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L'illusione della caduta dal nirvana e la devozione non duale

10.07.2026
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L'illusione della caduta dal nirvana e la devozione non duale

Domanda: Perché avviene la caduta dallo stato naturale, dal nirvana? Dopotutto non si entra così facilmente nel nirvana.

Se avviene una caduta, ciò significa che vi ci trovavamo già, che vi ci troviamo già. La nostra essenza interiore è appunto il nirvana. Non l’abbiamo mai lasciato. Anche nei momenti dei più forti oscuramenti, errori e ignoranza, la nostra essenza interiore si trova sempre nel nirvana.

Un’altra cosa è che una qualche parte della nostra essenza interiore si separa, e questa parte è chiamata ahamkara. Essa consiste nella mente concettuale (manas), nel deposito delle tendenze mentali (chitta), nella coscienza intuitiva (buddhi), e questa falsa parte della nostra essenza superiore genera l’identificazione personale, il concetto della propria pseudo-separatezza e della propria pseudo-autosufficienza. E tale nascita del concetto di pseudo-separatezza è la caduta. Cioè non è una “caduta”, è “come se fosse una caduta”, perché, nonostante la pseudo-separatezza come concetto e come sensazione sia nata, tuttavia non avviene alcuna caduta.

In altre parole, proprio ora, trovandoci nel nirvana, ci siamo convinti a tal punto che ci sembra completamente di non trovarci in esso; la nostra mente ha creato un’illusione così forte che ci siamo ipnotizzati, come se non ci trovassimo in esso.

Cause della caduta dallo stato naturale

La caduta da questo stato avviene perché la coscienza non ha esperienza dell’auto-liberazione delle energie dense. Cioè essa si trovava nel puro stato verginale del nirvana, ma ha deciso di espandersi, di approfondire le proprie manifestazioni, i propri giochi, le proprie espressioni, e ha cominciato a inglobare strati sempre più vasti di caos.

1 — La pura consapevolezza entra negli strati densi del caos e cerca di illuminarli

La materia grossolana, inerte, inconscia incarna il caos mondiale, mentre la pura consapevolezza incarna l’auto-organizzazione. E nel processo di scontro dell’auto-organizzazione con il caos è stata ammessa una sopravvalutazione delle nostre forze e possibilità come coscienza suprema, che si è localizzata, si è compressa per diffondersi in questo caos e illuminarlo con la forza della propria consapevolezza, fondersi con esso e condurlo nel mandala, nel campo della propria consapevolezza.

E questa parte localizzata del Sé superiore ha sopravvalutato le proprie possibilità di strutturare e auto-organizzare il caos. Poiché non possedeva ancora la dovuta esperienza, non è riuscita ad auto-liberare le energie dense. Perciò, venendo a contatto con l’energia delle tre guna della natura materiale, ha cominciato a perdere la propria luce interiore, la libertà, l’illimitatezza e la comprensione della propria assolutezza. E così, sedotta dalla dinamica, dalla luce, dallo splendore e dalle diverse possibilità delle tre energie fondamentali, ha perduto la propria parte essenziale e, di conseguenza, ha cominciato a reincarnarsi.

Tuttavia la sua parte profonda, anche entrando in contatto con il caos e l’oscurità causati dalla materia densa, dalle tre guna, non ha perduto il proprio stato supremo fino a oggi; cioè la nostra parte profonda è tuttora pura e auto-liberata. Essa si trova già nel nirvana.

E la questione è che noi possiamo ricongiungerci con questa parte superiore profonda. Tutto ciò di cui ci occupiamo è praticare queste tre famose regole: cerchiamo di percepire questa parte profonda, di acquisire fiducia in essa e di sintonizzarci costantemente su di essa.

Devozione a Dio nella comprensione non duale

2 — L’Advaita rivela la devozione senza un devoto separato

Questa parte profonda è appunto la devozione a Dio. Devozione a Dio al mattino, devozione a Dio a pranzo, devozione a Dio la sera, devozione a Dio di notte nel sonno, devozione a Dio nella conversazione, devozione a Dio nelle relazioni, devozione a Dio nel lavoro, devozione a Dio nella meditazione, devozione a Dio nell’amore, devozione a Dio nell’odio, devozione a Dio in qualunque cosa.

Poiché noi non pratichiamo la dvaita-bhakti (duale), per noi la devozione a Dio è qualcosa di del tutto specifico, diverso dalla devozione a Dio nel bhakti-yoga tradizionale, se parliamo della logica dell’insegnamento. È devozione senza devoto.

Negli insegnamenti dualistici, i bhakta dicono di voler «mangiare lo zucchero». Cioè si può «essere lo zucchero» — fondersi con Dio, oppure «mangiare lo zucchero» — adorarlo, goderne. Un compromesso di questo genere è del tutto accettabile sul sentiero della dvaita. Si dice che per le persone la cui mente non è capace di contenere la verità insondabile dell’advaita, spaventosa per l’ego, sia prescritta la dvaita. Ma per i fortunati dotati di genialità illimitata, di una sottile coscienza intuitiva, di un alto intelletto, di vira-bhava o persino di divya-bhava, ai quali è capitata l’indicibile fortuna di incontrare un insegnamento non duale, un maestro non duale e di sviluppare la propria consapevolezza non duale, è raccomandata soltanto l’advaita come via diretta e suprema verso la liberazione.

Perciò, quando parliamo di devozione a Dio dal punto di vista dell’advaita, diciamo: «Devozione senza devoto». Devozione a Dio al di là dei concetti di «Dio» e «diavolo».

Autoliberazione dai concetti

3 — Il bozzolo dorato delle idee spirituali resta una limitazione del falso io

Per sviluppare una tale devozione, sono necessarie capacità di un ordine superiore rispetto alle capacità ordinarie. E innanzitutto si tratta della capacità di trovarsi nello stato di autoliberazione, in una presenza contemplativa non concettuale, dove si autoliberano i concetti di un Dio esterno e attributivo, dotato di caratteristiche qualitative, dove si libera il concetto di attaccamento alla forma, al nome, alle azioni rituali, alla sadhana esteriore fissa di adorazione, e il concetto dell’interno, cioè il concetto di «io» come personalità limitata che è devota a Dio, adora Dio o compie la sadhana prescritta.

Non appena creiamo il falso concetto di «io», ci avvolgiamo in un bozzolo, come un baco da seta, e poi diventa molto difficile uscirne. E questo bozzolo può essere sia mondano sia spirituale. Per esempio, molte persone si avvolgono con grande successo in un bozzolo di sattva — un bozzolo di idee spirituali. Ma questo bozzolo, anche se è d’oro, crea comunque limitazioni. Non importa che si tratti di una limitazione mondana o religiosa: è comunque un bozzolo — limitazioni, dvaita (dualità).

Per esempio, una persona sul sentiero della dualità, un bhakta, presume di esistere come una determinata personalità, di essere una personalità immutabile. Adora Dio, per lui tutto è chiaro: «Questo sono io — un uomo, un’anima limitata, e questo sei tu — Dio. Tu sei grande, io sono piccolo, io ti adoro per liberarmi dalle limitazioni». Tutto è molto semplice, il sentiero è comprensibile.

Trasformazione della personalità sul cammino verso l’Assoluto

4 — L’Assoluto si rivela attraverso l’essere vivente e genera nuovi mandala

Tuttavia la realtà è tale che non esiste una personalità permanente e immutabile. Noi siamo un flusso in continuo cambiamento, anche la nostra personalità cambia. Nel processo dell’autoconsapevolezza spirituale cambiamo le rappresentazioni di noi stessi. Alla fine dobbiamo trasformare radicalmente l’idea di noi stessi da esseri umani in Assoluto e, finalmente, fonderci completamente con l’Assoluto.

Cioè l’Assoluto prende coscienza di sé nel corpo di un essere vivente, di un uomo. Con l’aiuto di tale consapevolezza si trasforma in un maestro di yoga, in un siddha, in un santo, in una divinità, poi in una grande divinità — mahamandaleshwar; poi la divinità rivela se stessa fino a diventare Dio creatore, comincia a creare i propri mandala e i propri universi, avviene l’espansione, la diffusione della forza creativa di questa divinità e il germogliamento di questi nuovi mandala.

È un processo di diffusione, auto-organizzazione e conquista di sempre nuovi livelli di caos, cioè di materia inconsapevole e inerte.

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