Con il cuore sereno, non esaltato, radioso, sviluppato, attento, liberato dal male, flessibile, pronto all’azione, saldo e imperturbabile, egli applica e dirige i suoi sforzi verso lo stato della mirabile abilità. Egli padroneggia i vari aspetti di questo dono. Essendo uno, diventa molti. Essendo molti, ritorna a uno. Diventa percepibile e impercepibile, supera muri o colline, o barriere, senza distruggerli, come l’aria. Si muove attraverso strati solidi come attraverso l’acqua. Cammina sull’acqua senza sprofondare, come sulla terra ferma. Nella posizione del loto, viaggia nel cielo come un uccello che vola nel vento. Tocca persino il sole e la luna, per quanto potenti essi siano.
Nel suo corpo umano si innalza al di sopra del paradiso celeste di Brahma.
Il Samana Palasutta descrive qui lo stato del mahasiddha. Oggi, nel giorno di Shivaratri, svolgiamo la pratica collettiva di venerazione dei mahasiddha. Quando arriviamo all’insegnamento, al monastero, entriamo in contatto con una tradizione spirituale molto potente, poiché l’insegnamento del tantrismo si fonda sulle esperienze spirituali dei mahasiddha, e i mahasiddha sono gli esseri più perfetti che siano mai esistiti tra gli uomini. E quando incontriamo una tradizione spirituale così potente, dobbiamo accoglierla per farne parte della nostra vita, se vogliamo percorrere il sentiero dei mahasiddha, affinché non sia qualcosa di separato dalla nostra vita.

L’essenza del Guru-yoga
Il Guru-yoga è una pratica speciale in cui il discepolo fonde la propria coscienza con la mente del Guru, cercando di percepire il mondo con gli occhi del Guru, cioè con gli occhi di un essere completamente risvegliato. Nella pratica collettiva eseguiamo questo Guru-yoga, fondendo la nostra mente con la coscienza dei mahasiddha. In altre parole, il compito di questa pratica consiste nell’entrare in contatto telepatico con la coscienza dei mahasiddha, ricevere la purificazione della coscienza e la benedizione. Oppure si può dire che il compito di questa pratica è l’unione con lo spazio quantico della mente dei mahasiddha.
Come praticanti, ciò che ci interessa innanzitutto non sono tanto le immagini e l’esperienza concreta e definita, quanto l’unione con la coscienza non duale dei santi e il suo riconoscimento come nostra. Perciò, accingendoci nel giorno di Shivaratri a svolgere una tale pratica collettiva, dobbiamo comprendere bene perché la eseguiamo.
Se vi impregnate profondamente di questa pratica, nel flusso della vostra coscienza sorge una nuova visione, e nei sogni appaiono esperienze mistiche: per esempio, potete conversare con i santi, potete avere visioni del sole, della luna o di una luce abbagliante, può sorgere in voi una comprensione più profonda e chiara della non-dualità.

L’approccio advaitico alla pratica
In sostanza, dal punto di vista dell’advaita, non cerchiamo qualcosa all’esterno. Cercare qualcosa all’esterno, in relazioni dualistiche, significherebbe allontanarsi dal principio dell’advaita. Piuttosto, riconosciamo la nostra stessa coscienza come Brahman assoluto. Ciò significa che, in ultima istanza, dobbiamo riconoscere noi stessi come mahasiddha. Cioè dobbiamo comprendere pienamente questa identità, l’inseparabilità della nostra mente dallo spazio della coscienza dei santi, e abituarci a tale modo di pensare. La coscienza dei mahasiddha è illimitata, inconcepibile, rappresenta uno spazio luminoso sconfinato. Allo stesso modo, quando uniamo la nostra coscienza nel Guru-yoga, iniziamo a sentirci come questo spazio luminoso sconfinato, o almeno cerchiamo di identificarci con esso.
I mahasiddha sono esseri perfetti che sono andati oltre la vita e la morte, il samsara e il nirvana; attraverso la loro esperienza hanno portato vittoriosamente a compimento la realizzazione, dimostrando la grandezza delle sante verità delle sacre scritture. Perciò, quando percorriamo il sentiero spirituale, in sostanza camminiamo sulle loro orme, poiché l’evoluzione degli esseri umani si svolge approssimativamente nello stesso alveo.

La struttura della pratica collettiva
In questo giorno osserviamo un breve digiuno, una veglia fino alle tre e svolgiamo una pratica che consiste nella bhajan-mandala, nella recitazione del mantra OM e, propriamente, nel Guru-yoga, quando elenchiamo i nomi dei mahasiddha e li lodiamo. Durante la bhajan-mandala, grazie ai bhajan, ci sintonizziamo sulla loro energia. Durante la recitazione del mantra entriamo nello stato naturale. Quando recitiamo il mantra OM, bisogna concentrarsi sul suono «m». L’ultimo suono «m» indica l’essenza senza forma del Brahman, la Realtà originaria. Il breve suono non pronunciabile bindu, anusvara, indica l’essenza non manifestata di questa realtà. Quando ci sintonizziamo nel modo appropriato, pronunciando il mantra, entriamo in uno stato di spazio illimitato. Quando si è ottenuta una certa esperienza, pratichiamo il Guru-yoga, lodando i mahasiddha e realizzando la nostra identità con loro. Così si svolge la pratica collettiva. Durante le pause restiamo vigili e semplicemente, camminando, recitiamo il mantra.
Ciò che vedrete in seguito è anch’esso un modo di fare offerte ai mahasiddha. In questo giorno potete anche assumere impegni: entrare nelle regole della pratica, svolgere ritiri oppure compiere trecento, milleduecento o millecinquecento buone azioni per i praticanti laici.
Assumere impegni in questo giorno è sempre molto propizio.


