Commento al testo di Sri Ramana Maharshi «Sii ciò che sei»
Domanda: Quale ritenete sia la causa delle sofferenze del mondo? Come possiamo contribuire al suo cambiamento individualmente o insieme?
Maharishi: Realizzate l’Atman, il vero «Io». Questo è tutto ciò che è necessario.
Se Maharishi avesse dato un’altra risposta, non sarebbe stato Maharishi. Ramana in generale non ascolta ciò che gli viene chiesto — questo è il segno di un vero Maestro. Non gli importa affatto di ciò che gli dicono, né di chi glielo dice. Gli importa soltanto del risveglio dalle illusioni, e tutto il resto per lui non ha alcun senso. Quando un tale santo dimora nello stato della Realtà assoluta, non vede altri problemi se non la comprensione o l’incomprensione di questa stessa Realtà assoluta, e tutto il resto per lui non è importante. O c’è risveglio rispetto alla Realtà assoluta, o c’è un risveglio incompleto, oppure non c’è alcun risveglio, ma solo ostinazione negli errori. Qualunque sia la via con cui il risveglio sia stato raggiunto, qualunque prezzo si sia dovuto pagare per esso, in definitiva questo non è importante. È simile al fatto che, al risveglio, tutti i sogni illusori perdono valore: ridiamo semplicemente del fatto che ci preoccupavamo tanto per ciò che avevamo sognato, sebbene in realtà non ci fosse nulla, ma solo il nostro sogno.
Così, Ramana dice: «C’è soltanto il vostro sogno. Non esistono né il mondo né le sofferenze, ma esiste il fatto del vostro non-risveglio rispetto alla Realtà assoluta, il fatto dei vostri errori e delle vostre false visioni». Questo fatto richiede di essere riconosciuto, e poi di lavorarci e di eliminarlo.
Domanda: Potrò mai, in questa vita circondata da limitazioni, realizzare la beatitudine dell’Atman?
Maharishi: Questa beatitudine dell’Atman è sempre con voi, e La scoprirete se cercherete sinceramente.
Questa beatitudine è sempre con noi, semplicemente non abbiamo sufficiente sensibilità e sottigliezza per riconoscerla. L’abbandono di sé è il metodo diretto. Se giorno dopo giorno potessimo dimorare in uno stato di assenza di egoismo, saremmo continuamente in questa beatitudine. Ma noi non siamo così: la nostra mente è molto astuta, e l’ego è molto scaltro; esso non può accettarlo, cerca costantemente di proiettare qualcosa sulla realtà e poi di aggrapparsi alle proprie proiezioni.
L’ego come fonte di tutte le sofferenze
«La causa delle vostre sofferenze non è al di fuori della vita, poiché risiede in voi come portatori dell’ego. Dapprima vi imponete delle limitazioni, e poi combattete invano contro di esse. Tutte le sventure sono causate dall’ego. È proprio a causa sua che sorgono tutti i vostri mali».
Questo va ripetuto moltissime volte prima che ce ne convinciamo e ci crediamo. L’ego è la nostra ostinazione nelle visioni dualistiche, nei nostri stessi errori. Questa ostinazione è simile alla testardaggine animale. Gli animali sono molto diretti nel senso che la loro coscienza funziona in modo unidirezionale: cibo, sesso, calore. Quando persistiamo nella nostra percezione egoistica della realtà, ciò avviene a causa della nostra sincera incomprensione delle cose così come sono realmente. È simile a una persona malata di ittero che vede tutto giallo.

«Che senso ha attribuire agli eventi della vita la causa della sofferenza, che in realtà si trova dentro di voi? Quale felicità potete ottenere dalle circostanze esterne? E quando l’avrete ottenuta, quanto durerà?»
Sul cammino della pratica spirituale dobbiamo abbandonare ogni idea di riorganizzazione sociale o di cambiamento degli altri, comprendendo che l’unica cosa che possiamo cambiare è la nostra stessa visione condizionata. Con il suo cambiamento, anche tutto il resto cambia, perché tutto ciò che ci circonda non è altro che le nostre stesse impronte karmiche. Tutti i fenomeni non sono autosussistenti, sono manifestazioni della nostra stessa natura. Ciò significa che, se cambiamo la nostra coscienza, anche tutti i fenomeni cesseranno di esistere per noi nel modo di prima.
Per questo prendiamo il voto di seguire l’illuminazione, di andare verso la Verità fino in fondo. È molto importante prendere un tale voto, perché la vita spirituale è un labirinto complesso in cui è facile perdersi. Possiamo avere molte esperienze che possono cambiare le nostre intenzioni iniziali. Tuttavia, facciamo voto di seguire fino in fondo il cammino dell’illuminazione, nonostante tutto, poiché sappiamo che tutte le altre esperienze sono qualcosa di più piccolo, secondario, che non merita attenzione.
Se da un maestro di arti marziali arriva un allievo che vuole padroneggiare quest’arte e diventare un maestro come lui, allora il Maestro gli dice: «Bene, allora devi allenarti con impegno». Dopo un certo tempo, l’allievo sente di aver già imparato qualcosa. Era venuto con l’intenzione di raggiungere la stessa maestria del maestro, o persino di superarlo, per vincere in un torneo molto importante. Dopo aver studiato appena due anni, comincia a immaginare che questo gli basti già. Il Maestro dice: «Certo, sai già fare qualcosa, ma in quel torneo di cui sogni non vincerai, non sperarci nemmeno. Se questo ti soddisfa, puoi interrompere l’apprendimento, ma io ritengo che ciò che hai imparato non valga nulla».
Allo stesso modo anche noi facciamo il voto di andare verso il risveglio fino in fondo, ignorando i nostri risultati e le nostre esperienze relative. Anche aiutare gli altri può diventare un ostacolo. Finché non comprenderete che non ci sono altri e non ci siete voi come aiutante, finché non scompariranno tutti i tentativi del vostro falso «io», il vostro aiuto agli altri non sarà efficace. Sarà simile a un dormiente che, in sogno, aiuta un altro dormiente, e per questo entrambi si addormenteranno ancora più profondamente. Il vero aiuto agli altri scaturisce dalla compassione che fluisce dalla Mente spalancata. Non è una compassione egoistica, ma la natura autoirradiante dell’energia della Mente spalancata. Essa è libera dalle illusioni, non ha motivazione egoistica e si irradia in ugual modo su tutti gli esseri viventi. Nella vera compassione non c’è nemmeno l’ombra dell’illusione, del condizionamento, dell’espressione egoistica di sé e così via. Così come il sole ha la proprietà di splendere, allo stesso modo la vera compassione si diffonde in tutte le direzioni a beneficio degli esseri viventi.

«Se respingerete l’ego e lo brucerete ignorandolo, sarete liberi. Se invece lo accettate, esso vi imporrà limitazioni e vi getterà in una vana lotta per superarle».
Il rifiuto dell’ego, tutte le pratiche di abbandono di sé, appartengono a un livello molto elevato della sadhana. Bisogna comprendere che l’anuttara-tantra in sé, l’autoliberazione e così via sono trascendenti. Tuttavia l’abbandono di sé è il penultimo e l’ultimo livello dell’autoliberazione nello laya-yoga. L’abbandono di sé significa che la consapevolezza non concettuale è dischiusa. Ora è necessario recidere le valutazioni egoistiche, lavorare con i fattori karmici. Recidere le valutazioni egoistiche significa manifestare una vigilanza costante nei confronti del proprio «io». Quando ci confrontiamo con situazioni molteplici, bisogna manifestare costantemente la consapevolezza.
Essere l’Atman
«Essere l’Atman, che voi siete in realtà, è l’unico modo per realizzare la beatitudine che vi appartiene sempre».
Spesso, quando ascoltiamo i detti del Vedanta «Aham Brahmasmi» e altri, dimentichiamo che prima che «Aham Brahmasmi» sia realizzato, deve essere realizzato il completo abbandono di sé, la completa non-egoicità. Quelle persone che pensano che «Aham» significhi il piccolo «io» dell’individuo si sbagliano radicalmente. Qui «Aham» significa la nostra Saggezza autogenerata, nella quale l’ego è affondato, è completamente scomparso, si è completamente dissolto. Ciò significa che il nostro falso «io», fino a quel momento, deve diventare completamente obbediente, completamente dissolto. Non possiamo diventare l’Assoluto, possiamo soltanto farci da parte: allora rimane solo una sottile consapevolezza, che comincia a riconoscere se stessa come l’Assoluto.
Domanda: Se in realtà non esistono né schiavitù né liberazione, qual è allora la causa dell’esperienza effettiva delle gioie e dei dolori?
Maharishi: Essi sembrano reali solo quando l’uomo si distoglie dalla propria vera natura. In realtà non esistono.
Immaginate che esista uno spazio onnicomprensivo di coscienza, e che il nostro corpo sia come iniettato in uno dei mondi dalla forza della visione karmica. Per un certo tempo, dalla materia fisica, dai tattva e dai prana, si è formato un conglomerato che è il corpo. È apparso casualmente, in virtù del karma, così come sorge un corpo illusorio nei sogni, quando camminiamo da qualche parte avendo l’immagine del nostro corpo. Questo corpo è simile a una rete, non è sostanziale. Se la mente è mobile, il corpo può cambiare la propria forma.
In uno dei villaggi russi viveva uno stregone. Egli compiva le sue pratiche magiche e possedeva la capacità di trasformarsi in animali. Un taglialegna che lavorava per lui spiò quello stregone e udì l’incantesimo che lo stregone recitava. Quando lo stregone se ne andò, il taglialegna gli rubò il coltello magico. Poi recitò l’incantesimo, scavalcando la lama del coltello, ed eseguì tutto il resto che faceva lo stregone. Dopo averlo fatto alcune volte, si trasformò in lupo. Quando i suoi parenti cominciarono a cercarlo, si rivolsero a quello stregone. Dopo tre anni riuscirono a trovarlo e, dopo l’esecuzione del rito magico, egli tornò a essere uomo. Il suo corpo era coperto di peli, aveva un aspetto selvaggio, ma aveva conservato la psiche umana. In seguito raccontò come avesse ricevuto il corpo di un lupo, come cacciava, come correva verso il suo villaggio natale e temeva gli uomini, come gradualmente la sua coscienza si abituava alla vita nel corpo fisico di un animale. Questa è una storia autentica.

Quando cambia la visione karmica, cambia anche la forma del corpo fisico.
La natura della creazione e la visione karmica
Domanda: Il mondo è stato creato per la felicità o per la sofferenza?
Maharishi: La creazione non è buona né cattiva: è così com’è. È la mente umana a sovrapporvi interpretazioni di ogni sorta, considerando le cose dal proprio punto di vista e interpretandole in conformità con i propri interessi.
Noi vediamo il mondo attraverso il prisma della nostra personale visione karmica. La nostra visione karmica è condizionata dalle tracce karmiche delle vite passate, dall’esperienza antica. Ciò significa che proprio ora ciascuno di noi dimora nel proprio mondo, creato dalle tracce karmiche individuali. In qualche misura, naturalmente, come esseri umani abbiamo una visione karmica comune, cioè vediamo il mondo più o meno allo stesso modo, ma non del tutto.
Se fossimo dèi, questa sala ci sembrerebbe molto più grande e più attraente. Le sue pareti, per esempio, sarebbero rivestite di ornamenti elaborati. E anche noi stessi avremmo abiti e un aspetto molto più raffinati. La voce del Guru sarebbe a quattro o cinque dimensioni e penetrerebbe nell’essenza stessa, come con un effetto quadrifonico. La comunicazione, con ogni probabilità, avverrebbe non con le parole, ma con le vibrazioni. Qui sarebbero seduti dèi e dee.
«Una donna è proprio una donna, ma una mente la chiama “madre”, un’altra “sorella”, una terza “zia” e così via. Questi giudizi di valore sono la causa di tutte le sofferenze nel mondo. La creazione ricorda un albero alto e frondoso: gli uccelli arrivano per gustarne i frutti o ripararsi sotto i rami, gli uomini ricevono frescura alla sua ombra, ma alcuni possono anche impiccarsi ad esso. Tuttavia l’albero continua a condurre una vita tranquilla, indifferente a ciò che accade e ignaro di tutti coloro che lo utilizzano. È la mente umana a creare le proprie difficoltà e poi a chiedere aiuto. Dio è forse così parziale da dare pace a uno e dolore a un altro?»

Ogni volta che in noi sorgono problemi o esperienze interiori, dobbiamo pensare così: «Non può essere che i miei problemi e le mie esperienze siano reali. Se fossero davvero reali, li avrebbero tutti, invece li ho solo io, mentre gli altri non li hanno. Non può essere che i miei attaccamenti, i miei desideri siano qualcosa di autentico. Molto probabilmente sono falsi. Se fossero autentici, anche gli altri li avrebbero. Ma gli altri sono accanto a me e non ci pensano affatto. Dunque, queste sono esclusivamente le mie impressioni karmiche, è il risultato dei dati da me accumulati». Comprendendo questo, abbiamo un’enorme libertà, sappiamo che possiamo lavorare con le tracce karmiche, che possiamo trasformarle e purificarle.
«Nella creazione c’è posto per tutto, ma l’uomo si rifiuta di vedere ciò che è buono, significativo e bello. In compenso continua a piagnucolare, come un affamato che siede davanti a una pietanza deliziosa e, invece di tendere la mano e saziarsi, si affligge. Di chi è la colpa: di Dio o dell’uomo?»
Spesso molti dicono: «Perché Dio permette la sofferenza in questo mondo?» oppure «Perché il Signore ha fatto sì che io soffra?» Tuttavia quella Realtà che viene chiamata Signore non partecipa alle sofferenze o ai piaceri dell’uomo individuale. In sostanza, è una Realtà inconcepibile, illimitata, alla quale, in senso assoluto, non importa del nostro piccolo «io». E il nostro piccolo «io» sperimenta gioia e sofferenza in conformità alle proprie azioni. In questa Realtà possiamo trovare qualsiasi dimensione: sia i palazzi degli dèi, sia i calderoni bollenti con acqua che ribolle nell’inferno. In questa Realtà c’è tutto, ma noi troviamo ciò che ci è vicino secondo le impressioni karmiche. È simile a internet. Possiamo trovare su internet i sutra, oppure possiamo trovare qualsiasi informazione mondana. Ognuno cerca ciò che lo interessa e, quando entra in contatto con una determinata informazione, essa esercita su di lui un’influenza. Nessuno può lamentarsi di essere così infelice, perché ciascuno di noi sceglie da sé questa informazione.
L’agente e il sofferente
Domanda: Se Dio è tutto, perché l’individualità soffre per le proprie azioni? Le azioni per le quali l’uomo patisce non sono forse permesse da Lui?
Maharishi: Colui che si considera l’agente è anche il sofferente.
Quando non siamo liberi dall’ego, l’esperienza è sofferenza. Quando siamo uniti alla Sorgente e dimoriamo nella contemplazione, tutte le sofferenze vengono considerate parte di questa Sorgente, e quindi, in sostanza, non esistono sofferenze. Naturalmente, il corpo può soffrire nella dimensione relativa, tuttavia la coscienza non soffre mai, perché le esperienze di gioia o di sofferenza sono rese uguali nella mente.
Domanda: Ma le azioni sono mosse da Dio, e la persona è soltanto il Suo strumento.
Maharishi: Una simile logica viene applicata solo quando qualcuno soffre, ma non quando gioisce. Se invece tale convinzione è presente sempre, allora non vi sarà nemmeno sofferenza.
Domanda: Quando cesserà la sofferenza?
Maharishi: Non prima che l’individualità sia perduta. Se sia le azioni buone sia quelle cattive appartengono a Lui, perché dovete pensare che il godimento e la sofferenza siano esclusivamente vostri? Chi ha compiuto qualcosa di utile o di cattivo gode del piacere o soffre per il dolore. Abbandonate tutto questo e non imponete la sofferenza a voi stessi.

All’inizio dimoriamo nell’illusione di questo mondo. Quando la nostra consapevolezza aumenta, siamo continuamente coscienti, perciò le illusioni non possono catturarci; allora in noi compare ciò che viene chiamato «il grande dubbio»: all’improvviso comprendiamo che tutto perde valore. Quando la mente è aperta, tutto ciò di cui prima vivevamo e che avevamo a cuore smette di avere senso. Perde valore ciò che era dentro di noi e fuori. Tutto questo viene percepito come uno spettacolo di magia, come il trucco di un abile prestigiatore, come un film tridimensionale o una realtà virtuale. All’improvviso vediamo che nulla di ciò che viene percepito all’esterno o all’interno è collegato a quella consapevolezza che stiamo scoprendo.
Una persona che ha compreso tale consapevolezza può pensare di aver raggiunto l’illuminazione, oppure può nascere in lei un atteggiamento negativo verso la realtà, verso i principi che prima seguiva. Può persino diventare ribelle per qualche tempo, desiderando dimostrare agli altri e a se stessa di aver capito qualcosa in questo mondo. Tuttavia, nel senso autentico, da questo livello la pratica spirituale ha appena inizio. Dopo di ciò, cominciamo umilmente a praticare l’approfondimento della consapevolezza e la dissoluzione delle energie nel corpo. È come se fossimo un attore di uno spettacolo, ma prendessimo questo spettacolo per realtà, e poi all’improvviso, nel mezzo dello spettacolo, ci svegliassimo grazie alla pratica. Quando ci siamo svegliati, abbiamo scoperto che tutto è un grande show, una rappresentazione, in cui il Guru forse è il regista. Allora abbandoniamo il nostro ruolo e gridiamo a tutti:
— Ma è uno spettacolo!
All’improvviso si avvicinano a noi attori più esperti e dicono:
— Perché fai tanto chiasso? Tutti lo sanno già da molto tempo. Continua a recitare il tuo ruolo. Se invece ti siedi semplicemente in un angolo a guardare, non trarrai piacere dal gioco.
Il Guru dice:
— Ci stiamo allenando nell’arte della recitazione. E il fatto che tu abbia preso tutto questo per realtà è un problema tuo. Solo ora hai capito di che cosa ci stiamo occupando qui.

Se invece abbandoniamo questo spettacolo e ci limitiamo a sederci in un angolo, cioè assumiamo la tendenza a perdere la consapevolezza nel vuoto, ciò significa che ci priviamo della possibilità di un ulteriore sviluppo, della possibilità di affinare la nostra arte attoriale. Ma se una persona non ha una guida corretta, allora, cercando di dimostrare agli altri ciò che tutti sanno già da tempo, comincia davvero a correre come un forsennato in mezzo allo spettacolo, rovinando soltanto il gioco agli altri.
Domanda: Come potete dire che la sofferenza non esiste? Io la vedo ovunque.
Maharishi: La realtà propria dell’uomo, che risplende dentro ciascuno come il Cuore, è essa stessa un oceano di pura beatitudine. Di conseguenza, come l’azzurro irreale del cielo, in realtà la sofferenza non esiste: è semplicemente frutto dell’immaginazione.
Quando diciamo: «La sofferenza non esiste, è semplicemente frutto dell’immaginazione», dobbiamo sapere che possiamo dire tali cose solo dopo esserci radicati nella contemplazione più profonda. Altrimenti non saremo in grado di ripetere queste stesse parole quando arriveranno le nostre piccole sofferenze. A livello relativo comprendiamo che per noi esistono determinate sofferenze; tuttavia, in senso assoluto, esse sono semplicemente frutto dell’immaginazione.
«Poiché la propria realtà, che è il sole della jñāna, nascosto dal cupo inganno dell’ignoranza, risplende essa stessa come felicità, la sofferenza non è altro che un’illusione causata dal senso immaginario di individualità».
Le sofferenze e l’individualità dell’ego sono indissolubilmente legate. La sofferenza c’è finché ci siamo noi. Quando l’«io» si dissolve nell’Assoluto, la sofferenza scompare, perché chi allora soffrirà?
«In verità non esiste colui che abbia mai sperimentato questa illusione immaginaria. Se l’uomo indaga attentamente il proprio Sé, che è beatitudine, nella sua vita non vi sarà affatto sofferenza. L’uomo si tormenta prendendo il corpo, sempre diverso dal Sé, per il Sé. La sofferenza è interamente condizionata da questo errore».
La scoperta della natura radiosa della coscienza
Man mano che pratichiamo, quando ci dedichiamo all’autoindagine e alla meditazione, penetriamo sempre più profondamente nella natura della coscienza, ne scopriamo sempre più la vacuità, l’apertura, la non dipendenza dagli oggetti, la sua natura radiosa. Quando la riconosciamo pienamente come nostra propria, tutte le sofferenze scompaiono. Smettiamo di considerarci monaco Vitalij o Yogaraja. Sappiamo che noi siamo l’oceano spalancato di Luce. E se qualcuno ci vede come mente o corpo, questo è un suo problema; noi, invece, non abbiamo problemi.

Ci abituiamo attraverso la pratica dell’indagine e la meditazione, e poi sentiamo realmente che noi siamo la Realtà estesa in tutte le direzioni, radiosa, sempre perfettamente pura, senza nome, forma, colore, fondamento, centro, confini, sapore, odore. Noi siamo questa Realtà e nient’altro, e tutto il resto — il corpo, il mondo, le manifestazioni — è il gioco delle nostre energie. Quando ci percepiamo così ininterrottamente, allora siamo veramente liberi.
Il punto è che non ci fidiamo di questa Realtà, pur avendone dei barlumi. Mantenere la contemplazione significa una continua sensibilità verso questa sottile Realtà. Questa Realtà è Dio, e non c’è altro Dio. Altri tipi di Dio sono o concetti, oppure idoli materiali esterni, che in realtà sono semplicemente una proiezione di questa Realtà originaria.


