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Corpo del Dharma ed equilibrio dell’assoluto e del relativo

24.05.2026
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Corpo del Dharma ed equilibrio dell’assoluto e del relativo

Commento al testo «La storia del monaco Yun Jia, che si recò da Huineng per la conferma dell’illuminazione»

Xia Yin Jie fece notare a Yun Jia che l’illuminazione raggiunta in modo naturale è limitata. Consigliò a Yun Jia di rivolgersi a un maestro per ricevere aiuto. Yun Jia chiese se Xia Yin Jie potesse confermare la sua comprensione, ma il monaco fece riferimento al proprio maestro Huineng e si incaricò di condurlo a Cao Zi. Quando arrivarono, Yun Jia non si prostrò davanti al sesto patriarca, come richiedeva il rituale; invece girò tre volte intorno a Huineng tenendo in una mano il bastone e nell’altra la ciotola. Huineng disse:

– Un monaco deve comportarsi con dignità. Da dove vieni e perché sei così arrogante?

Yun Jia rispose:

– La cosa più importante è risolvere il problema della vita e della morte; poiché la morte arriverà presto, non ho tempo di preoccuparmi delle buone maniere. La mia unica preoccupazione è liberarmi dalla nascita e dalla morte.

Huineng ribatté:

– Perché non cerchi di conoscere l’assenza di nascita e morte? Allora capiresti che non esistono cose come prima o dopo.

Yun Jia e Huineng nel momento del riconoscimento del corpo del Dharma

Yun Jia si presentò da lui dimostrando la sua elevata comprensione, senza attenersi alle comuni regole di comportamento, dicendo che tutto il suo spirito era rivolto alla realizzazione. Ma quando lo spirito è rivolto alla realizzazione, l’esterno cessa di avere significato. Huineng gli disse: «Anche se il tuo spirito è rivolto alla realizzazione, perché non trovi ciò che è al di là della nascita e della morte, se temi la morte e pratichi il Dharma per trascenderla?»

Yun Jia rispose:

– Se conosciamo il principio del corpo del Dharma e sappiamo che il corpo del Dharma è privo di nascita e morte, comprendiamo che non esistono cose come prima o dopo.

Huineng rispose:

– È davvero così.

I presenti furono colpiti da questo dialogo, ma li colpì ancora di più ciò che accadde dopo. Yun Jia si prostrò davanti a Huineng e disse:

– È ora che io vada.

Huineng chiese:

– Non è forse troppo presto per andarsene?

Yun Jia rispose:

– Poiché originariamente una cosa come il movimento non esiste, non ha senso parlare di troppo presto o troppo tardi.

Huineng chiese:

– Allora chi sa che non c’è movimento?

Yun Jia disse:

– Sei tu a fare la distinzione.

Huineng lo lodò:

– Tu comprendi davvero il significato della non-nascita.

Yun Jia ribatté:

– Come può la non-nascita avere un qualche significato?

Huineng scavò ancora più a fondo:

– Se non c’è significato, chi fa la distinzione?

Yun Jia rispose:

– Persino la distinzione non è ancora significato.

Huineng lodò di nuovo Yun Jia:

– Meraviglioso, te la sei cavata bene; ti prego, resta a passare la notte.

Yun Jia rimase per la notte, e il giorno seguente tornò al tempio Long Xing. Negli anni restanti della vita di Yun Jia, molti seguaci studiarono presso di lui, e la sua fama crebbe ancora di più. Godeva di tale rispetto che, dopo la sua morte nel 713, l’imperatore cinese gli conferì il titolo postumo di Wu Xiang, che significa «privo di manifestazione».

Questo monaco disse che, se conosciamo il principio del corpo del Dharma, cioè che il corpo del Dharma è privo di nascita e morte, allora comprendiamo che non esistono cose come prima o dopo. Il corpo del Dharma è un altro nome della natura della Mente, della vacuità in quanto tale.

All’interno del corpo fisico c’è il corpo energetico, eterico, o pranamaya-kosha. Lo si può percepire se purificate i canali e sentite lo scorrere del prana, poiché esso è composto di prana.

Ancora più sottile del corpo energetico è il corpo astrale. Chi medita bene può facilmente separare il corpo astrale da quello fisico. La capacità di separarlo è il segno di un certo conseguimento nella pratica della concentrazione, nello yoga dei sogni o nel kundalini-yoga. Il corpo astrale è difficile da descrivere con il linguaggio, poiché è immateriale. Tuttavia, in esso sapete di essere voi, cioè, grazie alla forza della mente, può assumere la forma del corpo fisico oppure qualsiasi altra forma. Può viaggiare a enorme velocità: basta desiderare di trovarsi da qualche parte e subito vi ci troverete. Può attraversare muri e soffitti, penetrare attraverso la terra, udire e vedere a distanza. Tuttavia tutto questo non può essere chiamato corpo del Dharma, perché si tratta soltanto di ulteriori involucri che fanno parte del samsara. E anche se imparate a volare magnificamente nel corpo astrale, potete essere ciechi quanto una persona comune, solo che la vostra cecità sarà più libera. Il corpo del Dharma, invece, è molto più oltre.

Dopo il corpo astrale c’è il corpo causale, o vijnanamaya-kosha. Alcuni lo immaginano come un corpo dorato e luminoso, altri come una sfera. Nel nostro insegnamento si ritiene che non abbia forma. È il corpo della coscienza cosmica, privo di limiti, nel quale si può dimorare nel mondo senza forme (Arupa-loka). È un livello completamente diverso, perché è un corpo per il quale non esistono preoccupazioni legate alla dimensione e al tempo nel senso umano, non esistono limitazioni di forma (quadrata, rotonda, angolosa, curva, lunga, corta, ecc.), non esistono limitazioni di spazio (millimetri, centimetri, chilometri, ecc.), e tutto è infinito. È persino difficile da immaginare. È semplicemente uno stato in cui c’è coscienza, ma non c’è forma, non ci sono denominazioni, nomi, etichette, concetti; è simile a un abisso vuoto e infinito. Tuttavia anche lì vi sono coscienza, volontà e senso dell’essere.

Quando lo yogin entra per la prima volta in contatto con questo corpo, può pensare: «Ecco, questa è la liberazione!» Infatti questa coscienza cosmica infinita è molto elevata; al confronto, tutte le preoccupazioni degli uomini sono simili all’agitarsi dei vermi nel letame, tanto appaiono insignificanti e meschine. Chi sperimenta questo corpo si trova continuamente in uno stato del tutto incomprensibile, cosmico, trascendente; perciò la forma gli appare come qualcosa di molto limitato, inerte e sciocco. Forse gli dèi del mondo senza forma guardano gli uomini proprio così.

Tuttavia neppure questo corpo può essere chiamato del Dharma, poiché, per quanto sia molto maestoso, è anch’esso una limitazione, anch’esso è samsara. I santi mettono in guardia affinché lo yogin non si trattenga in questo corpo, non vi rimanga sospeso, non vi si aggrappi. In questo corpo si può vivere molto a lungo, sembra che sia immortale. Vi si può accedere solo attraverso il samadhi, e non con la mente umana, poiché l’intelletto umano è molto limitato. Se entrerete nel quinto dhyana, quando si sperimenta lo spazio infinito, penetrerete in questo corpo.

Meditante nell’esperienza dello spazio infinito del quinto dhyana

Un tempo penetrare nel quinto dhyana era uno dei miei tipi preferiti di samadhi. Potete godere di questa esperienza per un tempo infinitamente lungo. E quando aprite gli occhi, la vostra coscienza è più o meno questa: «Cosa? Questo mondo è ancora qui? Tutte queste forme non sono ancora scomparse? Che strano! Bisogna mangiare e rientrare di nuovo nel samadhi, per non vedere questo mondo disgustoso». Pensate che sia meraviglioso trovarsi in questo stato, e che ora l’unica cosa di cui avete bisogno sia sostenere un po’ il corpo e dimorare costantemente in questa esperienza dello spazio infinito.

Quando vi trovate in esso, lì non vi sono un soggetto e un oggetto distinti, non vi sono né terra, né sole, né pianeti, né vita, né morte in quanto tali. Lì siete soli, siete Bhagavan e Dio, ma c’è il sentimento dell’«Io». Non ci sono problemi, ma c’è una coscienza che a ogni secondo si espande sempre di più, rivelandovi nuovi ambiti. E in questa espansione trovate un’estasi infinita, un piacere sottilissimo. Da nessuna parte vi è nemmeno il minimo ostacolo, impedimento; vi trovate stabilmente nel samadhi della quinta dhyana. A ogni meditazione abbracciate sempre nuovi ambiti dello spazio infinito, e vi riempie un rapimento sempre più sottile. Siete talmente colmi di questa sensazione di infinità, di grandezza, di espansione, del sentimento di essere come uno spirito solitario, il Logos cosmico di cui è composto tutto questo Universo, che nient’altro vi preoccupa più. Comprendete che proprio questo è l’essere autentico, mentre tutto il resto è così piccolo e insignificante da non meritare nemmeno di essere ricordato. Prima c’erano relazioni, incontri, separazioni, problemi, lacrime, ricerche del Dharma, ma tutto questo lo cercava un piccolo essere umano che pensava di essere nato e cresciuto, si considerava uomo o donna, monaco o laico, ecc. Ma quando entrate in questo stato, voi non ci siete più: c’è soltanto l’infinito, per il quale tutti questi standard semplicemente non funzionano, poiché sono insignificanti in confronto ad esso.

Tuttavia, neppure questo stato maestoso è l’illuminazione. I santi dicono che fermarsi a questa fase è anch’esso samsara. Cioè, per quanto maestoso possa essere questo stato, anch’esso è samsarico. Secondo i criteri degli altri esseri è molto elevato, ma rimane ancora una sottile individualità, una sottile coscienza dell’«io».

Infine, quando lo yogin comprende questo e compie il passaggio dallo spazio infinito alla coscienza infinita, dalla coscienza al nulla, improvvisamente distrugge quest’ultimo legame con la sottile coscienza dell’«io». E allora comprende che io non esisto come spirito cosmico, che persino questo sentimento di spirito cosmico, di infinità, è l’ultimo velo sottile dell’ignoranza. Comprende che non c’è assolutamente nulla, che non c’è mai stato nulla, che non esiste nemmeno colui che potrebbe comprenderlo, ma c’è soltanto una profonda consapevolezza. Non ha più bisogno di essere consapevole di sé mediante una qualche coscienza. Questa consapevolezza esiste in se stessa, è così sconvolgente e paradossale che risulta incomprensibile alla mente ordinaria.

Quando qualcuno chiede ai mahasiddha di spiegare in quale stato si trovino, essi non possono farlo con il linguaggio umano, soprattutto se non tengono lezioni da molto tempo. Comprendono che è uno stato talmente paradossale che possono semplicemente sconvolgere una persona, mandarla in shock e dire: «Ecco, vedi in quale stato dimoro costantemente». Essi si trovano continuamente in uno stato così paradossale, trascendente per l’uomo comune. E quando lo yogin comprende questo, comprende di aver realizzato il grande limite, in cui la sua personalità non esiste più, e ciò significa che non esiste nemmeno il samsara.

Tuttavia, i santi dicono che se ci si ferma a questo grande limite, si tratta di una realizzazione unilaterale. Nessuno nega che sia una vera realizzazione; tuttavia, i santi di una categoria più elevata dicono che rimanere sospesi persino in uno stato così realizzato significa bloccare il proprio potenziale, sbarrarsi la strada verso un ulteriore avanzamento. Si può dire che non soffri, che ti sei liberato dal samsara, ma allo stesso tempo ti sei anche precluso la via per un’ulteriore crescita. Essi dicono che ora devi trasferire questo stato di vacuità sulla forma, fondere forma e vacuità e vivere questo stato trascendente nella vita quotidiana, quando vedi, ascolti, tocchi e così via, e non soltanto nel samadhi.

Dunque, il corpo del Dharma è l’ultimo corpo della vacuità assoluta, che permea tutti gli oggetti esterni e interni. È privo di nascita e morte, e in esso non esistono cose come prima o dopo. Yongjia realizzò questo corpo attraverso la propria esperienza e lo disse direttamente a Huineng. Huineng confermò: «Sì, è così. Lo hai realizzato chiaramente». Quando si incontrano due persone che hanno realizzato questo, si comprendono senza parole.

Stato senza tempo al di là del movimento e delle delimitazioni

Dialogo sul movimento e sulle delimitazioni

Poi Huineng chiese: «Non è troppo presto per andarsene?» Yongjia rispose: «Presto o tardi sono categorie convenzionali, e se hai realizzato lo stato senza tempo, tutto questo non ha importanza».

Huineng voleva verificare se gli fosse rimasto un sottile attaccamento, una sottile discriminazione da cui giudicasse, se gli fosse rimasto ancora un sottile egoismo e una sottile ignoranza, perciò chiese: «Allora chi sa che non c’è movimento? Chi è questo sapientone dentro di te che giudica così?»

Yun Jia rispose: «Sei tu a tracciare le distinzioni». In realtà, era come se dicesse: «Sei tu che vuoi vederlo, perché vuoi cogliermi in fallo. Ma non c’è nulla da cogliere, poiché c’è solo il vuoto».

Huineng lo lodò: «Dunque comprendi davvero il significato di quel grande stato in cui non vi sono nascita e morte». Yun Jia rispose: «E può forse avere un qualche significato?» Cioè Huineng parla del significato di questo stato, ma esso è al di fuori della logica, è assurdo, non ha alcun significato umano.

Allora Huineng cercò di nuovo di metterlo alla prova, perciò disse: «Se non c’è alcun significato, chi dunque traccia le distinzioni?» Voleva dire: «Se in questo stato non c’è alcun significato, perché allora poni questa domanda, perché separi, perché affermi che esso non ha un qualche significato?» Infatti dire che il non-nato non ha significato, oppure dire che ha significato, sono affermazioni diverse. Le affermazioni implicano una qualche fissazione, e la fissazione implica un sottile attaccamento, una dualità. Per questo Huineng chiese: «Se hai compreso che in esso non c’è alcun significato, perché dunque lo affermi, perché insisti su un qualche punto di vista? Chi traccia le distinzioni? Se insisti su un qualsiasi punto di vista, significa che in te c’è ancora una qualche parte non dissolta del falso ego. Affermi qualcosa, e questo significa che sei ancora attaccato a qualcosa».

Ma Yun Jia rispose: «Anche una distinzione come quella di cui parlo non ha importanza in questo stato, poiché le parole sono soltanto un’eco, soltanto una risposta alle domande. Ci sono state domande, e l’eco ha risposto con parole. In realtà, però, io non assumo alcun punto di vista».

Allora Huineng lo lodò: «Meraviglioso. Te la sei cavata bene». Cioè, alla fine Huineng gli diede la conferma.

L’importanza della conferma del Maestro

Quando pratichiamo, le nostre esperienze possono essere molto profonde e trascendenti, ma dobbiamo sempre conservare l’equilibrio. Si ritiene che il discepolo debba necessariamente ricevere la conferma dal Maestro. Sul sentiero spirituale possono esserci varie deviazioni, perciò senza una tale conferma la realizzazione del discepolo non viene riconosciuta, e gli si raccomanda di meditare e praticare ulteriormente. Forse non ha compreso pienamente il corpo del Dharma; forse non ha equilibrio tra il relativo e l’assoluto; forse ha compreso pienamente il corpo del Dharma, ma la sua mente è ancora poco flessibile, perciò non è capace, nello stato ordinario, di manifestarsi in modo adeguato; forse esalta l’assoluto; forse sottovaluta il relativo.

Un unico gusto e la distinzione tra assoluto e relativo

Un unico «gusto» e la distinzione

La natura di Buddha è nel vostro corpo e nel mio, nel cane, nel maiale, nell’erba. La natura di Buddha è ovunque la stessa. Lo sterco di cane possiede la stessa natura di Buddha del Buddha Shakyamuni. Non c’è differenza: se guardate con sufficiente attenzione, vedrete in tutte le cose una sola e medesima cosa e tutte le cose. Non c’è alcuna differenza tra un granello di sabbia e il tesoro del re Salomone. Certo, se vi metteste a predicarlo per strada, la gente penserebbe che siete impazziti. Questi versi spiegano il principio supremo, non i fenomeni quotidiani. Se pensate che si possa andare in bagno e venerare il water invece del Buddha, ripensateci ancora una volta.

Un discepolo del maestro Xuan Hua in California udì il maestro fare un’osservazione simile e, durante il pranzo, mise un pezzo di sterco sul tavolo da pranzo. Il maestro Xuan Hua chiese:

– Che cosa stai facendo?

Allora il discepolo lo rimproverò:

– Guardate, questa è una distinzione. Voi avete una coscienza discriminante.

Dopo questo episodio, il maestro Xuan Hua gli ordinò di andarsene. Quel particolare monaco aveva un’alta opinione di sé e insisteva su un modo di agire autonomo, invece di ascoltare gli insegnamenti del suo maestro. Non gli interessava studiare, voleva semplicemente sfidare il maestro in quel caso. Non riuscì a comprendere che il principio, o l’ambito nominale, è diverso dall’ambito fenomenico.

Il maestro Xuan Hua spiegò: «Non mettere lo sterco sul tavolo da pranzo. Shakyamuni non ha mai mangiato sterco. Quando dico che lo sterco e Shakyamuni sono identici, parlo della realizzazione che viene attraverso la pratica. Non parlo del mondo concreto. Nel mondo manifestato i fenomeni restano comunque fenomeni: Shakyamuni è comunque Shakyamuni, lo sterco è comunque sterco». Una persona illuminata comprende e riconosce che il mondo dei fenomeni non è la stessa cosa del mondo del Dharma. Semplicemente, quel monaco, avendo ottenuto una certa esperienza di chiarezza, confuse l’assoluto e il relativo.

Quando si dice che il puro e l’impuro hanno un unico «sapore», si parla del corpo del Dharma, cioè di quel corpo che segue la quinta dhyana. È proprio a questo livello che, realmente, il puro e l’impuro hanno un unico «sapore».

Tuttavia, in senso relativo, realizzare l’unico «sapore» non significa non distinguere. Il corpo del Dharma si manifesta nel mondo relativo come le cinque saggezze: dell’uguaglianza, simile a uno specchio, onnipervadente, che tutto compie e discriminante. Perciò realizzare il corpo del Dharma nel mondo relativo significa non solo vedere che tutto (il puro e l’impuro) ha un unico «sapore», ma anche distinguere quale posto occupi ciascosa.

In altre parole, dobbiamo sapere che tutto possiede la natura di Buddha. Tuttavia la verità relativa differisce da quella assoluta, perciò non si mettono escrementi sul tavolo con il pretesto che tutto possiede la natura di Buddha, che tutto è puro.

Lo stato di realizzazione e l’unico «sapore»

Lo stato di realizzazione è il superamento della distinzione tra puro e impuro, soggetto e oggetto, interno ed esterno, cattivo e buono. Quando tali delimitazioni sono superate, ciò significa che una persona ha realizzato il corpo del Dharma. Tuttavia, in senso relativo, queste delimitazioni rimangono. La legge del Dharma agisce su coloro che hanno realizzato il corpo del Dharma e su coloro che non lo hanno realizzato. Perciò, quando scegliamo di trovarci nella dimensione relativa, dobbiamo comunque tenere conto del fatto che esistono, convenzionalmente, puro e impuro, interno ed esterno, soggetto e oggetto, alto e basso e così via. Se non ci si attiene a questo, il mondo materiale agirà comunque proprio secondo le leggi del karma. Avendo compreso tutto ciò, lo yogin capisce come combinare il relativo e l’assoluto, e in lui non sorge più confusione.

C’era un maestro chan contemporaneo di nome Buddha Vivente della Montagna d’Oro. Un uomo ricco gli chiese di aiutare sua figlia, che stava morendo di tubercolosi. I medici avevano rinunciato a lei. Quando il maestro si avvicinò al suo letto, la sollevò tra le braccia e la baciò con forza sulle labbra. Lei cercò di divincolarsi. Anche gli altri tentarono di fermarlo, ma egli non la lasciò andare per dieci minuti. Poi la lasciò, si voltò ed espulse da sé una grande quantità di disgustoso muco nero. Le persone erano sconvolte e piene di disgusto. Gli chiesero come avesse potuto sopportare e succhiare tutto ciò da lei. Egli disse: «Che cosa c’è di terribile in questo? In realtà è abbastanza gustoso». Raccolse il muco, lo arrostì e lo mangiò. In questo modo la ragazza fu guarita.

Non penso che lo avreste preso per una persona comune. Ciò che dice e fa può sembrare assurdo, ma le persone comuni non possiedono la forza della pratica per comprenderlo. Le sue azioni si basano sull’esperienza di lunghi anni di pratica. Non potete capirlo, per non parlare dell’imitarlo.

Poiché nella tradizione dei sutra non si presta molta attenzione ai metodi tantrici, come la lunghezza del respiro, la kundalini e così via, lì lo stato della mente che dimora nel nirvana viene definito in modi più indiretti. Tuttavia dobbiamo sapere che, anche quando abbiamo realizzato il corpo del Dharma, esistono criteri per riconoscere l’illuminazione. E uno dei criteri è lo stato dell’unico «sapore». Il criterio dell’unico «sapore» significa che tutto ciò che prima era delimitato, duale, ora appare non duale, puro e perfetto.

La pratica dell’unico sapore nella lode, nel biasimo e nel servizio

Una pratica simile poteva essere compiuta solo da un vero Maestro che avesse realizzato lo stato dell’unico «sapore». L’unico «sapore» riguarda sia l’esterno sia l’interno. L’unico «sapore» significa che in voi sorge lo stesso sentimento di gioia e assolutezza quando udite parole spiacevoli e parole di lode. Se vi viene affidato un servizio che vi piace e che siete pronti a svolgere con gioia, oppure uno che non vi piace e suscita disgusto, in entrambi i casi in voi sorge lo stesso sentimento di gioia, entusiasmo o slancio. Quando praticate in ritiro o quando non praticate in ritiro, in voi sorge lo stesso stato meditativo. Quando durante la pratica del «mandala della parola» vi lodano o, al contrario, vi rimproverano, la vostra mente percepisce ciò come una manifestazione dell’assoluto.

Metodi scientifici di verifica dello stato naturale

Penso che in un prossimo futuro avremo un dispositivo che registrerà le onde cerebrali, il battito cardiaco e l’accelerazione del polso. Cioè, con il suo aiuto sarà possibile verificare il cambiamento dei dati esterni. Naturalmente, nessun dispositivo potrà registrare l’illuminazione: è assurdo, poiché i dispositivi appartengono all’esterno, mentre il corpo del Dharma è molto sottile. Tuttavia, registrare l’accelerazione del polso, la dilatazione delle pupille è possibile con i metodi più elementari. Con l’aiuto di un tale dispositivo si potrà verificare se una persona si trova nel corpo del Dharma, nello stato naturale, oppure se si trova alla periferia. Per esempio, se si trova nel corpo del Dharma, gli si possono porre qualsiasi domanda o dire qualsiasi parola, dotata di qualunque significato, ma la sua reazione sarà sempre la stessa.

Esistono domande con cui si può agganciare il subconscio, catturare l’esperienza passata, determinate esperienze interiori. Se una persona si trova nello stato naturale e i suoi samskara sono già purificati, tali agganci non verranno registrati, il registratore non produrrà alcuna curva. Il suo polso non accelererà, le onde cerebrali non cambieranno. Se invece i samskara di una persona non sono stati superati, il registratore mostrerà un aumento della curva, e quindi si potrà notare che la persona è stata sbalzata fuori dallo stato naturale. Allo stesso modo questo si può osservare durante il pasto, durante la prova del dolore fisico, durante l’osservazione di qualsiasi immagine e di qualunque altra cosa. Penso che con il tempo ciascuno potrà verificare se si trova nello stato naturale e quanto bene si auto-libera. Il modo più semplice tra quelli a nostra disposizione è controllare la frequenza del respiro.

Il Maestro parla da uno stato di profonda quiete interiore

Una volta un Maestro si trovava con alcuni suoi amici medici, che decisero di misurare le sue onde cerebrali. Quando lo fecero, rimasero stupiti: «Oh, il Maestro dorme e nello stesso tempo parla con noi! Com’è possibile?» Le sue onde cerebrali corrispondevano alla fase di sonno profondo di una persona comune. Cioè, quando comunicava con loro, comunicava dallo stato di sonno profondo senza sogni.

Quando ci troviamo nello stato naturale, dimoriamo nella fase del sonno profondo senza sogni; quando non ci troviamo nello stato naturale, ma in un leggero stato di presenza e consapevolezza, le nostre onde cerebrali corrispondono alla fase del sonno con sogni. Tutto questo è molto più profondo della normale coscienza superficiale. Tale fase della coscienza significa, rispetto alla sinusoide ordinaria, una sinusoide più morbida o una linea quasi retta. Quando provarono a misurare le onde cerebrali di un altro santo, guardarono e dissero: «Questa è l’attività cerebrale di una persona non viva».

Il cadavere vivente e la consapevolezza vuota

Quando la nostra coscienza dimora nello stato naturale, l’oscillazione dei prana è ridotta al minimo, cioè i prana nel corpo si muovono principalmente attraverso il canale centrale (sushumna), e questo non si riflette in qualche cosa di esterno. Un Maestro disse così: «Devi diventare un cadavere vivente, e allora fai tutto ciò che vuoi, perché tutto sarà giusto per te». Con “cadavere” si intende l’ego; “vivente” significa che la coscienza è presente, ma è morto tutto ciò che la legherebbe all’illusione. La coscienza c’è, ma tu non vedi donne guardando le donne; non vedi uomini guardando gli uomini; non vedi monaci guardando i monaci; non vedi laici guardando i laici; non vedi cani guardando i cani. Perché non li vedi? Perché non c’è un “tu” che possieda un’esperienza e occupi un determinato punto di vista per vedere tutto questo. Tu semplicemente percepisci. Grazie al fatto che possiedi la vecchia esperienza e la saggezza discriminante, non confondi gli uomini con le donne, né i cani e i monaci con i laici. Sai chiaramente che i laici non sono monaci, i cani non sono gatti, e gli uomini non sono donne, e ti orienti senza difficoltà su come e dove agire.

Tuttavia questa non è la tua visione, è soltanto una conoscenza pragmatica, utilitaria, esterna, necessaria solo per comodità. Dentro di te, invece, non ci sono tali concetti. Tu non vedi nulla di tutto ciò, poiché non c’è un te come vedente che esprima una propria posizione. C’è solo la consapevolezza vuota, che è sconfinata e si riversa in egual modo tanto nei gatti quanto nei cani, tanto nei laici quanto nei monaci. Poiché possiedi la visione dell’unica coscienza, non hai più separazioni e preferenze personali artificiali, e questo significa che non hai la possibilità di attaccarti a qualcosa, oppure, al contrario, di odiare qualcosa.

Monaci e alberi in un unico campo di consapevolezza

Un monaco del genere, che si trovi in un monastero densamente popolato o tra gli alberi, avrà la stessa coscienza, poiché comprenderà che gli alberi sono un po’ monaci, e i monaci sono un po’ alberi, e che tra loro non c’è una grande differenza. Certo, qualche differenza c’è, ma in senso profondo sono la stessa cosa.

Tutti i nostri giudizi si basano sul fatto che dentro di noi c’è qualcuno che giudica, che vede. Con l’apertura del corpo dharmico, questo soggetto giudicante scompare da sé, sebbene la capacità di giudizio rimanga.

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