Commento al testo di Ramalinga Swamigal «Canto divino della Grazia»
«Ho attraversato i mari delle tenebre e del male. Ho raggiunto la riva della luce e della verità. Ho visto ciò che doveva essere visto. Le porte del tempio della Realtà si sono spalancate davanti a me, e al suo interno si sono dischiusi spettacoli mozzafiato. Là ho assaporato il nettare dell'immortalità, che elimina ogni difetto e imperfezione.
Grazie alla luce della Grazia divina ho compreso ogni cosa e chiarito ogni dubbio e interrogativo. Ho raggiunto la forma e il contenuto della Saggezza eterna. Ho raggiunto lo stato di immortalità.
Il mio corpo, la mia mente e la mia anima sono immersi in un'estatica beatitudine. Sono colmo della Perfezione e della Realtà così com'è.
Quando ho superato ogni ignoranza, imperfezione e male, allora tutte le siddhi sono giunte per dimorare in me.
Ascolta! Tutto ciò è la benedizione della grazia del Signore, che danza con infinita compassione nel cuore della Realtà».
La vita spirituale inizia quando ci poniamo le domande: «Che cosa sono? Chi sono? Dove mi trovo?» Cerchiamo di praticare l'indagine, la vichara.
La vichara è di due tipi: bahir-vichara, che riguarda gli oggetti esterni, e antar-vichara, che riguarda gli oggetti interiori. La bahir-vichara indaga l'energia materiale esterna, maya-shakti. Di questa indagine esteriore si occupano gli scienziati, che studiano dettagliatamente le leggi del mondo materiale. Tuttavia, lo studio dell'energia materiale esterna non conduce l'uomo alla felicità, perché l'energia materiale esterna è il samsara privo di vita, che per definizione non può donare felicità all'uomo.
Esiste un altro tipo di energia: l'energia marginale (tatastha-shakti). È chiamata anche kshetrajna-shakti o jiva-shakti. Noi esseri umani apparteniamo all'energia marginale. È l'energia connessa alla nostra anima e alla nostra mente. Quando la indaghiamo, possiamo comprendere che cosa sono il corpo fisico, il corpo energetico e il corpo astrale, che cosa sono la mente, il manas, la buddhi, il prana e la coscienza. E, fino a un certo punto, l'antar-vichara, rivolta all'energia interiore, marginale, consente di comprendere noi stessi e gli altri mondi, rendendo la nostra coscienza più libera e saggia.
Tuttavia, attraverso lo studio dell'energia marginale non possiamo ottenere la felicità assoluta ed eterna. La felicità assoluta ed eterna è racchiusa in un altro tipo di energia, chiamata «atma-shakti», «antaranga-shakti». È lì la nostra dimora originaria, lì si trova la felicità originaria, infinita ed eterna. È il luogo da cui proveniamo. È l'energia di Dio. Ed è lì che dobbiamo ritornare: a casa, indietro, di nuovo a Dio. È il nostro luogo di dimora originario, la nostra essenza originaria, ciò da cui tutti noi siamo emanati all'inizio della creazione.
Il dispiegamento della creazione e la comparsa del karma
Come avvenne tutto all'inizio della creazione? Il Brahman iniziò a dispiegarsi e, a tale scopo, si manifestarono le sue tre forze: Brahma, Vishnu e Shiva. Da qui ebbe inizio il dispiegamento dell'universo. E alcune particelle del Brahman, nel momento di questo dispiegamento, comprendevano: «Io sono il Brahman», e quindi non caddero nell'illusione. L'universo si dispiegò, ma esse ricordavano: «Aham Brahmasmi» («Io sono l'Assoluto»); non persero questo ricordo. E ancora oggi conservano questo ricordo e ne traggono beatitudine, poiché possiedono nitya-sukriti. Sono gli dèi Brahma, Vishnu, Shiva e Dattatreya. Queste anime divine, in virtù della loro nitya-sukriti e del possesso della jnana, non persero la propria consapevolezza né la propria unità con l'Assoluto.

Ma vi erano anche altre anime. Erano anime che avevano perduto il ricordo della propria unità con l'Assoluto ed erano state condizionate dall'energia in dispiegamento. E quelle anime siamo noi. Queste anime furono condizionate, caddero sotto l'influsso della natura materiale e dei cinque elementi, iniziarono a perdere la propria luminosità e in esse sorse un'identificazione conforme al loro karma e al loro corpo. Finché le anime non iniziarono a essere condizionate e conservarono l'identificazione «Aham Brahmasmi», non esisteva alcun karma: erano come un foglio bianco, una lavagna pulita. Ma non appena apparvero le prime anime vincolate (bandhika), ossia anime immerse nell'ignoranza, in esse iniziò spontaneamente a sorgere l'identificazione: «Io sono fatto così». Contemporaneamente cominciarono a comparire la memoria e il karma. In altre parole, prima il karma non esisteva: iniziò a comparire insieme alla loro ignoranza.
Il karma originariamente non esiste, ma nel momento in cui l'anima si identifica, il karma, sotto forma di memoria, viene per così dire caricato dall'Assoluto affinché debba essere elaborato. Sorge l'identificazione e, di conseguenza, sorgono la causa e l'effetto. È simile a ciò che accade in un sogno: nel sogno non vi è alcun karma, ma quando una persona entra nel sogno e vi agisce, in lei sorgono una certa identificazione e una certa memoria, e finisce per confondersi in tutto questo; e quando si confonde, il karma esiste già.
Il nostro compito è ritornare a quello stato originario in cui non esiste alcun karma e che è libero dalla creazione dell'universo materiale. Questo stato è l'energia di Dio, atma-shakti. La nostra indagine non deve essere rivolta all'energia materiale esterna (maya-shakti), e neppure all'energia di confine (tatastha-shakti), bensì all'energia di Dio (atma-shakti). Dobbiamo indagare profondamente la natura di questa energia Divina, nella quale non esistono karma, creazione, tempo o spazio. È un mondo costituito da categorie assolute: il mondo di sat-chit-ananda, il mondo dei parametri infiniti.
Se prendiamo l'infinito e gli sottraiamo l'infinito, il risultato sarà l'infinito. Se prendiamo l'infinito e lo dividiamo per un numero qualsiasi, il risultato sarà comunque l'infinito. Se vi aggiungiamo l'infinito, lo dividiamo per l'infinito, poi lo moltiplichiamo, poi lo dividiamo di nuovo ed eseguiamo moltissime operazioni matematiche, alla fine rimarrà lo stesso infinito. Perché nel mondo di Dio non operano le leggi della storia umana, della matematica umana, della logica umana, delle relazioni umane, della biologia, della chimica e della fisica. Ed è proprio questo il mondo originario di Dio, dal quale siamo caduti per poi intraprendere il nostro vagare nel ciclo infinito del samsara.
La necessità della fede e dell'abbandono di sé
Attraverso l'indagine di questa energia Divina, attraverso l'autoindagine interiore (antar-vichara), dobbiamo rivolgerci a questa energia Divina. Tuttavia, la sola indagine non è sufficiente. Shraddha, la fede; sharanam, il rifugio; shuddha sharanagati, il puro e completo abbandono di sé e la devozione: ecco ciò che è ancora necessario.
Krishna aveva un discepolo di nome Vidura. Vidura aveva una moglie. Un giorno, mentre Vidura non era in casa perché viaggiava in altri mondi insieme al santo Narada, Krishna entrò casualmente nella casa di Vidura. La moglie di Vidura fu talmente sopraffatta dalla devozione che decise di offrire del cibo a Krishna, ma poiché vivevano in povertà e non avevano alcun prasada speciale, prese delle banane. E quando cominciò a sbucciarle, per l'emozione gettava le banane nella spazzatura e offriva a Krishna le bucce. Ma Krishna, come se nulla fosse, prendeva quelle bucce e le mangiava. La devozione l'aveva emozionata a tal punto che sembrava quasi fuori di sé. In quel momento Narada e Vidura tornarono a casa e videro la moglie di Vidura guardare Krishna con occhi pieni di devozione e nutrirlo con le bucce di banana, mentre gettava via le banane; e Krishna mangiava quelle bucce. Vidura cominciò a gridare: «Che cosa stai facendo?! Guarda, stai buttando via le banane e dai le bucce a Krishna!» Narada cercò di calmarlo dicendo: «È solo molto emozionata». E Krishna disse loro: «Io non mangio né i frutti né le bucce: accolgo la sua devozione!»

Questo è un punto molto importante. Per Dio è importante la nostra devozione. Non sono importanti per lui le nostre offerte esteriori; ciò che gli importa è il bhava e l'intenzione che stanno dietro alle nostre offerte. Sarebbe ingenuo pensare che Dattatreya non potrebbe fare a meno dello yogurt, dell'incenso o dei fiori che offriamo; ma il sankalpa, l'intenzione, la fede e la devozione sono ciò che stabilisce il legame tra jiva e Shiva, tra l'anima e l'Assoluto.
La riflessione sulla grandezza di Dio dischiude un'altra realtà
«Mio Signore! Tu sei l'incomparabile amrita della Grazia, che trasforma le anime giovani in anime mature.
Tu sei la Divinità eternamente presente al mio sguardo.
Tu sei la splendida Presenza colma di beatitudine.
Tu sei la montagna di Luce misericordiosa.
Tu sei mio Padre e ami come tutte le madri del mondo messe insieme.
Tu sei il Signore Supremo, l'Uno senza secondo.
Quando penso alla Tua grandezza, mi immergo nella contemplazione della Tua grandezza, e tutta la mia bocca si riempie di nettare, tutta la mia mente si riempie di nettare, tutto il mio intelletto si riempie di nettare».
Ascoltate quali magnifici insegnamenti! Sono insegnamenti diretti su come essere santi, su come pensano i santi.
Che cosa significa pensare alla grandezza di Dio? Nel linguaggio della dottrina del laya yoga, questo è chiamato Brahma-vichara. Per tutta la vita dobbiamo seguire due cose: atma-vichara e Brahma-vichara. In sostanza, sono la stessa cosa, solo che vi accediamo da ingressi leggermente diversi. E qui Ramalinga impartisce insegnamenti sul Brahma-vichara, dicendo: «Penso alla grandezza di Dio». Pensare alla grandezza di Dio significa contemplare nello stato di Brahma-vichara. Ciò significa dapprima riflettere sull’Assoluto con l’aiuto dell’intelletto e della coscienza non concettuale, pensare alla grandezza dell’Assoluto e alle sue qualità, per poi passare alla contemplazione diretta, non mentale. Ramalinga dice: «Quando rifletto sulla Tua grandezza, la mia bocca si riempie di nettare». Ciò significa che hanno inizio i processi del chandali yoga. Egli sperimenta dieci tipi di nettare. «La mia mente si riempie di nettare» significa che nella coscienza sbocciano i frutti dell’immortalità, sboccia una realtà diversa, trascendente, bella, meravigliosa, magica.
La realizzazione non avviene nella realtà mondana, nella realtà profana. Nello spazio delle realtà politiche, la realizzazione divina non avviene. Neppure nello spazio delle realtà economiche della comunità internazionale avviene la realizzazione. Nello spazio della conoscenza scientifica, delle concezioni e dei concetti scientifici, nello spazio della matematica, della fisica e della biologia, la realizzazione non avviene. Nello spazio della mentalità comune e quotidiana, la realizzazione non avviene. Tutti questi sono spazi in cui il Divino è proibito, in cui la realizzazione è proibita. Sono gli spazi della visione karmica condizionata e impura dell’umanità, che, dal punto di vista dei santi, procede compatta lungo la via dell’ignoranza, lungo la via dell’errore. E sebbene i santi cerchino continuamente di guidarla in qualche modo, di esortarla, di affascinarla e talvolta persino di salvarla, tuttavia il mondo è il mondo. Non sarebbe il mondo se non seguisse la via dell’ignoranza: si può dire che questo è il suo dharma.

Il dharma di questo mondo consiste nel seguire la via dell’ignoranza: per esso è normale. All’inizio ciò suscita persino un forte stupore, ma poi comprendiamo che è normale. Per gli esseri infernali è normale soffrire, è normale che vengano tormentati. Per gli esseri del mondo degli spiriti affamati è normale essere insoddisfatti, essere malinconici, provare continuamente nostalgia, avanzare sempre qualche pretesa ed essere avidi. Per gli esseri dominati dal fattore dell’ignoranza è normale essere ottusi. Per gli asura è normale competere e combattere: è normale per il samsara.
Per questo mondo materiale è normale trovarsi nell’ignoranza. Ma per un sadhu non è normale, perché egli sa che la realizzazione divina non avviene affatto nella dimensione di questo mondo. Essa avviene, per così dire, dall’altra parte dello specchio, in una dimensione sacra, pura, elevata, divina, là dove vigono leggi completamente diverse, relazioni completamente diverse, una visione completamente diversa, una concezione completamente diversa. E il sadhu purifica a poco a poco il proprio cuore mediante la fede, la devozione, il rifugio e il seva. Egli entra in questa dimensione sacra e pura, ed è proprio lì che avviene questa realizzazione. Inoltre, questa realizzazione non avviene grazie agli sforzi, ma grazie alla discesa della grazia divina. In altre parole, Dio si assume la responsabilità della nostra realizzazione. Pensateci soltanto: Dio si è assunto la responsabilità della vostra realizzazione! Il Signore Dattatreya e i santi si sono assunti la responsabilità della vostra realizzazione. Ma possono assumersi la responsabilità della vostra realizzazione e condurvi ad essa soltanto se entrerete in questa dimensione sacra. Soltanto in questo caso. Se invece non vi entrerete, non potranno assumersi la responsabilità per voi.
Questo ricorda una situazione del genere. Se una persona arriva in un Paese, finché non ne attraversa il confine, quel Paese non si assume la responsabilità della sua assicurazione sanitaria, della sua sicurezza, della sua protezione, della fornitura di servizi e così via. Ma se attraversa il confine, diventa un ospite di quel Paese e può beneficiare di tutte le agevolazioni, le assicurazioni e i servizi che quel Paese si impegna a garantire in qualità di parte ospitante.
E noi dobbiamo entrare in questa dimensione. Solo in questo caso l’Anugraha, la grazia divina, ci toccherà. Dobbiamo trasferirci in questa dimensione sacra, nella quale la realizzazione è possibile. Se rimarremo in uno stato mentale ordinario — egoistico, mondano, dualistico, attaccato — i santi diranno: «Per ora non possiamo». Il Signore Dattatreya dirà: «Deve continuare a prepararsi, non rientra ancora nella nostra legge della benedizione, nella nostra legge dell’Anugraha».
Trattenere il nettare delle benedizioni del Divino
«Come posso dunque stringere in una morsa la beatitudine onnipervadente generata da questo nettare?
O Luce divina, circondata dalla beatitudine della Grazia, donata a coloro che sono puri di cuore!
O possente Signore, che dimori nel cuore del campo di turiya!
O Signore, mio Maestro, che dimori al centro della Creazione nel Tuo inesprimibile splendore di Grazia!»
Ramalinga dice: «Come posso dunque stringere in una morsa questa beatitudine donata dal suo nettare?». Che cosa intende? Come si può stringerla in una morsa? Qui Ramalinga parla del nididhyasana. Il nididhyasana è il terzo passo dei tre princìpi fondamentali del Sanatana Dharma, nel laya yoga. Nididhyasana significa che afferrate realmente i piedi di Dio e non li lasciate mai più. Avete colto questo bhava, avete colto questa esperienza di non dualità e la mantenete ininterrottamente. Questo dona una beatitudine costante, ananda. Ma il vostro compito è non perderla. Non potete stringere la beatitudine Divina (ananda), lo stato di consapevolezza, la presenza ininterrotta (sahaja samadhi), nemmeno se prendete delle tenaglie o una qualche morsa e cominciate a serrarla. Possono essere mantenuti soltanto mediante due cose che vanno sempre insieme: l’attenzione ininterrotta e la devozione ininterrotta, la dedizione totale e ininterrotta.

Ramalinga dice: «Solo colui che è puro di cuore». Nel corso della pratica, il nostro cuore deve purificarsi da sei qualità indesiderabili: krodha (ira), kama (lussuria), lobha (avidità), mada (orgoglio), matsarya (invidia), moha (illusione). Dobbiamo essere vigili ancora e ancora, purificando continuamente il nostro spirito da queste qualità. Questi sono anartha, cioè qualità indesiderabili; sono simili alle erbacce che crescono in una serra. Se si paragona l’anima a uno splendido giardino nel quale si vogliono coltivare bei fiori, le qualità indesiderabili (anartha) sono simili alle erbacce che accompagnano ogni lavoro nella serra, e bisogna individuarle in tempo e sradicarle senza pietà. Dovete chiedere agli altri (ai sadhu più anziani, più saggi ed esperti) di aiutarvi a farlo. Senza imbarazzo e senza alcun complesso, dovete dire loro: «Se vedete qualcosa in me, aiutatemi. Anche se io non me ne accorgo, vi prego di aiutarmi, indicatemi queste erbacce affinché possa strapparle». Se vi rivolgerete così ai sadhu più anziani, essi vi aiuteranno sempre, perché i sadhu esperti e capaci non desiderano mai umiliarvi, pungervi, cogliervi in errore, sfruttare le vostre qualità negative o manipolarvi. Desiderano soltanto aiutarvi. A volte possono comportarsi con delicatezza e persino non intervenire. Possono pensare: «Vede tutto da sé e capirà tutto da solo». Ma a volte è molto utile ricevere gli insegnamenti dei sadhu più anziani, e quanto più diretti saranno tali insegnamenti, tanto meglio sarà per la vostra vita spirituale.
Quando siamo capaci di sradicare tutte le anartha (qualità indesiderabili), il nostro cuore diventa puro; allora possiamo accogliere un simile nettare delle benedizioni del Divino, possiamo rimanere sempre nello stato di prapatti-yoga, nell'abbandono di sé, nella meditazione sull'Assoluto. E allora le qualità di sat-chit-ananda cominciano a poco a poco a permeare in noi. C'è un detto: «Se fissi a lungo l'abisso, l'abisso comincia a fissare te». Se cominciamo a contemplare a lungo Dio, a vivere secondo le realtà della dimensione divina, non secondo le realtà terrene ed egoistiche, ma secondo quelle trascendenti, allora queste realtà diventano gradualmente parte della nostra vita, noi diventiamo portatori di queste realtà e ne veniamo impregnati. Si può fare questo esempio (non del tutto dharmico): se si prende una prugna e la si immerge nell'alcol, essa se ne impregnerà a tal punto che chi la mangerà si ubriacherà. Allo stesso modo, dobbiamo diventare come una prugna impregnata del nettare del Divino. E quando siamo sufficientemente impregnati del nettare del Divino, il nostro karma scompare, le nostre illusioni scompaiono e anche il nostro ego gradualmente si ritira grazie a questo nettare.
Preparazione alla venuta del Signore
«Sorella mia!
È giunto il momento della venuta del Signore della misericordia.
Affrettati ad accendere un numero incalcolabile di splendide lampade.
Nell'accenderle, ti prego, usa soltanto ghee fresco di mucca.
Qualsiasi altra cosa potrebbe deturpare il meraviglioso volto del mio Signore.
Sorella!
Non chiedere: «Ma non c'è oscurità, è ancora mattina; perché dunque accendere le luci?»
Comprendi: il fuoco è un simbolo propizio della venuta del mio Signore.
Ascolta, sorella mia.
Non essere turbata, lascia che la tua mente sia limpida.
Un numero incalcolabile di soli, lune e luci accese, presi tutti insieme, non potrebbe nemmeno lontanamente eguagliare lo splendore del mio Signore.
Sorella mia!
Tu dici: «Parlami del tuo Signore».
Il mio Signore è Energia infinita, che si manifesta in molteplici modi.
Egli parlava come se si rivolgesse soltanto a me, con parole che portarono dolcezza a tutto il mio essere.
«Sorella mia!
Mi chiedi: «Quanto erano dolci le parole del Signore?»
Lascia che provi a raccontartelo.
Scegli i frutti più deliziosi del miglior mango, del jackfruit e del banano paradisiaco.
Spremine i succhi, filtrali e mescolali.
Aggiungi il succo aromatico ottenuto dal cuore della canna da zucchero,
Versa il latte di mucca.
Aggiungi miele fresco dai favi.
Mescola tutto nella più pura amrita.
Come questa amrita è dolce al tuo palato, così le parole che il Signore mi rivolse furono dolci per tutto il mio essere».
Ramalinga parla della dolcezza, ma non si tratta di una dolcezza umana, bensì della dolcezza dell'esperienza dell'ananda. Ed egli dice che questa ananda nacque da alcune parole che Dio gli rivolse. Ma Dio non parla nel linguaggio umano, Dio parla in paravani, il linguaggio non concettuale della bhava non duale. Quando Ramalinga dice che Dio gli rivolse delle parole, non è altro che una metafora. Egli pronuncia le parole accendendo la luce nella coscienza, accendendo la Brahma-ananda non duale. E ciò che Ramalinga udì da Dio suscitò in lui questo rasa.

«Sorella mia!
Tu dici: «Parlami della grandezza del tuo Signore».
In verità, rivolgendomi parole che furono nettare per tutto il mio essere, il Signore mi prese in sposo, e io divenni tutt'uno con Lui.
Ma pensi davvero che io possa esprimere la Sua grandezza?»
«Il Signore mi ha preso in sposo e io sono diventato una cosa sola con Lui» significa che Ramalinga realizzò la sayujya-mukti, raggiungendo il terzo stadio: pratyabhijna (autoriconoscimento). Quando si donò interamente all’Assoluto e si unì a Lui, raggiunse la sayujya-mukti e in quel momento ebbe luogo il completo autoriconoscimento. Il completo autoriconoscimento significa che il jiva comprende: «Io sono Shiva». L’anima comprende: «Aham Brahmasmi». Essa comprende: «Io non sono Prakriti, io sono Purusha, e Purusha è l’Assoluto».
Dopo questa realizzazione, l’anima è libera di scegliere qualsiasi rasa, qualsiasi lila (dvaita, advaita, vishishta-dvaita) e, per mezzo di essa, giocare nel relativo. L’anima dimora nel relativo, ma nell’assoluto è sempre inseparabile da Dio: così avviene l’unione tra visione e comportamento. Nel comportamento, l’anima si manifesta nel relativo, utilizzando tutte le categorie relative, mentre nella visione mantiene lo spirito della non dualità. Alcune anime manifestano nel comportamento la non dualità, altri santi scelgono nel comportamento la dualità, altri ancora scelgono l’inconcepibile identità di dualità e non dualità (achintya-bheda-abheda).
L’inconcepibile grandezza del Divino
«No, sorella mia! È del tutto al di là delle mie capacità, essendo diventato una cosa sola con il mio Signore, esprimere la Sua sconfinata e inconcepibile grandezza.
Ascolta! La forma del mio Signore è Energia infinita, che si manifesta in molteplici modi.
Ascolta, sorella mia!
Miriadi di minuscole particelle scaturiscono dai sandali dei piedi simili a fiori di loto del mio Signore, che danza nel cuore della Creazione.
Alcune particelle diventano innumerevoli milioni di grandi Rudra, Mahadeva.
Alcune particelle diventano innumerevoli milioni di Brahma assisi sul loto.
Altre particelle diventano innumerevoli milioni di Indra, re degli dèi.
Divenendo signori quali Rudra, Narayana, Brahma e Indra, essi svolgono le funzioni cosmiche della creazione, della conservazione e della distruzione.
Sorella mia! Se tale è la grandezza delle minuscole particelle che scaturiscono dai sandali dei piedi simili a fiori di loto del mio Signore, chi potrà comprendere ed esprimere la sconfinata e inconcepibile grandezza dei Suoi santi piedi?»
Un sadhu è colui che si concentra costantemente su Dio. E quando diventate discepoli di un guru, tutto ciò che il guru vi insegna nella linea ininterrotta della successione spirituale è la capacità di comprendere Dio e le Sue energie. Egli non vi insegna la saggezza mondana, la psicologia delle relazioni o le scienze mondane, ritenendo che tutto ciò non sia così importante. Tutto questo è transitorio, temporaneo e fondato sull’illusione. Le scienze mondane sono utili nella vita terrena, ma non aiutano a risolvere la questione fondamentale della vita: «Come uscire dal ciclo di nascita e morte? Come ottenere la saggezza suprema, la felicità e la comprensione?»
Un sadhu è colui che si concentra continuamente su Dio e impara a comprenderLo. Ma Ramalinga dice: «È impossibile comprenderLo, è impossibile descriverLo», se soltanto da un’unica sfera della realtà Divina provengono innumerevoli Brahma, Vishnu e Rudra, che creano nuovi universi.

Attualmente viviamo nella galassia della Via Lattea. Questa galassia appartiene al cosiddetto Gruppo Locale. Il Sistema Solare si trova invece in qualche punto periferico di uno dei bracci di questa galassia. La galassia vicina più prossima alla Via Lattea è la galassia di Andromeda. E la galassia di Andromeda corre incontro alla Via Lattea a una velocità di quattrocento chilometri al secondo. Gli scienziati hanno calcolato che tra quattro miliardi di anni la galassia di Andromeda finirà per scontrarsi con la Via Lattea e accadrà qualcosa di incredibile: le due galassie si scontreranno e si mescoleranno. Molto probabilmente, dopo questo evento la nostra galassia, la Via Lattea, scomparirà. Il Sole si scontrerà con qualcosa; la Terra, tutti i pianeti e le stelle: tutto si mescolerà, e ciò avverrà tra appena quattro miliardi di anni. Se per allora l’umanità non si sarà trasferita in un’altra galassia o non avrà imparato a ripiegare il tempo e lo spazio come una pelle, si troverà in gravi difficoltà.
Ma, dal punto di vista di Dio, questi processi metacosmici globali non sono nulla. Quattro miliardi di anni sono soltanto un istante al cospetto di Dio. Le galassie sono soltanto granelli di polvere al cospetto di Dio, se dallo stato della realtà Divina vengono costantemente generate miriadi di Rudra, Brahma e Shiva e si accendono continuamente nuovi universi, senza fine.
Non possiamo comprenderlo con la nostra mente ordinaria; è possibile comprenderlo dallo stato di samadhi, dallo stato di abbandono di sé al di là della mente. Lo si può comprendere dalla realtà sacra in cui vive Ramalinga, ma è impossibile comprenderlo con la mente umana. Neppure centinaia di volumi di libri scientifici potrebbero descriverlo. Tutti gli scienziati sono stolti di fronte a questa esperienza.
La realizzazione avviene grazie alla grazia Divina
«Ascoltate, abitanti della Terra!
Si avvicina il tempo della venuta di mio Padre, il Signore Supremo, l’Uno senza secondo. È proprio così.
Il Signore mi ha dato una meravigliosa ambrosia per la mia mente; la sua dolcezza era simile a quella di un frutto fragrante.
Il Signore ha trasformato il mio corpo umano nel corpo immortale dell’eterna Verità.
Non c’è da meravigliarsi che i saggi di tutti e sette i mondi siano stupiti dal misericordioso miracolo compiuto dal mio Signore».
Notate che Ramalinga non dice: «Ho conseguito il corpo immortale», ma dice: «Il Signore mi ha trasformato in un corpo immortale». Lo chiama miracolo, perché è avvenuto grazie alla discesa dell’Anugraha. Allo stesso modo, ogni realizzazione avviene come grazia Divina grazie alla discesa dell’Anugraha. Non potete conseguire la realizzazione. Ma potete ottenere buoni risultati nello yoga eseguendo bene le asana e i pranayama.
Per esempio, esistono campionati di jala neti. E le persone gareggiano per vedere chi riesce a far passare più litri attraverso il naso e in quanto tempo. Esistono persino campioni di jala neti che ne fanno passare trenta litri. Ecco che razza di maha-yogi. Ho riso tanto quando l’ho saputo. Anche voi potete conseguire questo risultato, se lo desiderate. Ma un vero sadhu rimarrebbe perplesso davanti a simili risultati.
Esistono campionati di hatha yoga. Se praticate molto bene l’hatha yoga per sei ore al giorno, potrete persino ottenere il titolo di «Persona più flessibile del pianeta». Ogni anno si tengono competizioni di hatha yoga. Ho praticato hatha yoga per dodici anni, ma non mi sono mai considerato un hatha yogi. L’hatha yoga è una determinata parte degli esercizi, ma non mi è mai nemmeno venuto in mente di conseguire qualcosa tramite l’hatha yoga. Si possono purificare i canali, si può risvegliare la kundalini, ma la realizzazione si consegue attraverso la grazia Divina, attraverso la discesa dell’Anugraha; qui non potete conseguire nulla da soli.

Il massimo che potete fare è semplicemente farvi da parte, diventare vuoti e non impedire a Dio di illuminarvi. Il problema è che, sul cammino spirituale, Dio è pronto a illuminarci con la luce della sua Saggezza, ma noi glielo impediamo: restiamo lì, aggrappandoci con i denti e con i gomiti, e non gli permettiamo di illuminarci. Noi siamo il nostro ego, la nostra mente, il nostro karma, le nostre concezioni dualistiche. Infine, quando comprendiamo che dobbiamo semplicemente farci da parte e rendere vuoto lo spazio, questo processo di discesa diventa possibile. E Ramalinga dice che è stato Dio a farlo. Non sono stato io a fare me stesso, è stato Dio a fare me.
Il corpo di luce è formato dai protoelementi
«Il Signore mi ha conferito tutti i poteri della perfezione.
Ora è giunto il momento che il mio Signore mi stabilisca nella beatitudine suprema: Shivanandam.
Ho pregato per una vita eterna, imperitura e virtuosa, non soggetta all’azione del vento, della terra, dello spazio, del fuoco, dell’acqua, del sole, della luna e delle stelle; non soggetta all’influenza della morte, della malattia, delle armi letali e dei pianeti; non soggetta all’azione violenta di altri esseri e forze.
Il mio Signore non ha tardato a concedermela.
O abitanti della Terra, non prendete alla leggera questi doni che ho ricevuto.
Seguite questa via, la via di mio Padre, la via del radioso Signore della Luce».
Ramalinga, grazie alla grazia divina, ottenne un corpo non soggetto all'azione del dolore, della sofferenza, della morte, della terra, dell'acqua, del fuoco, del vento e dello spazio. Questo corpo è costituito da atma-shakti, la purissima energia di Dio. Nello stato dell'Assoluto non esistono né l'acqua né la terra del mondo, né il fuoco impuro né il vento impuro; lì tutte le tattva sono assenti. Oppure, se sono presenti in combinazione, vi sono nella pura visione. L'acqua pura, il fuoco puro, l'aria pura, il vento puro e lo spazio sono protoelementi.
I protoelementi sono l'essenza divina della terra, dell'acqua, del fuoco, del vento e dello spazio. E Ramalinga ricevette un corpo costituito da protoelementi divini. Questi protoelementi divini gli consentono di non essere soggetto al vento, al fuoco, al freddo, alla pioggia, alla fame, alla morte, alla distruzione e alla vulnerabilità nei confronti di altri esseri viventi. Il suo corpo non è costituito dall'energia esterna (bahiranga-shakti, maya-shakti), né dall'energia del mondo sottile (jiva-shakti o energia marginale). È costituito dall'energia di Dio, dagli elementi di Dio, e ciò avvenne grazie alla discesa della grazia e all'abbandono di sé di Ramalinga.
Lo stesso corpo fu ottenuto da Guru Brahmananda. A volte si dice che sia morto nel 1986 e che il suo corpo in maha-samadhi si trovi a Omallur. Ma egli lasciò semplicemente il corpo affinché potesse essere venerato come una reliquia, e ancora oggi continuano a vederlo. Se continuano a vederlo, come potrebbe essere morto? Egli è immortale. Per esseri come Brahmananda e Ramalinga, la morte non esiste. È una sorta di rappresentazione per gli altri: «Ecco il corpo, ecco, è morto, si è rimpicciolito fino a sessanta centimetri; veneratelo, costruite un sepolcro del maha-samadhi, andateci, veniteci, meditate accanto a esso, mentre io continuerò a passeggiare». Questo è il livello di realizzazione di Ramalinga e di Swami Brahmananda. Anche Dattatreya è immortale e appare a coloro che lo invocano sinceramente. Tutti loro hanno la propria dimora al livello dell'energia di Dio, e i loro corpi sono costituiti dagli elementi di Dio.
La beatitudine che supera tutte le gioie terrene
«Mio Signore!
La luna soave, simile al nettare, irradia la sua luce rinfrescante.
I fiori del giardino, in mezzo alle fresche acque, effondono generosamente il loro profumo.
Soffia dolcemente la sussurrante brezza del sud.
Una musica incantevole si diffonde nel cortile di marmo, ancor più ammaliante al chiaro di luna, mentre dal cielo stilla fresca acqua di rose.
Tutto questo splendore è coronato dalla grazia della Dea, che, come una moglie devota, porge la pura amrita della sua amorevole tenerezza.
In verità, è una gioia rara!
Ma perfino essa impallidisce e appare misera e insignificante accanto alla beatitudine che Tu, Dio degli dèi, hai donato a me, Tuo povero servitore, per la Tua grande grazia. Questa beatitudine si è distesa davanti al mio sguardo come un fiume del nettare dell'immortalità, per attraversare questo corpo con un flusso vivificante».
Lo stato di consapevolezza inizia con l'attenzione, l'atma-vichara e il mantenimento dell'osservazione, ma non finisce qui. Prima o poi deve dischiudersi in qualcosa di più grande. Uno degli aspetti di questo qualcosa di più grande è l'esperienza dell'ananda (beatitudine). Consolidandosi nella consapevolezza e nell'abbandono di sé, lo yogin procede da una beatitudine minore a una maggiore, da una grande beatitudine a una ancora più grande.
Insieme alla beatitudine, egli dischiude un altro aspetto della purezza: la pura visione, di cui parliamo così spesso. All'inizio essa è intellettuale, ma poi lo yogin scopre la purezza come essenza, come tattva che sta alla base di tutti gli elementi. In seguito scopre la purezza di tutte le tattva e procede da una purezza a una purezza ancora maggiore. E questi due fattori, la purezza e la beatitudine, accompagnano il sadhu lungo tutto il suo cammino spirituale. Egli procede verso una purezza sempre maggiore e una beatitudine sempre più grande.

Egli riscopre ciò che prima gli sembrava ordinario. Riscopre tutti i tattva che lo circondano, tutte le relazioni che lo accompagnano sul cammino spirituale. Scopre il principio del guru come qualcosa di incommensurabilmente più profondo, scopre il principio dell'ishta-devata come qualcosa di incommensurabilmente più profondo, il principio del samaya, il principio dell'adorazione, il principio di sé stesso. In ogni cosa scopre una profondità sempre maggiore. Non cerca più qualcosa all'esterno, non intende compiere grandi imprese né essere un grande agente, non cerca il progresso all'esterno; comprende che tutta la sua evoluzione, tutto il suo progresso, consiste nell'approfondire e nel dischiudere questi aspetti del Divino: ananda, purezza e molti altri. Li dischiude sempre di più.


