Il Sanātana Dharma è l’eterno sentiero divino, l’eterna legge divina, l’eterno principio divino. Il Sanātana Dharma riguarda Dio, il rapporto dell’anima con Dio. Pertanto, quando intraprendiamo il cammino del Sanātana Dharma, è come se partissimo per un lungo viaggio verso Dio: facciamo di Dio il numero uno.
Tutti noi siamo nati in questo mondo, avevamo delle questioni importanti, delle cose importanti, ma tutto questo vale solo finché Dio non diventa il numero uno. Seguire il cammino del Sanātana Dharma significa mettere Dio al primo posto, e non se stessi. Ma paradossalmente, quando mettiamo Dio al primo posto, mettiamo al primo posto anche noi stessi in Dio, solo nell’unità con Dio. Seguire il cammino del Sanātana Dharma significa fare del cammino della conoscenza di Dio la cosa più importante, e non qualcos’altro. È molto importante comprenderlo.

Le condizioni della liberazione secondo Shankaracharya
La fede — śraddhā — è l’inizio del cammino, anche se non per tutti. A volte il cammino comincia dalla filosofia, a volte dall’haṭha yoga e dalle āsana, a volte dall’avvicinamento ai rituali e alle divinità.
Ma Shri Shankaracharya dice che śraddhā, la fede, è una condizione della liberazione. Egli indica quattro condizioni:
Śraddhā — la fede.
Viveka — il discernimento: ciò che nella vita è vero e ciò che non lo è.
Vairāgya — il distacco dal modo di pensare, dal comportamento e dai valori saṃsārici. Come avete rinunciato ai valori e agli obiettivi saṃsārici? Bisogna porsi questa domanda. Senza vairāgya non c’è mokṣa.
Mumukṣutva — l’aspirazione alla liberazione, l’intenzione di raggiungere l’illuminazione e la liberazione in questa vita. E non un’intenzione egoistica, bensì completamente altruistica, a beneficio di tutti gli esseri viventi.
A volte sviluppiamo viveka, la saggezza discriminante. Iniziamo a comprendere ciò che in questa vita è vero e ciò che non lo è, quali siano i significati, i valori, gli obiettivi e le priorità. Serve grande chiarezza: è un’esperienza dell’anima, e un’anima immatura non può acquisire viveka. E anche quando c’è viveka, quando c’è distacco dai significati saṃsārici e c’è mumukṣutva, manca comunque qualcosa. È come quando in una ricetta manca il sale: il risultato non è gustoso.
La fede come carburante del cammino spirituale
Poi vediamo che manca la fede. E arriviamo alla fede attraverso la comprensione, quando ci rendiamo conto che la fede non c’è, ma è necessaria. Che siamo persone di poca fede. La fede è come il carburante nel mondo spirituale, come la benzina per un’automobile. E allora iniziamo ad applicare la saggezza discriminante per coltivare la fede. La fede si può coltivare. Partiamo dal punto in cui la fede non c’è e arriviamo alla consapevolezza che la fede è necessaria, perché così dicono i santi, così dicono i testi sacri, così dicono le autorità. E così comprendiamo che la fede è una certa forza di cui abbiamo bisogno.
Nel XX secolo il termine «religione» ha iniziato a essere trattato con disprezzo: ciò ebbe origine presso i comunisti e, ancora prima, nell’epoca dell’Illuminismo in Occidente. Tutti decisero che si poteva fare a meno della fede, che fossero sufficienti la libertà, l’uguaglianza, la fraternità e i valori liberali. E che la fede non fosse necessaria, perché limita, costringe entro determinati schemi, ostacola l’espressione creativa dell’individuo e lo uniforma. La Chiesa cattolica commise in alcuni ambiti gravi errori, tanto che persino Voltaire si espresse duramente.
L’intera epoca dell’Illuminismo mirava a smantellare la fede, per rendere l’uomo più sicuro di sé. Ma alla fine tutto si concluse con la cultura del consumo, l’ateismo, il materialismo, lo scientismo, il comunismo e il socialismo, quando l’uomo aveva perso a tal punto i propri punti di riferimento che risultò evidente: senza fede non si può vivere. Senza fede nulla funziona. Senza fede tutto scivola verso qualcosa di consumistico, egoistico, mercantile e limitato. Si scopre che l’intero mondo degli dèi e dei santi vive di fede. L’incredulità è appannaggio soltanto degli esseri limitati.
Mi pare che ci fosse un filosofo di nome Francis Bacon, il quale diceva:
«Un po’ di intelletto conduce all’idea di Dio, più intelletto allontana dall’idea di Dio, ancora più saggezza conduce nuovamente all’idea di Dio».
E ognuno attraversa questa fase: dapprima crede in Dio in modo ingenuo e spontaneo. Poi diventa più istruito e comprende che la sua fede ingenua non concorda con la sua visione del mondo. È come quello scienziato-filosofo che disse che gli dèi esistono, ma non sono come li immagina la folla. In quel periodo può persino sviluppare l’incredulità. Ma quando si spinge ancora più in profondità, comincia a far nascere davvero la fede dentro di sé.

Coltivare la fede: upāsanā e i suoi aspetti
La fede è uno degli ingredienti principali sul cammino della liberazione. Non si tratta della fede nell’ego, nella mente o nei valori materiali, bensì della fede in Dio. Quando comprendiamo che la fede è necessaria come legame con Dio e che non è sufficiente, arriviamo a riconoscere l’importanza di coltivarla.
Coltivare la fede significa praticare ogni giorno l’upāsanā, l’adorazione. I suoi aspetti sono:
Śravaṇa — ascoltare parlare di Dio.
Smaraṇa — avere Dio nella memoria, ricordarsi di Dio.
Kīrtana — intonare i nomi divini, fare offerte.
Pāda — adorare i piedi di Dio.
Sevana — servire Dio.
Quando iniziamo a coltivare la fede dentro di noi, si rivelano molti segreti e misteri: chi è il guru, chi è il discepolo, che cos’è la divinità prescelta, che cos’è lo śaraṇam — il Rifugio. È la fede a rivelarci tutto questo.
Dalla fede alla devozione e alla totale dedizione
Prima o poi la fede diventa devozione. La devozione a Dio è il passo successivo. Prima c’è l’incredulità, poi la fede debole, poi la fede — forse non molto forte, forse proveniente dalla mente. Ma comunque una certa fede esiste già. E poi arriva la devozione. La devozione è già una fede forte.
La devozione significa:
nulla interessa, tranne Dio;
Dio è la cosa più importante nella vita;
sono permeato dallo spirito di Dio, il senso della mia vita è Dio;
il valore della mia vita è Dio e il mio obiettivo nella vita è realizzare Dio;
le mie azioni sono l’incarnazione di tutti questi significati, valori e obiettivi.
Sono come un satellite che ruota in orbita attorno a Dio. Al centro c’è Dio, mentre io ruoto in orbita e cerco di ridurre sempre più la distanza da Dio, avvicinandomi sempre di più. Questa è la devozione.
Chi è devoto a Dio è come se si fosse collegato a una fonte invisibile di grazia, forza, felicità, energia, gioia — e a tutto ciò che Dio è. È come se viveste soltanto delle vostre risorse — delle risorse ricevute dalla natura, delle risorse del cibo, del prāṇāyāma, della mente e delle conoscenze assimilate — e all’improvviso vi collegaste a una fonte, a un generatore di energia gratuita. Avete una vostra fonte di energia interiore, ma non è del tutto vostra — proviene da Dio. Questa è la fede e la devozione.
Quando c’è devozione, le preoccupazioni sono poche — perché, rispetto alla devozione, queste preoccupazioni non sono così importanti. Quando c’è devozione a Dio, scompaiono automaticamente la fiducia nel proprio ego e l’attaccamento ad esso. Non c’è attaccamento alle cose materiali, alle relazioni materiali, a un luogo, a un tempo o a delle circostanze specifiche. Tutti questi rigidi legami, che tengono l’anima come catene, si sciolgono. Non c’è attaccamento alla propria mente, alle proprie valutazioni, ai propri giudizi, alle informazioni assimilate, all’istruzione o al corpo. Tutto questo ci lascia andare.
Questo non significa che tutto ciò scompaia completamente dalla nostra vita, ma smette di tenerci legati. Non c’è attaccamento a nulla che non sia legato a Dio. Perché l’anima comprende: nulla di tutto questo è così importante, tutto è temporaneo, tutto è impermanente, tutto va e viene. Passeranno cento anni — Dio resterà, l’anima resterà, mentre tutto il resto — puff — sarà lì.
La devozione a Dio ci dona intuitivamente molte rivelazioni: nient’altro può essere posto sul piedistallo della nostra anima, a nient’altro si può affidare la propria fiducia, su nient’altro ci si può basare, nient’altro può diventare il centro. Nemmeno se stessi, in quanto ego, si può porre al centro. Tutto questo si chiama creare falsi idoli, idolatria. L’idolatria significa che ci sintonizziamo su qualcosa che non è Dio. Si può fare un idolo di qualunque cosa.
Quando cerchiamo Dio e veneriamo il guru, la divinità prescelta e la saṅgha, li veneriamo proprio in quanto uniti a Dio. Soltanto in relazione a Dio. Veneriamo Dio nell’immagine, veneriamo Dio nel guru, veneriamo Dio gli uni negli altri. Ovunque e in ogni cosa cerchiamo soltanto Dio, veneriamo soltanto Dio. Dio è il fondamento della nostra anima, il fondamento della nostra vita, il fondamento della creazione e dell’universo.

L’impossibilità dell’illuminazione senza Dio
La liberazione dalle leggi del karma arriva attraverso Dio. La liberazione e l’illuminazione sono impossibili per l’individualità senza Dio. Non esiste una variante ateistica dell’illuminazione e della liberazione: semplicemente non esiste.
Una volta, qui, nei pressi di Kiev, tenevo una conferenza sull’ātma-vichāra. E una donna disse: «Ci sono persone che dicono la stessa cosa che dice lei, sulla consapevolezza e così via. Ma non ne parlano in un contesto religioso, bensì nel contesto del moderno paradigma scientifico. Non è forse la stessa cosa?» Le risposi che, se si approfondisce la questione dal punto di vista del paradigma scientifico, esso arriverà a Dio: semplicemente, lei non ci è ancora arrivata.
È impossibile aggirare Dio e risolvere la questione dell’illuminazione e della liberazione in modo informale, in cucina, bypassando Dio. Questa questione si risolve soltanto con Dio, perché Dio è la base dell’anima. Senza conoscere la base della propria anima, l’anima non può raggiungere la liberazione e l’illuminazione. Dio è la base dell’anima di ogni essere vivente, dai grandi dèi fino ai più piccoli.
Quando nell’anima nasce la devozione, emerge il desiderio di affidarsi completamente a Dio, di abbandonarsi a Dio. Questa è la resa di sé. La resa di sé significa: «Io non appartengo a me stesso: appartengo a Dio». Ora non desidero più appartenere a me stesso, desidero appartenere a Dio.
Quando c’è devozione, adorare Dio con tutto ciò che si ha, sempre e ovunque, è upāsanā. Meditare è dhyāna. In realtà è la stessa cosa: sintonizzarsi con Dio, entrare in sintonia con Lui. La guru-yoga è la stessa cosa, così come la yoga della divinità prescelta. Ci sintonizziamo con Dio in modi diversi. Quando ci sintonizziamo con Dio, possiamo ricevere la Sua grazia, la Sua saggezza, la Sua forza, il Suo messaggio.
È come se volessi distribuirvi Internet attraverso un modem: dovete sintonizzarvi, inserire la password e allora avrete Internet. È necessaria la sintonia. Questa sintonia è la devozione: ascoltiamo parlare di Dio, pensiamo a Dio, adoriamo Dio, recitiamo il Suo mantra, meditiamo su Dio, contempliamo Dio. Contemplare è jñāna-yoga.

I piani di Dio per l’anima
L’anima appartiene a Dio fin dall’origine, ed è stata creata da Dio fin dall’origine. Dio ha un piano preciso per ogni anima. Come il giardiniere, quando pianta gli alberi nel proprio terreno, ha un piano preciso, così anche Dio, quando appare un’anima, ha un piano per noi.
Possiamo conoscere questi piani dalle sacre scritture, possiamo conoscerli dal guru. Ma questo non sostituisce comunque ciò che dobbiamo conoscere personalmente, dentro di noi. Ognuno di voi ha il proprio progetto di vita. Ma dovete sapere che Dio aveva un piano per la vostra vita già prima: prima che imparaste a pensare e a essere consapevoli di voi stessi durante l’infanzia, prima che nasceste. Il nostro compito, in quanto anime, è conoscere questo piano e realizzarlo.
Allora dobbiamo chiederci: conosco i piani di Dio per la mia anima? In qualche modo adeguo i miei piani a quelli di Dio? Dio non impone i Suoi piani: non è un tiranno né un dittatore. Egli dà all’anima il libero arbitrio e dice: se non vuoi seguire troppo il Mio piano, puoi tranquillamente sbagliarti, agire a modo tuo, giocare e divertirti. Ma quando ti sarai stancato, devi sapere che questo piano esiste ed è sempre esistito.
Il nostro mondo e il libero arbitrio dell’anima

Noi siamo qui, nel mondo materiale: siamo anime che hanno usato il libero arbitrio e si sono smarrite da qualche parte. Il nostro mondo materiale, il mondo del saṃsāra, non è l’unico. Esistono infiniti mondi di questo tipo: i mondi degli dèi in alto, i mondi dei nāga, degli animali, degli spiriti e degli esseri infernali in basso, i mondi degli spiriti degli antenati. E ovunque la domanda è la stessa: come usare il proprio libero arbitrio per tornare a Dio? Come correggere l’errore a causa del quale siamo finiti qui?
Ci sono le faccende e le preoccupazioni quotidiane: la casa, l’automobile, la casa di campagna, la politica, il denaro, le carte bancarie, le relazioni, il cibo, il lavoro, le questioni domestiche. Ma la domanda più importante è: come siamo finiti qui, in questa vita? Perché proprio in questo corpo umano, in questo mondo? La causa è il nostro libero arbitrio. La mancanza di esperienza della nostra anima ci ha permesso di usare il libero arbitrio in modo tale da nascere in un mondo in cui Dio non si manifesta pienamente.
Esistono infatti moltissimi mondi in cui Dio è evidente e manifesto, dove dalla mattina alla sera santi, dèi e angeli contemplano Dio, cantano la Sua gloria e vivono nutrendosi della grazia divina. I loro corpi sono fatti di luce arcobaleno, di grazia. Su di loro il tempo non ha potere, non esistono limiti spaziali né karma. Noi invece siamo pesanti, densi, fatti di carne, con il karma nella mente, nei canali e nella memoria delle vite passate, in un mondo complesso. La forza di volontà della nostra anima è stata sufficiente per arrivare in un mondo simile. Ma questo mondo esiste: è la nostra condizione.
Moksha, illuminazione e saggezza discriminante

La questione è come usare il libero arbitrio per avvicinarsi a Dio, fino a tal punto che scompaiano tutte le limitazioni, tutto il karma, ogni mancanza di libertà. Quando una persona si avvicina così tanto a Dio, questo si chiama moksha, liberazione. Quando la sua mente è chiaramente illuminata dal divino, questo si chiama illuminazione. Quando comprendiamo tutto questo con chiarezza, si chiama viveka, saggezza discriminante.
Quando nasce in noi un’avversione per il samsara, per il pensiero samsarico — non per il mondo con le sue nuvole, i suoi alberi, le sue montagne e le sue persone, ma proprio per la mentalità del samsara, per la percezione samsarica che impedisce di conoscere Dio — questo si chiama vairagya, distacco. Nasce in noi il desiderio di distaccarci dalla mentalità errata presente in noi, dalla percezione errata, di separarci da tutto questo. Ma non è semplice: è una pratica contemplativa, sadhana, tapasya.
E in noi nasce il mumukshutva. Il mumukshutva è l’aspirazione a raggiungere Dio, ad avvicinarsi a Dio al punto da liberarsi da tutte le limitazioni del samsara, da tutto il karma. Mumukshutva significa:
Aspiro ad avvicinarmi a Dio così tanto in questa vita da raggiungere l’illuminazione e la liberazione. Aspiro a questo per aiutare altri esseri viventi a fare lo stesso, poiché non esiste compito più importante di questo. Aspiro a portare a compimento la volontà divina. La volontà divina consiste proprio in questo.
Pancha Mukha Shiva — i cinque volti di Sadashiva
Dio ha molte volontà, forze e azioni. Pancha Mukha Shiva, Shiva dai cinque volti, è chiamato anche Sadashiva e ha cinque volti. I cinque volti sono cinque sfaccettature, cinque lati, cinque aspetti della consapevolezza, poiché Shiva è la consapevolezza, la Luce Pura.
Sadyojata è il volto associato alla direzione occidentale. Sadyojata significa «nato oggi»: colui che dà origine a tutto ciò che è visibile in questo mondo. È responsabile della srishti-shakti, l’energia della creazione. Tutta la creazione è sotto il suo controllo. Sadyojata può insegnarci la creatività: come creare, come costruire una nuova realtà.

Vamadeva è il volto associato alla direzione settentrionale. È colui che sostiene ogni cosa in questo mondo. Tutti i processi che necessitano di sostegno sono sotto il suo controllo: questa è sthiti-shakti, l’energia del mantenimento. Vamadeva può insegnarci come preservare ogni cosa, come mantenere stabilità, armonia ed equilibrio.

Aghora è il volto associato alla direzione meridionale. Aghora significa «non spaventoso». È colui che distrugge ogni cosa e mostra: non avere paura; ciò che si distrugge non è la Verità, la coscienza pura è la Verità. Aghora può insegnarci come lasciare andare ciò che non serve, come distruggere gli ostacoli, come eliminare il superfluo senza attaccamento. Per esempio, se avete una stanza ingombra e un’atmosfera opprimente, Aghora dirà: «Butta via tutti questi vecchi mobili, libera lo spazio, rendi tutto più bello, non aggrapparti a questa spazzatura». E se la spazzatura è nell’anima, dirà: «Butta via questa spazzatura dalla testa. Non portare dentro di te falsi ricordi, ambizioni e risentimenti: non ti servono».

Tatpuruṣa è il volto associato alla direzione orientale. Tatpuruṣa significa «quell’uomo»; si intende l’ahaṃkāra, l’ego. Se Aghora distrugge tutto, Tatpuruṣa invece nasconde tutto: cela la divinità, la saggezza e la Verità dietro l’ego, dietro lo strumento dell’ego. Ma, d’altra parte, può ottenere qualsiasi cosa: è un buon strumento per realizzare ogni obiettivo. È ciò che agisce in noi quando pensiamo: «Non importa, adesso mi concentrerò, otterrò ciò che desidero e poi seguirò il cammino verso Dio, verso la liberazione: ora devo risolvere una questione. Dimenticherò per un po’ la pratica, il mantra, l’ātma-vicāra, Dio, li metterò un po’ da parte: devo guadagnare del denaro e poi seguirò il cammino verso la liberazione».
Tatpuruṣa è la forza strumentale del momento presente, che permette di raggiungere gli obiettivi. Questa forza scaturisce dall’ego. Tuttavia, spesso, quando cerchiamo di agire in modo maldestro, questa forza ci identifica con il meccanismo dell’agire, attiva tutte le motivazioni egoistiche, così che il divino si nasconde dentro di noi. Pertanto Tatpuruṣa può nascondere tutto, celarlo, se agiamo in modo maldestro. Ma se agiamo correttamente, Tatpuruṣa può insegnarci come agire senza perdere Dio, come essere efficaci senza perdere Dio. Tatpuruṣa ci insegna ad agire efficacemente, intrecciando la pratica nel tessuto della vita quotidiana.

Īśāna è l’ultimo volto, associato alla direzione superiore, allo zenit, all’elemento dello spazio e al cakra viśuddha. L’elemento dello spazio è il più adatto alla pratica della contemplazione. Īśāna è il volto di Dio grazie al quale si dischiude la consapevolezza non duale. È proprio attraverso Īśāna che la volontà divina si manifesta nella sua forma pura: come misericordia, grazia, benedizione, bene incondizionato, che ci spinge a liberarci dalle limitazioni e a raggiungere l’illuminazione. Comprendere Dio nell’aspetto della Sua divina Grazia: questo è il cammino della resa di sé.
Il cammino dalla fede alla resa di sé

Dunque, all’inizio partiamo dall’incredulità, poi da una fede ancora debole. Arriviamo alla necessità di coltivare la fede. La fede si trasforma in devozione. La devozione si trasforma nella resa a Dio. La resa significa: percepisco Dio proprio nell’aspetto di Īśāna, la divina Grazia, questa energia ultima e più importante. Mi apro alla divina Grazia, medito su questo quinto e più importante volto di Śiva.
La resa significa: contemplo Dio a tal punto, l’ho reso talmente il numero uno nella mia vita, che comincio a percepirLo, a percepire le Sue qualità, il Suo spirito: naturalmente al mio livello umano, ma comincio a percepirLi. Come si dice: se guardate a lungo nell’abisso, l’abisso comincia a guardare dentro di voi. Se meditate a lungo su Dio, Dio comincia a prestarvi attenzione.
Come cominciate a sentire che Dio ha rivolto la Sua attenzione a voi? Compare la gioia, una felicità senza causa. Semplicemente, non riuscite più a rimanere in uno stato cupo e limitato. Questa gioia sgorga da sé, naturalmente, e non richiede stimolanti esterni. La vostra chiarezza e saggezza interiore si approfondiscono. Compare la vairāgya, il distacco dalle azioni, dai pensieri, dai valori e dagli obiettivi saṃsārici errati, in modo naturale. Nasce la fede nei santi, nelle scritture sacre e il desiderio di seguire il cammino della liberazione. E nasce la compassione verso coloro che non seguono questo cammino.
Esistono numerosi segni del fatto che Dio ha cominciato a guardarvi dentro, ad aiutarvi, a sceglierVi: infatti, essere toccati dall’anugraha-śakti significa essere scelti da Dio. Non è un’elezione che divide alcuni in un’élite e altri in caste inferiori. Chiunque può essere scelto, a condizione che inizi a meditare sulla divina Grazia. Dio sceglie tutti. Ma la ricettività a questa elezione è possibile solo quando ci purifichiamo abbastanza.
Mumukṣutva come disegno divino, non come obiettivo personale
Dunque: fede, distacco, discernimento e mumukshutva. Mumukshutva significa che aspiro a raggiungere la liberazione e l’illuminazione in questa vita. E non è un obiettivo egoistico che mi pongo da solo. Se mi pongo un obiettivo da solo, non ci si può fidare: è qualcosa di molto inaffidabile. Può essere qualcosa che abbiamo sentito da altri: abbiamo ascoltato su internet un maestro e lui ha parlato di liberazione e illuminazione. «Sì, esatto. È di moda, è una tendenza. Gli amici hanno deciso di intraprendere il cammino della liberazione: ottimo, lo farò anch’io. Perché no? Lo fanno tutti, quindi lo faccio anch’io».
Quando questa è una nostra decisione e la assumiamo come obiettivo personale dell’ego, dopo qualche anno tutto può cambiare. Possono comparire altri amici, internet può dire qualcos’altro. Nella nostra mente possono entrare altre forze planetarie, i graha. Possono dirci: «Con l’illuminazione hai provato, ormai è tutto chiaro. E la liberazione è una cosa non proprio rapida. Prova piuttosto con il business». E tutto questo può procedere per periodi, dipende da molte influenze, perché siete voi ad averlo scelto come obiettivo personale, e nell’elenco degli obiettivi esso si trova sullo stesso piano degli altri, poiché proviene dall’ego.
La mumukshutva deve essere scelta veramente come offerta di sé, come servizio:
Aspiro alla liberazione e all’illuminazione perché questa è la volontà divina. Questo è il mio fiore da offrire a Dio. Perché aspiro a manifestare ancora meglio la volontà divina. Perché quando non sono liberato e illuminato, non posso comprendere bene la volontà divina, non posso attuarla bene, non posso comprendere la saggezza divina e manifestare le azioni divine. Questo è il mio fiore da offrire all’Onnipotente, non è il mio piccolo obiettivo personale.

Sebbene il piccolo obiettivo personale vi rientri, naturalmente, questo è qualcosa di molto più grande. Questo obiettivo è un compito affidato da Dio. È il ruolo, la missione che Dio ha posto in me, e io aspiro a realizzarla.
Quando accettiamo il cammino della liberazione e dell’illuminazione non come un obiettivo personale con cui possono competere altri obiettivi personali, ma come qualcosa di trascendente, che proviene da Dio stesso sotto forma di compito, questo è un approccio completamente diverso. Sto già cercando di adempiere alla missione che mi è stata affidata. Nella misura in cui posso, naturalmente, poiché Dio non impone schemi rigidi: «Pratica i pranayama al mattino, fai il chankramanam, recita il mantra». Dice: pratica in conformità con il tuo libero arbitrio, sulla base della tua scelta, attraverso la consapevolezza. Perché ogni offerta è qualcosa di volontario e amorevole. Qui non ci sono schemi rigidi: abbiamo la libertà.
Ma la mumukshutva è proprio l’uso del libero arbitrio per realizzare il piano divino, per incarnare il disegno divino. E allora gli obiettivi inferiori non possono annullare questo piano. Ciò che è stato scelto e concepito dall’essere umano si annulla facilmente. Ma ciò che è stato posto in noi dal disegno divino non può essere annullato. Questa è la mumukshutva.
Comprendendo tutto questo, facciamo nascere l’intenzione di raggiungere la liberazione e l’illuminazione per realizzare il piano divino e, attraverso questo, servire Dio e tutti gli esseri viventi. Allora diventa già difficile smarrire il cammino spirituale, perché abbiamo posto Dio al primo posto in ogni cosa.
La mumukshutva non è altro che l’intenzione di conoscere Dio più da vicino, l’intenzione dell’anima di avvicinarsi a Dio: diventare così vicini a Dio da giungere allo stadio della non-separazione. Così vicini da diventare liberi dal karma, dal samsara, dal tempo, dallo spazio, dal senso di essere colui che agisce, dalle limitazioni, dalla personalità e dai desideri mondani.
Le kanchuka — limitazioni dissolte dalla Grazia divina
Tutte queste limitazioni in sanscrito, nello shivaismo, si chiamano kanchuka. Kanchuka è come la cotta di maglia in russo: limitazioni che ci tengono prigionieri.

Raga è una delle kanchuka. Ci costringe a sentirci insoddisfatti, incompleti, non autosufficienti, a desiderare sempre qualcosa. Da qui derivano tutti i desideri mondani: «Sono incompleto senza un coniuge, senza un partner, senza denaro, senza un’automobile, senza uno status, senza marchi, senza una casa prestigiosa, senza amici, senza conoscenze». E qualcuno pensa diversamente: «Sono incompleto senza siddhi, senza samadhi, senza conseguimenti yogici». Tutto questo è raga.
Quando percorriamo il cammino della liberazione, la Grazia divina cancella questa limitazione. Dio interviene e dice:
Tu sei perfetto in origine, ma non da solo, bensì con Me. Quando sei con Me, sei perfetto. Che tu abbia qualcosa oppure no, questo non è più importante. Sei autosufficiente e integro, perché Io sono purna, paripurna, sono perfetto. Allo stesso modo, anche tu, come parte di Me, sei purna, paripurna.
Shiva è la pienezza, la pienezza estrema, la pienezza assoluta, paripurna.
Vidya è un altro kanchuka. Vidya significa: «Io non so qualcosa. Sono limitato nella conoscenza e voglio conoscere. Mi mancano costantemente le conoscenze». Perciò l’essere umano è curioso, persino avido di accumulare conoscenze, ma non è soddisfatto. Non sa ottenere la conoscenza dall’interno di sé, dalla Fonte divina, e la cerca all’esterno. La sua ricerca non è conclusa. Passa da un maestro all’altro, da una tradizione all’altra, da una linea di trasmissione all’altra. Non è soddisfatto in nessun luogo: là gli hanno dato qualcosa, qui gli hanno dato qualcosa, là ha ascoltato qualcosa. Sono sfaccettature diverse, ma non riesce a ricomporre tutto in un’unica visione, e l’insoddisfazione non finisce. Un eterno cercatore, ma che non ha mai trovato.

Dio dice:
Fermati, diventa colui che ha trovato — perché hai già trovato la tua tradizione, hai già trovato il tuo guru, hai già trovato le tue scritture. Ma se vuoi continuare a cercare all’esterno invece di andare in profondità, devi sapere che non troverai mai. Le scritture sono infinite, gli insegnamenti sono infiniti. Il tuo compito non è cercare: il tuo compito è trovare. Perché se vuoi cercare, posso darti questa possibilità: essere un eterno cercatore. Quanto vuoi? Cento anni? Mille anni? Migliaia di kalpa? Migliaia di miliardi di kalpa? Ma la liberazione consiste nel trovare, non nel cercare.
Naturalmente, bisogna essere cercatori per un certo periodo, ma non per cento miliardi di vite e nemmeno per tutta la vita. Perché la liberazione e l’illuminazione consistono nel trovare. Quando la Grazia divina dissolve il kanchuka di vidya, comprendiamo come essere colui che ha trovato, e non un eterno cercatore.
Esistono anche altri kanchuka:
Niyati — la legge del karma, della causalità e dello spazio.
Kala — la legge dell’attaccamento all’azione e a colui che agisce.
Kala — la legge del tempo, della percezione discreta del tempo.
Tutte queste limitazioni, questi kanchuka, si dissolvono nel processo della liberazione attraverso il flusso della Grazia divina.

Mumukshutva — l’aspirazione alla liberazione — significa desiderare di essere così vicini a Dio che tutte queste limitazioni si dissolvano in questa vita. Forse è molto difficile, forse per molti è irrealistico — ma nessuno può vietarci di porci un obiettivo. Come si dice, sognare non fa male. E all’inizio mumukshutva è un grande sogno.
Con il tempo, questo sogno — fondato sulle sacre scritture, sull’antica tradizione, sugli insegnamenti dei guru e dei santi — acquista forza. In quanto seguaci, abbiamo il diritto di sognare su questo tema. Tanto più che nei simboli di fede del Sanatana Dharma uno dei simboli suona proprio così: moksha-samsara — il mondo intero è samsara, bisogna raggiungere la liberazione. Questo sogno è legittimo, corretto, consacrato da una tradizione millenaria e da grandi autorità.
Dal sogno alla sadhana e al tapas
Con il tempo, questo sogno diventa intenzione, forza di volontà, iccha-shakti. A quel punto non si tratta più di semplici fantasie idealistiche, prive di qualsiasi fondamento. È un’intenzione che afferma concretamente: «Percorro il cammino della liberazione, quindi farò questo, questo e quest’altro. Organizzo la mia vita proprio come organizzo un lungo viaggio». Quando questa intenzione matura, si trasforma in sadhana.
Sadhana significa: so che cosa devo fare perché il mio sogno si realizzi e la mia intenzione si concretizzi. So come praticare al mattino, durante il giorno, alla sera, mentre mangio, mentre mi lavo, come praticare persino nel sonno. Ho imparato tutto questo nella mia tradizione. Quando fate sadhana e sapete come praticare, significa che avete completato la prima bhumi. La prima bhumi, se è stata assimilata, vi rende sadhu — colui che pratica bene e professionalmente.
Infine, quando avete compreso come praticare e già praticate seriamente, con assorbimento, la vostra mumukshutva, la vostra intenzione, vi conduce alla comprensione del tapas, dell’ascesi — tapasya, tapa-divya, l’ascesi divina. Tapas significa: non pratico semplicemente, ma pratico con zelo, pratico come un eroe. Non indulgo più nelle mie debolezze, non indulgo nel mio ego, non scendo a compromessi con nulla. Procedo con sicurezza, potenza e forza sul cammino verso Dio, verso il mio obiettivo, non temo l’ascesi. Non temo di controllare i desideri, non temo di rinunciare. Divento un vira-yogi, un eroe — nel senso buono della parola. Non nel senso di una guerra contro qualcuno, ma nel senso di colui che può sconfiggere se stesso.

Tapas: intensità e forza nella vita spirituale
Il tapas non è necessariamente qualcosa di esteriore. Il tapas può essere anche interiore, ma è sempre tapas. Tapas significa una certa forza, un’intensità nella vita spirituale. Ed è proprio questa forza, questa intensità, a bruciare il karma.
Tapas significa: non temo di programmare un ritiro di tre anni, o un ritiro di un anno, o un ritiro di tre mesi. Va bene così, integro questo concetto nella mia vita. Non temo di imitare i santi. Non penso che i santi dell’antichità siano così lontani da me da essere esseri disumani e trascendenti, mentre io sono un essere samsarico debole, privo di volontà e limitato, appartenente al mondo consumistico del XXI secolo. Non temo tutto questo. Ritengo di poter essere un figlio degno di quei santi che seguo, o una figlia degna.
Ma il tapas non si riduce soltanto ai ritiri. In realtà, gran parte del tapas si trova nella vita quotidiana. Tapas significa: pratico ogni giorno, pratico quotidianamente — nitya-sadhana, pratah-kṛtyam, i mantra del Rifugio, purificando i sette aspetti della vita, contemplo naturalmente e ininterrottamente, nell’atma-vichara. Tapas significa che la mia vita è costantemente colma della pratica: upasana, adorazione, pratica contemplativa, japa-mantra-yoga, karma-yoga, seva — servizio.
Possono esserci molti tipi di tapas, in accordo con i vostri karma. Per qualcuno il tapas consiste nel manifestare umiltà, unire le mani nel namaste e rimanere in silenzio in risposta. Per qualcun altro questo non è tapas: può tacere e manifestare umiltà quanto vuole — lo faceva già nel mondo. Ma per lui, ad esempio, il tapas consiste nell’alzarsi al mattino e recitare il mantra. Ognuno ha il proprio tapas.

La seconda bhumi: vicharana
Tapas significa che la vostra vita è colma di intensa devozione a Dio, di intensa sadhana. E quando la nostra vita si riempie di tapas, possiamo ottenere la seconda bhumi — il secondo stadio dell’illuminazione. Si chiama vicharana. Ciò significa che ci troviamo in contatto continuo con Dio, in connessione ininterrotta con Lui. E da qui si possono già scorgere le splendenti vette divine. Il cammino verso l’illuminazione è ancora molto lungo, ma qualcosa comincia già a essere visibile.
È come se foste arrivati a Darchen — c’è una città del genere in Tibet — e aveste montato una tenda sul lago Manasarovar o foste alloggiati in uno dei semplici alberghi del luogo. Da lì è già visibile la vetta del Kailash. Non siete ancora sul Kailash, dovete attraversare diversi punti, ma la vetta è già visibile.
E le mie benedizioni, affinché la vostra fede, devozione, mumukshutva e sadhana crescano, affinché Dio sia sempre più vicino.
Om, namaste
23/10/2021


