via del cacciatore
La pratica spirituale ricorda la condizione di un cacciatore che cammina nel bosco e all’improvviso gli balza incontro un orso. Appena ha avuto la meglio sull’orso, gli ha tolto la pelle e si è calmato, balza fuori una tigre. Con grande fatica ha domato questa tigre, le ha tolto la pelle e stava appena per rilassarsi, quando gli si presentano davanti due briganti e dicono: «La borsa o la vita». Basta cedere, e lo spoglieranno fino all’ultimo, gli tireranno fuori tutto il prana e lo lasceranno completamente svuotato; perciò bisogna di nuovo combattere, applicando tutti gli sforzi. E non si può non combattere, perché ciò significherebbe tradire il proprio cammino e subire una sconfitta.
La sahajayana superficiale, l’advaita superficiale non hanno nulla in comune con l’insegnamento dell’advaita dei rishi, poiché l’advaita dei rishi è sempre tapas, superamento di sé e raggiungimento di risultati profondi. Chi non ha mai praticato non conosce queste cose, mentre un praticante esperto le conosce perfettamente.
Appena questo cacciatore ha vinto quei briganti, è andato oltre ed è uscito su una strada ampia nella speranza di rilassarsi, all’improvviso vede un grande precipizio. I briganti non ci sono più, ma davanti a lui è apparso un precipizio, perciò bisogna di nuovo inventare un mezzo per saltare oltre questo precipizio, per superare l’ostacolo successivo. Più o meno nello stesso modo si sviluppa anche la pratica spirituale.

Nel processo della pratica spirituale lo yogin ricorda un cacciatore che insegue una bestia magica: la natura della propria Mente. Questa bestia è molto astuta, non teme lo yogin, ma semplicemente gioca con lui: zigzaga, confonde le tracce, a volte si mostra e poi se ne va di nuovo. Un buon cacciatore la insegue costantemente, senza distogliere lo sguardo da essa. Su questo cammino incontra vari burroni, trappole, fosse, di alcune delle quali non sa nemmeno. A volte davanti a lui sorgono ostacoli evidenti: orsi, lupi e così via; altre volte ostacoli non evidenti: è passato oltre, ma non si è accorto di aver contratto una qualche «infezione», per esempio un indebolimento della samaya. Non se n’è accorto, ma questa «infezione» gli sottrae costantemente qualche punto di «salute», cioè egli procede sul cammino già appesantito.
Un tale cacciatore deve essere molto vigile. Deve manovrare e combattere con tale abilità da ottenere la vittoria in ogni fase e ridurre costantemente, passo dopo passo, la distanza tra sé e questa bestia che sta inseguendo. E se è un cacciatore giusto e abile, un giorno raggiungerà sicuramente questa bestia. Ma se è un cacciatore pigro, poco diligente, codardo, che non crede nelle proprie forze, allora questa bestia, da lontano, è come se gli facesse un cenno con la mano: «Bye, bye» e se ne va. E allora il cacciatore è di nuovo costretto a cercare almeno le sue tracce, per capire dove si trovi in generale, cioè non la vede più e deve cercarne le tracce.
Che cosa significa «cercare le tracce»? Significa che avete perso la presenza naturale. E che cosa significa «vedere la bestia»? Significa che essa è vicina, accanto a voi, voi lavorate con essa, dimorate in essa. Forse non l’avete ancora cavalcata, ma siete costantemente accanto a essa, non rimanete indietro, la inseguite continuamente.
Se è un cacciatore giusto, alla fine ha aggirato tutte le trappole, ha vinto tutte le tigri, gli orsi, i cinghiali che cercano di attaccarlo, ha sconfitto tutti i briganti interiori e si avvicina a questa bestia della consapevolezza. Questa bestia è divina, molto selvaggia, non si lascia prendere così semplicemente. Ma in qualche modo il cacciatore comprende che questa bestia e lui stesso sono una cosa sola. E in un certo senso impara a cavalcarla. Quando la cavalca, questa bestia diventa il divino Garuda: l’aquila che lo porta nei cieli.
La pratica spirituale ricorda un tale sforzo ininterrotto, che lo yogin compie.
Rischi e ostacoli della pratica profonda

In virtù dell’estrema profondità dell’insegnamento che ricevete, voi, in quanto praticanti esperti, dovete essere pronti a diversi ostacoli, che vanno intesi come un grande rischio che accompagna un grande profitto. Di solito, nella vita mondana non è previsto per noi un profitto troppo grande; sappiamo noi stessi che non afferreremo le «stelle nel cielo» vivendo una vita mondana e non praticando; anche se diventassimo super miliardari, resteremmo comunque normali esseri umani limitati.
Nel processo della pratica spirituale abbiamo molte più possibilità di scelta. Aspiriamo a diventare santi, divinità, siddha, illuminati, cioè ci poniamo obiettivi molto grandi. Di conseguenza, quanto maggiore è il profitto, tanto maggiore è anche il rischio.
Da che cosa si spiega questo rischio? Si spiega con il fatto che tutto il karma negativo da noi accumulato in passato viene attivato dalla forza delle istruzioni profonde e dalla forza della chiarezza. Inoltre, coloro che hanno sattva e un karma favorevole, di norma attraversano questo inizio del cammino spirituale senza particolari problemi. Coloro che hanno molto rajas o tamas incontrano difficoltà, davanti a loro sorgono diversi ostacoli demoniaci esterni. Soprattutto se non vi siete ancora stabiliti nella naturale autoliberazione e, al tempo stesso, praticate a lungo e intensamente in ritiro.
In alcuni testi i santi descrivono quanto segue:
«Nel luogo della vostra pratica appariranno spiriti e dèi samsarici. Possono chiamarvi per nome. Assumeranno le sembianze di guru, di santi e vi daranno profezie. Diverse visioni terrificanti si manifesteranno nei vostri sogni e nelle vostre esperienze. Sul piano esterno, altre persone possono attaccarvi, rapinarvi o derubarvi (naturalmente, se viaggiate da qualche parte tra persone prive di samaya). Potete ammalarvi o incorrere in qualunque avventura. Nella vostra mente potete essere afflitti senza una particolare ragione, cadere in depressione fino alle lacrime. Sarete sopraffatti da emozioni tempestose. La vostra devozione, la compassione, il desiderio di servire gli altri esseri possono diminuire. I vostri pensieri si ribelleranno contro di voi, portandovi quasi alla follia. Comprenderete in modo distorto consigli utili. Vi stancherete di stare in ritiro e vorrete infrangere il vostro voto».

Di solito questa istruzione viene data a coloro che siedono in ritiro per uno, due o tre anni. Ma per i principianti questo tempo si riduce a due settimane. A volte ho notato che una persona, anche dopo un ritiro di una settimana, ne salta fuori come «scottata». Ciò conferma ancora una volta il fatto che ai ritiri lunghi bisogna prepararsi in anticipo. Prima bisogna praticare tre giorni, poi una settimana, poi due, poi un mese, poi tre mesi, poi sei mesi, poi un anno e così via.
«In voi sorgeranno pensieri erronei riguardo al maestro spirituale. Sarete assaliti da dubbi sulla Dharma. Potreste essere accusati dei peccati altrui. Potrebbero parlare male di voi. I vostri amici potrebbero trasformarsi in nemici. Potrebbero sorgere in voi diverse circostanze indesiderabili, sul piano esterno e interno. Questi ostacoli vanno percepiti come una sorta di prova per se stessi. Questo è il confine sul quale o vincete o perdete».
Alcuni attraversano questo confine in un tempo breve e concentrato, quando la sattva, attivata dal processo della pratica spirituale, comincia a lavare via tutti i karma che erano stati depositati. Per altri ciò avviene in modo dilatato, in una forma più nascosta, latente.
«Se farete fronte a questi ostacoli mediante i punti chiave della pratica, essi si trasformeranno nelle vostre realizzazioni».
Cioè lo yogin, con l’aiuto della pratica dell’auto-liberazione, della contemplazione e della visione pura, impara non solo a vincere gli ostacoli, ma anche a trasformarli in segni di realizzazione, in ornamenti, come i serpenti al collo di Shiva.
«Se invece cadrete sotto la loro influenza, essi diventeranno un ostacolo insormontabile al progresso nella vostra pratica. In tutte queste situazioni osservate impeccabilmente i vostri samaya e rivolgete tutta la fede e i pensieri al vostro Maestro, pregandolo con totale dedizione dal profondo del cuore e credendo che egli conosca tutte le vostre prove. Se tratterete le circostanze sfavorevoli come desiderabili e praticherete con pieno zelo, dopo qualche tempo queste circostanze perderanno spontaneamente la loro forza».
Esse allenteranno la loro presa, e sentirete di aver acquisito una nuova forza, un nuovo grado di libertà. Cioè ogni ostacolo e circostanza vinti, se vengono da voi domati e allentano la loro presa, donano una qualche benedizione, perché nella visione pura ogni ostacolo è il darshan di una divinità, per esempio di una divinità irata. E quando l’avete riconosciuto e domato, allora, come ogni divinità, esso vi dona la sua benedizione, un certo darshan. Per esempio, se avete superato un qualche ostacolo, esso vi dona la benedizione sotto forma di forza di volontà e fermezza, aumenta la forza della vostra auto-liberazione, si purificano i vostri prana, e da questo traete una nuova forza.
«Allora la vostra pratica migliorerà notevolmente. I fenomeni sembreranno dispersi e frammentati, in voi sorgerà una fiducia ancora maggiore nel vostro maestro e nei suoi insegnamenti. Anche se in futuro vi capiteranno tali prove, conserverete fiducia e serenità d’animo, pensando: “Che problemi. Va tutto bene”».

Quando lo yogin accetta tali ostacoli e prove, li percepisce con entusiasmo, si rapporta a essi più o meno come un buon guerriero quando vede l’opportunità di mostrare la propria maestria. Pensa: «Bene, ora vedremo chi vincerà». Quando una persona debole, priva di volontà o che non crede nelle proprie forze si scontra con gli ostacoli, comincia a farsi prendere dal panico, cade nello sconforto e nello stupore, e poi abbandona del tutto la pratica. Il vero yogin è sempre simile a un buon guerriero, per il quale tali ostacoli sono soltanto un modo per allenare ancora una volta la propria consapevolezza.
L’unica via d’uscita da tutte le situazioni è dimorare nella consapevolezza naturale. E lo yogin di altissima qualificazione si affida a tal punto al principio della consapevolezza naturale che non compie nemmeno altre pratiche aggiuntive (purificazione, invocazione, contrasto), ma permette agli ostacoli di dissolversi, semplicemente dimorando nella consapevolezza naturale e lasciando tutto così com’è.
In questo modo, se potete usare simili esperienze sul sentiero, conoscete il segreto per uscire da tutti gli stati senza via d’uscita e confusi. Ed è davvero meraviglioso, poiché è simile al fatto che abbiate trovato una certa pietra preziosa che ovunque e sempre vi protegge, vi benedice e vi custodisce.
Per contrastare tali ostacoli, bisogna imprimere nella mente una profonda rinuncia, mescolare consapevolmente la propria vita con la pratica spirituale e tenere costantemente nella mente i Tre Gioielli.
Vyasa nello «Yoga Bhashya» parla di questi ostacoli come di avversari o opponenti dello yoga, chiamandoli yoga-pratipaksha, e della corruzione dello yoga (yoga-mala).
I principali ostacoli secondo Patanjali
Dunque, esaminiamo più in dettaglio i principali ostacoli che Patanjali descrive nei suoi testi.
1. Malattia (vyadhi)
I commentatori la descrivono come uno squilibrio del vento (vaishamya), una perdita dell’essenza (svabhava-prakyava), uno stato di disequilibrio (vishama-bhava) dovuto al fatto che gli elementi cessano di essere in armonia tra loro, oppure a causa del lavoro febbrile della mente, oppure a causa di ostacoli provocati dagli spiriti, oppure a causa di una pratica scorretta, oppure a causa di un’eccessiva concentrazione e tensione.
Lo squilibrio dei cinque elementi si esprime nel fatto che nello yogin si indebolisce la circolazione del vento nella parte inferiore e aumenta l’eccitabilità mentale nella parte superiore. Egli fatica a stare seduto in un unico posto, la sua mente è inquieta, si addormenta con difficoltà, non riesce a concentrarsi durante la meditazione, non sente radicamento. Tutto ciò indica che gli mancano gli elementi della terra e dell’acqua, cioè la goccia bianca prevale su quella rossa.
Un tale yogin può essere molto sospettoso, comincia a cercare in sé diverse malattie inesistenti, a controllare la propria salute. Gli dicono: «Va tutto bene», ma lui continua comunque a pensare di essere malato di qualche malattia grave e incurabile, che ormai nulla potrà aiutarlo. Ma in realtà tutto questo si elimina molto facilmente e semplicemente attraverso il radicamento, l’unione con la terra e l’acqua, se sapete come farlo.

La terra e l’acqua sono due elementi molto importanti e connaturati al nostro corpo, perciò è favorevole eseguire tali pratiche di integrazione. L’essenza della maggior parte dei disturbi e dello squilibrio del prana consiste proprio nello squilibrio degli elementi. Tutte le ramificazioni secondarie: alterazioni dei dosha, disturbi legati agli organi funzionali e al loro funzionamento, sono una conseguenza di tale squilibrio, perché se le due gocce entrano in disequilibrio, la quantità di prana che satura la sushumna diminuisce drasticamente.
Se prendiamo un santo, un siddha, la sua sushumna può essere riempita di energia al 100%; in una persona con un buon equilibrio degli elementi, al 60-70%; mentre in caso di squilibrio degli elementi, al 30-40%. Di conseguenza, i chakra trasmettono il prana dalla sushumna molto più debolmente, i cinque venti circolano in modo indebolito, non nutrono gli organi, e allora gli organi, non ricevendo abbastanza prana dal canale centrale, cominciano a funzionare male, e il sistema immunitario non riesce a far fronte.
Ma se l’equilibrio delle due gocce viene ristabilito e i venti riempiono la sushumna, allora tutti i disturbi funzionali scompaiono, i venti si equilibrano. E tutto questo avviene grazie all’arte del corretto rilassamento e del corretto lasciar andare, grazie alla liberazione della coscienza e alla capacità di unire la presenza contemplativa con la terra e l’acqua nel corpo.
Per questo non sono necessarie molte pratiche speciali di regolazione. Naturalmente, esse sono necessarie per chi non sa farlo, ma per un praticante esperto il migliore stato curativo è dimorare nello stato naturale, che è il miglior armonizzatore e guaritore. Bisogna solo farlo correttamente, cioè saperlo unire alle tattva del corpo. Per esempio, come è stato spiegato nella descrizione della shambhavi mudra.
Dunque, lo yogin che ha imparato a unire lo stato naturale con la goccia rossa non sperimenta mai squilibrio, la sua sushumna è sempre colma, ed egli resiste facilmente agli ostacoli.
2. Apatia (styana)

L’apatia mentale è definita come inattività del pensiero. L’inattività è l’incapacità di praticare lo yoga. Anche se vi è inattività del corpo, non vi sono ragioni per l’inattività del pensiero. E l’apatia (styana) significa inerzia della mente, che è pigra nel meditare, concentrarsi, essere consapevole.
È quando ci troviamo in uno stato tamasico, congelato, quando la nostra mente non si sviluppa, ma agisce inconsciamente, quando non ha ispirazione, splendore, slancio, estasi creativa, coraggio, quando trascina un’esistenza grigia (non importa dove: può trascinarla con successo sia in un appartamento di Mosca, sia in un ritiro di tre anni). Cioè, lo yogin esteriormente sembra svolgere tutto, ma dentro di lui c’è apatia, non c’è movimento in avanti, non c’è svolta, amore, slancio, ispirazione, fa tutto meccanicamente.
Tutto ciò accade perché lo stato naturale non viene riconosciuto. Per alcune ragioni il canale di comunicazione con il divino viene ostruito, i circuiti superiori della coscienza si disattivano, perciò lo yogin vive utilizzando i circuiti inferiori, cioè manas (la mente concettuale) e il corpo, mentre buddhi in lui non è attivato.
In altri sutra si dice: «La pigrizia è l’incapacità di agire, anche quando vi sono aspirazioni mentali». Alcuni identificano l’apatia con la pigrizia: «La pigrizia è l’inattività del pensiero».
E dove si cela il principio della pigrizia? Naturalmente non si cela nel corpo, ma nella mente. Perché? Perché vengono usati gli strati grossolani della mente, manas. E non appena manas (la mente superficiale) è sottoposto a qualche influenza, diventa apatico, poiché non ha la possibilità di attingere la propria forza dagli strati più sottili della coscienza, e di per sé manas è uno strumento fragile, sul quale è facile influire. Per esempio, cambia la posizione astrologica dei pianeti, la disposizione dei dosha, e manas perde la sua funzione attiva.
Se lo yogin è immerso in buddhi e dimora nello stato di presenza, non cade in uno stato apatico, poiché buddhi lo satura sempre di una chiarezza ispiratrice. Ma quando vi trovate “nella mente” e fate molto servizio nel rajas, oppure quando meditate molto e non irritate la vostra mente con impressioni esterne, ma al tempo stesso non penetrate in buddhi, a un certo punto sopraggiunge in voi una tale apatia.
La chiave per superare l’apatia è la rivelazione della bhava, dell’orgoglio divino, della forza dell’ispirazione che si trova oltre la mente. Colui che rivela l’orgoglio divino, la forza dell’ispirazione, non sperimenta mai l’apatia. In dodici anni di insegnamento ad altri, per esempio, non ho mai sperimentato neppure una volta un tale stato d’animo, poiché conosco il segreto di come attingere ispirazione dagli stati più profondi della mente.
Quando tale apatia dura a lungo, sorge il successivo ostacolo: il dubbio (samshaya).
3. Dubbio (samshaya)

Il dubbio è considerato uno dei principali ostacoli alla realizzazione spirituale, perché la sua influenza può svuotare e conduce inevitabilmente all’autodistruzione. Nella «Bhagavad-gita» si dice che il dubbio colpisce l’uomo a cui manca la fede (shraddha).
Che cos’è dunque il dubbio? Il dubbio è quando in voi sorge incredulità nei significati di base che determinano la vostra pratica spirituale. Quando alcune impostazioni iniziali, i codici sorgente della vostra coscienza, cominciano a distorcersi oppure non c’è fiducia in essi.
L’antidoto a questo è lo studio dell’insegnamento, il mantenimento e la purificazione del samaya. C’è un detto:
«Se credi nel tuo guru come nel Buddha stesso, tu stesso otterrai il pieno risveglio. Ma un secondo di dubbio nel maestro spirituale può costarti dieci anni di pratica ascetica».
Cioè puoi perdere questi conseguimenti.
Guru-yoga è la chiave per superare i dubbi, se sapete come praticarlo correttamente. Praticando il guru-yoga, se potete unire la coscienza al corpo di saggezza del guru, potete dissipare persino tonnellate di dubbi.
Il mantenimento e la purificazione del samaya è il secondo modo per superare i dubbi.
Lo studio dell’insegnamento, una mente filosofica chiara, che possa distinguere nettamente l’illusione dalla realtà, è il terzo modo per superare i dubbi.
Atma-vichara — l’autoindagine e la conoscenza della propria natura — è il modo migliore, supremo, per superare qualsiasi dubbio, poiché, se conoscete la vostra propria natura, non potete dubitare di essa. Quando è rivelata, essa stessa è la più grande eliminatrice dei dubbi. Anche se dubitate di questa propria natura, non fate che affermarla. Infatti, chi dubiterà? Questa stessa natura.
4. Disattenzione (pramada)

Il prossimo ostacolo secondo Patanjali è la disattenzione (pramada). La disattenzione è il principale flagello dello yogin sul sentiero della contemplazione. Si può dire che tutti i problemi e le difficoltà derivino dal fatto che ci distraiamo e ci troviamo in uno stato di disattenzione.
La disattenzione è il cammino verso nuove nascite. L’attenzione è il cammino del nirvana e il cammino della liberazione. Per disattenzione, nello stato intermedio che precede la nostra nascita, abbiamo scelto il grembo materno nel mondo degli esseri umani. E questo ha portato al fatto che ora cerchiamo di liberarci da questo mondo umano. Ma perché dovevamo finirci? Si sarebbe potuto anche non finirci affatto.
Accade che dèi, apsara, vidyadhara e altri esseri divini vivano a lungo nei cieli della sfera dei desideri e nell’ambito del kama-loka, godendo della vita in splendidi corpi illusori. Ma prima o poi commettono un errore e, poiché non sono completamente liberati, la loro coscienza, nel commettere l’errore, si offusca e viene trascinata nel mondo in cui dovranno rinascere, cioè nel grembo della futura madre sulla Terra o persino in mondi ancora più bassi, se i loro karma non sono stati completamente esauriti.
Molti dei praticanti che vivono qui erano abitanti di mondi più elevati. E quelli di voi che, venendo nel mondo umano, ne avvertono acutamente la limitatezza e riflettono su come superarla, sono proprio coloro che hanno trascorso le loro vite precedenti in mondi più elevati. Ma poiché il vostro karma non è esaurito e la mente è immatura, da qualche parte avete commesso un simile errore, perciò avete dovuto rinascere: questo è appunto il risultato della disattenzione.
La disattenzione nella pratica della contemplazione porta all’interruzione del canale di comunicazione con l’«Io» divino, all’interruzione del segnale proveniente dal nostro Atman, dai corpi sottili superiori, e quindi smettiamo di percepirli. E allora si dice: «L’uomo ha smesso di udire la voce di Dio». E se la voce di Dio non si ode, allora chi si comincia ad ascoltare? La voce del proprio ego, della mente, dei demoni interiori e così via.
La disattenzione è la disconnessione dei corpi sottili superiori e dei circuiti superiori della coscienza. Questo lo si può vedere direttamente durante una lezione. Una persona ascolta, e poi sembra che le accada qualcosa, come se Mara entrasse nel cuore e spegnesse qualcosa in lei. Questo accade a tutti. E quando meditiamo, accade la stessa cosa.
Lo yogin si sforza con tutte le sue forze di lottare per l’attenzione. Tutta la nostra lotta è proprio per l’attenzione nella meditazione, nella contemplazione e, alla fine, nel sonno senza sogni. Infatti la nostra lotta è affinché raggiungiamo una consapevolezza ininterrotta, e consapevolezza ininterrotta significa che la vostra attenzione non si perde nella meditazione, durante la concentrazione, durante le varie azioni, non si perde nel sonno con sogni e neppure nel sonno senza sogni.
In definitiva, cerchiamo di raggiungere il pieno controllo della coscienza, di chiudere il cerchio del giorno e della notte, cioè di essere in uno stato di attenzione ventiquattr’ore su ventiquattro.
Perché si perde l’attenzione? Perché il focus della coscienza è concentrato sugli strati periferici della coscienza e, nel processo di mantenimento dell’oggetto dell’attenzione, si perde energia. Quando avviene questa perdita di energia, la mente semplicemente si spegne, non può continuare a funzionare. Ma l’attenzione non si perde se riconoscete lo strato sottile e luminoso della mente chiara, perché questo strato attiva costantemente da sé la vostra attenzione.
La disattenzione durante il lavoro con la sankalpa si supera con la vigilanza e l’attenzione, quando, nel mantenere la sankalpa, la vigilanza vi ricorda regolarmente: «Controlla dove si trova la tua mente. Sii attento». Vi controllate costantemente e analizzate: «Oh, la mia mente è da qualche altra parte», e poi, se necessario, tornate semplicemente a mantenere la sankalpa.
Per esempio, siete seduti nella pratica della shambhavi-mudra, guardate nello spazio, mantenete l’orgoglio divino, ma poi vi viene un pensiero: «Chissà, che cosa c’è oggi a pranzo?» E subito cominciano ad apparire le immagini corrispondenti, la bhava dell’orgoglio divino si perde, la shambhavi-mudra di fatto non viene eseguita, cioè state semplicemente perdendo tempo invano. E allora in voi deve sorgere urgentemente una vigilanza che possa dare l’allarme e segnalarvi: «Violazione. Violazione. Violazione. Torna subito allo stato iniziale». E se udite la voce della vostra vigilanza, dovete immediatamente troncare i pensieri sul pranzo, sfocare di nuovo lo sguardo e sintonizzarvi sull’orgoglio divino.
Tale vigilanza deve essere presente anche durante il camminare e in tutte le altre attività. Per esempio, se durante il pasto si viene catturati dal gusto o dal processo stesso, e sentite che la consapevolezza è diminuita, che lo stato espanso è scomparso, allora la vostra vigilanza deve di nuovo darvi il comando: «Violazione. Ti sei distratto dalla contemplazione. Hai perso la tua attenzione nel processo di assunzione del cibo. Torna indietro con urgenza. Ripeto: torna indietro con urgenza. In caso di mancata adozione di misure, sarai del tutto privato del prasada».
La vostra attenzione non deve dormire, non deve reagire passivamente: «Sì, mi sono distratto. Ebbene, sono fatto così». No. La vostra attenzione deve scuotervi molto attivamente e riportarvi nello stato dovuto. Cioè, è il vostro guardiano interiore, il censore interiore, che non vi permette di cadere nella prostrazione, nella distrazione, ecc.
L’attenzione è simile a una sentinella che custodisce l’ingresso della grotta del vostro cuore. Immaginate che in questa grotta ci sia un diamante prezioso, che può essere rubato se non viene custodito. E questa sentinella sta costantemente di guardia, ma a volte può addormentarsi; perciò, accanto all’attenzione, c’è la vigilanza. La vigilanza è colui che viene a controllare la sentinella. Cioè, se la sentinella all’ingresso della grotta si è addormentata, la vigilanza verrà e la sveglierà.
5. Pigrizia (alasya)

L’ostacolo successivo è la pigrizia (alasya). Se styana è apatia mentale, allora alasya è una pigrizia causata dalla pesantezza fisica nel corpo dovuta a un eccesso di dosha kapha, cioè alla costituzione mucosa del corpo, per esempio a causa dell’eccesso di cibo. Se avete svolto il servizio in modo scorretto, siete caduti in uno stato di rajas e poi avete mangiato troppo, vi sarà difficile meditare, sarete pigri nell’applicare sforzo e nel concentrare la mente, e apparirà una tendenza al compromesso: meglio sdraiarsi, sognare a occhi aperti o persino addormentarsi, invece di meditare.
Una simile pigrizia a volte nasce puramente per ragioni fisiologiche. Se controllate i venti e provate a eliminare queste cause fisiologiche, vedrete che nel corpo non c’è pigrizia, che il corpo è obbediente ed esegue i comandi della mente. Cioè, la pigrizia è uno stato in cui il corpo non vuole eseguire i comandi provenienti dalla mente.
Esistono due tipi di persone. Un tipo è quello delle persone in cui domina l’apatia nella mente, ma il corpo si sente vigoroso. Tali persone contemplano malvolentieri, ma svolgono meglio il servizio, perché il loro corpo è più orientato a questo. Sono attive nei movimenti, ma possono provare vari desideri.
L’altro tipo è quello delle persone che hanno pigrizia nel corpo. Possono avere una mente chiara, possono meditare bene, ma per quanto riguarda le pratiche tecniche e qualche tipo di azione attiva o di servizio, è difficile per loro costringersi. In questo caso bisogna rivedere la propria pratica tecnica, armonizzare i venti, purificare il corpo dal kapha.
6. Dispersione (avirati)

L’ostacolo successivo è la dispersione (avirati). La dispersione alcuni la traducono anche come «vanità mondana», mentre nello «Yoga-bhashya» viene definita come «avidità del pensiero sotto forma di attaccamento alle cose». Cioè, la dispersione è causata dall’avidità della nostra mente, che si attacca a diverse cose invece di dimorare nella contemplazione naturale.
Nella «Bhagavad-gita» si dice:
«Quando una persona contempla gli oggetti, sorge l’attaccamento. Dall’attaccamento scaturisce il desiderio. Il desiderio conduce alla collera. Dalla collera nasce lo smarrimento. Dallo smarrimento, la mancanza di memoria. La mancanza di memoria distrugge la saggezza. A causa della perdita della saggezza, egli perisce».
Qual è il rimedio contro la dispersione? Il rimedio qui è uno solo: imparare a navigare tra gli oggetti dei sensi e della percezione, controllando questi stessi sensi. Se parliamo nei termini del laya yoga, ciò significa imparare ad autoliberare tutte le percezioni che sorgono nel flusso della coscienza, imparare a integrarsi con esse, e allora non sarete dispersi.
Ad esempio, se durante una conversazione venite trascinati nel dialogo, allora vi disperdete. Ma se parlate e, nello stesso tempo, non vi distraete dalla coscienza di base, vi unite al processo del parlare, i vostri organi di senso sono controllati e la parola per voi è un gioco della vostra contemplazione naturale, allora non cadete nell’attaccamento al processo della comunicazione.
7. Falsa visione (bhranti-darshana)

Il prossimo ostacolo si chiama falsa visione (bhranti-darshana). “Bhranti” significa errore. È come ricevere il darshan dall’errore o la benedizione dall’illusione. È un ostacolo serio. Bhranti-darshana è persino più serio dei dubbi.
I dubbi sono ciò di cui non siete sicuri. Ad esempio, dubitate: “Sto praticando correttamente o no? Ho scelto la via giusta o no? Dio esiste o no?” Per esempio, c’era un novizio che era stato mezzo anno nel monastero e poi chiese: “Swami, allora Dio esiste o no?” Questo è un esempio di dubbio.
Bhranti, invece, è un errore fondamentale di cui siete certi. Bhranti-darshana è una falsa illusione, l’accettazione di un falso punto di vista o il cadere in una certa certezza riguardo a uno stato errato, falso. Se si parla in termini cristiani, sono le prelest, le seduzioni spirituali.
I dubbi sono facili da dissipare, possono essere sostituiti con l’ispirazione, mentre dissipare una seduzione spirituale è molto difficile, perché la persona sedotta è convinta della propria falsa visione, cioè vi crede fortemente. Solo chi la supera notevolmente e di cui essa si fida può persuadere una persona sedotta o aprirla a uno stato più elevato. Da sola non può uscire dallo stato di seduzione. Perché? Perché vi crede fortemente.
Ci sono stati casi in cui yogi eremiti, asceti e mistici cadevano in bhranti-darshana. Vedevano spiriti che avevano assunto l’aspetto di dèi e che davano loro profezie. Queste profezie si avveravano, perciò essi cominciavano a credervi e a guarire con la loro forza. Tuttavia, in questo modo, cadevano nell’“amo” della dualità e si ritenevano infallibili. Un tale asceta era certo dei propri poteri soprannaturali, della propria realizzazione soprannaturale, e solo un santo che lo superasse nella realizzazione poteva, con i suoi insegnamenti, strappare la sua mente da una simile seduzione.
La falsa visione si basa sull’errore della falsa conoscenza (viparaya). Che errore è? L’errore della dualità, l’errore dell’eternalismo, per esempio quando le visioni di spiriti che hanno assunto l’aspetto di dèi sembrano qualcosa di reale, quando qualsiasi immagine e visione viene considerata qualcosa di importante e su di essa si pone maggiore enfasi che sull’autoliberazione.
Sono stato personalmente testimone di cose simili. Quando uno yogin comincia a ricevere il darshan da qualche spirito o semplicemente una visione, inizia a credervi così fortemente che le parole delle scritture e del guru cominciano a passare in secondo piano e a essere offuscate. E quando qualcuno tra gli yogin o un guru comincia a dire qualcosa che contraddice ciò, nell’animo di tale praticante sorge persino un sentimento di difesa e di indignazione: “Ma questa è la mia esperienza. Mi è così vicina. Come possono parlare così?”
Se il santo che protegge un tale discepolo è compassionevole, farà in modo di distaccare la sua mente da questa seduzione, poiché uno yogin caduto in uno stato dualistico eternalista non ha alcuna possibilità di liberazione.
Ad esempio, dopo un ritiro, una delle praticanti cominciò ad avere la visione di Babaji-avatar, che in realtà non era affatto Babaji-avatar, ma uno spirito che assumeva l’aspetto di Babaji-avatar. Ma a questa yogini piaceva molto parlare con lui, ricevere diverse predizioni, porre domande e ottenere risposte. Col tempo questo divenne per lei molto più importante di tutto l’insegnamento e dello yoga che il guru le aveva insegnato. Alla fine fu necessario separarsi da questa yogini, poiché per lei lo spirito del samaya divenne meno importante rispetto alle sue visioni personali. Ma uno yogin che permette a tali esperienze di impadronirsi della propria coscienza, alla fine rimane con un pugno di mosche. Questo si chiama eternalismo, bhranti-darshana.
C’è una trappola ancora più sottile: la trappola del nichilismo, quando lo yogin cade nell’esperienza della vacuità. Questa esperienza lo colpisce così fortemente che non riesce in alcun modo a integrarsi con la dimensione relativa, e non ha nemmeno il desiderio di integrarsi. Invece, comincia semplicemente a evitare e a rifiutare il relativo. Pensa: «Ora il mio compito principale è restare aggrappato alla vacuità, non perdere la vacuità. Ho catturato questo uccello della felicità, ora è mio. Tutto il resto non mi interessa più, perché semplicemente non esiste nella vacuità».
Anche il nichilismo è una trappola sottile, di cui mettono in guardia i siddha. Il nichilismo è il «respiro dell’abisso», che turba le menti persino degli yogin esperti. Gli yogin inesperti non capiscono affatto di che cosa si tratti: «Che nichilismo sarebbe? Di che cosa si parla? Magari riuscissi almeno a sperimentare un po’ di questo nichilismo, visto che un eternalismo così forte incalza».
Ma passano gli anni, lo yogin pratica la meditazione, compie ritiri e alla fine giunge all’esperienza della vacuità. Quando sperimenta a lungo la vacuità, comincia a capire che cos’è il nichilismo. Il nichilismo è una comprensione molto vivida e potente dell’illusorietà di tutto. Non avete più desideri, relazioni, legami, una vostra identificazione come persona, ma c’è soltanto la vacuità. Nella vacuità siete liberi e felici, state molto bene, ma non appena immaginate di dover uscire dalla vacuità, pensare, parlare, cominciare ad agire, questo vi sembra semplicemente un incubo.
Lo yogin che cade nell’errore del nichilismo non sa unirsi, non sa auto-liberare le azioni, le energie. Sa soltanto dimorare nella vacuità grazie al dhyana. Da un lato, questo è già un conseguimento, poiché non si tratta affatto di una persona comune; per una persona comune sarebbe una felicità arrivare a un tale livello. Dall’altro lato, per un praticante esperto è una trappola molto sottile, nella quale può rimanere a lungo e interrompere il proprio sviluppo.
8. Assenza di conseguimenti negli stadi dello yoga (alabdha-bhumikatva)

L’errore successivo è l’assenza di conseguimenti negli stadi (alabdha-bhumikatva). L’assenza di conseguimenti negli stadi può manifestarsi nel fatto che lo yogin pratica per anni, ma si trova ancora al primo gradino. Sono passati dodici anni, e si trova soltanto al secondo gradino. L’assenza di avanzamenti significa che non ci sono segni di realizzazione, le qualità desiderate non si rivelano, i conseguimenti desiderati non arrivano.
Questo può immergere lo yogin nei dubbi, può farlo soffrire molto per tale motivo, non credere nel proprio cammino e in se stesso, perdere il rispetto di sé e l’orgoglio divino. Tuttavia bisogna comprendere che ciascuno di noi possiede determinati karma, che si dispiegano individualmente, soggettivamente. E non è detto che le lezioni attraversate da uno siano già state attraversate da un altro.
Il processo della pratica spirituale non deve dipendere dai segni di realizzazione. Che vi siano o no segni di realizzazione, la fede e l’auto-liberazione sono al di sopra di questo. Se praticate con costanza, senza prestare attenzione all’assenza di segni di realizzazione, e il vostro entusiasmo non diminuisce, alla fine otterrete tali segni.
9. Instabilità dei conseguimenti (anavasthi-tattva)

L’ultimo ostacolo secondo lo yoga di Patanjali è l’instabilità (anavasthi-tattva). Instabilità significa che avete comunque raggiunto un certo livello, cioè avete superato gli ostacoli precedenti e ottenuto qualche conseguimento, ma non riuscite a mantenerlo stabilmente. Quanto più alto è il livello del conseguimento, tanto più difficile è mantenerlo.
Nella storia sono stati descritti molti siddha e rishi che raggiungevano grandi vette come risultato della pratica ascetica. Ma è stato anche descritto come cadevano a causa di qualche maledizione, seduzione, distrazione della mente o ostacolo.
Tali asceti, raggiunte grandi vette, improvvisamente precipitavano da esse a causa dell’attaccamento o della superbia. L’instabilità nel mantenere lo stato raggiunto non è un problema dei principianti, ma dei praticanti esperti, che in ritiro raggiungono un certo livello, ma dopo l’uscita dal ritiro lo perdono. Si avvicinano a un certo punto dello stato di consapevolezza, e poi questo stato se ne va, si disperde, e devono di nuovo ricominciare da capo.
Nei testi si dice che, finché non è stata raggiunta la liberazione completa, nessuno dei livelli offre garanzie contro una caduta improvvisa, proprio perché esiste un ostacolo come l’instabilità. Perciò lo yogin tratta sempre con cautela i propri conseguimenti spirituali, sapendo che sono impermanenti, che anche avendo ottenuto qualcosa non è affatto facile mantenerlo, mentre perderlo, al contrario, è molto semplice.
Modi per superare gli ostacoli
Quali sono dunque i modi per superare questi ostacoli?
La profonda guru-yoga è la migliore medicina per tutti gli ostacoli. L’attenzione ininterrotta e il radicamento nella contemplazione naturale sono un potente scudo che indebolisce notevolmente la forza di qualsiasi ostacolo.
L’impeccabile radicamento nella visione grazie allo studio dei testi e al loro confronto con la propria esperienza, la meditazione analitica (manana), è una potente spada che colpisce gli ostacoli ancor prima che vi tocchino.
La fede che continuamente “arde” nel vostro cuore, sempre pura e rivolta agli oggetti del Rifugio, è un’armatura che vi protegge da qualsiasi ostacolo.
L’uso abile e magistrale del metodo, per esempio della sankalpa, quando vi fondete con il metodo e diventate voi stessi un metodo vivente, è l’antidoto che indebolisce fortemente qualsiasi ostacolo e lo rende inefficace. È simile al fatto che, se si strappano i denti a un serpente e lo si priva del veleno, esso non potrà creare problemi, per quanto morda.
Il controllo dei venti e dei canali, la capacità di radicarsi correttamente, è ciò che indebolisce notevolmente qualsiasi ostacolo.
Una forte volontà, fondata sull’immersione nello stato naturale, la capacità di distribuire correttamente la sankalpa e di proiettare positivamente il proprio futuro, dirigendo la mente nei giusti tunnel della realtà, è ciò che vi rende irraggiungibili per questi ostacoli.
Trasformazione degli ostacoli in ornamenti

Se possedete tali cose, allora è ancora necessaria la samaya. Se la vostra samaya è pura, giorno dopo giorno vi approfondite nella visione pura. E se la vostra visione pura cresce, allora l’orgoglio divino e l’unico “sapore” sorgono da sé, e ciò che era un ostacolo cesserà di esserlo, diventerà una vostra qualità, un segno di realizzazione o un ornamento.
L’inerzia della mente diventerà consapevole assenza di pensieri. La pigrizia del corpo diventerà il gioco auto-liberato del tamas. I dubbi diventeranno il darshan della saggezza non-duale, che auto-libera qualsiasi fluttuazione della mente, dubitando della talità materiale di questo mondo.
La falsa visione scomparirà in quanto tale, dispersa dalla luce della vostra chiarezza. Il nichilismo diventerà la saggezza della conoscenza del non-manifestato, che esisterà costantemente come esperienza della vacuità di tutti i fenomeni senza deviazione.
Le malattie scompariranno, diventando esperienza di beatitudine nel corpo e di estasi grazie alle pratiche tecniche e alla contemplazione. La distrazione scomparirà, trasformandosi in saggezza discriminante e chiarezza, che si integrano con qualsiasi oggetto.
Così, nel processo di purificazione della mente, i nove ostacoli diventano nove nettari o nove ornamenti, che vi accompagnano come un seguito accompagna la propria divinità.


