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L'arte dell'amore per Dio: come diventare ciò che ami

31.05.2026
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L'arte dell'amore per Dio: come diventare ciò che ami

Nello «Yoga Vasistha» Vasistha istruisce così il principe Rama:

Ciò che la mente ama più di tutto, in quello essa si trasforma; ciò che la mente ama più di tutto, quello essa diventa. Tu diventi così come ti concepisci nei pensieri.

La nostra vita si svolge su più piani contemporaneamente: una parte della nostra vita si svolge sul piano fisico, quando manteniamo la stabilità del nostro mondo nel corpo fisico, per esempio cuciniamo o spalamo la neve, e una parte della nostra vita si svolge sul piano interiore, e questo piano interiore è molto importante per l’anima. Sul piano interiore facciamo costantemente delle scelte, indirizziamo da qualche parte la nostra anima, disegniamo una certa immagine del futuro, in qualche modo valutiamo noi stessi e gli altri; avvengono continuamente micro-scelte, micro-interazioni, micro-visualizzazioni, micro-appoggi su qualcosa.

Vasistha dà a Rama insegnamenti proprio riguardo a questo piano interiore. Egli dice: sii vigile, osserva te stesso, osserva le tue scelte, le tue visualizzazioni, le tue preferenze, ciò che ami, ciò che non ami, come valuti in qualche modo, perché ciò che la tua mente ama più di tutto, quello diventi nella vita.

L’arte di amare Dio

Un sadhu è colui che comprende questo processo sottile e impara consapevolmente ad amare Dio, l’Assoluto, la verità assoluta. L’amore per Dio è devozione della mente alla verità assoluta e infinita, è orientamento e assorbimento in essa, e non è qualcosa che arriva in un solo momento e subito; è un’arte nella quale dobbiamo perfezionarci per tutta la vita, e nella quale si perfezionano anche tutti gli dèi e i siddha.

Quando iniziamo a studiare quest’arte, scopriamo che la nostra anima non sa amare Dio, non conosce Dio, non sa come amarLo; invece ama ciò che le è stato insegnato, ciò a cui si è abituata nelle vite passate. E ama costantemente migliaia di cose, qualsiasi cosa, tranne Dio.

Ama inventare qualcosa; in alcune persone l’anima ama valutare continuamente gli altri, confrontarli con sé e determinare il proprio posto, oppure competere; in altre l’anima ama guardare la televisione; in altre ancora leggere all’infinito le notizie su internet; in altre l’anima ama sognare: andare là oppure là; in altre l’anima ama semplicemente il prasada, mangiare. Ci sono quelli che meditano: allora, che cosa ci sarà domani? In altre l’anima si trova in uno stato semi-tamasico di prostrazione, non sa ancora nemmeno lei che cosa ama; in altre l’anima ama le donne, le mogli, i figli, la famiglia, le relazioni, il benessere, la stabilità; in qualcun altro ancora l’anima ama il potere, la forza, l’influenza, mostrare a tutti quanto sia un’anima forte, così che, se succede qualcosa, tutti capiranno che carattere ha. E lo dimostra continuamente, si autoafferma, lancia sfide, a causa di questo si mantiene costantemente in tensione.

In qualcuno l’anima ama sedurre: uomini o donne, è occupata in qualche gioco, in intrighi: far innamorare di sé, legare a sé, manipolare, abbandonare, lasciare, giocare; attraverso questo l’anima si autoafferma, ritiene di essere la più affascinante, la più incantevole, la più astuta. E moltissime anime in tutto il mondo giocano a questi giochi. Ci sono anche anime che amano la propria Patria, il proprio popolo, e pensano a come fare in modo che stia meglio, che sia più intelligente, che prosperi, cioè anime che non pensano più a se stesse, al proprio ego, ma pensano su scala nazionale; tali anime diventano leader nazionali, politici eminenti. Ci sono anime che amano le concezioni intellettuali, cercano di comprendere le leggi di questo universo (le anime degli scienziati). Ci sono moltissime anime che amano creare: disegnare, recitare, cantare e rallegrare gli altri. Ci sono anche molte anime che amano cose non buone, che amano vivere a spese degli altri. Ci sono anime che amano la stregoneria, le pratiche magiche e l’aumento della forza vitale a spese degli altri mediante queste pratiche.

E quando guardiamo, vediamo che esiste un enorme spettro di ciò che le anime amano, ma poche anime sanno amare Dio. E poiché tutte le anime amano qualcosa del genere, ciò che amano, quello diventano. Ci sono anime che amano i bambini, ci sono anime che amano combattere, ci sono anime che amano esibirsi nelle sale da concerto e incantare gli altri con la propria voce, con il proprio aspetto. Ci sono anime che amano il denaro. Ed ecco, tutto ciò che l’anima ama, quello essa diventa. È una sfera così incontrollata. Ci sono anime che amano le droghe, le sigarette, le bevande alcoliche, varie pillole, l’ecstasy, i funghi e i cactus. Una tale curiosità di espandere la coscienza: che cosa ci sarà là? Cioè innumerevoli forme d’amore delle anime che si trovano nell’illusione.

L’anima si distoglie dagli attaccamenti mondani verso la luce dell’amore per Dio

Ma il sadhu vive in modo da imparare ad amare Dio consapevolmente; egli dirige consapevolmente la propria anima verso la fonte Divina, allena consapevolmente se stesso ad amare Dio e soltanto Dio. Comprende che amare Dio è un’arte e che in essa bisogna raggiungere la maestria. All’inizio l’anima è molto inesperta nell’amore per Dio: non ha mai visto Dio, non sa nulla di Lui e non comprende: ma come funziona, in generale? Come si può amare ciò che è invisibile, non udibile, né dentro né fuori, non percepibile con l’olfatto, non tangibile? Per lei, all’inizio, Dio è un’astrazione. E poiché l’anima possiede una coscienza piuttosto terrena, si trova sempre alla ricerca: che cosa significa amare Dio?

L’allenamento quotidiano dell’anima

Il sadhu è colui che allena consapevolmente l’anima ad amare Dio. Quando ci alleniamo ad amare Dio, compiamo l’adorazione, le pratiche del Bhajan-mandala, i satsang, i darshan: sono pratiche molto importanti, che distolgono l’anima dal suo amore sbagliato per oggetti egoistici e materialistici. Dobbiamo allenare l’anima ogni giorno, perché ogni giorno il karma influisce sull’anima, ogni giorno qualcosa cerca di far vacillare l’anima in questo amore; anche questo accade ogni giorno. E allo stesso modo dobbiamo esercitarci ogni giorno nell’arte dell’amore per Dio.

Un sadhu sgrana un rosario integro durante il mantra del mattino

L’arte dell’amore per Dio viene coltivata con sforzi quotidiani, con un allenamento quotidiano. Quando dobbiamo continuamente superare il desiderio di amare qualcos’altro oltre a Dio. Dobbiamo ricordare costantemente all’anima quest’arte e dirle: ecco, qui, se vuoi amare Dio, devi assumere una tale posizione. E qui devi comportarti così, e qui invece così. Dobbiamo collocare l’anima in circostanze diverse, in situazioni diverse, e quanto più sono difficili, tanto meglio. In tutte queste situazioni l’anima deve imparare ad amare Dio.

Per esempio, coloro che praticano le arti marziali hanno molti metodi diversi, e l’essenza di questi metodi è imparare a combattere in circostanze diverse. Per esempio, si legano dei pesi (kettlebell, manubri) e corrono con essi, poi si mettono sotto una cascata, mentre l’acqua fredda scorre, e praticano i colpi, poi si immergono sott’acqua e sferrano colpi. Per agire anche in tali circostanze. Poi vengono loro bendati gli occhi, e l’avversario li attacca mentre hanno gli occhi bendati: da dietro e da qualunque parte; imparano a reagire al suono, a fare a meno degli occhi. Poi l’allievo dorme, e il maestro (l’allenatore di arti marziali) si avvicina di soppiatto con un bastone, e bam! Che cos’è, perché? Bisogna allenare l’intuizione, non hai il diritto di dormire come una marmotta, devi dormire come un guerriero. E il guerriero dorme con un occhio, mentre con l’altro vigila; non lo si può cogliere di sorpresa. Tali metodi esistevano nell’antichità nelle arti marziali.

Allo stesso modo dobbiamo insegnare alla nostra anima, in qualsiasi circostanza, in qualsiasi situazione: di giorno, di notte, nel freddo, nella calura, nella gioia, nell’amore, durante la malattia, mentre mangiamo, mentre lavoriamo, in ogni situazione dobbiamo essere un tale guerriero spirituale, quando sappiamo esattamente come amare Dio correttamente, quando alleniamo costantemente la nostra anima.

 

L’arte di riconoscere Dio

Che cosa significa amare Dio? Significa, sullo sfondo di qualsiasi percezione, trovare il proprio amore. È come una persona innamorata che troverà la sua ragazza amata tra migliaia di persone in città: la troverà certamente fra tutti. Allo stesso modo la nostra anima deve imparare a trovare Dio tra migliaia di oggetti, tra centinaia di oggetti di percezione.

Quando adoriamo Dattatreya, dobbiamo trovare Dio attraverso la Sua immagine. Quando guardiamo le immagini dei santi, dobbiamo trovare Dio attraverso le immagini dei santi. Quando ascoltiamo un bhajan, dobbiamo trovare Dio attraverso il bhajan. Quando guardiamo il Guru, basandoci sull’idea del Guru, dobbiamo vedere Dio. Quando guardiamo un fratello nel dharma, basandoci sulla visione pura, sul samaya, dobbiamo vedere Dio. Quando facciamo qualsiasi cosa, basandoci sull’Insegnamento del non-agire, dobbiamo vedere Dio nell’azione, al di là delle azioni. Quando mangiamo il prasad, dobbiamo riconoscere Dio nel prasad. Quando giriamo intorno ai templi, adoriamo le statue, dobbiamo vedere Dio nelle statue; non dobbiamo pensare: sì, è una specie di gesso, doratura, costa sessantamila, l’ha fatta a Nižnij Novgorod un qualche scultore mondano. Se penseremo così, non troveremo mai Dio. Dobbiamo manifestare tutta la nostra concentrazione, tutta la nostra attenzione, rimuovere tutte le nostre rappresentazioni fisse mondane e cercare di vedere Dio in ciò davanti a cui ci inchiniamo; in questo consiste il nostro allenamento.

La statua è composta di tattva, e i tattva furono prodotti da Brahma, e Brahma fu prodotto da Vishnu, Vishnu ebbe origine da Shiva. Brahma, Vishnu, Shiva: questo è Parabrahman, l’Assoluto. Dunque, la statua non è semplicemente un pezzo di gesso, è un’essenza, il gioco dell’Assoluto stesso davanti a noi; dobbiamo soltanto educare in noi stessi gli occhi giusti: ecco come dobbiamo guardare.

Il murti si rivela come manifestazione vivente dell’Assoluto

E non dobbiamo guardare una persona così: ah, è uguale a me, sciocco, non capisce nulla, è semplicemente venuto qui, è più anziano di me, è qui da più tempo di me. Dobbiamo guardare in modo da trovare in quest’anima la scintilla Divina, vederla e venerarla; è proprio questo il significato del gesto namaste: nel proprio fratello nel dharma, allo stesso modo, e anche in chi è più giovane di noi. Non dobbiamo pensare così: ah, qui cammina una mataji, raccoglie qualcosa, fa qualcosa in cucina, cucina il borsch. Dobbiamo far nascere in noi una tale capacità da vedere Dio in lei e in ciò che fa, indipendentemente dalle nostre valutazioni, indipendentemente dalla nostra mente giudicante.

Dobbiamo penetrare attraverso la percezione ordinaria, gettare via il mondo astrale come una vecchia scarpa inutile, e penetrare nell’essenza stessa della non-dualità, per vedere Dio senza nome, senza forma, senza attributi, senza qualità, come l’Infinito. Dobbiamo vedere questo Infinito, esprimergli il nostro rispetto e trovare il nostro amore. In ogni cosa dobbiamo trovare il nostro amore: dobbiamo trovarlo in una colonna, in un cane, in un albero. Questo significa: qualunque cosa incontriamo, dobbiamo cercarlo.

E nel processo della ricerca dobbiamo scartare ciò che non è il nostro amore: corre un cane, Seva, un cane come un cane, anche i suoi interessi sono canini, cibo, sonno e così via. Ma di per sé Seva è semplicemente un corpo canino, una mente canina, un corpo sottile, ma dentro di lei c’è Dio: la coscienza Divina. Dobbiamo vedere Dio nel corpo di un cane ed esprimergli anche rispetto, ma rispetto non al corpo, non alla mente canina e non ai desideri canini, bensì a ciò che gioca in questo corpo pur essendo trascendente. Così imparare a riconoscere Dio in ogni fiocco di neve, in ogni abete, imparare ad amarLo in ogni persona, in ogni colonna.

Il praticante impara a vedere Dio nella natura e nel mondo ordinario

Quando saremo in grado di farlo, quando impareremo a vedere che Dio, l’Assoluto, è indipendente dal nome, dalla forma, dai cinque elementi, allora comprenderemo che la questione non è in tutto questo, non è nell’esteriore, ma è in Dio. Tutta la questione sta nel riconoscere questo Dio, nel trovare il proprio amore sempre e ovunque, nel comprendere che non bisogna prestare troppa attenzione agli oggetti, ai nomi e alle forme, che il nostro compito è rivelare ciò che sta dietro gli oggetti, dietro i nomi e le forme. E questo dipende in larga misura da noi: è l’allenamento dell’anima nell’amore per Dio.

L’affermazione nell’arte della contemplazione

E all’inizio dobbiamo farlo abituando costantemente la nostra anima, perché essa non è abituata a questo, ha categorie troppo diverse, un’esperienza troppo diversa. Ancora e ancora dobbiamo dirigere la nostra anima a riconoscere Dio. Tutto questo è l’arte della contemplazione, l’arte della Brahma-vichara, dell’Atma-vichara.

 

Infine, quando ci saremo stabiliti in quest’arte, in sostanza non vedremo nulla se non Dio. Naturalmente, questo mondo materiale non scomparirà, e continueremo a vedere tutto ciò che vedevamo prima, ma comprenderemo l’illusorietà fondamentale di tutto questo rispetto a Dio, comprenderemo che Dio è più importante. È come guardare le nuvole: nelle nuvole a volte possono apparire diverse figure, e i genitori le mostrano ai bambini: guarda, lì c’è una pecorella, e questa è un uccellino. Il bambino dice: sì, esatto. Ma l’adulto comprende bene che, qualunque figura sorga nelle nuvole, esse sono prima di tutto nuvole, e le figure sono cose irreali. Allo stesso modo anche nel mondo materiale, qualunque figura del mondo materiale sorga, Dio è più importante, le figure non sono così importanti quanto è importante Dio.

Riconoscere Dio, dirigere la propria anima verso di Lui: questa è l’arte di educare la devozione, l’amore per Dio, l’arte dell’abbandono di sé. E quando avete imparato a vedere Dio sempre, ovunque e in ogni cosa, in voi nasce la più grande aspirazione, la devozione e il desiderio di essere sempre in questo amore per Dio, nasce il desiderio di conservarlo e la paura di perderLo. Comprendete: prima ero nell’ignoranza, non sapevo vedere Dio, non sapevo amare Dio, rivolgevo continuamente l’attenzione a diverse sciocchezze, come un bambino a cui sembra che ci sia un fantasma, mentre è un albero. Ma ora ho capito qual è l’essenza di questo mondo: l’essenza di questo mondo è Dio, che si nasconde ovunque. E in voi nasce il desiderio di conservare questa visione, di proteggerla, perché non è ancora stabile. Allora il sadhu diventa vigile, sempre e ovunque cerca di sviluppare in sé questo amore.

Può essere una forte esperienza spirituale, oppure può non essere affatto un’esperienza mistica, può essere soltanto un’esperienza di comprensione: tutto dipende dal vostro karma. Può essere un’esperienza di devozione e di amore, può essere un’esperienza del vissuto dello spazio della Chiara Luce e dell’irrealtà del mondo, oppure può essere un’esperienza di amore e vacuità; sarà vissuta individualmente in conformità con la struttura del vostro apparato interiore – l’antahkarana, ma in ogni caso saprete che siete riusciti a vedere i piedi del Divino.

In voi sorgono devozione e amore per questo stato, e allora ciò che prima era importante smette di esserlo. Diventa non importante: come se foste cresciuti e le vostre vecchie scarpe non vi servissero più, e le buttaste via. Da bambini portavate scarpe, vi compravano scarpe da bambini, piccoli sandali, ci camminavate, ma se ora vi proponessero di indossarli, vi mettereste solo a ridere: non vi entrerebbero, e oggi poi non si portano nemmeno più; si possono buttare via o dare a un museo.

Allo stesso modo, ciò che prima vi preoccupava o vi attirava diventa come quelle scarpe inutili: semplicemente ne ridete. Di che cosa ridete? Dell’attaccamento, dell’orgoglio, dell’egoismo, degli attaccamenti materiali, del rifiuto di varie cose, quando dite: questo non lo sopporto, lo odio; anche questa è un’illusione, e voi la scartate. Dell’attaccamento agli skandha, agli involucri: il corpo fisico, energetico, astrale, mentale, causale; superate tutto questo attaccamento, capite che sono semplicemente funzioni, non bisogna distruggerle, bisogna semplicemente usarle. Ma questo non sono io, non ho intenzione di attaccarmi a questo, di amarlo, di donargli la mia anima.

In generale, a volte esistono persone strane. All’estero, ho letto, una donna ha sposato un grande ponte ferroviario: un desiderio del genere, ha formalizzato il matrimonio. In India, capita che le persone formalizzino un matrimonio per migliorare il proprio destino: si fidanzano o si sposano con una mucca; una donna ha sposato la “Bhagavad-gita”, un albero, ma lo fanno su raccomandazione di un astrologo per motivi mistici; in India la cultura non lo proibisce. Ma quando in America una donna laica sposa un ponte ferroviario, e prima ancora si era sposata circa tredici volte con grandi oggetti...

Spesso, quando ci aggrappiamo a certe cose, assomigliamo a quella donna. Quando attribuiamo importanza a qualcosa: ai kosha, agli skandha, agli involucri. La viveka arriva quando ne ridiamo, quando vediamo: è sciocco, non è la mia essenza. Quando ridiamo, significa che la nostra anima matura, cresce, e comprende: sì, il vero oggetto dell’amore è sempre uno solo, è Dio, il Divino, è l’oggetto più importante.

Ed è allora che cominciamo a radicarci nell’amore per Dio, e l’amore per Dio accompagna sempre la nostra vita; comprendiamo: non un passo senza amore per Dio, non un passo senza devozione a Dio, non un passo senza donazione di sé. E questo smette di metterci sotto tensione; se prima bisognava allenarlo, vigilare ogni secondo, ora diventa naturale, acquisiamo la capacità di essere assorbiti dall’amore per Dio in modo naturale, senza tensioni, senza sforzi. Che ci siano rituali o no, che ci sia adorazione esteriore o no, che ci sia autodisciplina esteriore o no, non è più così importante. Questo dura naturalmente, qualunque cosa facciate, di qualunque attività vi occupiate.

L’amore per Dio accompagna naturalmente ogni passo

Questo amore stabile per Dio lo chiamiamo nididhyasana. Dimorare nello stato naturale, sahaja, è dimorare in un amore stabile per il divino. E un amore così stabile per Dio cambia le nostre concezioni, ci libera dagli stereotipi del karma, distrugge la causa dei futuri corpi che potremmo ricevere nel samsara.

 

La vita nella beatitudine

E l’anima, sotto l’influsso di questo amore, comincia a fiorire, comincia a svolazzare come una farfalla, tutte le sue qualità fioriscono, tutte le sue virtù fioriscono. E invece di un cupo assorbimento nel proprio karma, nelle proprie preoccupazioni, comincia a diventare molto gioiosa. Ed è proprio questa gioia a diventare una nuova vita per l’anima, dove non c’è karma, ma c’è soltanto gioco, benedizione divina, grazia divina, la discesa dell’Anugraha, una visione pura che sorge da sé, e tutto questo è ananda ininterrotta, beatitudine, beatitudine, beatitudine...

Cioè l’anima che ha imparato ad amare Dio passa da una beatitudine all’altra, da questa beatitudine a una beatitudine ancora maggiore. Non sperimenta stati mondani ordinari, oppure, se li sperimenta, essi restano semplicemente alla periferia, come un gioco. Non sperimenta mai stati cupi, sperimenta la beatitudine, la Brahma-ananda. Si sveglia e pensa: quanto è bello! E il giorno dopo si sveglia e pensa: oggi è ancora meglio di ieri! E il giorno successivo si sveglia e pensa: ma guarda, è semplicemente incredibile quanto sia bello! Ananda, maha-ananda, param-ananda, diversi gradi di ananda; essa passa da un’ananda all’altra. Ma non affoga nell’ananda, perché affogare nell’ananda è anch’esso un ostacolo; in questa ananda riconosce Dio nella visione pura, senza attributi, senza oggetti.

Le quattro forme di liberazione

Quando essa si abitua a vivere continuamente in tale ananda, la sua vita diventa un gioco, l’anima diventa ciò che ama, ed essa ama Dio e diventa essa stessa Dio. Dobbiamo esercitarci in modo da imparare ad amare Dio e affinché diventiamo ciò che la nostra mente ama più di tutto. Quando abbiamo imparato ad amare Dio in questo modo, diventiamo una qualche forma di Dio, diventiamo una qualche forma di unità con Dio.

E queste quattro forme sono tradizionalmente chiamate le quattro forme di mukti:

Sayujya-mukti — quando l’anima ama essere dissolta in Dio, raggiunge l’unità con l’Assoluto

Sarupya-mukti — quando l’anima ama giocare come forma del corpo illusorio, ama Dio nella forma manifestata, possiede un corpo con l’aspetto di una divinità

Salokya-mukti — quando l’anima ama la visione pura, ama i loka divini, nasce in un loka divino. Ma questo non significa che durante la vita ami volare via da qualche parte; significa che riconosce questo mondo fisico nella visione pura

Samipya-mukti — quando l’anima ama vivere circondata da sadhu, esseri divini, e i santi, gli dèi che invoca, diventano suoi amici, il suo ambiente, e in essi impara a riconoscere Dio

 

L’arte dell’amore per Dio significa che dobbiamo trovare in noi questo amore, dobbiamo trovare il luogo verso cui dobbiamo dirigere questo amore, e poi coltivarlo e coltivarlo, ignorando tutti gli altri amori della nostra anima, ignorando il suo amore per le klesha, l’amore per l’ego, ignorando tutti questi tipi di amore.

E come si possono ignorare?

Il metodo del sutra prescrive di prenderli e stroncarli duramente, come prendendo una sorta di spada immaginaria e recidendoli

Il metodo del tantra dice così: trasforma le preferenze della tua anima in divine, non reciderle, ma trasformale

Il metodo dell’anuttara-tantra dice: non prestare attenzione, ama soltanto Dio, e tutto il resto seguirà; lo stesso amore per Dio dissolverà tutto da sé

Tre approcci alle preferenze dell’anima: stroncare, trasformare o dissolvere con l’amore

 

A volte usiamo il metodo del sutra, a volte il metodo del tantra, a volte il metodo dell’anuttara-tantra, ma alla fine tutto si dissolve in questa capacità di amare Dio.

A volte nella nostra anima i desideri si acuiscono, questi vecchi tipi di amore cominciano a ribellarsi. E allora dobbiamo insegnare alla nostra anima come scegliere comunque l’amore per Dio e vincere queste vecchie tendenze. Dobbiamo farlo come il forte vince il debole, o come l’astuto vince il più sciocco: ingannare queste vecchie tendenze dell’anima, superarle e comunque vincere. A volte accade che spunti fuori l’egoismo; dobbiamo vincere il nostro egoismo con l’umiltà e l’abbandono di sé. A volte spunta fuori una klesha: qualche praticante karma-sannyasi dice: sì, ci sono stress sul lavoro, bisogna rilassarsi, bere birra. Bisogna scegliere: o la birra, o Dio. Amare Dio in stato di ebbrezza, probabilmente, lo sa fare solo Dattatreya. Bisogna vincere ogni giorno le klesha dentro di sé, vincere ogni giorno le tendenze della mente impura dentro di sé, vincere ogni giorno gli attaccamenti, riconquistare a poco a poco spazio per Dio; allora padroneggeremo alla perfezione l’arte dell’amore per Dio.

Educare l’amore per Dio

Quando ci occupiamo di qualcosa, è molto importante trovarsi in uno stato di amore per Dio. Ecco, il servizio è destinato a educare in noi l’amore per Dio. Naturalmente, attraverso il servizio risolviamo compiti pratici della vita, e anche questo è necessario: se nessuno cucinerà il prasad o spalare la neve, sarà più difficile vivere, e sarà più difficile anche meditare. Ma dopotutto non è questo l’essenziale nel servizio: se proprio ci si organizzasse bene, si potrebbero assumere persone pagate, e farebbero tutto loro. Tuttavia, attraverso il servizio risolviamo anche noi stessi correttamente il nostro compito. Risolviamo il compito di imparare l’arte dell’amore per Dio.

Quando facciamo qualcosa, dobbiamo ricordare che io conduco la volontà Divina, lo faccio non per me stesso, lo faccio come servizio alla volontà Divina. Perché? Perché aspiro a imparare quest’arte dell’amore per il Divino; allora il servizio ci educherà. Quando ci doniamo al servizio, comprendiamo questo processo: tutto questo lo faccio per Dio, e per Dio semplicemente non ho il diritto di farlo male, non ho il diritto di farlo in modo irresponsabile. Se per il padrone in un’azienda a volte si può tirare via, giusto? Riceveremo i soldi, non è niente di grave. Se lavoro per me stesso, allora io non sono una persona così importante, si può fare anche per sé in qualche modo. Ma per Dio non ho il diritto di fare le cose in qualche modo, non ho il diritto di tirare via; per Dio posso fare con il cuore aperto, con piena dedizione, con la completa offerta di me stesso. Anche una cosa piccola, insignificante, cerco di farla bene, con maestria, di investirvi la mia fede, la mia devozione, il mio impegno. Se possiamo agire così, allora il servizio sarà l’educazione della nostra anima.

A volte, quando svolgiamo un servizio, dobbiamo riflettere su questo: dobbiamo farlo con cura, con diligenza, mettendoci tutta l’anima, perché attraverso questo serviamo Dio. Se lavoriamo nel mondo, nel mondo il criterio di valutazione è lo stipendio o la carriera. Lavori bene, esegui correttamente una certa volontà, corrispondi agli interessi del mercato dei consumi, ricevi punti, ti danno uno stipendio, fai carriera, ricevi dall’universo segnali che qui stai facendo tutto correttamente; se lavori male, al contrario, l’universo ti invia segnali che eri nel torto, che in questo sistema di relazioni hai agito in modo sbagliato. Ma nella vita spirituale noi serviamo Dio, facciamo tutto per Dio. A volte, quando qualcuno fa qualcosa, io valuto più o meno così: ma nel mondo non si fa così, e dico: nel mondo per una cosa del genere non vi pagherebbero, non si lavora così nel mondo, e Dio non si serve così.

Il criterio mondano di valutazione non è adatto a noi: non lavoriamo per uno stipendio, non lavoriamo per una carriera, serviamo Dio. Allora dobbiamo porci la domanda: come dobbiamo servire Dio? E la risposta sarà: con dedizione, con fede e devozione, donando noi stessi, considerando il nostro lavoro come servizio, come maha-yajna, come offerta al Divino. Questo significa: in ciò che faccio, investo il mio amore; anche se si tratta di una cosa insignificante, piccola, vi investo il mio spirito.

Il lavoro ordinario diventa servizio e offerta a Dio

Se agiamo in questo modo, impareremo ad amare Dio attraverso il servizio; attraverso ciò che facciamo, avverrà l’integrazione dello stato naturale con le nove azioni del corpo, della parola e della mente. Spesso a molti non riesce di raggiungere l’integrazione con le azioni. Possono contemplare, dimorare nell’amore contemplativo per Dio, ma quando fanno qualcosa non sanno unire la loro contemplazione e l’azione. Diciamo così: non mettono l’anima nel modo in cui camminano, non mettono l’anima nel modo in cui parlano, mangiano. Si separano, cercano di essere distaccati: come se dicessero, io amo il Dio astratto, ma il Dio nel movimento, il Dio nell’azione, il Dio nell’odore, il Dio nel lavoro con la scopa, il Dio nel piatto, il Dio nella conversazione non lo amo, non capisco come possa essere lì. Egli è Dio lì, ma qui non c’è: ecco una posizione di questo tipo.

Questa è la posizione del sutra, ma la posizione dell’anuttara-tantra e dell’integrazione dello stato naturale è tale per cui Dio è ovunque. Ecco, muovete la mano, ed Egli è in questo movimento. Portate la forchetta alla bocca, ed Egli è già in questo movimento della forchetta verso la bocca; sentite il sapore del prasada, ed Egli è in questo sapore del prasada; disegnate, ed Egli è nel vostro disegno; parlate, e in questo momento del parlare Egli è presente. Guardate dove collocare una recinzione o un gazebo, e proprio nell’atto del vostro esaminare, pianificare, nelle operazioni mentali, c’è Dio. E se sapete introdurLo così, questa sarà l’arte dell’azione consapevole nel non-agire, l’arte dell’amore per Dio nella vita quotidiana. Proprio questo, nell’Insegnamento del Laya-yoga, chiamiamo nididhyasana.

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