«Ahimè, come un elefante legato, il re Vipashchit dovette attraversare innumerevoli sofferenze. Quali terribili sciagure derivano da una visione imprecisa della realtà e da una comprensione distorta della verità. È sorprendente quanto sia potente l’illusione: sebbene sia irreale e inesistente, può creare i più svariati mondi apparenti nella coscienza infinita».
Le visioni imprecise della realtà sono l’essenza dell’ignoranza e la causa della sofferenza. Essa è nota come le tre impurità: maya-mala, anava-mala e karma-mala.
Una di esse, maya-mala, è l’impurità dell’individualità. È la contaminazione prodotta dal nostro senso dell’«io», dal nostro senso di separatezza, quando viene gettato un determinato velo e maya-shakti (la volontà divina) agisce come limitazione e vincolo. Questo velo non viene gettato senza motivo: è Shiva a farlo, non è perché noi siamo in qualche modo cattivi. Esiste una volontà divina di limitare e vincolare. Shiva stesso desidera vivere l’esperienza della limitazione: ciò provoca la Purusha-ajnana. La Purusha-ajnana è l’ignoranza riguardo alla natura del proprio Sé. Per esempio, noi ignoriamo la natura del nostro «io».

Il velo di anava-mala nasconde la vera natura del Sé: questa è precisamente la realizzazione della volontà di Shiva, la volontà del Signore, pati, di diventare un essere limitato e atomico. Shiva ordina: «Diventa un essere limitato e atomico». In realtà, a chi lo ordina? Lo ordina a se stesso. Egli comanda così: «Che io diventi un essere atomico limitato nel corso di questa lila. Che io sperimenti la mia limitatezza». Quando impartisce questo comando, una parte della sua coscienza, essendo ormai diventata questo essere limitato, perde il ricordo di essere divenuta Shiva e comincia a immaginarsi come qualcun altro. E questo Shiva, che si è immaginato come qualcun altro, non ricorda più di essere Shiva e non ricorda più nemmeno il proprio comando. Shiva, per così dire, dimentica nel processo stesso di questo comando: così agisce maya-shakti.
I due aspetti di anava-mala e i due stati di Shiva
Anava-mala presenta due aspetti:
Bodhata è uno stato illuminato, ma illuminato senza shakti, vale a dire una coscienza priva di indipendenza sul piano della shakti. Non vi è kriya-shakti, non vi è iccha-shakti, né l’energia della sovranità, ishana-shakti.
Abodhata è invece uno stato non illuminato. È un’indipendenza priva di consapevolezza, vale a dire: penso «Sembra che io sia indipendente. In me agisce una certa energia, ma sono privo della comprensione di chi io sia».
Bodhata è una coscienza priva di indipendenza; abodhata è un’indipendenza priva di coscienza. Questi sono i due aspetti di anava-mala.
I due stati di Shiva e i due stati della volontà divina di limitazione presentano i seguenti aspetti: unmesha e nimesha.
Nimesha è la chiusura degli occhi. La chiusura degli occhi in senso figurato, cioè la scomparsa della visione della coscienza duale, samvit, la pura coscienza non duale.
Unmesha è l’apertura degli occhi. È la falsa conoscenza grazie alla quale il Sé viene scambiato per il non-Sé.
Nimesha: non vedo assolutamente nulla, i miei occhi sono chiusi, non vedo affatto la coscienza divina non duale. Unmesha: percepisco la mia coscienza divina non duale, ma la scambio per qualcos’altro, sovrappongo a essa ciò che non sono. Entrambi questi stati sono condizionati nello stato di anava-mala. Questa è precisamente la visione imprecisa della realtà.
L’importanza di mumukshutva: l’aspirazione alla liberazione
Questa è soltanto una mala, ma vi sono anche karma-mala e maya-mala, oltre a molti altri aspetti. Si può semplicemente rimanere inorriditi e addolorati per gli esseri viventi, vedendo quanto imprecisamente percepiscano la realtà e quanto sia importante seguire il cammino della liberazione. Se lo si spiegasse a una persona e le si dicesse: «Come mai non vuoi ancora liberarti? Tu non vedi tutto con precisione, non comprendi. Devi eliminare tutti questi fattori per cominciare a vedere la realtà con precisione, o almeno far nascere in te una simile intenzione».
Mumukshutva è il desiderio di vedere la realtà con precisione, il desiderio di comprenderla chiaramente. Mumukshutva è l’aspirazione a ricongiungersi con Dio per eliminare l’ignoranza e comprendere la realtà con precisione e chiarezza. Quando facciamo nascere in noi mumukshutva, compiamo l’azione più importante per l’anima. È necessaria una grande determinazione affinché tale mumukshutva sorga e non venga mai perduta.

Finché non vi è una visione precisa della realtà, tutte le azioni, tutte le speranze sono temporanee, non hanno grande importanza, come si suol dire: «È scritto sull’acqua con un forcone», perché tutto ciò si dissolve. Quando la nostra visione della realtà è precisa e chiara, tutto cambia. Comprendete questi processi: ogni persona vorrebbe raggiungere la liberazione e abbandonerebbe le proprie false concezioni condizionate, ma la volontà di limitazione è tale che superarla non è affatto semplice.
Colui che riesce a superarla e a far nascere in sé la determinazione alla liberazione in Dio è considerato dotato di una preziosa nascita umana. Ne consegue che, per chi non è ancora capace di vincere la gravità della volontà di Shiva, il valore prezioso della sua nascita umana è in dubbio; e se essa diventerà preziosa o meno è una questione profondamente mistica.
Il gioco di Shiva
Da un lato vi è la volontà dell’uomo, dall’altro la volontà di Shiva. Anche la volontà umana di liberazione è la volontà di Shiva; l’altra volontà di Shiva è Anugraha. E qui si svolge un gioco, una competizione tra due volontà di Shiva, con se stesso. Shiva pensa: «Devo liberarmi, oppure deve prevalere il mio Anugraha, oppure deve prevalere la mia forza vincolante del condizionamento?» E che cosa verrà in mente a Shiva, lo sa soltanto lui.
A un certo punto diventiamo più consapevoli e la buddhi dentro di noi, la nostra coscienza, accoglie la volontà di Anugraha, accoglie la volontà di percorrere il cammino della liberazione. Ciò significa che lo Shiva liberatore dentro di noi, Ishana Shiva, colui che concede misericordia e grazia, ha sconfitto dentro di noi lo Shiva che vincola: una lila così imperscrutabile.
«Moltissime persone vagano nel samsara perché non hanno conseguito la vera conoscenza o l’illuminazione. Ecco un re che ha vagato nel samsara per l’ultimo milione e settecentomila anni. Le persone ignoranti si interessano alla natura degli oggetti del mondo, il samsara le trascina ed esse non riescono a staccarsene. Questa creazione esiste nello spazio infinito come un semplice concetto nella mente del Creatore Brahma. Come le formiche corrono avanti e indietro sulla superficie di una sfera, così le persone si muovono sulla superficie di questa terra. Nello spazio non vi è né “basso” né “alto”. La direzione in cui cade un oggetto è chiamata “in basso”, mentre quella in cui si levano in volo gli uccelli è chiamata “in alto”.
In questo mondo vi è un luogo chiamato Vatadhana. In questo regno vi erano tre principi. Decisero di raggiungere i confini del mondo per vedere tutto ciò che vi si trovava. Per qualche tempo esplorarono gli oggetti della terra, poi gli oceani. Nacquero ripetutamente e continuarono a perseguire il loro scopo: ottenere una conoscenza completa di questa terra. Non poterono raggiungere la “fine” della terra perché, come formiche su una sfera, si limitavano a passare da un luogo all’altro. Così continuano ancora oggi a vagare sulla terra.
Pertanto, l’illusione nel samsara non ha fine. Poiché l’illusione sorge come concetto nella coscienza infinita, anch’essa appare infinita. L’essenza del concetto è il Brahman supremo, ed è vero anche il contrario; entrambi sono pura coscienza, e nella coscienza non vi sono differenze o separazioni, così come non vi è alcun confine tra lo spazio e il vuoto. Le correnti e i vortici che appaiono sulla superficie dell’acqua sono soltanto acqua. Poiché nulla può esistere al di fuori della coscienza, come potrebbe esserci qualcosa fuori dalla coscienza? Soltanto la coscienza infinita risplende di per sé come questo mondo, senza nemmeno avere l’intenzione di farlo. Ovunque desideri manifestarsi e in qualunque forma, lì si manifesta proprio in quel modo, sperimentando la propria essenza in tale forma per tutto il tempo che desidera».

La forza dell’attenzione e del sankalpa
Ovunque la coscienza desideri manifestarsi, lì si manifesta. Ciò riguarda non soltanto la coscienza di Shiva, ma anche la nostra coscienza. La nostra attenzione vivifica lo spanda (la vibrazione cosmica). La vibrazione cosmica (spanda) si materializza nella forma che corrisponde al desiderio da noi espresso.
Quando esprimiamo il desiderio della moksha, la nostra attenzione attiva la realtà della moksha. Quando esprimiamo la realtà della santità dei mondi celesti, prima o poi, quando i nostri desideri si sono completamente purificati e le vecchie tendenze sono state eliminate, la santità e i mondi celesti si manifestano. Quando esprimiamo il desiderio di ottenere un corpo divino nella forma di una divinità, prima o poi esso viene ottenuto: tutto dipende dalla nostra dharana, dhyana e samyama.
Quando esprimiamo il desiderio di una visione pura, della purezza delle relazioni, della purezza del pensiero, della purezza del karma, se ci applichiamo con zelo a questa pratica, prima o poi essa si manifesta. La nostra attenzione è in grado di creare qualsiasi configurazione.
Quando esprimiamo l’intenzione di servire la volontà divina, di trasmettere la volontà divina, di aiutare tutti gli esseri viventi sul cammino della liberazione, se la nostra intenzione è unidirezionale, duratura e forte, non cambia soltanto la nostra vita successiva: dopo un certo tempo cambia anche questa vita, e ci ritroviamo completamente assorbiti nel servizio alla volontà divina e a tutti gli esseri viventi.
Se qualcuno esprime il desiderio di dimorare nell’ananda (beatitudine) e passa del tempo, i suoi karma negativi si purificano e le tendenze scompaiono: egli scopre di trovarsi sempre, costantemente, nell’ananda e nella beatitudine. Se qualcuno desidera la chiarezza, la saggezza discriminante (viveka), e vi si applica con zelo, il viveka appare in lui.
Pertanto, qualunque cosa desideri la nostra coscienza, essa si realizzerà con un grado di ritardo più o meno grande:
Se una persona si trova in uno stato di coscienza sattvico, il ritardo non sarà grande
La coscienza rajasica rimanda per un certo tempo la realizzazione del sankalpa, se si tratta di un sankalpa molto puro, finché le tendenze rajasiche non si saranno placate
I karma tamasici rimandano ancora di più la realizzazione di questo sankalpa
Ciononostante, prima o poi, dopo essersi purificata, persino la coscienza tamasica cambierà la propria natura: è solo una questione di tempo.
Il racconto di Bhasa sui suoi viaggi
«Nell’atomo della coscienza infinita esistono le possibilità di tutte le sensazioni, così come in questa montagna vi sono delle pietre. Le sensazioni esistono costantemente e ovunque, sperimentando i propri particolari tipi di sensazioni. In realtà, naturalmente, esse non esistono così come vengono percepite, ma soltanto come coscienza infinita. Tutte queste svariate sensazioni, nel loro insieme, sono chiamate mondo, che è la fulgida apparenza di Brahman. È davvero sorprendente che la coscienza infinita, senza mai abbandonare la propria realtà, pensi di sé: “Io sono una coscienza individuale”. Ora, o Bhasa, raccontaci delle tue peregrinazioni».
Bhasa disse: «Ho visto moltissime cose e ho viaggiato molto senza mai stancarmi. Ricordo perfettamente tutto questo. Ho vissuto molte gioie e molti dolori nei corpi e nei luoghi più diversi di questo spazio infinito. Ho avuto corpi differenti a causa di benedizioni e maledizioni, e in essi ho visto molte cose. Volevo sperimentare e vedere tutto. Questo era il mio desiderio, che il dio del fuoco promise di esaudire; perciò, sebbene mi trovassi in corpi e spazi differenti, continuavo a seguire il mio desiderio di conoscere quanto più possibile questo mondo».

Come ricorderete, Vipashchit dapprima compì un rituale e offrì il proprio corpo al fuoco per sconfiggere i nemici. Al posto di se stesso creò quattro corpi illusori, dotati di un potere enorme. Quando la guerra fu vinta, si rivolse nuovamente al dio del fuoco, presentandosi dinanzi a lui nei suoi quattro corpi splendenti, e gli chiese la benedizione di conoscere questo universo, esplorarne gli angoli più remoti e vivere esperienze diverse.
Vipashchit non era risvegliato: era un siddha, un mago tantrico, un taumaturgo, padroneggiava la gupta-vidya (la conoscenza segreta dei mantra e dei rituali), ma non conosceva la natura della Mente, perché, se avesse conosciuto la natura della Mente, non avrebbe chiesto una simile benedizione e non avrebbe avuto un simile desiderio.
Negli insegnamenti del tantra esiste questa espressione: «Ciò che è qui è ovunque. Ciò che non è qui non è da nessuna parte». Le fa eco il Tao Te Ching (un’opera filosofica taoista), che dice: «Senza guardare fuori dalla finestra si può conoscere il Tao. Senza uscire dalla propria stanza si può vedere il mondo intero». Senza lasciare l’ashram «Trimurti» o un altro ashram, potete conoscere l’intero universo come se lo aveste percorso a piedi, perché, se conoscete l’Atman, la natura della coscienza dell’intero universo, conoscerete ogni cosa. Anche percorrendo a piedi l’intero universo e altri pianeti, è possibile non conoscere il proprio Atman e non coglierne l’essenza. E Vipashchit vagò in questo modo per molte migliaia di anni, ma giunse il momento del suo risveglio.
Numerose incarnazioni

«Per mille anni vissi sotto forma di albero. Ne passai molte. La mia mente era completamente concentrata su se stessa e, trovandosi in uno stato di immobilità, producevo fiori e frutti. Per cento anni fui un cervo sul monte Meru. Avevo il manto dorato, mangiavo erba e amavo la musica. Ero un cervo molto piccolo e mansueto, poi divenni una creatura a otto zampe più forte di un leone (sharabha). In seguito fui un essere celeste, poi il figlio del cigno sul quale vola il Creatore Brahma. Fui un cigno per millecinquecento anni. Poi, per cento anni, ascoltai la musica divina dei servitori celesti del dio Narayana, dopodiché divenni uno sciacallo e vissi nella foresta. Un enorme elefante calpestò il cespuglio in cui vivevo e, mentre morivo, vidi quell'elefante venire ucciso da una tigre. Poi divenni un'apsara in un altro mondo e vi vissi in solitudine per metà di un'era. In seguito divenni un uccello per cento anni. Quando il nostro nido fu distrutto, persi la mia compagna e trascorsi il resto della vita in solitudine, in qualche luogo lontano. Poi divenni un asceta, perché avevo sviluppato un certo distacco dai piaceri. Vidi molte cose interessanti, vidi un mondo costituito interamente d'acqua. In un altro luogo vidi una donna nel cui corpo tutti e tre i mondi si riflettevano come in uno specchio. Quando le chiesi chi fosse, rispose di essere la pura coscienza e che tutti i mondi erano le sue membra».
Vipashchit viaggiò per tutto l'universo, ma noi non siamo molto diversi da lui. Anche noi siamo in viaggio e in costante trasformazione e, se ricordassimo pienamente le nostre vite passate, potremmo raccontare quante cose siamo stati. Ho parlato un po' ai monaci delle mie vite passate; allo stesso modo, quando praticate, cominciate gradualmente a ricordare ciò che vi è accaduto in precedenza. Come Vipashchit, anche voi potete dire: «Siamo in pellegrinaggio, in viaggio verso Dio. È solo che questo viaggio è inconsapevole».
L'anima si trova costantemente in reincarnazioni, trasmigrazioni e mutamenti, nascendo ora in un grembo, ora in un altro, per qualche tempo, poi morendo e rinascendo di nuovo. Sperimenta legami, relazioni ed educazioni differenti; possiede una propria cultura e un proprio modo di pensare, condizionati dai prana e dal corpo.
Anche questa vita, proprio adesso, è parte di questo lunghissimo viaggio, ma poiché non ricordiamo com'era prima della nascita, abbiamo una sorta di vuoto nella memoria. Conosciamo solo il tratto che va dal momento della nostra nascita, e anche quello soltanto a partire dai due anni di età fino al presente. Abbiamo recuperato un po' la memoria, siamo tornati un po' in noi, ma non ricordiamo l'intero, vasto processo. Tuttavia, quando dischiudiamo e purifichiamo la natura della Mente, cominciamo a ricordare e a ripristinare il nostro stato.
Cominciamo a comprendere quanto sia grandioso il nostro viaggio in quanto anime e quanto la nostra coscienza sia separata da tutto ciò. Questo significa che in noi appare viveka (discernimento). Gradualmente nasce in noi vairagya, il rifiuto di passare attraverso le trasformazioni e il desiderio di liberarci da tutto questo. A poco a poco cominciamo a separare la pura natura della Mente da tutte le trasformazioni che ci accadono: il corpo, i legami e il karma. Ciò significa che stiamo percorrendo il sentiero della liberazione. Questo è lo stato in cui ci troviamo ora.

«Vidi innumerevoli esseri emergere da lei e scomparire in lei. In un altro luogo ancora vidi un'insolita nube, dalla quale i fulmini si riversavano sulla terra. Un'altra stranezza: tutta la terra era avvolta nelle tenebre e interi villaggi volavano verso mondi lontani. Vidi mondi privi di sole, luna e stelle, nei quali, tuttavia, non c'era oscurità: tutti gli abitanti emanavano luce propria. Non esiste mondo che io non abbia visto. Una volta dormivo con un'apsara in un giardino. Svegliandomi all'improvviso, scoprii di essere trascinato dalla corrente come un filo d'erba. Chiesi all'apsara che cosa stesse accadendo e lei spiegò: «Qui vicino si trova una montagna di pietra lunare. Quando sorge la luna, i ruscelli che scendono da questa montagna si riempiono d'acqua e inondano tutto ciò che li circonda. Scusami, ho dimenticato di avvertirti».
«Detto questo, mi prese e si levò in aria; poi vissi con lei per sette anni sulla cima del monte Mandara. In seguito vidi un mondo in cui non esistevano direzioni come l'ovest e l'est, né giorni e notti, né scritture e discussioni, né differenze tra dèi e demoni. Poi divenni l'essere celeste Amarasoma e vissi da asceta per quattordici anni. Dopo che il dio del fuoco ebbe promesso di esaudire il mio desiderio, potei volare nello spazio a una velocità enorme. Talvolta precipitavo in un oceano immenso, talvolta mi sembrava di cadere. Volare nello spazio divenne la mia unica occupazione, della quale dopo qualche tempo mi stancai, e mi addormentai per molto tempo.»
«Nel sonno entrai nel regno dei sogni. Qui vidi di nuovo una moltitudine di mondi e di oggetti diversi. Volevo vedere ogni cosa. Qualunque cosa vedessero i miei occhi, in un istante mi attirava a sé. Da lì scorgevo qualcos'altro e subito mi ritrovavo già in un altro luogo, indipendentemente dalla distanza. Così, passando da un mondo all'altro a una velocità enorme, trascorsi molti anni, ma non vidi mai la fine della manifestazione dell'incomprensione chiamata “universo oggettivo”.


