Rappresento il lignaggio dell’insegnamento del laya yoga nella tradizione dei mahasiddha. Come sapete, siamo monaci, cioè proveniamo da un monastero, e qualsiasi monastero è un’istituzione legata alla religione. Il nostro è un monastero di yoga, tuttavia la differenza tra religione e yoga è convenzionale. In ultima analisi, la questione principale sia dello yoga sia della religione è la stessa: il cammino verso l’Assoluto (Dio), il rapporto tra l’«io» individuale e l’Assoluto, tra l’anima e Dio, per usare i termini del cristianesimo.
Una persona autenticamente religiosa vive pensando a Dio e all’anima. Pensa a Lui, lavora per Lui, Lo prega, medita su di Lui, legge di Lui e orienta la propria mente verso il modo di ricongiungersi con Dio. Nella tradizione del laya yoga non esiste il concetto di Dio in quanto tale, come nel cristianesimo ortodosso. Nel Vedanta esiste il concetto di Brahman (l’Assoluto), la realtà trascendente. Inoltre, dal punto di vista dell’Advaita Vedanta, Dio non è altro che l’uomo stesso. Per il cristianesimo tradizionale ciò è molto insolito, poiché Dio viene sempre concepito come qualcosa di contrapposto all’anima (all’«io» individuale), che dimora da qualche parte lontano nei Cieli, in Paradiso, come Colui che punisce l’essere vivente per le sue cattive azioni oppure, al contrario, lo innalza ai Cieli per i suoi meriti e la purezza della sua coscienza.
L’insegnamento dell’Advaita Vedanta
Vedanta si traduce come «fine di ogni conoscenza» o «fase conclusiva di ogni conoscenza». Advaita si traduce come «ciò che è al di là della dualità». In inglese, «no duality». L’insegnamento dell’Advaita elimina la contrapposizione tra l’anima e Dio, tra l’«io» individuale e l’Assoluto. Afferma che la mente stessa di ogni essere vivente, nella sua essenza, è l’Assoluto. Ciascuno di noi, nel profondo della propria anima, è Dio (potenzialmente, naturalmente). Sebbene ciò non sia manifesto, ogni essere vivente è comunque l’Assoluto. Al di fuori dell’Assoluto non esiste assolutamente nulla. Il mondo intero è soltanto una proiezione della nostra coscienza. Ma anche quando analizziamo che cosa sia la coscienza, scopriamo che la coscienza in quanto tale, nella sua essenza, è puro vuoto, nel senso che in essa vi sono spazio e chiarezza luminosa. Quando analizziamo questo vuoto, vi scopriamo la Mente universale, che nello yoga è chiamata Brahman o Atman, mentre nella tradizione del laya yoga, in quanto ramo dell’Advaita Vedanta, è la Saggezza primordiale autogenerata (prajnana).
Dal punto di vista del laya yoga, la cosa più importante è il principio dello sviluppo della consapevolezza. Quando sviluppiamo la nostra consapevolezza, scopriamo questa Mente universale, che ci è sempre stata intrinseca, e cerchiamo di ricongiungerci con Essa. Ciò non significa un qualche Dio lontano da noi, che dimora nei Cieli e possiede una forma. Gli dèi, così come i Cieli, esistono: è così. Tuttavia, noi parliamo di un piano trascendente più elevato, che si trova al di là della dualità tra soggetto e oggetto.
I santi affermano che, finché non entreremo nello stato di non dualità, rimarremo nell’illusione della nostra percezione. E persino gli dèi e i Cieli non sono altro che proiezioni della Mente universale. Ma questa Mente universale è, nella sua essenza, il nostro «Io» puro. Ne consegue che tutti gli inferni, i mondi e i Cieli sono una proiezione del nostro grande «Io», proprio come questo mondo. Il fatto che siano una proiezione non significa che non agiscano su di noi. Agiscono su di noi, eccome, perché noi stessi (il nostro corpo e il nostro «io») siamo una delle proiezioni.
Finché non saremo entrati in questo stato dell’«Io» assoluto, saremo simili a una persona che vaga tra i riflessi, essendo essa stessa uno di essi. Non conosciamo la nostra natura assoluta, ci sbagliamo sulla cosa più importante: il nostro «Io» assoluto; perciò tutte le nostre azioni sono errate e noi soffriamo. Ma quando usciamo dallo stato dei riflessi ed entriamo nello stato dello specchio, improvvisamente tutte le nostre azioni diventano assolute, giuste e sacre, perché conosciamo la cosa più importante: il mondo intero è una proiezione del nostro stesso «Io», e il nostro stesso «Io» è l’Assoluto.

Differenze rispetto alle religioni tradizionali
Le religioni tradizionali, quando predicano, cercano di convincere una persona di qualcosa, di farle cambiare opinione. «Vivi in modo sbagliato, devi rivolgerti a Dio, perché, se vivrai male, finirai all’inferno, mentre se ti comporterai bene, andrai in Paradiso». «Non conosci questa o quella scrittura. Devi cambiare le tue convinzioni affinché ti conducano a Dio». Di solito si dice così, e non c’è nulla di male in questo. Tuttavia, i santi della tradizione del laya yoga affermano che questa opinione è comunque fondata su concetti, su pensieri, mentre qualsiasi concetto è una funzione della mente superficiale, che non può in alcun modo raggiungere la verità, perché la mente concettuale condizionata, in realtà, è soltanto un dito che indica la luna, ma non la luna stessa.
L’Assoluto è inconcepibile per la mente, perciò diciamo che, prima di tutto, non dovremmo cambiare la nostra opinione su qualcosa, bensì il nostro livello di consapevolezza. Dobbiamo spostare la consapevolezza a un livello più profondo. Di quale livello si tratta? È il livello in cui ci troviamo al di là dei concetti, vale a dire che trascendiamo l’ordinaria mente concettuale in movimento e accediamo a un livello più profondo dei concetti. E allora scopriamo che tutti i nostri pensieri, opinioni e idee sono vuoti, privi di essenza e di esistenza intrinseche. Tutte le idee sono un’illusione, come le corna di una lepre. Anche l’ultima idea, il nostro «io», è vuota, nel senso che non esiste alcun «io» individuale, autosufficiente e separato che esista realmente. Il nostro piccolo «io» individuale è soltanto una manifestazione di questa Mente globale, di questa Saggezza autogenerata. Quando analizziamo che cosa sia il nostro «io» nella sua essenza fondamentale, che cosa sia questa Mente globale e in che cosa consista l’originaria Saggezza autogenerata, scopriamo che la nostra coscienza è simile a uno spazio vuoto e luminoso che contiene ogni cosa. Tutti gli oggetti esterni, compreso il corpo, si manifestano da questo spazio vuoto e luminoso, che è sempre puro, perfetto e inconcepibile.
Lo stato naturale e il suo mantenimento
Quando riusciamo a entrare in uno stato al di là dei concetti, possiamo scoprire questo spazio puro oltre i pensieri. Il livello di consapevolezza dello yogin, o di chi pratica la meditazione, dipende dalla sua capacità di essere consapevole di questo spazio puro al di là dei pensieri e di mantenere tale stato nella vita quotidiana. Dipende dal modo in cui agisce: sulla base del condizionamento oppure della spontaneità insita nel suo spazio interiore completamente puro.
Nel laya yoga esiste il concetto di sahaja. Sahaja significa «perfezione spontanea, naturalezza, ciò che non richiede sforzo». Esiste anche il concetto di sahaja-sthiti, ossia stabilità naturale. Quando scopriamo la consapevolezza non concettuale, il compito più importante dello yogin sul cammino spirituale è mantenere questa consapevolezza. Di fatto, il mantenimento dello stato naturale è il punto chiave della pratica. Uno yogin del genere, dopo averlo scoperto con l’aiuto del Maestro, si esercita a mantenerlo giorno e notte: mentre mangia, cammina, parla, lavora, sta in piedi, è seduto, è sdraiato e persino nel sonno. Naturalmente, mantenerlo durante il sonno rappresenta il livello più elevato della pratica spirituale. In questo modo, lo yogin si allena di secondo in secondo, di minuto in minuto, di settimana in settimana, di mese in mese, di anno in anno, per tutta la vita, finché la sua consapevolezza non acquista forza e finché non raggiunge la perfezione.

Tipi di samadhi
Che cos’è la perfezione? È il samadhi.
All’inizio lo yogin sperimenta il savikalpa samadhi (il samadhi di livello inferiore), nel quale, per esempio, può visitare i mondi degli dèi, separare il corpo sottile da quello fisico e vivere molte diverse esperienze astrali. In realtà, queste esperienze non hanno alcun valore, tuttavia la maggior parte dei ricercatori spirituali attribuisce loro un’enorme importanza e spesso vi si fissa. Ma i santi affermano che tutto questo non ha alcun valore, che non è né male né bene. È come quando viaggiate su un filobus e vedete persone e alberi sfrecciare davanti a voi: tutto questo va lasciato senza valutazioni né ragionamenti, continuando semplicemente il viaggio.
Quando abbandoniamo l’attaccamento alle esperienze astrali, la nostra coscienza penetra più in profondità, nel piano del mondo senza forma. Allora lo yogin può entrare nello stato di nirvikalpa samadhi. Nel savikalpa samadhi vi è dualità: soggetto e oggetto, ciò che viene sperimentato e colui che sperimenta. Nel nirvikalpa samadhi la dualità scompare: non vi è soggetto, non vi è oggetto, ma vi è pura consapevolezza, che è inconcepibile. Non vi sono neppure esperienze legate alla forma: né dèi, né spiriti, né alcunché d’altro. Vi sono soltanto esperienze legate allo spazio, alla luce e alla consapevolezza. Nel nirvikalpa samadhi non vi è nemmeno lo stato «io sperimento». L’esperienza indubbiamente c’è, e c’è anche la consapevolezza, ma in quel momento non vi è alcun soggetto che possa dire «io sperimento», perché cominciare a dirlo e assumere il punto di vista del soggetto significa decadere da questo piano di consapevolezza.
Il nirvikalpa samadhi è considerato il conseguimento più elevato nello yoga della tradizione dei siddha, così come in qualsiasi altra tradizione. Ma, dal punto di vista del laya yoga, neppure il nirvikalpa samadhi è fine a se stesso, poiché, quando lo yogin esce dallo stato di trance e si confronta con gli oggetti di questa vita, tale stato va perduto. È però importante unire ciò che si è sperimentato a tutti gli oggetti della vita quotidiana, poiché molti non sono in grado di rimanere costantemente nel samadhi. Tanto più che abbiamo organi di senso per vedere e udire e un corpo per agire. Ma se ci limitiamo ad agire, ci troviamo in uno stato condizionato. L’insegnamento spiega invece come introdurre la consapevolezza nelle proprie azioni, come rimanere nello stato di samadhi mentre si agisce. Pertanto, giungiamo qui al terzo tipo di samadhi: il sahaja.
Il sahaja samadhi significa che lo yogin può anche non essere seduto in meditazione e, nondimeno, il suo samadhi non cessa: tutte le azioni, i suoni, gli odori e le immagini, tutto ciò che è visibile e udibile, sono integrati nella sua contemplazione. Questo tipo di samadhi è autenticamente liberatorio ed è ciò che insegnano i santi mahasiddha. Essi insegnano che, finché non ti sei stabilito nella naturale stabilità del sahaja samadhi, sei ancora un novizio, un principiante. Il sahaja samadhi presenta diversi livelli. Ai livelli più elevati, lo yogin può dimorare in questo stato non soltanto dalla mattina alla sera, durante il giorno, ma anche di notte, nel sonno con sogni e nel sonno senza sogni. I santi, infatti, dicono: «Se vuoi verificare se sei realmente illuminato oppure no, verifica la tua consapevolezza nel sonno con sogni e, soprattutto, nel sonno senza sogni». Lo stato di consapevolezza nel sonno senza sogni è il criterio dell’autentica illuminazione.
Storia di una verifica dell’illuminazione
Un anziano monaco meditava in alta montagna. Aveva circa sessant’anni. Si recò dal venerabile Seongcheol Sunim e disse: «Io so bene di aver raggiunto lo stato di buddha, ma alcune persone che conosco mi hanno consigliato di venire comunque da te per riceverne la conferma».
Esiste una tradizione della conferma. La conferma consiste nel fatto che il discepolo si reca dal Maestro chiedendogli di confermare la sua esperienza o il suo livello spirituale. Una simile conferma è molto importante, poiché, finché non abbiamo ottenuto un’autentica realizzazione, possiamo illuderci riguardo al nostro livello spirituale. E invece di continuare a praticare e avanzare diligentemente lungo il cammino, ci limiteremo a riposare sugli allori dopo aver vissuto una qualche piccola esperienza, pensando di poterci ormai congratulare con noi stessi e rilassarci. Ma quando cerchiamo di ottenere una conferma, è tutt’altra cosa, perché il Maestro analizza la coscienza del discepolo e gliene fornisce una valutazione più corretta, mostrandogli come stanno realmente le cose. Perciò, nella tradizione dell’insegnamento, ricevere simili conferme è molto importante, per non rimanere nell’illusione creata dalla propria coscienza.
Seongcheol Sunim era il patriarca dell’ordine zen Jogye in Corea. Era un santo molto famoso, che trascorse dieci anni in una grotta, meditando ininterrottamente. Era noto anche per la regola che imponeva ai suoi visitatori: «Se volete parlare con me, dovete compiere cinquemila prostrazioni». Da lui venivano giornalisti, esponenti politici, e molti se ne andavano senza riuscire ad arrivare neppure alla tremillesima prostrazione. Ed egli diceva: «Se non avete una simile determinazione, probabilmente non ne avete poi così bisogno».
Dunque, questo anziano monaco si recò da Seongcheol Sunim e disse:
— Non ho alcuna domanda, perché conosco già il mio livello, ma sono venuto comunque, per ogni eventualità.
Seongcheol Sunim disse:
— Bene. Forse, meditando per trent’anni, hai davvero acquisito un certo tesoro, ma dimmi: questo tesoro si conserva anche nei tuoi sogni?
Gli occhi del monaco si spalancarono ed egli chiese:
— Cosa? Nei sogni? No, questo stato dura soltanto durante il giorno, mentre nei sogni lo perdo: dormo come una persona comune.
Allora Son Chol Sunim, fingendosi adirato, afferrò la teiera e cominciò a colpire quel monaco sulla testa. Gli disse:
— E tu osi affermare di aver meditato?! Ti sei rilassato! Se ora dieci persone ti picchiassero a morte e tu precipitassi all’inferno, persino quella punizione sarebbe per te più lieve!

Nello Zen è consueto un trattamento così severo. Ma in questo modo egli voleva mostrare quanto fosse importante riconoscere i propri errori e andare avanti. Quel vecchio monaco era abbastanza umile: riconobbe i propri errori e perciò si ritirò nuovamente in isolamento per vent’anni, per continuare la sua meditazione. Si dice che riuscì a compiere la svolta di cui aveva parlato il Maestro e che raggiunse il più alto stato di illuminazione.
Saruba samadhi e corpo arcobaleno
Dunque, tutte queste esperienze appartengono allo stato di sahaja samadhi. Infine, il culmine supremo del samadhi è il saruba samadhi. Saruba samadhi significa che la meditazione e la consapevolezza penetrano così profondamente nella coscienza e nell’energia dell’essere umano che l’energia del corpo fisico comincia a trasmutarsi. La trasmutazione coinvolge le cellule del corpo fisico e i prana, e gli elementi presenti nel corpo cominciano a dissolversi. Ciò avviene durante la vita oppure, più spesso, al momento della morte, perché per un autentico praticante il momento della morte, quando si disgregano i canali (nadi) e gli elementi del corpo fisico, può essere un momento propizio per la piena realizzazione. Allora la sua coscienza, simile a un uccello, esce dalla gabbia e si dischiude istantaneamente, ed egli raggiunge lo stato del corpo arcobaleno. I resti fisici si trasmutano in modo tale che, alla fine, rimangono soltanto i capelli, le unghie e gli abiti. Il corpo fisico si dematerializza e scompare. La realtà di tali fatti è stata dimostrata da molti santi di diverse tradizioni, compresa la nostra. Naturalmente, il livello del saruba samadhi (la trasformazione del corpo fisico) è un livello molto elevato di conseguimento spirituale e, in realtà, solo pochissimi tra i santi che vivono sulla Terra lo hanno raggiunto. Tuttavia, questo livello di conseguimento esiste; inoltre, esistono metodi specifici che mostrano se sia possibile raggiungerlo o meno e che cosa occorra per farlo.
Dunque, il saruba samadhi è il culmine dell’insegnamento del laya yoga, che consente di raggiungere il corpo arcobaleno. Come risultato della dissoluzione delle cellule del corpo fisico, durante la vita o al momento della morte, l’essere umano raggiunge il corpo arcobaleno. Il corpo arcobaleno è un corpo costituito interamente di energia, è il corpo divino della Luce, che si manifesta come i cinque colori dell’arcobaleno. Questo corpo è immortale e può spostarsi in qualsiasi mondo. Può essere visibile alle persone, sebbene non sia costituito da cellule materiali. Può agire come un corpo ordinario nel mondo degli esseri umani, eppure è completamente indipendente dai processi del mangiare e del dormire, non ha bisogno del sesso e non soffre a causa degli elementi del freddo, del caldo o del calore: è un corpo completamente trasmutato. Diversi santi hanno dimostrato con la propria esperienza la realtà di una simile trasformazione. Uno degli esempi più recenti è stato Ramalinga Swamigal, un noto santo dello Stato del Tamil Nadu.

Shravana, manana, nididhyasana
Nel laya yoga esistono tre principi. Il primo principio è chiamato «introduzione diretta allo stato naturale». In sanscrito: shravana. L’introduzione diretta significa che, in un modo o nell’altro, il Maestro aiuta il discepolo a entrare nello stato naturale oltre la dualità, oltre la mente e al di là dei concetti. Se la mente del discepolo è devota, aperta e priva di pregiudizi, egli può entrare in questo stato abbastanza rapidamente. Coloro che invece sono fortemente ancorati alle idee mentali, o la cui mente non si trova nello stato di un recipiente vuoto, avranno bisogno di più tempo. Quando il discepolo entra nello stato naturale, riceve dal Maestro la conferma che si tratti effettivamente di quello stato oppure no. Poi elimina i propri dubbi. Poiché questo stato è del tutto nuovo, può nutrire dubbi al riguardo. E quando chiarisce i propri dubbi e la propria comprensione dello stato naturale, cerca di stabilizzarsi in esso. Questo è il secondo principio: «recidere i dubbi». È chiamato riflessione (manana). Quando i dubbi sono stati completamente recisi, vi è il terzo principio, chiamato nididhyasana: «mantenimento ininterrotto dello stato naturale».
Mantenimento ininterrotto dello stato naturale
Quando il discepolo è entrato nello stato naturale e ha eliminato ogni dubbio, si esercita a mantenere ininterrottamente lo stato di presenza contemplativa. All’inizio è molto difficile. Si può dire che il discepolo lo perda continuamente. Riesce a mantenerlo per tre secondi, poi si distrae. Due ore dopo se ne ricorda e vi ritorna. Poi lo perde di nuovo per tre ore e se ne rammenta soltanto durante una lezione, quando gli viene ricordato.
Tuttavia, anni di pratica diligente cambiano l’atteggiamento del discepolo, ed egli acquisisce la capacità di mantenere ininterrottamente lo stato naturale. Anche se a volte lo perde, è ormai in grado di ritornarvi rapidamente. Infine, negli stadi più elevati non si verifica più alcuna perdita: la mente è simile a un dito rimasto impigliato nella colla, che non si può più staccare. Allo stesso modo, lo yogin immerge la propria coscienza nella non dualità e non la perde mai più.
Quando lo yogin dimora ininterrottamente nella presenza contemplativa, questa comincia a crescere. In realtà, entrare semplicemente nella presenza contemplativa è piuttosto facile; è molto più difficile coltivarla e mantenerla. Molti possono entrare spontaneamente nella presenza contemplativa semplicemente leggendo libri sull’Advaita, comunicando con un santo, meditando o praticando tecniche di kundalini yoga. A volte può accadere spontaneamente. Ma la maggior parte delle persone non sa riconoscere questo stato come autentico, lo confonde con esperienze astrali e lo perde rapidamente. E anche se questo stato viene riconosciuto come autentico, molti non sanno mantenerlo né lavorare con esso.
Tuttavia, l’insegnamento del laya yoga fornisce istruzioni precise su come lavorare con questo stato, come integrarlo nella vita quotidiana e approfondirlo. Infine, quando esso si è radicato ed è diventato molto forte, lo yogin pratica vari metodi per raggiungere la perfezione completa. Di solito è questo il cammino che si percorre seguendo l’insegnamento.

La ricerca della Verità assoluta
Quando seguiamo l’insegnamento, comprendiamo che si tratta di qualcosa di molto prezioso, perché desideriamo una trasformazione, vogliamo cambiare. E perché vogliamo cambiare? Perché comprendiamo che esistono realtà universali che trascendono il nostro piccolo «io», come l’Assoluto, la Mente universale, la morte, i misteri della nascita e il karma. Vi sono inoltre le nostre sofferenze dovute all’incomprensione di tutto questo e il nostro smarrimento esistenziale riguardo a noi stessi e al mondo, quando ci sentiamo come un minuscolo granello di polvere sperduto nel cosmo.
Vi sono le proposte sociali che la società ci offre sotto forma di valori tradizionali, accumulo di beni materiali, famiglia e carriera. Naturalmente, questo è il destino delle persone la cui coscienza non è in grado di contenere verità più universali. E se riflettiamo sulle verità universali, comprendiamo che questi valori sono qualcosa di transitorio, non sono ciò che la nostra anima cerca. Se consegniamo loro la nostra anima, perdiamo qualcosa di più prezioso: la ricerca della Verità assoluta, la ricerca del modo per trascendere la morte, la sofferenza, l’illusione e il condizionamento.
Il risveglio dall’illusione
Finché una persona non raggiunge l’illuminazione, si trova in uno stato di chiusura, la sua mente è raggrinzita e contratta. È rigidamente condizionata dall’idea «io sono questo corpo» e ha una percezione errata del mondo. Ma i santi affermano che il mondo è completamente illusorio, che è simile a un sogno che dura dal mattino alla sera. Quando andiamo in chiesa, ascoltiamo proprio ora questa lezione, comunichiamo con i nostri cari o guardiamo la televisione, dimoriamo nell’illusione, dimoriamo nel sogno.
Questa illusione è proiettata dalla nostra stessa coscienza, e noi stessi siamo parte di questa illusione. Perciò i santi affermano che il mondo è una realtà virtuale, un ologramma magico, una visualizzazione collettiva o uno spettacolo magico allestito per noi esattamente in conformità al karma. Finché non lo comprendiamo, in questa illusione abbiamo, naturalmente, diversi progetti. Ma i santi affermano che tutti questi progetti sono simili ai progetti di una persona in sogno. E se vuoi avere un vero progetto, ce n’è soltanto uno: comprendere come risvegliarti.
Quando ci risvegliamo, usciamo da questa illusione e cessiamo di essere parte della realtà virtuale. Comprendiamo che il creatore di questa realtà virtuale è il nostro stesso «Sé». Il nostro stesso «Sé» è Dio (l’Assoluto), ma prima ci identificavamo con il corpo e la mente e non lo comprendevamo. Quando scopriamo il nostro stesso «Sé», la nostra mente si spalanca. Vediamo che è simile a uno spazio colmo di luce e che non ha confini.
La nostra mente è sconfinata, la nostra mente è Dio stesso. Naturalmente, non si tratta della mente superficiale e meschina, che giudica, accetta e rifiuta. Questa mente, ovviamente, non è l’Assoluto, è qualcosa di piccolo. Si intende la mente nel suo fondamento più profondo, la Ragione trascendentale. Ora non entreremo nei termini della filosofia dell’Advaita Vedānta, ma di solito si parla di due tipi di mente. Il primo è la mente concettuale o superficiale, che accetta, rifiuta e formula giudizi. Il secondo è la mente non concettuale, ovvero il nostro «Io» fondamentale nella sua essenza. Questo «Io» fondamentale nella sua essenza è simile allo spazio da cui sono create tutte le altre cose.

La fiamma della trasformazione
Quando prendiamo coscienza di questo spettacolo magico allestito dalla nostra mente e chiamato samsara, nasce in noi il desiderio ardente di uscire dalla gabbia, liberarci e raggiungere l’illuminazione. Non è semplicemente un piccolo desiderio: diventa una fiamma che brucia il nostro cuore, fa ribollire il sangue e fremere la carne. I santi affermano che, se non provate un simile desiderio di trasformazione, per voi è ancora troppo presto per intraprendere il laya yoga. Per raggiungere la liberazione è necessario che nel cuore arda una fiamma capace di far ribollire il sangue; allora potrete imboccare il sentiero della pratica della liberazione. Perciò è molto importante comprendere quanto intensamente desideriamo la trasformazione e se siamo davvero pronti a percorrere fino in fondo il cammino di tale trasformazione.
Il cammino spirituale è molto complesso e profondo e richiede da parte nostra qualità particolari. Sul cammino spirituale vi sono molte tentazioni e seduzioni, e spesso i Maestri mettono alla prova i discepoli prima di trasmettere loro l’insegnamento. Verificano le loro qualità: la forza della fede, la pazienza, la resistenza, la capacità di lasciarsi andare e rilassarsi, la flessibilità, la capacità di accettare qualsiasi situazione e così via. Per questo, nella tradizione dei mahasiddha si raccontava spesso che i Maestri potessero mettere alla prova un discepolo per dodici anni. Per esempio, Tilopa mise alla prova in questo modo Naropa nell’anuttara tantra tibetano.
E quando il discepolo supera tali prove (e queste stesse prove costituiscono già un insegnamento), scopre di essere completamente cambiato, che il suo piccolo «io» raggrinzito si è spalancato e che ha acquisito uno stato di consapevolezza molto profondo. Allora, in breve tempo, il Maestro trasmette al discepolo l’insegnamento e le pratiche, e il discepolo raggiunge uno stato di samadhi molto profondo.
I quattro veicoli: dallo sciamanesimo all’anuttara tantra
La tradizione del laya yoga appartiene all’anuttara tantra. Che cos’è l’anuttara tantra? «Anuttara» si traduce come «trascendente, supremo». Una delle traduzioni di «tantra» è «ciò che libera», «ciò che conduce all’altra riva», «metodo segreto».
Per quanto riguarda i sentieri degli insegnamenti, nel tantrismo tibetano e induista esiste una classificazione che, a grandi linee, può essere considerata comune:
Il veicolo sciamanico, o sciamanesimo
Sutra
Tantra
Anuttara tantra

Il veicolo sciamanico
Lo sciamanesimo è ciò che oggi è maggiormente diffuso. Viene chiamato «Veicolo delle cause e degli effetti». Supponiamo che pratichiate la comunicazione con gli spiriti o le visioni astrali per ottenere qualche vantaggio: questo è il veicolo dello sciamanesimo. Esso aiuta nelle questioni mondane. Tuttavia, coloro che praticano lo sciamanesimo di solito non si pongono l’obiettivo di realizzare la liberazione, conoscere la vacuità della mente o entrare nel samadhi.
Lo sciamanesimo è il veicolo del vantaggio. Se qualcuno è malato e incontra ostacoli causati dagli spiriti, si possono trovare questi spiriti e offrire loro un riscatto; allora lasceranno in pace la persona ed essa guarirà. Se occorre predire a qualcuno il destino oppure ottenere vantaggi negli affari, lo sciamanesimo è efficace, funziona davvero. E veicoli sciamanici esistono in ogni tradizione: in quella induista, in quella tibetana e anche in quella russa. Tuttavia, lo sciamanesimo non libera: aiuta soltanto la nostra personalità a trovare in qualche modo un accordo con gli elementi, gli spiriti e le forze che ci trascendono.
Il veicolo del sutra
Se invece parliamo di liberazione, esiste un’altra tradizione: quella dei sutra. Il veicolo dei sutra è legato principalmente alla rinuncia e corrisponde al raja yoga nell’induismo. Qui lo yogin lavora con la coscienza. Quando pratica la meditazione rinunciando a tutto ciò che è mondano, se è abbastanza diligente può entrare nello stato di nirvana. Per esempio, il buddhismo theravada appartiene al veicolo dei sutra. Anche il raja yoga può essere incluso nel veicolo dei sutra.
Il veicolo del tantra
Il terzo veicolo è il tantra. Il tantra è la via della trasformazione, non della rinuncia. Sulla via dei sutra, di solito si recidono emozioni, pensieri, attaccamenti, ira e lussuria, vale a dire che tutto ciò che è mondano viene represso con fermezza. In generale, il veicolo dei sutra è molto vicino al cristianesimo. Tutto questo è considerato peccaminoso e suscita quindi un atteggiamento negativo, ma non è possibile lavorarci.
Il veicolo del tantra afferma qualcosa di diverso. Dice che i desideri, i klesha, i cosiddetti peccati, le contaminazioni e il mondo esterno non sono qualcosa di cattivo; sono piuttosto inconsci e non vanno negati né etichettati come peccaminosi. Nel tantra non esiste affatto il peccato in quanto tale; esiste un solo peccato: l’inconsapevolezza. Il tantra dice: «Puoi lavorare con tutto questo. È semplicemente energia. Se impari a governarla, puoi purificare tutto questo».
Perciò il tantra è legato al controllo dell’energia interiore, dei prana, dei canali e delle energie sottili nel corpo. Se lo yogin è in grado di governare questa energia, può assoggettare completamente tutto il karma impuro alla propria coscienza pura. Di solito si distinguono il tantra esterno, quello interno e quello supremo. Il tantra esterno è il kriya tantra ed è legato alle azioni, ai rituali e ad altro ancora. Il charya tantra è legato alle visualizzazioni, nelle quali lo yogin visualizza sé stesso nelle sembianze di una divinità. Lo yoga tantra è legato principalmente all’hatha yoga e ai pranayama, nonché alla visualizzazione dei canali. Lo yoga tantra si concentra sul controllo delle energie e sulle tecniche esoteriche.
Anuttara tantra
Infine, il veicolo supremo del tantra è l’anuttara tantra, che occupa una posizione a sé stante. È lo stato più trascendente e più elevato, simile a un’aquila che si libra in volo. Si può dire che sia la quintessenza di tutti gli insegnamenti precedenti. L’anuttara tantra non cerca di ottenere benefici con l’aiuto degli spiriti e non ricorre a metodi basati su rituali, visualizzazioni o energie. Raggiunge tutto ciò attraverso la presenza contemplativa. Semplicemente ponendo la mente nello stato naturale, lo yogin consegue la pienezza della realizzazione; semplicemente dimorando nello stato naturale privo di sforzo, consegue il corpo d’arcobaleno. Perciò dell’anuttara tantra si dice anche: «È l’insegnamento su come, senza negare nulla, conseguire tutto».
Forse è molto difficile da comprendere, e per questo il processo di apprendimento richiede che il discepolo possieda le necessarie qualità iniziali e un’adeguata preparazione.
Di solito si ritiene auspicabile cimentarsi nei veicoli inferiori e percorrerli. Vale a dire, è opportuno sperimentare «sulla propria pelle» i sutra e i tantra inferiori, padroneggiare il controllo dei prana e dei canali nello yoga tantra, per poi passare completamente al livello dell’anuttara yoga tantra, al livello del non-agire, della presenza contemplativa, dell’abbandono di sé e della non dualità. Ma nella tradizione del laya yoga si afferma che al discepolo bisogna offrire fin dall’inizio ciò che vi è di più elevato. Nelle altre tradizioni, l’insegnamento supremo viene nascosto, come un delizioso dessert riservato alla fine. L’insegnamento supremo non viene divulgato per non confondere il discepolo. Nell’anuttara tantra, invece, viene trasmesso sin dall’inizio. Ma in seguito, quando il discepolo sente di non essere in grado di coglierlo immediatamente, gli vengono illustrate le vie inferiori. Così, combinando le vie inferiori, il discepolo cerca di entrare subito nello stato supremo.
I Tre Gioielli
Quando pratichiamo il cammino spirituale, è necessario apprendere da un Maestro. All’inizio non è molto importante, ma quando progrediamo diventa estremamente importante, poiché esistono aspetti che non è possibile scoprire da soli. Perciò, quando qualcuno pratica e mi pone delle domande, io dico: «Ora, la cosa più importante per voi è trovare un Maestro qualificato e cercare di seguire pienamente le sue istruzioni».

Il momento in cui avviene l’incontro con il Maestro è molto importante per il discepolo. È il momento in cui può verificarsi una svolta radicale nella vita e nella pratica spirituale. Oppure, naturalmente, può anche non verificarsi, perché tutto dipende dal discepolo. Si tratta, piuttosto, della possibilità potenziale di compiere una simile svolta radicale. Se pratichiamo senza conoscere l’insegnamento e senza ricevere le istruzioni del Maestro, è come procedere con una candela fioca in un corridoio buio. Potremmo non arrivare alla meta, perché potremmo sprecare trent’anni della nostra preziosa vita in un labirinto senza uscita, per poi tornare là da dove siamo partiti.
L’insegnamento trasmesso dai santi è simile a una mappa, mentre il Maestro è simile a una guida. Con la comparsa dell’insegnamento e del Maestro nella nostra vita, abbiamo la garanzia di evitare molti vicoli ciechi e di tentare di raggiungere la meta più elevata. Per questo diciamo che esistono i Tre Gioielli.
Il primo gioiello è il Maestro. Per Maestro non si intende una persona concreta, bensì la luce stessa della Saggezza autogenerata (l’Assoluto), che naturalmente si manifesta come una persona concreta. In senso assoluto, il Maestro è una manifestazione della coscienza del discepolo. Nell’advaita, il Maestro e il discepolo costituiscono un’unica realtà, sono una cosa sola e tra loro non esiste una relazione fra due persone. Si tratta piuttosto di un’unica coscienza e di due corpi. Il punto è che il discepolo non lo comprende, mentre il Maestro sì. Nel laya yoga, il Maestro è piuttosto un simbolo collettivo di tutti i santi, un simbolo del Sé superiore del discepolo stesso. Tuttavia, a livello relativo, è importante ricevere istruzioni relative da un Maestro concreto.
Il secondo gioiello è l’Insegnamento. L’insegnamento non è un insieme di parole da imparare a memoria. L’insegnamento è una mappa della nostra coscienza, che ci mostra i livelli del progresso spirituale, i possibili errori e vicoli ciechi, e spiega anche come evitarli. Sebbene l’insegnamento sia non concettuale, i metodi esistono e, a livello relativo, l’insegnamento è molto importante; per questo lo chiamiamo il secondo gioiello.
Infine, il terzo gioiello è la comunità, il sangha: coloro che praticano accanto a noi, coloro che ci aiutano nella vita spirituale.

Quando possediamo questi Tre Gioielli, si dice che disponiamo di un terreno favorevole alla crescita spirituale. In senso assoluto, i Tre Gioielli vengono interpretati così: il Maestro è il nostro Sé superiore; l’insegnamento è la nostra saggezza che comprende e collega l’io individuale all’Assoluto; il sangha è l’intero mondo dei fenomeni manifesti, tutto ciò che è visibile e udibile, tutto ciò che viene chiamato mondo. A seconda del punto di vista che adottiamo, assoluto o relativo, si parla dei Tre Gioielli assoluti o relativi. Naturalmente, all’inizio siamo interamente costituiti dal relativo, mentre l’assoluto non è ancora stato svelato in noi. Perciò, a livello relativo, è molto importante comprendere che cosa significhino questi Tre Gioielli.
Con questa lezione, l’insegnamento dell’anuttara tantra è giunto in questa città. Poiché esso è uno dei gioielli, mi congratulo con voi per aver potuto, in questa vita, ascoltare questo insegnamento ed entrare in contatto con esso. È una possibilità potenziale che apre la strada a moltissime cose. Naturalmente, la questione è come utilizzerete questa possibilità potenziale.


