Il guerriero spirituale: le qualità dello kshatriya sul cammino verso la liberazione
30.07.2026
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Commento al testo «Datta Darshanam». La storia di Kartavirya Arjuna
La salvezza.
Quando l’imperatore Kartavirya, immerso nei suoi pensieri, si avvicinò alle porte della città, udì un richiamo simile al ruggito di un leone:
— Ehi, parente, kshatriya, fermati.
L’imperatore si voltò all’istante. Davanti a sé vide uno strano uomo, che sembrava un kshatriya nelle vesti di un brahmano. Intorno alla vita portava una cintura di corteccia d’albero, sul capo un laccio che gli raccoglieva i capelli, sulla fronte le linee di vibhuti e, attraverso la spalla, il filo sacro. Nelle mani teneva arco e frecce. Su una spalla poggiava una lancia e sull’altra un’ascia. Le sue narici fremevano e i suoi occhi scintillanti ardevano d’ira. Sembrava un vulcano appena esploso. Alla vista di questa incarnazione dell’ira, persino Kartavirya Arjuna sentì un brivido corrergli lungo la schiena e tremò. Prima che l’imperatore potesse dire qualcosa, l’uomo ruggì di nuovo:
— Ehi, tu che ti definisci kshatriya, io sono Rama, figlio di Jamadagni e amico di Jvaladagni. Sono soltanto un povero brahmano e sono venuto da solo. Qui c’è la mia ascia e qui il mio arco. Hai intenzione di restituirci la nostra mucca o vuoi perdere la vita? A te la scelta.
Il brahmano che possiede tutti i modi di fare di uno kshatriya non è in realtà altri che Parashurama, figlio del rishi Jamadagni, infuriatosi perché il re Kartavirya Arjuna aveva offeso suo padre e portato via la mucca magica.
L’imperatore rimase in silenzio quando udì queste parole. L’uomo davanti a lui appariva come lo splendore di «idam kshatram, idam brahmyam» (la forza dello kshatriya, l’energia del brahmano). Era come un grande incendio boschivo: da ogni poro della sua pelle la forza erompeva come lingue di fuoco. «Chiunque egli sia, non importa», pensò. «Io sono uno kshatriya e devo combattere contro chi viene a insultarmi. Il dovere dello kshatriya mi impone di accettare questa sfida».
Le qualità dello kshatriya e del brahmano nella pratica spirituale
Quando sentite parlare di «kshatriya», «brahmano», «vaishya», «shudra» in relazione all’insegnamento e a voi stessi, non dovete interpretarli come caste indù, bensì come determinate qualità, come tipi di temperamento tantrico. Lo kshatriya è un guerriero e, nel linguaggio tantrico, è uno yogin-vira. Il brahmano è un divya, un essere divino o semidivino.
Le qualità dell’una e dell’altra natura sono assolutamente necessarie allo yogin. Da una parte, se non possedete le qualità del divya, vi è difficile meditare e comprendere la filosofia; la vostra mente non è né sottile né abile, bensì grossolana, aspra e lineare. Per seguire il dharma dell’Advaita sono necessarie le qualità del divya. Dall’altra parte, se non possedete le qualità dello kshatriya, non avete forza spirituale e non potete affrontare difficoltà e ostacoli. E anche se possedete alcune predisposizioni del divya, siete spiritualmente deboli: è facile confondervi, ammaliarvi, sedurvi, farvi deviare dal cammino prescelto e indurvi a rinnegare la parola data; tutto questo deriva dalla mancanza delle qualità dello kshatriya.
Lo kshatriya è colui che procede tenacemente verso l’obiettivo prefissato. È un eroe spirituale, un guerriero spirituale, orientato unicamente alla vittoria. Se non possedete tali qualità, dovete riflettere seriamente: «Come devo vivere per sviluppare queste qualità?» Le qualità dello kshatriya sono molto importanti per lo yogin spirituale. Swami Sivananda disse una volta che, se vi sono uno studioso pusillanime e un brigante temerario, il brigante ha persino maggiori possibilità di raggiungere la liberazione, perché crede in sé stesso e nella propria forza e confida nel successo, mentre questa sua qualità negativa è soltanto temporanea. Se si purificherà, grazie alla sua forza e alla fiducia in sé stesso tutte le sue qualità si rivolgeranno verso la sadhana.
Le qualità del vira sono una volontà incrollabile, un costante slancio verso il proprio obiettivo, il non curarsi degli ostacoli, l’ambizione spirituale e l’orgoglio spirituale. Significa percepire ogni situazione come una sfida, ma non arrendersi passivamente a essa, bensì accettarla e vincere.
Le differenze tra pashu, vira e divya
Una persona con le qualità di pashu è sempre orientata alla comodità, al conformismo, ai propri desideri e al compromesso. È uno stato animale del tipo: «Purché io stia bene adesso, il resto non importa». Una persona con inclinazioni da pashu non ha alcun concetto di responsabilità, parola data, voto, giuramento, onore o dovere. Ieri ha detto una cosa e oggi l’ha dimenticata. Ha prestato giuramento e poi lo ha infranto perché così gli era più comodo. Per lui cose del genere non significano assolutamente nulla; per lui non esistono l’onore, il dovere, il giuramento, la responsabilità, il voto o l’ambizione spirituale. Se ha bisogno di qualcosa, può umiliarsi pur di risolvere qualche questione di interesse materiale, purché il suo corpo stia bene.
Lo kshatriya è una personalità completamente diversa. È un uomo del dovere, di parola, fedele ai propri ideali. È un uomo con un ideale elevato, pronto a difenderlo e persino a dare la vita per esso. Se ha promesso qualcosa, la mantiene senz’altro. Se accetta una sfida, lotta per vincere. In lui l’ambizione spirituale è fortemente sviluppata. Tuttavia, non bisogna confonderla con la vanità, l’egoismo e la superbia. Intendo dire nella visione pura, vale a dire i tratti più elevati dello kshatriya. Si può dire che l’ambizione spirituale, la capacità di non arretrare né arrendersi, ma di lottare, andare fino in fondo e vincere, siano inclinazioni dell’orgoglio divino.
Una persona priva delle inclinazioni dello kshatriya, all’inizio, subisce inevitabilmente una sconfitta spirituale. Avendo uno spirito debole e poco sviluppato, prima o poi si scontra con difficoltà e problemi, all’esterno oppure dentro di sé. La sua coscienza comincia a cedere e a spostarsi in un tunnel della realtà in cui si sente insoddisfatta, debole e impotente. Non possiede il potenziale interiore necessario per cambiare questa realtà e, avanzando, crescere attraverso di essa.
Dunque, unendo queste due qualità (quella del brahmana e quella dello kshatriya), lo yogin può realmente conseguire i propri obiettivi nella vita spirituale.
Se a una persona con le qualità di pashu si dice: «Domani avete gli esami», risponderà: «Oh, non sono pronto, non riuscirò a superarlo. E poi, a che serve? Non è meglio vivere semplicemente comodi e sazi? Dopotutto, il prasad c’è, i vestiti ci sono e c’è anche tutto il resto». Ma se lo si dice a una persona con le qualità dello kshatriya, penserà: «Eccellente! Potrò dimostrare quanto valgo e provare ancora una volta agli altri, ma prima di tutto a me stesso, di che cosa sono capace. È un bene che esista una prova del genere, perché grazie a essa crescerò».
La differenza tra il pashu (shudra e vaishya) e il vira (kshatriya) sta nel fatto che il primo non vede la situazione come un’opportunità per la propria crescita spirituale. Ragiona esclusivamente in termini di «comodo» e «scomodo». In altre parole, per lui il concetto di crescita spirituale non è affatto rilevante; ragiona più o meno così: «È comodo: eccellente, accetto questa situazione; è scomodo: non vi partecipo, non fa per me». La sua psicologia è questa: «Non pretendo di raggiungere le stelle». In linea di principio, non si pone obiettivi di crescita personale e spirituale.
Lo kshatriya agisce in modo completamente diverso. Percepisce qualsiasi situazione come un mezzo per la propria crescita spirituale e, se è un vero kshatriya, non gli importa che la situazione sia cattiva o buona: vive più o meno secondo questo principio: «Tutto ciò che non mi uccide mi rende più forte». Persino gli ostacoli e i problemi vengono da lui percepiti come una sfida, come un modo per manifestare le proprie qualità migliori o svilupparle; è grato a essi come a dei compagni di allenamento.
Per esempio, proposi a un monaco:
– Ogni giorno dovete alzarvi alle sei e suonare la conchiglia.
Non ebbe neppure un attimo di esitazione e disse:
– Oh, è magnifico! È un altro modo per allenare l’autodisciplina.
Soltanto chi si era già formato come kshatriya poteva rispondere così. Ma se dite una cosa del genere a una persona comune, vi risponderà: «Oh, ma è un problema enorme! Non devo soltanto svegliarmi, devo anche fare in tempo a vestirmi ed essere pronto ad arrivare là a quell’ora, e così per diversi anni di seguito. È una tale seccatura! È molto difficile!» Quanto sono diversi i tunnel della realtà dello kshatriya e di chi non possiede tali qualità.
Lo kshatriya non ha paura di accettare le sfide, non teme l’ascesi, non teme le restrizioni (tapas), non ha paura di compiere sforzi né di assumersi incarichi difficili. In linea di principio, non teme nulla, e se teme qualcosa, considera anche questo come una sfida. Non ha paura nemmeno della propria paura e cerca di superarla. Questa è una coscienza totale della battaglia spirituale e, in questa battaglia, lo kshatriya non ha alcuna intenzione di perdere: è orientato unicamente alla vittoria.
E un simile potenziale, prima o poi, conduce lo yogin alle qualità di divya. Quando la battaglia è ormai esaurita, quando lo stesso spirito di intransigenza è così naturale da diventare la norma della vita, allora avviene la trascendenza, la crescita oltre lo kshatriya, e le qualità divine giungono a piena fioritura. L’autodisciplina, il livello di autocontrollo, la qualità della coscienza, l’impeccabilità: tutto questo rimane, ma ora non vi è più conflitto, non vi è battaglia, bensì soltanto un’equilibrata naturalezza. Una persona simile continua a percepire ogni situazione come una sfida o come un mezzo di crescita spirituale, ma vi si integra semplicemente con maggiore dolcezza. Si è ormai talmente fusa con le coppie di opposti che non vi è più lotta, bensì un’accettazione naturale e istantanea, un riconoscimento e una crescita attraverso tutto ciò. Tuttavia, nessuna persona dotata delle qualità di pashu è mai riuscita a diventare immediatamente divya, evitando le qualità di vira.
La battaglia tra Parashurama e Kartavirya
L’imperatore, immediatamente infuriato, scagliò contro Parashurama il proprio esercito, composto dalle quattro armi. Simili a un esercito di falene che si precipitano verso il fuoco ardente, lo attaccarono, ma non durò a lungo. Ben presto caddero tutti, come se si fossero trasformati in cenere. Kartavirya rimase sbalordito: «Chi è costui?», si domandò stupito. «Quando ha estratto le frecce? Quando ha incoccato la freccia sull’arco? Quando ha preso la mira? Tutto è avvenuto così rapidamente. Come ha potuto abbatterne così tanti con tanta facilità, quasi stesse giocando? Persino Indra non è pari a questo Rama. Non c’è dubbio: è pari a me».
Kartavirya si stupì e pensò: «Che razza di brahmano è questo, che ha disperso i miei guerrieri? Brahmani simili non esistono». I brahmani si tengono sempre lontani dalle battaglie e dai conflitti e vivono sempre in armonia. A differenza dello kshatriya, che vede ogni situazione come una sfida, i brahmani sono del tutto al di là di queste qualità. Ma quello era Parashurama, un avatar che possedeva contemporaneamente entrambe le categorie di qualità.
La maestria come fondamento della forza spirituale
Lo kshatriya possiede una concentrazione e una volontà straordinarie, vale a dire che dispone già di un gran numero di virtù e di un insieme di qualità sovrumane. Persino nella vita mondana, se osservate un atleta o uno specialista professionista, vedrete che sotto certi aspetti ha superato di gran lunga una persona comune, perché ha dedicato tutta la propria vita ad allenarsi in una determinata attività. Le qualità dello kshatriya si fondano su un’enorme forza di volontà, sulla concentrazione e sulla maestria. In altre parole, la maestria è il primo principio dello kshatriya. Se possedete maestria in qualcosa, si può dire che abbiate raggiunto il livello di un tale kshatriya. In altri termini, quando indirizzate la forza della vostra concentrazione verso qualcosa, acquisite maestria in quell’ambito; tale maestria comincia a manifestarsi nella vita e voi la utilizzate attivamente in diverse situazioni. Questa è la vostra yoga-shakti o atma-shakti, la forza interiore che proviene dal Sé supremo.
Il pashu non possiede una simile maestria. Non ha esercitato volontà, sforzo e autodisciplina, perciò non ha sviluppato in sé questa maestria. Pertanto, quando il pashu si trova ad affrontare una determinata situazione, non ha nulla da contrapporle: la situazione lo sconvolge, lo paralizza, ne assume il controllo, lo sottomette e talvolta persino lo distrugge, perché egli non è pronto ad affrontare le sfide. Lo kshatriya, al contrario, ha accumulato un potenziale spirituale o magico sufficiente, perciò è capace di opporsi alla situazione quando si presenta e di giocare con essa per far pendere la bilancia dalla propria parte. Proprio così era Parashurama.
La consapevolezza del peccato e la retribuzione karmica
Ora comprendo che persino una condanna a morte è una punizione lieve per il peccato che ho commesso. Altrimenti, come avrebbe potuto accadere tutto ciò? Sono davvero l’indiscusso imperatore di Sapta-dvipa? Sono proprio io quell’esperto sovrano che appariva con la spada sguainata davanti a qualsiasi abitante dell’impero non appena questi pensava di commettere il male, e lo puniva? Come ho potuto io, peggiore di un brigante, sottrarre la sua mucca a un povero brahmana? Per questo non esiste altra punizione che la morte. Il Signore Dattatreya mi concesse il desiderio che io non morissi per mano di chi non fosse mio pari. Egli stesso mi benedisse con un valore supremo che neppure gli dèi e i loro sovrani possiedono. Come può dunque la morte venire a me? Se qualcuno come me può essere discepolo del Signore, ciò costituisce una violazione delle tradizioni dei devoti. Ecco perché posso e devo morire, ecco perché il Signore manda questo Rama, che è mio pari. Per molte migliaia di anni ho percepito l’infinita compassione del Signore. Senza dubbio il Signore deve provare disgusto persino al ricordo di me, che ho commesso questo terribile peccato. So che, se la morte non verrà a prendermi ora, morirò ogni giorno, tormentato dalla vergogna e dal dolore per il mio peccato.
Kartavirya Arjuna comprese la perniciosità del proprio gesto e si rese conto di aver commesso un peccato. I peccati (papa) e le virtù (punya) esistono finché esistono il nostro ego, il corpo e la legge del karma. Naturalmente, dal punto di vista dell’advaita, essi non esistono; quando viene realizzato l’unico «sapore», tutte le cose vengono valutate allo stesso modo e tutto è percepito come gioco divino (lila). Ma nella dimensione relativa, quando agiamo dalla posizione della mente, operano le leggi di causa ed effetto. Finché la mente distingue tra bene e male, liquido e solido, destra e sinistra, alto e basso, interno ed esterno, maschile e femminile, vecchio e giovane, esistono rispettivamente le cause e i loro effetti. Le cause e gli effetti possono essere puri, buoni e favorevoli, oppure sfavorevoli. E quando una causa è sfavorevole, viene definita peccaminosa.
«Peccaminoso» è un termine cristiano, mentre nell’insegnamento dei siddha si usa il termine «klesha». Il klesha non è tanto un peccato quanto un oscuramento. Il peccato è un concetto eternalistico, qualcosa di assoluto, ma nulla di assoluto esiste né nell’insegnamento dei siddha né nell’insegnamento dell’advaita; esistono semplicemente azioni che possono oscurare la coscienza. E quando una determinata causa oscura la coscienza, si creano varie impressioni che nelle incarnazioni successive possono manifestarsi come reazioni karmiche negative, cioè come effetti oscuranti.
Se una persona possiede una mente dualistica e crea cause oscuranti, naturalmente deve raccoglierne gli effetti oscuranti. Per esempio, nella vita successiva nascerà in condizioni sfavorevoli oppure come un bambino malaticcio, e le strade gli saranno precluse a livello karmico. Il filo del suo destino si spezzerà spesso e non troverà mai uno scopo nella vita. Oppure gli oscuramenti possono manifestarsi come ostacoli posti da esseri (creditori karmici), quando tutte le sue capacità saranno bloccate dagli spiriti offesi nelle vite passate, che avanzano pretese nei suoi confronti.
Gli spiriti sono molto rancorosi e suscettibili, dispongono di un’enorme quantità di tempo e lo trascorrono tutto contemplando le impressioni del passato. La memoria esercita un fortissimo dominio sugli spiriti. Molti di loro non riescono a liberarsene e ciò diventa una sorta di ossessione. E ricordano sempre chi li ha offesi. Accade che, se uno dei loro offensori è alla loro portata, per esempio perché si è reincarnato nel mondo umano, essi gli pongano ostacoli o ne blocchino le capacità. Si dice allora che a quella persona le strade siano precluse in questa vita finché non acquisirà una forza tale da soggiogare quegli spiriti. Tutto ciò è conseguenza di azioni karmiche sfavorevoli.
Per compassione, il Signore mi ha ora condannato a morte, inviando un eroe capace di affrontarmi, e in questo modo distruggerà il mio peccato in questa stessa vita. Perciò devo fare in modo che questa punizione venga eseguita. Anche adesso, se ammettessi il mio errore e restituissi la mucca, questo impareggiabile brahmano, dimenticando tutto ciò che ho fatto, non solo mi perdonerebbe, ma mi benedirebbe anche prima di andarsene. Vedo in lui la stessa nobiltà del suo nobile padre, simile al fuoco nascosto sotto la cenere. L’autocontrollo è la sua vera forza, che io non ho la possibilità di mettere alla prova. Ecco perché questo brahmano deve assumere il ruolo di un possente guerriero. Ora il mio dovere è schernirlo, rivolgergli parole pungenti e infiammarlo ancora di più, affinché io riceva la giusta punizione. Che il mio Gurudeva mi benedica.
In quell’istante, quando l’imperatore concentrò la mente, divenne terrificante come Rudra durante la distruzione dell’universo. Fece apparire le sue mille braccia e, impugnando mille archi, cominciò a riversare su Parashurama una pioggia di frecce. Parashurama fu sorpreso da quell’attacco improvviso. Dubitava che l’uomo davanti a lui fosse davvero lo stesso Kartavirya. Parashurama riversò su Kartavirya un diluvio di frecce affilate, ma questi rimase immobile come una statua di pietra. L’istante successivo, Kartavirya divenne simile a una sfera di fuoco. La battaglia prese una piega seria, poiché Parashurama era stato spronato dal valore di Kartavirya, le cui cinquemila frecce furono intercettate da Parashurama.
Parashurama e Kartavirya Arjuna non erano comuni guerrieri kshatriya: erano siddha.
Poteri magici nel Dvapara Yuga
A quel tempo molti possedevano diversi poteri magici. Per esempio, si usavano frecce sulle quali venivano recitati incantesimi. Venivano praticate varie sadhana dell’armatura protettiva (kavacha). E molti guerrieri possedevano la capacità di moltiplicarsi in numerose forme, trasformare il proprio aspetto e indurre illusioni nella coscienza del nemico. Poiché non si trattava del Kali Yuga, ma molto probabilmente del Dvapara Yuga, a quel tempo i poteri magici degli esseri umani erano molto più forti, dato che lo stato dei prana, degli elementi, dei chakra e dei canali era diverso.
Per difendersi dagli attacchi di Parashurama, Kartavirya lo ferì e lo costrinse molte volte a immobilizzarsi. Ma poi, ripresosi ancora una volta, Parashurama recise le braccia di Kartavirya, che riapparvero più rapidamente di un lampo. Sbalordito da quell’inspiegabile rigenerazione delle braccia, Parashurama sollevò la sua ascia letale, recise le braccia di Kartavirya e la rimise al suo posto. Kartavirya rimase immobile e, per grazia di Datta, apparvero altre mille braccia. Questo fenomeno si ripeté diverse volte. Parashurama impiegò dapprima l’arma brahmastra, quindi con la sua ascia recise le possenti braccia che continuavano a ricomparire. Quando infine le braccia di Kartavirya smisero di riapparire, egli non perse comunque la presenza di spirito. Umiliò Parashurama e lo ferì con diverse armi, come la mazza, le spade, il tridente e così via. Parashurama gridava in modo stridulo, in preda alla furia. Così Kartavirya raggiunse il suo scopo.
La sua mente era concentrata sui santi piedi del Signore Datta, mentre egli giaceva privo di sensi. Allora Parashurama, ricordando Parameshvara, recise la testa di Kartavirya. Si riversò una pioggia di fiori celesti. In questo modo Kartavirya raggiunse la Liberazione mentre era ancora nel corpo. E subito dopo che ebbe lasciato il corpo, le sue forze vitali si fusero con l’Infinito. I suoi cinque soffi vitali ritornarono agli elementi. Gli elementi vitali dei corpi grossolano e sottile confluirono nelle loro cause.
In quello stesso momento il Satguru Datta si trovava in profonda trance in una grotta dei Sahyadri. La mucca Surabhi era sul campo di battaglia. Con le lacrime agli occhi corse verso Parashurama, il quale, profondamente commosso e con lacrime di gioia che gli scorrevano sulle guance, calmò la mucca agitata e la portò con sé.
Può sembrare strano: vacche magiche che esaudiscono i desideri, persone con migliaia di braccia. Com'è possibile? Ma dovete comprendere che questo non è il mondo del Kali Yuga, bensì quello del Dvapara Yuga. È una diversa visione karmica, una realtà magica in cui vivevano i nostri antenati. In questa realtà magica i cinque elementi grossolani (tattva) non agiscono con la stessa intensità, e la forza di volontà delle persone è superiore a quella odierna. Tutti possiedono, in un modo o nell'altro, poteri magici, e coloro che li sviluppano raggiungono facilmente il successo. Non sono tutti risvegliati, ma le loro capacità possono manifestarsi con grande potenza. Le leggi fisiche sono leggermente diverse, perché si tratta di un'altra epoca. Pertanto, ciò che a noi sembra insolito, a quel tempo si manifestava in modo del tutto naturale.
Nelle epoche del Treta Yuga e del Satya Yuga, i poteri spirituali delle persone si manifestavano con intensità ancora maggiore. Governare la realtà con la forza del pensiero, l'immortalità, la trasformazione del corpo, il volo nell'aria, il nutrirsi di prana anziché di cibo grossolano: tutto questo era reale per gli abitanti del Treta Yuga e del Satya Yuga.
Purtroppo viviamo nell'epoca del Kali Yuga, in cui gli elementi materiali esercitano l'influenza più forte. La densità del mondo aumenta e la frequenza delle vibrazioni della realtà raggiunge il massimo, sebbene non abbia ancora toccato il suo apice. Di conseguenza, le capacità delle persone e la possibilità di influire sulla realtà con la forza del pensiero si sono notevolmente indebolite. Sviluppare le proprie capacità e raggiungere la liberazione è molto più difficile che in passato. La durata della vita è più breve. Nel Kali Yuga, di norma, i corpi sottili e i circuiti superiori della coscienza delle persone sono disattivati. L'Atman e il corpo causale sono appena attivi. Sono soprattutto il manas (mente), l'ahamkara (ego), nonché i corpi astrale, fisico ed eterico a funzionare attivamente.
La vera natura di Kartavirya Arjuna
Così, dopo ottantamila anni, giunse al termine la vita del possente Kartavirya Arjuna. Nessun altro devoto ricevette la grazia di Datta in tale abbondanza. Grazie alla grazia di Datta, Kartavirya raggiunse lo stato supremo. Finché fu in vita, risplendette come il sole durante il giorno. Sebbene avesse commesso alcuni errori, fu lui stesso a correggerli. Non mancò mai di rispetto al proprio guru, nemmeno in sogno. La sua fede nel guru era assolutamente incrollabile. Ecco perché il Signore Datta non considerava gravi le sue debolezze.
Perché si verificò una situazione del genere? Perché Dattatreya permise che accadesse? Ciò avvenne perché Kartavirya Arjuna stesso, in origine, non era un essere umano. Era un compagno di Vishnu e si incarnò come mortale per correggere alcuni errori in questa vita e purificare il proprio karma negativo.
Il Signore lo sottopose a prove che contribuirono soltanto alla rapida crescita di Kartavirya. Alla fine egli raggiunse la gloria eterna e il kaivalya. Ogni episodio della vita di questo grande devoto mostra come un aspirante debba comportarsi nei confronti del Satguru. La sua vita dimostra la natura del devoto ideale. Essa mostra come, in risposta alla sua devozione, si riversi su di lui la grazia del Satguru. Qui termina la storia di Kartavirya. Kartavirya era un discepolo intimo di Dattatreya. Sebbene si ritenga che il Signore Datta sia al di là dell'amore e dell'avversione, perché non avrebbe dovuto mostrare la propria collera verso Parashurama, che aveva abbandonato la serenità propria dei bramini? Tuttavia, è sorprendente che Parashurama si sia prostrato volontariamente ai piedi del Signore e sia divenuto suo discepolo.
Com'è noto, dopo numerose battaglie, Parashurama stesso si recò da Dattatreya. Dalla comunicazione tra Dattatreya e Parashurama nacque il grande testo «Tripura Rahasya». Il «Tripura Rahasya» fu esposto dopo tutti questi avvenimenti.
E il Signore gli mostrava un favore ancora maggiore che a Kartavirya. Per comprendere anche solo una goccia della forza e della grandezza di questo antico Purusha, è necessario sapere che cosa accadde dopo la morte di Kartavirya.
Parashurama tornò con la mucca Surabhi. La notizia dell'uccisione di Kartavirya si diffuse in città come un incendio e molti ne piansero la morte. Lo yuvaraja fu elevato al trono: dopotutto, così va il mondo. Tuttavia, i discendenti della stirpe degli kshatriya non potevano tollerare che l'imperatore fosse stato ucciso da un semplice brahmano. Erano sconvolti e profondamente addolorati. I discendenti del capo del clan di Kartavirya e i giovani a loro fedeli tramavano vendetta e ritorsione. Nei loro cuori divampava la fiamma della vendetta contro i brahmani: «Non hanno forse commesso un errore quegli arroganti e sapientissimi brahmani?» Il principale responsabile era il saggio Jamadagni, padre di Parashurama. Decisero quindi di porre fine alla vita del saggio Jamadagni. Ma chi avrebbe dovuto ucciderlo? Nessuno osava rischiare la propria vita, poiché incontrare Parashurama era come trovarsi davanti a un leone. L'unico modo per ucciderlo era ricorrere all'astuzia, e ciò sarebbe stato possibile soltanto quando Jamadagni fosse rimasto solo nella sua capanna da eremita.
Le storie seguenti narrano le origini di Jamadagni.
Dattatreya
Pashu
Divya
Brahman
Sadhana
Vira
Parashurama
Guerriero spirituale
Kshatriya
Autore Гуру
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