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Guru Yoga: stabilire una connessione con l’Albero del Rifugio e la linea di trasmissione

04.07.2026
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Guru Yoga: stabilire una connessione con l’Albero del Rifugio e la linea di trasmissione

Quando iniziamo la pratica collettiva, cominciamo con la namaste-kriya, o prarthana-mudra, cioè entriamo nella presenza contemplativa, chiudendo i canali lunari e solari. Se lo fate correttamente, la vostra presenza si sviluppa. Se lo fate in modo scorretto, naturalmente, essa non si sviluppa. Il bhajan mandala è una pratica che contiene numerose sfumature e aspetti sottili, che bisogna sempre ricordare ed eseguire con cura.

Qual è il senso dell’esecuzione del Guru-yoga, del bhajan mandala e della meditazione conclusiva dei quattro infiniti? Il senso consiste nell’entrare nella contemplazione, nel ricevere l’esperienza della bhava dell’orgoglio divino, nel ristabilire il legame di samaya con la linea di trasmissione. L’ho spiegato dettagliatamente ai laici durante una lezione nel corso dell’ultimo ritiro a Mosca.

L’Albero del Rifugio e il Guru-yoga

Quando pratichiamo il Guru-yoga, visualizziamo Om al centro del petto. La prima volta visualizziamo Om, poi visualizziamo la luce che si irradia da Om, e in essa sorge proiettivamente l’Albero del Rifugio. È auspicabile immaginarlo pressappoco così come è raffigurato nel mandala.

Che cos’è l’Albero del Rifugio e qual è il senso del Guru-yoga? Si può fare un esempio molto comprensibile dalla vita quotidiana. Se volete usufruire dei servizi di telefonia mobile, dovete rivolgervi a qualcuno. Cioè non vi rivolgete direttamente alle onde radio o allo spazio, ma vi rivolgete a compagnie concrete con la richiesta di collegarvi ai servizi di telefonia mobile. Quando la connessione viene stabilita, potete comunicare grazie a tale connessione. Quando eseguiamo il Guru-yoga, si può dire che anche noi cerchiamo di stabilire una simile connessione spirituale, solo che essa è molto sottile e incomprensibile per noi finché i nostri chakra non sono purificati. Questa connessione è sottile-informativa, ma esiste. È proprio grazie a questa connessione che in seguito realizziamo la nostra pratica.

Eseguiamo il Guru-yoga realizzando il collegamento con l’Albero del Rifugio: un mandala simbolico che incarna tutti i santi e i Guru. Nell’Albero del Rifugio si trovano divinità, rishi, mahasiddha, con i quali abbiamo un legame, che incarnano le conoscenze spirituali da noi ricevute, l’insegnamento.

Il principio del samaya e la linea di trasmissione

L’Albero del Rifugio e la linea di trasmissione dell’Advaita

La conoscenza vedica originaria si chiama «apaurusheya», che significa «non umana». Cioè è stata ricevuta da fonti sovrapersonali, sovrumane, come rivelazioni divine. Non è l’invenzione di qualche intelligente parapsicologo, di qualche scienziato geniale o una creazione mitologica. È una conoscenza che è stata trasmessa da esseri divini ad altri maestri, santi o esseri divini, ed è così giunta fino a noi. Per questo parliamo del principio del samaya dell’insegnamento, della purezza della linea di trasmissione, del «mantenimento del legame di samaya». Il senso del mantenimento del legame di samaya e del Guru-yoga sta nel fatto che stabiliamo una connessione, ci colleghiamo a una compagnia di persone molto spiritualmente sviluppate o di esseri soprannaturali che, essendo immortali, dimorano ancora oggi in altre realtà. Sebbene per noi questi esseri siano incomprensibili o si trovino troppo lontano, tuttavia esistono. Quando si esegue una simile pratica, a poco a poco si stabilisce una connessione con loro.

Nell’Albero del Rifugio in realtà esistono molti più santi, ma qui sono evidenziati quelli con cui abbiamo un legame karmico. Sono il mio maestro spirituale, il mahasiddha Achintya (alcuni dicono anche Asinta), Mauni Baba, Mahamurti Baba, Anama Prabhu: direttamente la nostra linea di trasmissione. Poi il siddha Shankara, che è il fondatore dell’Advaita. Si può dire che praticare l’advaita significa meditare su Shankara e fondere la coscienza con Shankara, cioè guardare il mondo con gli occhi di Shankara. La nostra celebre meditazione niralambha, o orgoglio divino, è direttamente il darshan di Shankara, è la sua trasmissione, esposta nei testi «Brahmanu Chintanam» e in altri. Cioè l’intero dharma di Shankara può essere ricondotto alla mahavakya Aham Brahmasmi e alla meditazione dell’orgoglio divino. In effetti, proprio questa pratica è per noi la chiave nel dharma.

Più avanti, nell’Albero del Rifugio vedete i siddha Tirumular e Boganathar (sono i più noti tra i diciotto siddha tamil) e tutti gli altri siddha tamil. I siddha Matsyendranath, Gorakshanath, Charpatinath, Jalandharinath sono i più noti del canone dei nove nath, insieme agli altri nath. Più in alto sono collocati gli dèi del livello di Brahma-loka, in particolare la stirpe di dèi legata a Sarasvati, che è la dea della saggezza, poiché per la pratica della consapevolezza e della contemplazione questa è una qualità estremamente importante. Ancora più in alto vedete la coorte dei rishi, che nei testi vengono chiamati saptarishi (sette rishi). Essi sono personificati dalle sette stelle dell’Orsa Maggiore.

I rishi e le connessioni cosmiche

Divinità del tempo, dei pianeti e i sette rishi

In generale, si ritiene che i rishi siano legati alla costellazione delle Pleiadi. Qualcuno potrebbe pensare che sia semplicemente mitologia, quando si associano determinate personalità alle stelle. Ma in realtà non è tutto così semplice. Nell’universo esistono molti legami immateriali molto sottili, e in essi sono inscritti esseri, dèi, santi, pianeti e altro. Quando si dice «personificano», non è una metafora, ma un qualche legame informativo concreto. Per esempio, una stella può essere una delle emanazioni di un rishi. Cioè la divinità di una stella può essere uno dei corpi illusori di un rishi.

Le divinità esistono ovunque. Per esempio, ci sono divinità del secondo, del giorno, del mese, dell’anno, dei pianeti, dei sistemi stellari, delle galassie. Si può dire che siano strutture superintelligenti, creative, spirituali, che per ora sono al di là della nostra comprensione. Alcune di esse, forse, un tempo erano esseri umani. Allo stesso modo, varie costellazioni e sistemi galattici hanno le proprie divinità; proprio per questo si dice che i rishi siano legati alle sette stelle dell’Orsa Maggiore. Si ritiene che questi saptarishi governino proprio nella nostra epoca. Nell’epoca precedente c’erano altri rishi. E rishi più antichi, come Narada, appartengono a un’altra epoca. Per esempio, quando il guardiano del Dharma si reca da qualche parte, lascia qualcuno al suo posto a svolgere i suoi doveri. Allo stesso modo, quando nell’universo cambiano le condizioni, altri esseri assumono determinati poteri di autorità. Proprio per questo si dice che nella nostra epoca governino i sette rishi del canone dei saptarishi.

Si può parlare moltissimo della linea di trasmissione, e spero che su questi temi verranno scritti diversi trattati, che rivelino in profondità l’essenza di questo o quel siddha, di questo o quel santo.

La pratica del Guru-yoga

  • Energie di Gorakshanatha, Matsyendranatha e Dattatreya nella pratica

Quando pratichiamo il Guru-yoga, includiamo nel principio del Guru-yoga il legame con il maestro spirituale, con l’albero del Rifugio e con l’Assoluto. Il suo significato consiste proprio nello stabilire tale legame. La stessa cosa accade quando recitiamo il mantra del Rifugio o eseguiamo il bhajan mandala, invocando i santi. Se eseguiamo questa pratica con sufficiente profondità, tale legame si stabilisce. In sostanza, praticare il Guru-yoga significa trovarsi costantemente in questo collegamento. Si ritiene che tutti i santi siano legati da un unico samaya, cioè attraverso la pratica della contemplazione ci colleghiamo con tutti i santi.

Quando eseguiamo il Guru-yoga con Om, al primo canto dell’Om visualizziamo l’albero del Rifugio. Al secondo Om visualizziamo l’assorbimento, o la ricezione della luce, cioè come se ricevessimo la saggezza dei santi dell’albero del Rifugio, che è stata attivata dal primo Om. Al terzo Om ci troviamo nell’unità, avendo dissolto l’albero del Rifugio e il nostro corpo nella luce.

Il Guru-yoga è molto importante nel senso della contemplazione e del collegamento all’albero del Rifugio; perciò lo si può eseguire non solo prima di una lezione, durante il bhajan mandala, ma anche al mattino, quando vi siete svegliati, e in qualsiasi altro momento.

Domanda: È detto che, in diversi casi, prima di prendere Rifugio, visualizzandolo, si può rappresentare più grande questo o quel santo, attivando un determinato aspetto che in lui è particolarmente manifestato. Potete raccontare delle forze che attivano questo o quel santo nel nostro albero del Rifugio, se li si visualizza più grandi?

Bisognerà dedicare a questo una lezione a parte.

In breve si può dire così:

  • l’energia di Gorakshanatha dà impeccabilità nella pratica yogica durante l’esecuzione delle tecniche e nel kundalini-yoga, cioè è la shakti del vira-yogin;
  • l’energia di Matsyendranatha dà comprensione dell’unico «sapore» e della visione pura, cioè è un aspetto che si riferisce maggiormente alla pratica tantrica;
  • l’energia di Dattatreya dà comprensione di un unico «sapore» molto profondo e dell’auto-liberazione;
  • l’energia dei siddha Boganathar, Tirumular dà comprensione dei processi molto sottili dell’alchimia nel kundalini-yoga;
  • l’energia delle divinità situate più in alto dà comprensione degli aspetti più sottili della chiarezza del mondo delle forme, della purezza spirituale;
  • ogni rishi è legato a una qualche shakti, ma se parliamo dell’energia dei rishi in generale, essa dà comprensione dei siddhi di controllo (prakamya-siddhi), dell’orgoglio divino e dello status di Brahma;
  • l’energia di Achintya Baba dà comprensione dell’unico «sapore» e dell’auto-liberazione mediante il metodo della saggezza folle (tuttavia questo metodo non è adatto a tutti, almeno per ora, perché per questo è necessario un determinato potenziale); Achintya Baba è considerato un grande maestro delle situazioni e del darshan dell’introduzione dei discepoli, attraverso le situazioni, direttamente nello stato dell’unico «sapore» (l’ho sperimentato su me stesso).
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