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Ishvara: il Signore Supremo e Governatore dell'Universo

07.07.2026
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Ishvara: il Signore Supremo e Governatore dell'Universo

Commento al testo «Ishvara-gita». Capitolo 6

Non è facile ottenere la preziosa nascita umana; ottenutala, non è facile seguire il dharma; seguendo il dharma, non è facile compiere anche un piccolo tapas; seguendo il tapas, non è facile rivelare l’essenza del tapas, la grazia divina e la misericordia divina. Ottenuta la grazia divina e la misericordia divina, non è facile trasmetterla agli altri, ma questa è appunto la via dei santi.

Dunque, continuiamo il testo «Ishvara-gita», un testo molto importante, esposto come i primi undici capitoli del «Kurma-purana». «Bhagavad-gita», «Avadhuta-gita», «Ishvara-gita» — diversi canti su Dio rivelano diverse sfaccettature della realtà divina. «Avadhuta-gita» ci rivela l’essenza di Dattatreya: è il canto della non-dualità; «Ishvara-gita» ci rivela il principio di Ishvara. Brahman, Ishvara e Atman sono tre aspetti della verità divina, che vengono considerati sia nel Vedanta sia nello Shivaismo.

Tradizioni settentrionale e meridionale

Nel Vedanta si attribuisce grande importanza al Brahman, all’Atman e alla comprensione del legame tra loro, alla rivelazione, alla purificazione dell’Atman e all’affermazione dell’identità dell’Atman e del Brahman. Il fine ultimo del Vedanta, della tradizione settentrionale di Sri Shankaracharya, è la proclamazione della mahavakya «Aham Brahmasmi», ma il cammino verso la mahavakya «Aham Brahmasmi» passa attraverso la comprensione della mahavakya «Tat Tvam Asi». La mahavakya «Tat Tvam Asi» prescrive di comprendere l’identità e la differenza tra jiva e Shiva (l’anima e Dio), a quale livello sono identici e a quale livello sono differenti. Se volete comprendere e praticare il significato di «Aham Brahmasmi», dovete studiare la mahavakya «Tat Tvam Asi», la sua essenza in testi come, ad esempio, il «Vedanta-panchadashi» di Vidyaranya e, naturalmente, il «Viveka-chudamani» di Sri Shankaracharya: questi sono due testi fondamentali.

La tradizione meridionale attribuisce maggiore importanza al principio dell’adorazione di Dio come Ishvara. Se il Brahman è la tattva zero, la para-tattva, allora Dio come Ishvara è la prima, la seconda tattva, la terza e la quarta, naturalmente. In definitiva, che nella nostra pratica poniamo l’accento sulla tradizione settentrionale o su quella meridionale, dobbiamo stabilire un legame con la realtà divina e, ottenuta la grazia, rivelare la nostra propria natura della Mente, rivelare l’Atman: questo è il cammino della liberazione.

L’Advaita Vedanta è jnana-pada; jnana-pada parla di sayujya-mukti, uno dei livelli più elevati di liberazione. La tradizione dei siddha (meridionale), la tradizione dello Shivaismo, parla anch’essa di jnana-yoga, parla anche di bhakti-yoga, di Ishvara-yoga e presuppone la realizzazione:

  • sarupya-mukti (ottenere un corpo come quello di Dio) attraverso la fusione con Ishvara oppure l’ottenimento di un corpo illusorio divino

  • sarshiti-mukti (possedere energia come quella di Dio)

  • samipya-mukti (dimorare accanto a Dio, in immediata vicinanza a Dio nei loka superiori)

  • salokya-mukti (dimorare su uno dei piani divini) grazie alla purificazione della mente, alla purezza, alla fede, alla devozione, all’adorazione (upasana) e all’ottenimento della grazia

Cinque tipi di liberazione e il cammino di jnana, bhakti e Ishvara-yoga

Le quattro pada della vita spirituale

Le tradizioni settentrionale e meridionale non si contraddicono in alcun modo; si completano a vicenda, descrivono tutte e quattro le pada. L’Advaita Vedanta (tradizione settentrionale) è jnana-pada; quella meridionale (tradizione shivaita) è charya, kriya e yoga-pada; insieme costituiscono tutte e quattro le fasi dell’intera vita spirituale. Il dharma è forte quando tutte e quattro le pada (pada significa fase), tutte e quattro le fasi della vita spirituale, sono presenti in esso.

Per esempio, esiste una religione che dice: «Osservate i comandamenti di Dio, altrimenti Dio vi punirà; siate puri, osservate tali e tali comandamenti, lavorate nella rinuncia per amore di Dio, svolgete servizio» — questo significa charya-pada. A volte dicono: «Siate devoti a Dio, adorate Dio, veneratelo con tutto il cuore, seguite i comandamenti, seguite il cammino del bhakti-yoga» — questo è kriya-pada.

Ma se una tradizione non va oltre questo, significa che le mancano almeno due pāda: lo yoga-pāda e il jñāna-pāda. Essi, naturalmente, esistono in ogni religione, ma se non sono ampiamente rappresentati, diventano esoterismo. Per esempio, nella tradizione cristiana esiste lo yoga-pāda, ma in quanto tale è assente per la grande massa. Yoga-pāda — intendo la pratica interiore: la preghiera mentale, l’esicasmo, persino pratiche simili al kumbhaka alcuni sacerdoti le praticavano nell’antichità, ma poi da qualche autorità ciò fu condannato come “ombelico-mentalità”. Kumbhaka — concentrazione sull’ombelico; da dove i cristiani abbiano ricevuto queste conoscenze, lo ṣaṭ-cakra-yoga e i prāṇāyāma, le prime comunità le praticavano già nell’antico Egitto.

Ma poi persino un qualche concilio, forse ecumenico, oppure qualche autorità disse che tutto ciò era “ombelico-mentalità”: concentrare la mente sull’ombelico, a che serve, bisogna concentrarsi su Dio. E cominciarono i resoconti secondo cui si gonfiavano come rane e poi si concentravano sull’ombelico. Tutto questo fu condannato: questa non è la nostra religione, non è la nostra fede. Cioè lo yoga-pāda esiste, ma per gli eremiti, perché l’eremita, in qualsiasi tradizione, praticando, comprenderà comunque che esiste l’energia, esiste il corpo energetico, esiste la coscienza, esistono livelli di immersione, esistono i dhyāna e bisogna lavorare con essi, ma ciò non viene detto diffusamente. Questo significa che lo yoga-pāda è assente in una determinata religione, cioè le pratiche interiori sono assenti. E come potete, se andate verso Dio e non padroneggiate almeno il vostro corpo energetico, non conoscete i chakra, la kundalinī, il controllo dei venti, non aprite la dimensione del corpo sottile, non aprite la dimensione del causale, come potete andare verso Dio senza aprire tutte queste dimensioni? Esse inevitabilmente si dischiuderanno.

Ma lo yoga-pāda vi insegna a studiare consapevolmente e a lavorare con questo. Oppure, per esempio, se in una religione ci sono sia caryā sia kriyā-pāda sia yoga-pāda, ma non c’è jñāna-pāda. Il jñāna-pāda è ciò che dà il compimento a tutto, ciò che completa tutto, tira le somme, ciò che unisce tutto nella non-dualità, ciò che dice: «Tu e la divinità siete uno, tu stesso sei eternità, infinità e assolutezza, tra voi non c’è distanza, tra voi non c’è differenza» — ciò che porta tutto a compimento nella non-dualità, il Vedānta (la conclusione di tutto). Questo significa che anche una tale religione da qualche parte si ferma: si ferma alla dualità o ai metodi dello yoga, ma le manca il compimento di tutto. Tutti e quattro i pāda sono il segno della pienezza della vita spirituale, e quando seguite una tradizione che contiene tutti e quattro i pāda, questo è un grande merito, il segno di una grande fortuna nella vita spirituale.

I quattro pāda come quattro vie che convergono nell’unità non duale

Īśvara disse:

Ascoltate tutti voi, o ṛṣi, narrerò della grandezza di Īśā Parameṣṭhī, così come è conosciuta da coloro che conoscono i Veda.

Īśvara rivela ai ṛṣi la grandezza di Īśā Parameṣṭhī

Īśā Parameṣṭhā significa signore supremo e trascendente, che supera ogni cosa. Questo mondo ha un signore. Questo mondo non è, questo Universo non è incosciente, semplicemente materia che agisce ciecamente, secondo leggi meccaniche. Incosciente è solo la parte grossolana: quelle parti grossolane che sono chiamate tattva impuri; dopo i karma-indriya, dopo i jñāna-indriya, nei trentasei tattva vengono già i tanmātra; dopo i tanmātra vengono i cinque elementi, e la parte più grossolana dell’Universo, composta dai tanmātra, dai cinque elementi, è davvero grossolana, meccanicistica e incosciente. In essa vi sono determinate leggi: sono le leggi della Prakṛti materiale grossolana.

Ma tutti i tattva più elevati sono coscienza e sono forze divine, energie divine, che stanno dietro le energie grossolane, e tutte le energie grossolane sono governate da forze coscienti, divine. Cioè i tattva impuri, i tattva grossolani — terra, acqua, fuoco, vento, spazio, etere — sono governati dai tattva puro-impuri e dai tattva puri, cioè da esseri divini e semidivini. L’intero Universo, per la sua parte maggiore, è cosciente e, infine, possiede un sommo, supremo signore, colui che governa questo Universo.

Se la nostra coscienza è capace di essere consapevole, di manifestare energia, di esercitare una funzione di governo, quanto più può farlo la supercoscienza che governa questo Universo? Ma le religioni che negano Ishvara, negano le funzioni di governo della coscienza, stabiliscono una tale gradazione: esiste la materia grossolana (materia meccanicistica), esistono esseri viventi di diverse classi ed esiste una pura coscienza impersonale, e in questo mondo tutto si realizza in modo interdipendente dalla combinazione, dalla risonanza, dalla legge del karma, dalla coscienza di questi esseri e dalla materia grossolana.

Ma è logico supporre che, se esistono esseri di diverso livello, di livello basso, allora esistano anche esseri di livello molto alto e di livello oltre ogni limite, che controllano le dimensioni più sottili, le materie grossolane e le dimensioni dell’Universo. Questi esseri sono i signori della shakti (shaktiman), coloro che governano il tempo, lo spazio, la causalità: è una coscienza pura, supersottile, che governa tutti questi processi, e Ishvara è il supremo tra loro. Cioè, è il Brahman dotato di funzioni, energia e governo su tutti gli esseri viventi nell’Universo.

Parabrahman è la Coscienza trascendente che non si occupa delle funzioni di governo, creazione, distruzione, osservazione degli esseri; la sua proprietà è diversa: è l’assoluta incomprensibilità, l’assoluto distacco, è l’essere in sé stesso. Ma Ishvara è il Brahman che ha iniziato a riflettere, ha iniziato a prendere coscienza di sé, nel quale sono iniziati i processi di prakasha, splendore, pulsazione, spandana, brahma-sphurana (emanazione della realtà divina), sono iniziati i processi di vimarsha, consapevolezza riflessiva, che si trasformano in volontà, nel desiderio della creazione divina. E quell’essere, il Brahman che vive al livello della riflessione dell’autoconsapevolezza e del desiderio della creazione divina, che manifesta potenza rispetto a tutte le forze, tutti i mondi, tutte le energie, è appunto Ishvara. Cioè Ishvara è il Brahman che è rimasto gravido della creazione, che intende creare, che ha deciso di manifestare la shakti, che ha riconosciuto sé stesso come shakti e ha deciso di manifestarsi come shakti.

Parabrahman diventa Ishvara attraverso l’autoconsapevolezza, prakasha, vimarsha e shakti

Domanda: Si può dire attraverso sat-chit-ananda che Parabrahman è sat, mentre Ishvara è chit, ananda, come se fosse costantemente immerso in sat, costantemente lo percepisse, lo ricordasse?

Si può dire anche così; in generale, secondo i trentasei tattva, sat-chit-ananda è il primo tattva, proprio questo. Ma in realtà, riguardo alla realtà assoluta, non potete mai dire nulla in modo rigido, perché la realtà assoluta è non lineare, è, per così dire, frattale. Sapete che cos’è un frattale? La scienza moderna sta solo arrivando a questo concetto. Un frattale è una struttura che si ripete a ogni livello, per esempio al microlivello, al livello medio, al macrolivello, che si copia molte volte, che si autoriflette. Ciò significa che il concetto di sat-chit-ananda lo troverete a tutti i livelli, a partire dall’essere più basso fino a Parabrahman.

Domanda: Quando si parla dei tattva impuri, anche questi sono vibrazioni?

Certo.

Domanda: Perché allora essa è incosciente?

Per noi è incosciente, per Shiva è cosciente.

Domanda: Non esiste il concetto che questo sia vivente e non vivente?

Sì, certo, ma per noi è incosciente, perché con le nostre indriya e con la mente non siamo capaci di entrare in contatto con questa coscienza; essa è così profondamente velata dai kanchuka che di fatto vediamo solo leggi meccanicistiche, le leggi della fisica, per esempio. Ma non appena superate le leggi della fisica, per esempio, si manifesta un miracolo: ciò significa che la materia meccanicistica ha iniziato a manifestare coscienza, passa al livello quantistico e già attraverso di essa si manifesta la coscienza divina.

Unico creatore di tutti i mondi, unico protettore di tutti i mondi, unico distruttore di tutti i mondi, io sono l’essenza eterna di tutto. Io sono il sovrano interiore e il padre di tutte le cose, dimorante nel mezzo e alla fine di tutto, ma non dimoro ovunque. La mia propria forma, insieme agli stati meravigliosi mostrati a voi, è soltanto una mia somiglianza, o saggi, ed è manifestata dalla forza della mia maya. Io dimoro all’interno di tutte le cose. Io governo l’intero universo. Questa è la mia kriya-shakti. A essa è sottomesso questo universo, seguendo la propria natura. Io, invece, come tempo, governo l’intero universo, che è parte di me stesso.

Ishvara come creatore, protettore, distruttore, sovrano interiore e tempo

La forma di Dio è soltanto il suo emblema, si potrebbe dire, un logo, cioè ciò mediante cui possiamo in qualche modo entrare in contatto. Per esempio, vediamo diverse divinità: Ganesha ha due orecchie, una proboscide, un ventre, ma in realtà Ganesha è onnipresente. È uno spazio di luce, e se necessario Ganesha può apparire come Vishnu, come Shiva, come uomo, come donna, come coccodrillo, come serpente, come tartaruga, come cervo; per lui la forma è qualcosa di simile a ciò che per noi su internet è un avatar. Possiamo scegliere qualsiasi immagine, caricarla sui social network, nel profilo, e avremo tale forma. Comprendiamo che non ci sono limitazioni: possiamo scegliere una qualsiasi tra un miliardo di immagini, e allo stesso modo possiamo scegliere un nome qualsiasi, anonimo, chiamarci come vogliamo.

Lo stesso vale per Ganesha: può chiamarsi Ganesha, in altri mondi in qualche altro modo; lo chiamano Vinayaka, nel buddhismo lo chiamano Buddha Vinayaka, ha mille nomi nel “Ganesha-stotra” oppure centootto nomi. E allora, quando ci poniamo la domanda: “Chi è Ganesha in generale? È un elefantino oppure è qualcosa di più?”, comprendiamo che è una divinità, e tutto il resto sono le nostre rappresentazioni umane, il nostro condizionamento; ma lo hanno raffigurato come un elefantino, a qualcuno era più facile percepirlo così, e ci sono storie diverse.

Lo stesso vale per Dattatreya, lo stesso vale per Shiva, ma quando riconosciamo l’essenza della divinità, comprendiamo che tutti questi sono suoi attributi, che hanno risposto da qualche parte ai karma delle persone; forse questi karma si manifestavano cinquemila anni fa. Forse, se fosse adesso, cioè Shiva allora: allora molti asceti che vivevano sulle montagne vivevano così, il tridente (mezzo di protezione), il toro sulle montagne, lì persino per i cavalli è scomodo, i tori ci sono ancora oggi, è comodo cavalcarli, capelli arruffati, rosari di rudraksha, sedile di pelle di tigre, molti yogi vivevano così; cioè la realtà divina è entrata in risonanza con i karma delle persone, così si è manifestata.

È possibile che, se Shiva si manifestasse ora in America, per esempio, potrebbe andare in giro con un cilindro e un bastoncino, e se si manifestasse in Russia, in Ucraina, forse andrebbe in jeans, con una maglietta, e una tale forma verrebbe venerata. Tra cinquemila anni si venererebbe la forma originaria di Shiva, con una bella maglietta, occhiali protettivi, jeans e scarpe da ginnastica della ditta “Adidas”, e la gente direbbe: “Questa è la sua forma antica originaria”, perché le persone del futuro si vestirebbero in modo completamente diverso, non si chiederebbero perché abbia una forma così, direbbero semplicemente che è una forma antica.

Ma se Shiva volesse manifestarsi e stabilire un legame, un contatto con le anime che vivono oggi, allora dovrebbe assumere una forma simile alla nostra; perché? Perché, per esempio, i gatti possono parlare con altri gatti, ma i gatti non possono parlare con i pesci o con le aquile, non c’è affatto collegamento, altri indriya, karma-indriya, jnana-indriya diversi. Allo stesso modo la divinità, entrando in risonanza, rispondendo ai karma degli esseri viventi, manifesta quella forma che corrisponde al loro condizionamento karmico. Se Shiva vuole domare gli asura e diventare il loro Guru, si manifesta come un grande asura, come il Guru degli asura Shukracharya; Shukracharya è l’incarnazione di Shiva nel mondo degli asura, egli si manifesta come un asura perfetto; oppure, se Dattatreya vuole domare gli spiriti affamati, allora si manifesta come un preta perfetto (Maha-preta).

Se Shiva vuole aiutare le divinità samsariche non risvegliate, allora si manifesta come una divinità samsarica, come un qualche dio del samsara, come un maestro, per esempio Brihaspati, la sua incarnazione nel mondo degli dèi samsarici, tenendo conto di quella visione karmica in cui dimorano gli esseri. Ma in realtà, quando riflettiamo sulla natura di Dio, essa è uno spazio di pura luce divina, divino, cosciente, di dimensioni infinite, colmo di beatitudine, di grazia; questo termine è paripurna (infinitamente colmo di grazia divina), infinitamente libero (svatantriya), infinitamente potente (aishvarya), onnipresente, onnisciente e onnipervadente.

Con una parte di me creo l’intero Universo, o grandi saggi, con un’altra parte lo riassorbo; entrambi questi stati sono miei. Libero da inizio, mezzo e fine, io sono l’iniziatore dell’essenza di maya. All’inizio della creazione metto in movimento entrambi: Purusha e Prakriti; da essi, uniti l’uno all’altra, sorge l’Universo. Mahat e il resto, in ordine, sono prodotti dalla mia forza; Hiranyagarbha, Martanda, colui che è testimone dell’intero Universo, che fa girare la ruota del tempo, proviene dal mio corpo. A lui, all’inizio del kalpa, conferisco il mio potere, lo yoga eterno della conoscenza, i quattro Veda, nati da me stesso, o due volte nati.

Il processo della creazione attraverso i tattva

Nel processo della creazione, Parabrahman, riflettendo, prendendo coscienza di sé, separa le proprie parti, e così appaiono i tattva puri. Shiva-tattva è l’autoconsapevolezza di Dio, il principio di sat-chit-ananda; Shakti-tattva è l’autocoscienza di Dio, nella quale è sorta la prima volontà di creazione, di manifestazione creativa. Poi appare Sadashiva-tattva, quando Dio comincia a sentire, a percepire come un essere più separato. Ishvara-tattva è colui che comincia a manifestare tirohana (l’energia occultante), manifestando l’Universo materiale, creando l’Universo materiale; infine, Sadvidya-tattva è legato all’energia della pura conoscenza spirituale, all’energia della rivelazione.

Il cammino spirituale e l’imprevedibilità della volontà divina

Di solito, quando percorriamo il cammino spirituale e ascoltiamo l’insegnamento sulla meditazione, sulla natura della Mente e sul fatto che l’essenziale è dimorare nella natura della Mente, scoprire la natura della Mente, ricevere l’introduzione diretta alla natura della Mente e dedicarsi alla pratica della contemplazione, avendo prima educato la mente attraverso la pienezza dell’attenzione, attraverso la concentrazione, la meditazione, tutto questo è comprensibile. E sebbene ciò conduca a esperienze mistiche, riguarda direttamente noi stessi. Riguarda la nostra vita, persino la nostra quotidianità, il nostro cammino spirituale, e noi costruiamo la nostra vita spirituale, il nostro cammino spirituale, pianificandolo più o meno, per attraversare determinate esperienze meditative.

Esistono determinati algoritmi, persino schemi: accettare il Simbolo della fede, iniziare le pratiche di base, assumere lo status di karma-sannyasi o di purna-sannyasi, valutare la probabilità di liberazione in uno status o nell’altro per noi, valutare chi siamo — vira, pashu o divya secondo la scala delle qualità, valutare le proprie qualità, valutare lo status che dà certi benefici, vantaggi e, al contrario, problemi, difficoltà.

Per esempio, lo status iniziale di grihastha dà il dieci per cento di possibilità di liberazione; lo status di karma-sannyasi alza la posta — naturalmente, è detto in modo condizionale, per scherzo — al trenta per cento di liberazione; lo status di vanaprastha — quaranta per cento; lo status di sannyasi, purna-sannyasi — cinquanta per cento di probabilità. Sono tutte probabilità di liberazione, persino per il purna-sannyasi. Ma lo status di per sé non dice nulla, semplicemente lo status presuppone una tapasya di un certo livello, una sadhana più complessa; poiché la tapasya è più complessa, anche la probabilità aumenta.

Per esempio, se un purna-sannyasi si trova in quello status, ma non compie la tapasya, bensì compie una tapasya del livello di un karma-sannyasi, allora resta allo stesso trenta per cento. E viceversa, se un karma-sannyasi compie la tapasya di un purna-sannyasi, allora nel suo status sale fino al cinquanta per cento, perché dietro lo status vi è una certa forza della vita spirituale, la forza dell’autoeducazione spirituale, e solo dopo viene lo status. È questo che si intende, cioè perfino teoricamente un grihastha, se compie una tapasya del livello di un purna-sannyasi, può raggiungere. Lo status, però, piuttosto fissa già la tua scelta, ti definisce nella società.

E al contrario, anche se uno è purna-sannyasi nello status, ma fa una tapasya del livello di un grihastha, non controlla i sensi, non controlla la mente, dorme fino a dieci ore, non medita, allora psicologicamente si trova nello status di grihastha, anche se porta i voti e le vesti arancioni — questa è la legge, è chiaro. Da noi non ci sono sannyasi del genere, ma teoricamente.

Per esempio, nella comunità del Buddha Shakyamuni ci fu un caso del genere: c’era un monaco di nome Charka, ed era attaccato a sua moglie, ed era così attaccato che periodicamente passava da lei per parlare, per incontrarsi; sebbene fosse diventato monaco, gli piaceva semplicemente parlare con lei. Non si sa cos’altro facesse, ma altri monaci lo vennero a sapere, lo dissero al Buddha, e il Buddha scrisse una regola. La regola diceva: non sedersi da soli con una donna, indipendentemente dal fatto che fosse l’ex moglie o chiunque altra, semplicemente non sedersi da soli.

La storia del monaco Charka sull’attaccamento e la disciplina monastica

Questo monaco andò e pensò: «Devo osservare le regole date dal Buddha, le regole della comunità». Pensò: «Non starò seduto, starò in piedi», — e continuò a comunicare con lei. I monaci si indignarono di nuovo: «Che cos’è questo, Bhagavan, hai scritto una regola, noi tutti la osserviamo, e lui ci va ancora».

Viene invitato a parlare dai Guardiani del dharma, gli chiedono:
— Come vanno i tuoi voti?

Dice:
— Tutto bene.

— Ma sei andato da tua moglie?

— Ah, ma io non ero seduto, stavo in piedi, la regola era rispettata, qual è il problema?

Andarono dal Buddha, glielo dissero; il Buddha pensò: «Sì, un monaco non facile», e scrisse la seconda regola: non stare in piedi da solo con una donna. Lui cammina di nuovo, di nuovo gli chiedono:

— Hai violato la regola?

— No, non l’ho violata.

— Non sei stato seduto?

— No.

— Non sei stato in piedi?

— No.

— E che cosa hai fatto?

— Camminavo in cerchio e parlavo.

Il Buddha scrisse la terza regola: non stare in piedi, non stare seduti e non parlare camminando in cerchio intorno a lei. Così nascevano le regole del Vinaya (monastiche), nascevano per precedente, sulla base di un precedente, cioè è impossibile prevedere tutti i precedenti che possono formarsi nelle menti degli esseri viventi.

Per esempio, ai tempi del Buddha non c’erano computer, non c’erano telefoni cellulari. Supponiamo che ci fossero regole — abbiamo regole diverse, per esempio, non usare il computer la domenica. Duemilacinquecento anni fa avrebbero detto, avrebbero chiesto: «Ma quale computer?» — oppure non aprire account sui social network non legati al lavoro missionario: è una tecnologia completamente nuova, una nuova regola, luogo, tempo, circostanze.

Dunque, valutiamo il nostro status, il nostro livello spirituale e iniziamo la vita spirituale con l’accettazione del Simbolo della fede, l’accettazione dello status, l’esecuzione delle pratiche di base, lo studio. Ulteriore apprendimento, approfondimento, pratica di ritiro, vita nell’abnegazione, stadi prescritti di comportamento, poniamo, tantrico: ape, cervo, muto, folle, leone, colomba e cane-maiale, e ci muoviamo attraverso questi stadi, sperando di ottenere il risveglio e di giungere all’esperienza della non-dualità.

Tutto ciò, a quanto pare, è ben descritto, esiste nei testi, esiste nelle upadesha, negli insegnamenti ed è incorporato nella cultura dei sadhu, nella cultura della preparazione monastica o nella cultura della preparazione dei karma-sannyasi. Ma c’è ancora un elemento imprevedibile: Dio. Cioè è un oggetto assolutamente non pronosticabile, imprevedibile, che in realtà è il più importante, e noi possiamo controllare soltanto ciò che riguarda noi, ciò che riguarda la nostra vita spirituale.

Ma ciò che riguarda Dio, la sua grazia, la sua comprensione, la sua misericordia — non possiamo assolutamente controllarlo, perciò c’è un detto: «La pratica spirituale è nelle nostre mani, ma i suoi frutti sono nelle mani di Dio».

Due lati della vita spirituale

Quando seguiamo il nostro cammino come cammino di esseri umani, questo è solo un lato della medaglia della vita spirituale, soltanto uno. E se vediamo solo questo lato e non vediamo il secondo, non vi prestiamo attenzione, allora prima o poi la nostra vita spirituale si chiude su noi stessi, sui nostri problemi. Solo che i problemi si raffinano, diventano più sottili, spirituali, ma non finiscono, e questo porta al fatto che l’anima cade in una certa illusione, in un egoismo raffinato, in un ego sottile, fatto di materia sottile.

I due lati della vita spirituale e l’uscita dall’ego sottile

Ma quando includiamo Dio come numero uno nella vita spirituale, quando questo elemento imprevedibile, assolutamente non pronosticabile, spontaneo, trascendente, perfetto, indescrivibile, lo includiamo nella nostra vita — ecco, solo allora la vita spirituale comincia a essere davvero spirituale e davvero benedetta. Allora le nostre esperienze spirituali si compiono per amore di Dio e allora persino la nostra liberazione è parte delle relazioni con la Realtà divina.

Notate che, dopo la liberazione, queste relazioni non finiscono. Per esempio, vediamo tutti i saggi qui descritti: Vasistha, Sanatkumara, Sanaka, Sanandana, molti altri saggi, e sono tutti liberati. Ma per qualche motivo chiedono a Shiva dell’Assoluto, delle sue qualità, gli esprimono rispetto.

Questo significa che dopo l’illuminazione, dopo la liberazione, la vita spirituale non finisce, ma cambia qualitativamente: da samsarica, dalla sofferenza, dal karma, passa al gioco divino; da completamente duale passa a nuove sfaccettature, aspetti, a relazioni duali-non-duali, completamente non-duali, molto raffinate. Ma per l’anima le relazioni con Dio non si esauriscono mai, semplicemente passano a un livello del tutto nuovo.

Molti non lo comprendono quando seguono l’advaita; hanno pressappoco questa visione: si ottiene l’esperienza del samadhi, si raggiunge l’illuminazione e basta, e a quel punto non c’è più vita. E la gente chiede loro: «E poi cosa succede?» Basta, poi non c’è nulla, soggetto e oggetto si sono fusi, non c’è nessuno che possa chiedere, chi pone la domanda, non c’è nessuno, la mente è arrestata. Ma poi la mente di nuovo: «E poi, in generale, che cosa diventerò?» — cioè l’insegnamento dell’advaita è talmente trascendente che l’uomo non può comprenderlo, è impossibile esprimerlo in modo da poterlo seguire.

La realtà omnictiva dopo la liberazione

Ma dopo la liberazione, dopo l’illuminazione, la vita esiste, però non esiste nel modo in cui noi ce la immaginiamo, esiste in un’altra realtà. Gli scienziati chiamano questa realtà omnictiva; ho persino pensato che forse derivi dalla parola «Om».

La realtà omnictiva, per gli scienziati, è una realtà in cui l’osservatore è la figura principale. È una realtà quantistica in cui l’osservatore determina le leggi di questa realtà. Per noi è la realtà nella non-dualità, è la vita nel mandala, la vita nel gioco, quando la nostra coscienza è integrata con gli elementi esterni, tutto è uno con la mente, tutto è una manifestazione della mente. Cioè è un mandala, quando tutto è divino, e la nostra coscienza dimora come al centro dell’Universo, la nostra coscienza divinizzata, una con l’Assoluto.

La realtà omnictiva dopo la liberazione come mandala della coscienza

Se essa non è una con l’Assoluto, non dimorerà mai al centro dell’Universo, perché il centro dell’Universo è l’Assoluto. L’unico modo per dimorare al centro dell’Universo, per entrare nella realtà omnictiva, è unirsi all’Assoluto. Se sviluppiamo qualche qualità dell’ego, qualche capacità, comunque non possiamo dimorare al centro dell’Universo, perché esso ha già un centro.

Naturalmente, nella storia della tradizione vedica vi furono tentativi di questo genere. Per esempio, Hiranyakashipu voleva dimorare al centro dell’Universo, praticava anch’egli l’advaita, e quando Prahlada cercava di spiegargli le verità su Ishvara e sul fatto che l’ego non può dimorare nell’advaita, Hiranyakashipu si offendeva molto. Alla fine cadde in uno stato talmente iracondo e incontrollato che decise di distruggere Prahlada. Prahlada manifestò la propria comprensione, ed era sotto la protezione di Dio, e le forze divine lo proteggevano. Alla fine, Hiranyakashipu fu egli stesso ucciso da Narasimha, cioè Prahlada si trovava in uno stato più non-duale, tanto che le forze della natura, le forze magiche, gli avatar venivano per lui e prendevano le sue difese.

Un altro esempio è Ravana. Anche Ravana era un devoto di Shiva, ma comprendeva l’advaita a modo suo, e ho letto, è persino uscita una «Ramayana» in cui Ravana era raffigurato come un eroe positivo, una tale interpretazione creativa in cui veniva mostrato un amore molto puro, molto tenero per Sita. Egli semplicemente amava Sita, la amava fino a perdere il senno, era pronto a diverse follie, arrivò persino a sfidare l’avatar Rama. Semplicemente amava Sita: un amore così elevato, puro, devoto, che diede la propria testa per amore, mentre Rama semplicemente non comprese il suo amore. Ecco un amore così elevato, puro, devoto, che egli diede la propria testa per amore, mentre Rama semplicemente non comprese il suo amore, seguì il dharma di quel tempo: la moglie era stata rapita, il marito doveva riportarla indietro, vendicarsi, punire, tutto qui, arrivò e distrusse. Questa interpretazione è sostenuta dagli abitanti di Lanka, che considerano Ravana un proprio punto di orgoglio.

La gerarchia divina della creazione

«Il dio Brahma, obbedendo a me, esiste della mia esistenza e porta sempre in sé la mia potenza divina. Egli, l’ordinatore di tutti i mondi, conosce tutto in modo inseparabile da me. Divenuto quadrifronte, crea l’universo come procedente da se stesso. Colui che è Narayana, Ananta, l’eterna manifestazione dei mondi, è la mia immagine suprema, che crea il mantenimento. Il Signore Rudra, essenza del tempo, che è il distruttore di tutti gli esseri, per mio comando distrugge costantemente; egli è il mio corpo.

Il fuoco, che porta il sacrificio agli dèi, e il kavya a coloro che gustano il kavya e prepara il cibo, fa tutto ciò con la mia forza. Bhagavan Agni Vaishvanara prepara il cibo giorno e notte, obbedendo a Ishvara. Varuna, il migliore fra gli dèi, fonte di tutte le acque, dona la vita a tutto, obbedendo a Ishvara.

Il dio Vayu, che dimora all’interno e all’esterno degli esseri e sostiene i corpi degli esseri, esiste soltanto per mio comando. Soma, che dà la vita agli uomini e l’amrita agli dèi, agisce sottomettendosi a me. Surya, che con la sua luce illumina sempre tutto il mondo e manda le piogge, agisce per comando dell’Autogenerato. Il dio Shakra, signore di tutto, che governa l’intero mondo, colui che conferisce il frutto dei sacrifici, agisce per mio comando. Il dio Yama (figlio di Vivasvan), che punisce gli ingiusti, compie il suo giudizio sottomettendosi al Dio degli dèi.

Kubera, patrono di tutte le ricchezze, colui che dona le ricchezze, agisce sempre in sottomissione a Ishvara. Il dio Nirriti (signore dei rakshasa), colui che conferisce il frutto di tamas, agisce sempre sotto la mia sottomissione. Ishana (signore delle schiere di vetala e bhuta), che dà ai devoti il frutto del godimento, dimora anch’egli per mio comando. Vamadeva, discepolo di Angirasa, capo dei Rudra gana, protettore degli yogin, dimora per mio comando».

Gerarchia divina della creazione: Brahma, Narayana e Rudra agiscono secondo la volontà di Ishvara

Man mano che procede la pratica spirituale, l’Universo divino comincia a rivelarsi. All’inizio vediamo soltanto il Guru, i suoi discepoli; quando osserviamo con maggiore attenzione, vediamo la Guru-parampara, un’intera linea di santi, una scuola filosofica, i testi sacri. Quando procediamo oltre, vediamo l’Ishta-devata, gli esseri divini e quelli che sono sull’altare, che invochiamo e veneriamo. Riconosciamo alcuni aspetti del Vedanta: Ishvara, Atman, jiva, Brahman. Poi cominciamo a riconoscere le diverse energie di Dio, energie personificate, personali, i vari esseri divini che governano le forze della natura, gli elementi, la natura, le funzioni.

Alla fine scopriamo di vivere in un Universo molto complesso, governato da esseri divini, e la nostra vita dipende interamente da questi esseri divini, da questo Universo; esso è molto complesso e tutto al suo interno è interdipendente. Man mano che la nostra coscienza si purifica, possiamo entrare in contatto con diverse sfaccettature di questo Universo divino. Per esempio, mi hanno raccontato che una persona conosceva Brahmananda, ma non credeva in lui come santo, e non vi credette finché Brahmananda non gli apparve insieme al rishi Vishvamitra, comparendo spontaneamente a casa sua nel corpo sottile.

Gradualmente, attraverso i sogni, la meditazione, le esperienze spirituali, cominciamo a percepire quest’altro lato dell’Universo, nel quale esistono dèi, santi, che sono governati da esseri divini, e nel quale ci sono moltissime sfaccettature, moltissime sfumature, moltissimi mandala. E comprendiamo quanto complesso sia il mondo in cui viviamo, e quanto sia piccolo l’uomo con le sue illusioni, con la sua vita limitata, con il suo karma, con il suo ego, e quanto sia grande la gerarchia divina. Cominciamo a percepire la gerarchia divina, ad aprire altre dimensioni e mondi e a determinare il nostro posto in essa.

Comprendiamo che viviamo da moltissimo tempo come anima, siamo immortali, e il corpo che abbiamo ricevuto nella nostra incarnazione è semplicemente un determinato karma, con cui l’anima si è unita. Continueremo a vivere oltre, e il nostro posto in questo Universo, il ruolo, le condizioni, l’ambiente, sono determinati da come disponiamo della nostra vita attuale, nonché da quali samskara subconsci e vasana, impressioni subconsce, continuano a esistere nel flusso dei nostri corpi causale e sottile.

L’anima immortale, il karma, i samskara e le vasana determinano il cammino ulteriore

Il processo di liberazione attraverso i tattva

Il processo di liberazione significa muoversi attraverso questi strati gerarchici dell’Universo, abbandonando i tattva impuri ed entrando dapprima nei tattva misti, puro-impuri, e poi nella dimensione dei tattva puri. Le divinità samsariche dimorano nelle dimensioni dei tattva puro-impuri e perciò sono più vicine alla nostra realtà materiale, mentre gli esseri divini superiori dimorano nella dimensione dei tattva puri. Il processo di liberazione è la purificazione dei propri tattva interiori, la rivelazione dei principali tattva puri e l’identificazione di sé con essi.

«Vinayaka, venerato da tutto l’Universo, colui che rimuove gli ostacoli, patrono del dharma, giunge secondo la mia parola. Il Signore Skanda, il migliore tra i conoscitori del Brahman, capo dell’esercito degli dèi, dimora eternamente per comando dell’eterno auto-generato. I grandi rishi Marichi e gli altri protettori degli esseri generati creano mondi diversi per ordine del Supremo. La dea Shri, consorte di Narayana, che concede a tutti una prosperità incomparabile, agisce per mia grazia. La dea Sarasvati, che dona una parola splendida, agisce sottomettendosi a Ishvara. La dea conosciuta come Savitri, che salva tutti gli uomini dal terribile inferno, lo fa per ordine di Dio.

Parvati, la Devi suprema, che dona la conoscenza del Brahman, contemplata come sovrana, anch’essa segue le mie parole. L’infinito Anandashesha (signore degli immortali), che porta il mondo sulla testa, è anch’egli sottomesso a Dio. Agni, che assume costantemente la forma di Vadava, beve l’intero oceano per ordine di Ishvara. I quattordici Manu, che estendendo la loro forza in questo mondo custodiscono la discendenza, sono tutti sottomessi a lui. Gli Aditya, i Vasu, i Rudra, i Marut, entrambi gli Ashvin e le altre divinità dimorano tutti secondo il mio comando. I Gandharva, i Garuda, i rishi, i riksha, i siddha, i sadhya, i charana, gli yaksha, i rakshasa, i pishacha dimorano obbedendo all’auto-generato».

Gerarchia degli esseri nell’Universo

Quando facciamo conoscenza con la gerarchia della creazione, con la gerarchia dell’Universo, definiamo noi stessi come manushya. Manushya significa genere umano, coloro che sono dotati di consapevolezza, dotati di ragione, e determiniamo approssimativamente la nostra posizione nell’Universo. Siamo esseri umani (genere manushya); al di sotto di noi si trovano esseri meno coscienti, per esempio i preta, i pishacha, i rakshasa, cioè spiriti, fantasmi, animali, esseri infernali che dimorano in Naraka.

Al di sopra e accanto a noi si trovano i pitri (spiriti degli antenati), che hanno un legame con le stirpi: sono ex esseri umani che hanno acquisito un corpo sottile; sono considerati più elevati, poiché controllano il corpo sottile e vivono nel corpo sottile.

Poi, al di sopra dei pitri, vengono i gandharva, i vidyadhara, gli yaksha, vari esseri di natura semidivina, i kinnara (musicisti divini), danzatori, piloti di vimana. Al di sopra di loro vengono i siddha (esseri perfetti), che un tempo potevano anche essere stati uomini. Poi vengono dèi di classi ancora più elevate e, infine, al di sopra di essi vengono coloro che sono chiamati maha-deva (grandi dèi).

I grandi dèi sono coloro che possiedono grandi kriya-, iccha-, jnana-shakti e appartengono ai cinque tattva superiori, per esempio Mahakala (divinità del tempo), oppure la dea Sarasvati, oppure Ganesha. Tutto questo è la classe dei grandi dèi: è la classe dei signori della creazione, che vivono negli shuddha-adhva (puri continuum spazio-temporali). La loro proprietà principale è l’indivisibilità dall’Assoluto: sono uniti all’Assoluto e, di fatto, sono le forze creative, le energie dell’Assoluto stesso.

Gerarchia degli esseri nell’Universo: dai mondi inferiori attraverso gli uomini fino agli dèi e ai mahadeva

Evoluzione spirituale e cammino verso l’Assoluto

Noi, in quanto esseri viventi, praticando, aspiriamo a occupare un qualche posto in questa creazione. Senza dubbio, non possiamo andare da nessuna parte fuori da questo Universo: chiunque siamo, che nasciamo o moriamo, siamo comunque qualcuno e occupiamo un qualche posto. Che siamo liberati o illuminati, oppure non liberati, in ogni caso viviamo in qualche modo da qualche parte, siamo qualcuno. L’unico modo per liberarsi da tutto è identificarsi con l’Assoluto (Brahman), diventare un unico Ishvara e un unico Brahman.

Ma prima che ciò accada, cambieremo molte volte il nostro ruolo. Per esempio, da essere umano qualcuno può diventare pitri, oppure qualcuno può diventare vidyadhara, o qualcuno gandharva, un essere divino, angelico; qualcuno può diventare siddha: sono possibili ruoli diversi.

Schema dell’ascesa spirituale

Il nostro schema della liberazione spirituale è del tutto chiaro:

  • Dapprima diventiamo sadhu

  • Da sadhu diventiamo jnani — colui che ha conseguito il risveglio

Anche per diventare sadhu bisogna impegnarsi. Non possiamo diventare sadhu semplicemente ricevendo diksha; dobbiamo trasformare questa diksha in uno stile di vita da sadhu e nelle qualità di un sadhu.

Quando raggiungiamo un certo livello di risveglio, diventiamo jnani — colui che ha conosciuto Brahman nella visione, nella contemplazione, nell’esperienza personale, nel samadhi. Questo è già un lasciapassare per la liberazione, un lasciapassare verso le tattva pure, verso le dimensioni superiori, poiché siamo già guidati dalla non-dualità.

Poi, quando continuiamo a praticare, siamo in grado di diventare:

  • Uno jnani perfetto, un siddha

  • Un mahasiddha — colui che ha superato persino gli dèi, gli dèi samsarici, nella comprensione dell’Assoluto e ha sviluppato una tale forza

  • Un deva (una delle divinità), che manifesta la perfezione nel governo della realtà, la manifestazione di jnana-, iccha-, kriya-shakti

  • Colui che appartiene alla classe dei signori dell’Universo (alla classe dei pati), colui che si eleva verso le tattva pure, le cinque tattva pure, e diventa una delle divinità che governano o manifestano le tattva pure

Divinità delle tattva pure

Chi sono, che tipo di divinità sono:

Shambhava — coloro che hanno realizzato la prima tattva (Shiva-tattva)

Shakta — coloro che hanno realizzato la seconda tattva

Mahamantreshvara — coloro che hanno realizzato la terza tattva, la quarta tattva

Ishvara — coloro che sono diventati Ishvara e sono divenuti capaci di creare i propri Universi

Gli shakta, gli shambhava appartengono alla categoria di esseri chiamati akala (senza forma) — coscienze infinite, impersonali, onnipresenti, onnipotenti. I mahamantreshvara sono coloro che manifestano poteri capaci di creare Universi, di governare il cosmo.

Così ci muoviamo lungo la scala spirituale dell’evoluzione, mentre ora siamo la classe degli esseri umani (manushya, sakala).

Divinità delle tattva pure: shambhava, shakta, mahamantreshvara e ishvara

Classificazione degli esseri secondo il livello di realizzazione

Sakala — è il nome generale di tutti gli esseri non risvegliati e dotati di attributi, cioè di coloro che possiedono qualità.

Tutti gli esseri divini sono già, se non si considerano i pralayakala (i pralayakala sono esseri particolari, entrati in tale stato inferiore e rimasti sospesi lì), tutti gli esseri divini sono vijnana-kala.

I vijnana-kala indicano coloro che sono dotati della conoscenza dell’Assoluto, sono uno con l’Assoluto e hanno eliminato le mala (limitazioni). Ad alcuni è rimasta soltanto anava-mala (ego), per esempio alle divinità samsariche, a Indra. Gli esseri divini superiori, invece, sono vijnana-kala liberi da tutte e tre le mala, cioè sono già così uniti a Dio (all’Assoluto) che non distinguono se stessi dall’Assoluto, ma al tempo stesso possiedono personalità, individualità, una particolarità nella manifestazione dell’energia.

Le parole di Ishvara sulla propria onnipotenza

Kala, kashtha, nimesha, muhurta, giorni, notti, stagioni, paksha, mesi, dimorano sotto il dominio del signore della progenie. Le yuga, le manvantara dimorano obbedendo a me, così come le para, le parardha e le altre divisioni del tempo. Le quattro specie di esseri, mobili e immobili, esistono in virtù della sottomissione a Dio, all’Atman supremo. I patala, tutti i mondi, altri Universi, tutti esistono in virtù della sottomissione al nato da sé; per mio comando innumerevoli Universi con i loro elementi e le loro azioni sono trascorsi, e altri Universi con le cose loro proprie sorgeranno poi per volontà dell’Atman supremo. Terra, acqua, fuoco, vento, spazio, mente, buddhi: queste essenze di Prakriti sono governate da me.

 

Maya, che è la fonte di tutto l’Universo, che incanta tutti gli incarnati, esiste eternamente obbedendo a Ishvara. Purusha — Dio, che sostiene il corpo, agisce costantemente in esso come anima, obbedendo a Ishvara. Vidya, che manifesta lo stato supremo eliminando l’influsso dell’oscuramento, agisce obbedendo a Mahesha; perciò, perché dire molto? L’Universo è l’essenza della mia shakti, tutto è governato da me, in me esso trova dissoluzione. Io sono Bhagavan, Isha — autosplendente, eterno, Atman supremo, Brahman supremo; oltre a me non esiste null’altro. Avendo conosciuto questa conoscenza suprema, esposta a voi da me, l’uomo si libera dai vincoli della rinascita nel samsara.

Ishvara governa gli elementi, maya, purusha e vidya; la conoscenza libera dal samsara

Così, nella sacra «Kurma Purana», nella prima parte, composta da seimila shloka, si conclude il sesto capitolo dell’«Ishvara Gita», intitolato «La visione dell’Ishvara danzante e dello jnana yoga».

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