Prima di apprendere la contemplazione, è necessario chiarire intellettualmente per se stessi tutte le sottigliezze della pratica della prajna-yantra. Senza questo, gli altri tipi di pratica del lavoro con l’energia non progrediranno.
Un brahmachari arrivò e cominciò a chiedermi: «In che cosa il Buddha differisce da Vishnu, questo da quello?» Pensai che non stesse ponendo la domanda giusta, perché queste differenze non ci preoccupano. A noi interessa di più la mente che riconosce la propria natura naturale, e la mente che non la riconosce. Perciò gli dissi: «Qualunque cosa io ti risponda, non ti sarà d’aiuto finché non chiarirai chi è colui che pone questa domanda. Quando comprenderai chi è colui che domanda, passerà anche la confusione riguardo al Buddha, a Vishnu e a Shiva».
Riguardo al veicolo del sentiero supremo dell’auto-liberazione ci sono queste parole: «Se comprendi questo insegnamento al mattino, diventi illuminato al mattino; se lo comprendi alla sera, diventi illuminato alla sera». Perché? Perché il metodo del laya-yoga è diretto ed estremamente trascendente. Tuttavia tutta l’essenza qui sta nella parola «comprendi». In altre parole, la comprensione equivale al risveglio. Quando il discepolo ascolta l’insegnamento innumerevoli volte, questo è shravana. Nel processo di tale ascolto sorge in lui una nuova comprensione, perciò i diversi stati incomprensibili della mente dualistica se ne vanno.
Superamento del pensiero illusorio
«Quando si abbattono le onde del pensiero illusorio, i grossolani pensieri razionali, che anticipano i propri oggetti, oscurano la natura propria della Mente. Perciò, anche se ci verrà fatta conoscere, non la scopriremo».
Anche se ci viene indicata la natura della Mente, per noi è difficile scoprirla, poiché essa viene coperta dai pensieri e dalle emozioni che incessantemente si abbattono su di noi. Essa c’è sempre, ma anche i pensieri ci sono sempre, ed è per questo che la nascondono. E poiché è nascosta, per noi è difficile credervi, così da lavorare con essa e orientarci a essa. È simile a quando si dice a un re: «Tu sei il re», ma poiché soffia un vento forte, le parole giungono appena fino a lui; egli sente, ma non riesce a riconoscere pienamente che cosa gli stiano dicendo.

Il rilassamento come chiave della pratica
«Per eliminare i grossolani pensieri razionali, prima di tutto rilassa la mente».
Il rilassamento è un punto chiave della pratica. Se le vostre mani sono contratte, come irrigidite, il vento si accumula nella zona della gola e delle spalle, e sorge uno squilibrio dei prana. Allora anche la vostra energia è contratta, e così pure la mente. Quando ci rilassiamo, la nostra energia si equilibra, e scopriamo in noi una profondità enorme. Allora i pensieri sorti non reggono il confronto con questa profondità spaziale; una volta sorti, non possono farci uscire da questo centro.
Molti, cercando di praticare la consapevolezza, per esempio l’atma-vichara, hanno sentito di perderla al minimo ondeggiamento. Il flusso dei pensieri dualistici costringe la mente ad attaccarsi a qualcosa. Questo accade perché la pratica ha un carattere ristretto. Ma quando siamo rilassati, abbiamo un’enorme profondità spaziale, come se fossimo un universo ambulante. Allora la mente non potrà attaccarsi al flusso emergente dei pensieri dualistici, perché vede questa alternativa.
Tale stato di enorme universo si raggiunge mediante il rilassamento e il lasciar andare. È un punto chiave nella pratica, perciò il vero yogin in qualsiasi situazione è sempre rilassato. Il nostro corpo si contrae istintivamente nel momento del pericolo o in situazioni di tensione. Bisogna notarlo intenzionalmente e lavorarci: quando notate la tensione, dovete darvi l’orientamento a rilassarvi.
Saggezza spontanea
«Questo stesso dimorare nella propria mente spontanea è la Saggezza radiosa. Applicando metodi abili, non si comprende la vera natura».
Quando siamo rilassati e scopriamo questo abisso universale interiore, dobbiamo riconoscerlo, ammetterlo come il nostro stato centrale, principale. Anche se non è ancora rivelato completamente e si tratta solo di alcuni riflessi, tuttavia, per lavorare con esso, dobbiamo riconoscerlo, così da acquisire una certa sicurezza.
La nostra mente meschina e irrequieta improvvisamente vede che nella sua profondità c’è qualcosa di assoluto, globale, saggio, che è al di sopra di essa. Allora questa mente meschina e irrequieta deve rivolgersi a questo globale, cioè il fuoco della nostra coscienza viene gradualmente trasferito verso questo.

Supponiamo che dentro persino una persona gracile vi sia un senso di grandezza, ma che esso sia semplicemente represso a causa dell’educazione, delle condizioni e dei karma. Ma se questa persona gracile e meschina rivolgerà sempre più attenzione alla grandezza interiore, dopo un certo tempo le sue qualità di gracilità e meschinità cederanno il passo alla grandezza, ed egli sarà sempre più pervaso da una maestà e una grandiosità simili all’orgoglio divino. Questo principio può essere trasferito anche alla pratica spirituale, e allora le qualità meschine del praticante cederanno il passo alla grandezza, che col tempo diventerà una sua qualità ininterrotta. Le qualità meschine continueranno ancora a manifestarsi di tanto in tanto, ma egli se ne accorgerà subito e tornerà di nuovo allo stato maestoso.
Lavorare con i pensieri
«Per mostrare che la Saggezza originaria non artificiosa, coemergente, dimora in voi stessi, si dice: “Non espandere e non raccogliere i pensieri, nessun pensiero!”
Nello stato spalancato, questo spazio globale non è legato ai pensieri. Se diffondiamo i pensieri, li emettiamo da noi stessi e ne siamo trascinati, perdiamo questo stato. Allora ci viene voglia di bloccarli. Quando li blocchiamo, anche questo è considerato qualcosa che funziona, ma solo per un certo tempo, artificialmente. Quando invece ci radichiamo in questa natura, vediamo che, che i pensieri vengano emessi o no, ciò non disturba questo spazio globale.
Le tre trappole della meditazione
«Se siete ancora principianti, anche se siete capaci di mantenere lo stato naturale della mente che riposa in se stessa, non potrete comunque abbandonarvi alle esperienze, per esempio: alle esperienze di beatitudine, chiarezza, non-pensiero, che sono aspetti di tale stato. Perciò si dice: “Dimorando rilassati nello stato di equanimità”.
Anche se uno yogin ha esperienza di dhyana, della concentrazione meditativa, ma non ha padroneggiato il metodo del rilassamento e dell’auto-liberazione, non è affatto migliore di un dio samsarico o di un dio del mondo della forma; basta cioè che energie pesanti lo influenzino, e il suo stato verrà subito distrutto. Per esempio, gli dèi della forma sono influenzati dai samskara collettivi e personali; quando il loro samadhi termina, devono incarnarsi di nuovo. Anche gli arhat che dimorano nel nirvana, alla fine del kalpa, sono influenzati dai samskara collettivi o da qualche altra circostanza, e dopo una lunga vita nella vacuità il loro flusso di coscienza viene trascinato via.
L’avvertimento sul piccolo nirvana per i novizi può suonare come una beffa; tuttavia, a livello intellettuale, è opportuno conoscere tali istruzioni, per ricordarle in futuro, quando diventeranno attuali.

«Liberandoti dall’attaccamento a tali esperienze, dischiudi pienamente la vera natura dello stato naturale completamente trasparente, nudo».
I testi ci ricordano ancora e ancora le tre trappole: beatitudine, chiarezza, vacuità. Tuttavia l’esperienza mostra che, per quanto si ricordi, se uno yogin comincia a sperimentarle personalmente, finirà inevitabilmente in una di queste trappole. Più spesso i buoni yogin “abboccano” alla chiarezza, e i migliori alla vacuità. Sono tentazioni molto forti, perciò queste istruzioni devono imprimersi nella mente superficiale.
Personalmente, io stesso fui affascinato dalla vacuità e non desideravo percepire questo mondo, fino alla sua completa negazione, poiché, quando vi avvicinate alla vacuità, la vostra coscienza cambia. È come se a una persona fosse iniettata una droga molto potente e non fosse preparata a questo: la sua coscienza cambierà; ma se viene addestrata, allora persino in uno stato narcotico potrà ricordare qualcosa e scegliere la via giusta.
In alcune scuole di intelligence gli agenti vengono addestrati su come comportarsi durante interrogatori con sostanze psicotrope, cioè a non rivelare segreti, anche quando vengono loro somministrate droghe o altre sostanze che sciolgono la lingua. Queste sostanze agiscono sull’uomo in modo tale che egli ha continuamente voglia di parlare. Ma gli agenti vengono addestrati a raccontare, in questo caso, qualcosa che non abbia attinenza con la questione, per esempio le loro marachelle infantili. Cioè non perdono coscienza nemmeno durante interrogatori psicotropi, perché sono stati addestrati a questo e avevano una preparazione adeguata.
Allo stesso modo, se avete assimilato gli insegnamenti, la vostra coscienza non cadrà nell’illusione spirituale né nei ritiri al buio, né nei consueti ritiri annuali, né al risveglio della kundalini. Saprete sempre come scegliere la strada giusta, non vi turberete nemmeno vedendo dèi o mara, troverete sicuramente il punto corretto e non vi distrarrete dallo stato naturale, sperimentando nella pratica stati molto gioiosi o, al contrario, sofferenze.
La tecnica «Phat» e la trasparenza della coscienza
«All’improvviso grida “Phat” contro il pensiero annientante. Poiché è molto importante interrompere il flusso dei pensieri e distruggere la meditazione generata dalla mente, il suono “Phat” deve essere forte, netto e breve. In questo istante, libero da tutte le rappresentazioni, come per esempio questa mente, si manifesta la liberazione, e dunque non c’è nulla, solo completa apertura. Nel vuoto libero da tutte le rappresentazioni, che riconosce l’aspetto di questa completa trasparenza, dimora semplicemente la mente come Saggezza primordiale trascendente. In questa apertura vi è assoluta trasparenza. Questa assoluta trasparenza va anche oltre estremi quali il sorgere e il cessare, oppure l’Essere e il non-Essere. È la Saggezza primordiale innata, radicale e inesprimibile, che dimora al di là dell’attività discorsiva della parola e della mente, l’assoluta trasparenza, che è inesprimibile».
Una qualità della presenza contemplativa come la trasparenza indica che essa non viene colorata da nulla, ma esiste in sé stessa. Ciò significa che questo stato trasparente, non colorabile, rimane ininterrotto anche quando sperimentiamo un pensiero o un’emozione, perché il pensiero o l’emozione la attraversano senza toccarla in alcun modo.
Quando il praticante si è stabilito nello stato naturale, acquisisce anch’egli tale proprietà di trasparenza. Diventa, per così dire, nessuno in particolare. Può essere qualunque cosa, ma di per sé non è nulla di definito. Questo significa che non ha tratti caratteriali marcati a cui si aggrappa; non ha abitudini a cui non potrebbe rinunciare; non ha avversione per certe cose né attaccamento ad altre. Le sue qualità diventano fluide, trasparenti. Diventa una non-individualità, la sua personalità può cambiare con flessibilità a seconda delle circostanze: a seconda della situazione in cui si trova, può rispondere in un modo oppure in un altro.

Ciò accade perché ha acquisito questa qualità della trasparenza. Quanto più pratichiamo, tanto più diventiamo trasparenti, cioè abbiamo sempre meno accettazione e rifiuto. Padroneggiata la qualità della trasparenza, lo yogin è a casa ovunque, dimora ovunque in armonia e conforto, ogni secondo è completamente adeguato alle circostanze.
Il praticante principiante non è trasparente. Ha un “io” forte, pensieri forti, klesha, emozioni, preferenze, e perciò gli è difficile muoversi attraverso il mondo, perché da qualche parte qualcosa lo aggancerà. Ma con la pratica diventiamo sempre più trasparenti. Questo è l’unico modo per non essere afferrati dagli oggetti del samsara.
La visione assoluta e l’unità delle pratiche
«Il significato essenziale sta nel fatto che lo stato naturale è inseparabile dalla base della vacuità. Questa è la visione assoluta del sentiero dello yogin, originariamente pura e libera da costruzioni mentali. Per quanto si pratichi la meditazione, finché non si riconosce quest’unico fatto, è impossibile andare oltre la visione e la meditazione artificiali, fittizie, create dalla mente. E poiché esse sono lontane dall’approccio della naturale grande completezza quanto la terra lo è dal cielo, mancano il senso dell’incessante Chiara Luce della non-meditazione. Di conseguenza, riconoscere quest’unico fatto è estremamente importante; perciò si dice: “Riconosci in essa la vacuità dello stato naturale”».
Qui si dice che il senso principale consiste nel fatto che lo yogin possiede una visione assoluta pura, libera da costruzioni mentali, nella quale gli viene proposto di dimorare ininterrottamente. Se questa visione non è stata acquisita, allora le pratiche di meditazione e gli altri metodi servono soltanto ad aprirla.
Per dirlo più semplicemente, una persona comune sente: “Io sono io, ecco il mio corpo e i miei pensieri”. Questa è la coscienza di chi dorme. La visione del praticante e il senso di sé sono diversi: egli non sente “io sono questo corpo”, ma sperimenta un senso di diffusione illimitata, di apertura spalancata, simile a quello che sorge quando si guarda il cielo stellato. Egli si percepisce continuamente così, allenandosi a dimorare in questo stato sempre più profondamente.
Si dice che riconoscere un tale stato sia estremamente importante, e che se non lo si scopre attraverso la visione, non ci sarà nulla da sostenere mediante la meditazione. Cioè, la cosa più importante è rivelare tale visione. Quando tale visione si manifesta, tutte le pratiche eseguite trovano improvvisamente un magnete, un centro di attrazione; diventano complete, significative. C’è una certa armonia profonda che traspare dietro tutte le pratiche; tra di esse non c’è più alcuna frattura, tutto diventa un unico flusso continuo. Prasad, servizio, bhajan-mandala, tecniche, ritiro, viaggi, lezioni: tutto questo non costituisce una molteplicità di situazioni discrete e separate, ma è un’unica situazione che continua ininterrottamente.



