common.namaste

L’arte del non-evitamento: un approccio yogico ai pensieri, alle passioni e alle sfide della vita

24.05.2026
0 мин. чтения
0
Condividi
L’arte del non-evitamento: un approccio yogico ai pensieri, alle passioni e alle sfide della vita

I pensieri come splendore della mente

I pensieri, che sono lo splendore della mente, non devono essere evitati.

Nel mahashanti, naturalmente, è desiderabile raggiungere l’assenza di pensieri. Tuttavia bisogna comprendere che nel mahashanti dobbiamo recidere i pensieri e penetrare nell’assenza di pensieri solo per scoprire lo strato più sottile e luminoso della mente. Il blocco dei pensieri di per sé non è un fine in sé. In seguito, quando avremo scoperto lo strato più sottile e luminoso della mente, potremo non preoccuparci più dei pensieri, permettendo loro di sorgere come vogliono e semplicemente non prestando loro attenzione. Allora, una volta sorti, perdono la loro forza e scompaiono da soli.

È bene raggiungere una profonda assenza di pensieri e il samadhi nella meditazione. Tuttavia, quando uscirete dalla meditazione, sarà comunque impossibile mantenere una completa assenza di pensieri, perché almeno dovrete pensare a come preparare il prasad e così via. Se vorrete essere completamente nell’assenza di pensieri, non vi riuscirà nella dimensione relativa. Perciò diciamo che i pensieri non devono essere evitati, ma deve essere evitato il coinvolgimento in essi.

Se prendiamo la mente di una persona mondana, i suoi pensieri sono simili a fili appiccicosi di ragnatela o a catene molto lunghe che escono dalla sua natura della Mente. Essi si intrecciano, cambiano, si formano nuovi anelli che, unendosi in configurazioni complesse, fasci e corde, alla fine avvolgono proprio lui stesso. E quando ne è avvolto, sente di non potersi nemmeno muovere. Tutti i pensieri, per così dire, si attorcigliano in una sorta di bozzolo stretto. E per una persona comune che si trova in questo bozzolo è davvero difficile comprendere che cosa sia il pensiero non concettuale, come si possa essere indipendenti dai pensieri.

Nel caso invece di un praticante che ha raggiunto la liberazione, accade qualcos’altro. I suoi pensieri sono molto sottili, immateriali e sorgono come un leggero rivolo. Scorrono giocosi, appaiono per un istante e poi rientrano di nuovo, non fanno nemmeno in tempo a intrecciarsi seriamente e a formare una qualche lunga catena. Brillano all’istante come una lieve foschia e poi scompaiono di nuovo. Si può dire che i pensieri del praticante che ha raggiunto la liberazione siano simili al lampo: ha brillato, ha illuminato qualcosa, e poi è scomparso di nuovo, riassorbendosi nella volta celeste. Perciò il praticante non viene mai legato dai pensieri, non li evita. A volte permette loro di brillare, e poi essi scompaiono di nuovo nella volta celeste. E allora, qualunque insegnamento egli assorba, qualunque cosa pensi, i pensieri non diventano corde che lo legano, cioè la sua volta celeste non si chiude.

Spesso si può vedere che coloro che svolgono servizi complessi, che devono inventare molto, calcolare, comunicare, costruire combinazioni a più mosse, si avvolgono con tali corde. Si concentrano con tale zelo, la loro testa si avviluppa a tal punto in questi pensieri, che sentono la loro volta celeste oscurarsi. E allora nel loro animo sorge malinconia, perché perdono il legame con la Sorgente fondamentale di se stessi e cominciano ad assomigliare a persone comuni. Per questo il loro umore cambia.

Ma per lo yogin che ha compreso il segreto della liberazione, ciò è del tutto impossibile, cioè egli sa che la volta celeste sopra la testa non può essere perduta, e se ne ricorda sempre. E i pensieri non possono legare lo yogin. Poiché non sono sostanziali, egli non attribuisce loro alcuna importanza, cioè essi non cambiano la sua coscienza.

Yogin sotto la volta celeste aperta, libero dai pensieri vincolanti

Lo spazio di gioco dello yogin

Supponiamo che, se qualcuno di voi venisse rimproverato, all’inizio non vi darebbe importanza, ma poi ciò penetrerebbe in colui che viene rimproverato sempre più a fondo, e dopo un certo tempo la sua coscienza potrebbe cambiare. Nel caso invece di un praticante che ha scoperto questo grande spazio, gli insulti saranno per lui un fattore stimolante per rafforzare la presenza, poiché li trasformerà istantaneamente in ambrosia, cioè trasformerà il veleno in nettare. Vedrà che tutto ciò è simile a un duro gioco psicologico che stimola la consapevolezza.

Quando vi trovate in questo stato di presenza celeste, tutto appare irreale, tutto viene percepito come un gioco; a volte come un gioco divino, a volte come qualcosa di più duro. E quando vi trovate in questo gioco, non vi dimenticate mai. Perciò il vero praticante non vive nel senso ordinario, cioè come tutte le persone, vive nella dimensione del gioco. A volte viene penalizzato, ma comprende comunque che si tratta di una penalità per la violazione del gioco, che fa comunque parte del gioco, ne è un elemento importante, ma non si identifica con questo. A volte gli appendono medaglie al collo, ma egli sa comunque che è solo un elemento importante del gioco, è come una coppa per la vittoria in una corsa dei cento metri. Questa è già un’altra dimensione, non mondana, non sostanziale.

Quando lo yogin si trova nello spazio del gioco, anche la vita spirituale rivela la propria natura ludica. Il samsara smette di manifestare le sue rigide leggi karmiche e mostra il proprio stato di giocosità. Quando vi trovate in una tale dimensione, per voi tutto è il gioco dell’Assoluto, e comunque questo gioco vi dispieghi, in definitiva tutto in esso è favorevole; in esso non ci sono sconfitti, perché il gioco in sé è un processo creativo, piacevole, gioioso. Anche coloro che perdono ricevono comunque un grande piacere dal gioco stesso, dal processo stesso. Perciò si dice che, quando lo yogin è entrato nella vera contemplazione, in linea di principio non può perdere.

Pensieri e forme come rivelazione della realtà

I pensieri e le forme che sono rivelazione della realtà non devono essere evitati.

Qui si intendono pensieri sottili che in qualche modo chiariscono l’essenza dello stato naturale. Grazie a tali pensieri sottili si possono chiarire diverse sfumature della pratica spirituale. Sebbene essi stessi non esprimano lo stato naturale, tuttavia non devono essere evitati, perché, facendo affidamento su di essi, si può comprendere qualcosa. Per questo leggiamo i sutra, gli insegnamenti dei santi.

Pensieri sottili come fili trasparenti di chiarezza nello spazio della contemplazione

Due estremi: eternalismo e nichilismo

Ci sono sempre due estremi. Il primo è l’eternalismo, quando un giudizio, un pensiero o un oggetto vengono presi per veri, cioè non se ne comprende l’illusorietà. Il secondo estremo è il nichilismo, quando abbiamo sentito molte volte che tutto è vacuità, che tutto non ha esistenza indipendente, e pensiamo: «Allora bisogna respingere tutto. Non voglio nemmeno sentire tutti questi insegnamenti, perché sono tutti un’illusione. Infatti l’insegnamento è al di là dei concetti, tutto è vacuità. Non c’è nulla, e io voglio essere solo lì». Il nichilismo è una sorta di varietà del massimalismo giovanile, una malattia infantile del “sinistrismo” nella coscienza. I santi lo sapevano perfettamente e hanno lasciato molti insegnamenti al riguardo ai futuri discepoli, per preservarli da questi due estremi.

Perché sono due estremi? Perché nel primo caso cadiamo nell’estremo dell’accettazione, nel secondo caso in quello del rifiuto. E nel caso del nichilismo non ci aggrappiamo più a pensieri e oggetti, ma alla nostra visione nichilistica. Cioè, a volte abbiamo paura dei pensieri e quindi li respingiamo immediatamente. Questo accade perché la nostra contemplazione è ancora molto instabile, e sentiamo che appena cominciamo a pensare, la nostra vacuità finisce; perciò respingiamo i pensieri. Ma questo è ancora lo stato di un praticante instabile.

Quando invece ci siamo consolidati nella contemplazione, ci è indifferente che sorgano pensieri o meno; perciò non li accettiamo e non li respingiamo, ma ne ricaviamo soltanto beneficio. Essi sono obbedienti e sottomessi a noi come uno strumento. Supponiamo che a una persona che tiene in mano uno strumento venga detto: «Tu non sei questo strumento. Tu sei questo corpo». Egli pensa: «Ah, ecco di cosa si tratta! Io pensavo di essere sia questo strumento sia il corpo. Poiché non sono questo strumento, devo distruggerlo, gettarlo via». Ma chi è più esperto sa che lo strumento non va gettato via, può essere usato.

Il giusto atteggiamento verso le passioni

L’oscuramento delle passioni, che ricordano all’uomo la saggezza divina che dà la liberazione da esse, non deve essere evitato. Se usato correttamente, ciò dà all’uomo la possibilità di sperimentare la vita in piena misura e, in tal modo, raggiungere la distruzione delle illusioni.

Questa è una descrizione della pratica difficile da commentare. Chi può commentare? Chi è un grande specialista delle passioni? A chi danno tanto fastidio da pensare continuamente a come usarle?

Domanda: Non proprio usarle, ma lottare contro di esse, sentire che questa è una cessazione in forma positiva. Non puoi ancora usarle e, allo stesso tempo, non le segui.

Queste righe sono sempre difficili da comprendere anche per praticanti esperti. Naturalmente, l’oscuramento delle passioni va evitato e bisogna purificarsene, soprattutto se vi siete impigliati in esse. Per esempio, se una persona mangia costantemente troppo ed è incline al sovrappeso, le si può dire: «Non importa, puoi anche non cambiare te stesso, ma sii semplicemente attento. Questa è la cosa principale». Le darete un consiglio corretto, tuttavia non sarà efficace. Cioè, nel comportamento lo yogin deve evitare in ogni modo l’oscuramento delle passioni. Tuttavia, quando contempliamo, la pratica della contemplazione non è legata né all’accettazione né al rifiuto, perciò, a livello della visione, non consideriamo le passioni come qualcosa di peccaminoso o basso. Cioè non ammettiamo affatto il pensiero che nell’Universo possa esistere qualcosa di peccaminoso, basso o impuro, che dovremmo respingere a livello della mente o verso cui dovremmo in qualche modo suscitare un determinato atteggiamento di panico. Questo è un punto molto importante. Finché lo yogin non lo comprenderà, si imbatterà sempre in esperienze con cui non saprà cosa fare. Perciò qui si dice che l’oscuramento delle passioni non deve essere evitato.

Passione vista nella visione pura e che si dissolve nella presenza

Questo significa che, invece di valutare in qualche modo le passioni e il senso di colpa che ne deriva, oppure di entrare in una lotta irreconciliabile contro di esse e perdere a causa di un approccio sbagliato, lo yogin applica un approccio più saggio: l’approccio dello stato naturale. Quando sorge una passione, egli la percepisce come parte dello stato naturale e, invece di permettere alla propria coscienza di contrarsi per la percezione della passione, al contrario permetterà alla coscienza di espandersi. Quando respingiamo qualcosa o ci attacchiamo a qualcosa, la mente si contrae inequivocabilmente. Tuttavia, quando dimoriamo in uno stato senza scelta, senza accettare né respingere, la mente si espande e all’improvviso sentiamo di poter far fronte alla passione senza contrarre la mente. Le persone, non comprendendo questo, vedono il senso dell’autocontrollo nel semplice fatto di contrarre fortemente la mente in qualche area. Ma il principio dello stato naturale non consiste nella contrazione della mente, bensì in un’ulteriore espansione della mente. Quando, avendo espanso la mente, osserviamo una qualche klesha, passione o desiderio, in un certo senso la svalutiamo, ed essa perde energia, perché la nostra mente è fortemente espansa e possiede una grande potenza.

Nel tantra vengono descritti metodi in cui l’oscuramento delle passioni viene utilizzato come sentiero. Tuttavia nel tantra vengono anche dati molti avvertimenti affinché questo approccio non sia usato dai principianti o da persone inesperte, poiché tra il Maestro e una persona comune la differenza è la stessa che tra il cielo e la terra, e ciò che uno digerisce, per un altro può essere veleno, se lo usa senza essere preparato. Tuttavia, quando applichiamo tale visione a livello del comportamento, si raccomanda, per quanto possibile, di purificare le klesha e limitare le passioni, poiché esiste una differenza tra comportamento e visione.

Esempi pratici di lavoro con le passioni

Per esempio, se sorge una qualche passione o emozione, non pensate che sia male, sapete che è parte dello stato naturale, perciò non bisogna farsi prendere dal panico al riguardo né considerarla sporca, peccaminosa, impura. Cercate di considerarla nella visione pura. La unite alla vostra contemplazione e, nel momento del contatto con la passione, dimorate nella presenza. Ma allo stesso tempo, a livello del comportamento, sapete che è meglio per voi non toccarla, che è meglio attenervi alla vostra linea di condotta e pratica, preservare la vostra energia. Cioè agite come un vero praticante.

Per esempio, alla stazione incontrate una persona di aspetto ripugnante, di casta inferiore, che cerca di parlarvi o di toccarvi. Se pensate che sia un orribile essere infernale degradato e vi arrabbiate con lui, questo non è del tutto corretto. Dal punto di vista della visione pura, dovete pensare che sia una qualche divinità irata o un avadhuta e guardarlo con gli occhi della visione pura, affinché nella mente non vi sia repulsione. Poi bisogna pensare che Brahman gioca e si diffonde attraverso tutte le forme, perciò la coscienza non deve contrarsi. Tuttavia sentite che è meglio non restare a lungo accanto a lui, perché, dopo aver parlato per una decina di minuti, avvertirete un nodo nel vishuddha-chakra, nell’anahata-chakra e nel manipura-chakra. Penserete che, certo, è una divinità irata che gioca, ma è fin troppo irata; che è un avadhuta, ma le sue energie differiscono fin troppo dalle mie; che se si resta qui a lungo, i vostri prana non reggeranno una cosa del genere. Ciò significa che a livello della mente vedete in modo puro, ma a livello del comportamento conoscete la vostra misura. Questo è il principio fondamentale di come rapportarsi a qualsiasi passione oscurante.

Il praticante conserva una visione pura e una saggia misura nel comportamento

Per esempio, se sorge il desiderio sessuale, allora la lussuria, dal punto di vista del cristianesimo, è un peccato che getta nel senso di colpa. Ma se semplicemente lo osservate, rimanendo nella presenza, senza cercare in alcun modo di valutarlo, allora comprendete che è semplicemente energia, e che non può essere cattiva o buona. È simile al fatto che la vostra gamba destra non può essere né cattiva né buona: è semplicemente una parte del corpo. Allo stesso modo anche l’energia sessuale è semplicemente una parte della vostra energia vitale, che nello svadhisthana-chakra si manifesta in un determinato modo. Non avete alcuna valutazione al riguardo, ma sapete che cedere e seguirla, permettervi di perdere energia, è una via che non vi si addice, poiché dovete preservare l’energia. Cioè non dovete cedere e assecondare la vostra coscienza, concedere, riconoscendo che questa energia proviene dalla natura della Mente. In sostanza è semplicemente energia, tuttavia controllate il desiderio sessuale, controllate la mente, per non cadere sotto l’influsso di questo desiderio.

Questo è un esempio di come rapportarsi alle passioni dal punto di vista assoluto e di come agire dal punto di vista relativo, per non smarrirsi.

Il giusto atteggiamento verso il benessere

Il benessere, che è fertilizzante e acqua per la crescita spirituale, non dovrebbe essere evitato.

L’attaccamento ai beni materiali va evitato, ma i beni materiali stessi vanno rivolti a beneficio del dharma.

C’era un santo che tutti gli offertori che gli venivano fatti li gettava semplicemente dietro di sé nella grotta. Denaro, oro, tessuti, che ormai persino marcivano, si accumulavano così lì per anni. Un altro Guru venne a sapere che quel santo utilizzava le offerte in quel modo e disse: «Questo eremita senza cervello non sa come usare correttamente le offerte». Il santo lo udì e cominciò a dare le offerte perché fossero utilizzate per creare statue, costruire templi, cucire abiti per i monaci, stampare sutra e altre opere dharmiche. Allo stesso modo anche noi ci rapportiamo ai mezzi materiali.

Se vi attaccate a qualcosa di materiale, allora avete dimenticato chi siete e su quale cammino siete entrati. Se avete la possibilità, ma non la utilizzate per promuovere il dharma, ciò significa che non vi manifestate pienamente nell’energia materiale.

L’ideale è la comunità monastica, quando tutti i mezzi materiali possono essere indirizzati ad aiutare nella pratica del dharma, ma non possono sorgere attaccamenti personali, perché i monaci usano una quantità molto limitata di cose, e tutto il resto, per così dire, non appartiene loro.

Malattie e dolore come maestri

Le malattie e il dolore, che sono maestri di pietà, non dovrebbero essere evitati.

Quando sorgono malattie o sofferenze, bisogna pensare così: «Oh, questo è l’insegnamento più forte che io abbia mai ricevuto. Questo è il Guru più intransigente, che in questo modo mi concede i darshan». Impermanenza, impeccabilità nella contemplazione, recisione della speranza e della paura: è proprio così che bisogna percepirli. Bisogna pensare così: «Questo è l’allenamento più severo che mi fa progredire».

Naturalmente, non bisogna pensare: «Magari mi ammalassi, così verificherei la mia contemplazione, reciderei speranze e paure». Poiché servite il sangha, non dovete pensare a come rovinare la proprietà del sangha: il vostro corpo. E poiché per le realizzazioni nel tantra è necessario un corpo fisico robusto, che non soffra di malattie e non abbia ostacoli, è meglio possedere i siddhi della salute e della longevità, vivere più di cento anni. E in generale è meglio pensare a come diventare immortali, per realizzare i conseguimenti più significativi, poiché lo yogin deve percorrere moltissimo nella sua vita spirituale. Ma accade che non sia possibile evitarlo, perciò non bisogna cadere nel panico quando ciò si manifesta, bensì pensare che siano insegnamenti preziosi e un ottimo modo per recidere speranza, paura e attaccamento all’«io», per mettere a nudo la propria contemplazione e il non-attaccamento.

La malattia e il dolore come severo maestro di contemplazione

I nemici e le disgrazie, che sono un mezzo per indurre l’uomo al progresso spirituale, non dovrebbero essere evitati.

Accettare le sfide come pratica spirituale

Se vi dimenticate di voi stessi quando accadono cose spiacevoli, quando vi trovate di fronte ai cosiddetti nemici, a una forte opposizione, a insulti o minacce, allora cadete nella consueta visione samsarica. Se pensate: «Com’è terribile, che mascalzoni! Ma come hanno potuto comportarsi così?!», allora avete semplicemente il pensiero samsarico di una persona comune. Quando invece vi trovate in una profonda consapevolezza, vedete che è lo stesso gioco, solo con energie più dure, e che bisogna accettare degnamente questo gioco senza perdere la consapevolezza.

Un gioco del genere è il modo migliore per allenare la vostra consapevolezza, perciò nel momento in cui queste cose accadono bisogna pensare: «Che meraviglia! Ho avuto un’ottima opportunità di osservare le mie reazioni rispetto alla collera, all’attaccamento a me stesso, alla presunzione, all’orgoglio, al senso della propria importanza, al complesso della povera piccola vittima, all’amor proprio ferito». Tutti questi complessi saltano fuori subito, uno dopo l’altro. Perciò un vero praticante è simile a un tricheco che si tuffa in un buco nel ghiaccio. Più l’acqua è fredda, meglio è per il tricheco: questo lo rinvigorisce soltanto; se invece l’acqua non è molto fredda, si rattrista perfino e pensa: «Beh, questa non è una cosa seria». Allo stesso modo anche un vero praticante, quando si scontra con manifestazioni grossolane, pensa: «Che meraviglia! Questa è una verifica della mia tendenza all’identificazione». Perciò non cade mai in qualche risentimento, orgoglio o valutazioni emotive delle situazioni. Non gioca più a questi giochi, perché è uscito da queste dimensioni.

La prudenza come manifestazione dello stato naturale

Ciò che è di per sé, che è un dono divino, non va evitato. La prudenza, che in ogni azione è la migliore amica, non va evitata.

La prudenza è la vostra risposta adeguata alla situazione, quando la profondità della vostra presenza si manifesta come saggezza nella vita relativa. È chiarezza relativa nella dimensione relativa. Per esempio, c’è una sega, ma venti persone con l’aiuto di questa sega non riescono a segare una casa, perciò bisogna ordinare della legna. Vedo che manca la chiarezza ordinaria che bisogna applicare a questo servizio. Al contrario, quando uno yogin nella presenza contemplativa crea capolavori nella musica, nella pittura, nella letteratura, nel gruppo editoriale al computer, quando governa impeccabilmente il monastero, questo può essere definito una conseguenza della chiarezza che si manifesta come stato naturale. Tutto ciò è un riflesso del suo stato naturale.

Man mano che il vostro stato naturale cresce, questi riflessi diventano sempre più numerosi, e voi potete manifestarvi impeccabilmente in molti ambiti. Diventate simili a una divinità dalle molte braccia, in ciascuna delle quali vi è un segno che conduce a qualche mondo: qui la musica, qui la letteratura, qui la pittura, qui la gestione, qui la chiarezza rispetto alle scienze mondane, qui la chiarezza nel servizio relativo, qui la plasticità, qui i gesti, qui l’arte scenica. E tutto questo fiorisce spontaneamente da sé. Cioè diventate semplicemente una fontana di qualità favorevoli che fioriscono in voi dai canali e dai chakra. Al contrario, se vi viene dato il servizio di tagliare una banana e disporla, e non sapete da che parte affrontarla, è evidente che nella dimensione relativa avete una qualche frattura tra la presenza e la vita quotidiana.

Il vero aiuto agli altri

Tali esercizi virtuosi del corpo e della mente, che rendono una persona capace di aiutare gli altri, non vanno evitati.

Qui si parla della dimensione relativa. L’accumulo di meriti, le pratiche di purificazione e ciò che sviluppa la chiarezza non vanno evitati. I pensieri di aiutare gli altri, qualunque sia la limitazione, e la possibilità di aiutare gli altri non vanno evitati. Allo stesso tempo, in senso assoluto bisogna sempre attenersi alla visione, cioè dimorare nella non-dualità, dove non c’è né un «io» che aiuta, né altri che devono essere aiutati.

Se aiutate in uno stato dualistico, allora questa è semplicemente un’altra parte del samsara. Quando invece avete pensieri di aiutare gli altri e al tempo stesso non avete neppure un pensiero di aiutare gli altri, solo allora il vostro aiuto sarà qualcosa di autentico. Ciò significa che avete compassione non condizionata dalla visione dualistica, e aiutate gli altri non nel senso di idee mondane fisse, ma manifestate il vero stato naturale nella dimensione relativa.

In realtà, l’aiuto agli altri è una determinata etichetta concettuale per esprimere la discesa della luce. Che cosa sono la compassione, l’aiuto agli altri e così via? È la discesa della luce dal mondo causale nei corpi astrali delle persone; la luce tocca la mente superficiale di colui che aiuta, e poi si manifesta nelle azioni del suo corpo e viene già vista come aiuto. Ma originariamente dietro questo aiuto sta l’energia della Chiara Luce. Perciò, parlando dell’aiuto agli altri, dobbiamo comprenderlo come la discesa della presenza negli strati densi della materia e la sua diffusione agli altri.

Aiutare gli altri come discesa della luce della presenza

Per esempio, io non ho la sensazione di aiutare qualcuno. So che, in generale, avere pensieri stabili di qualsiasi tipo e prenderli sul serio significa smarrirsi nello stato naturale, vedere gli altri e se stessi come agenti. Tuttavia so che il processo della discesa della Chiara Luce nella dimensione relativa continua, e che in senso relativo questa è la migliore forma di aiuto che io possa offrire agli altri.

Allo stesso modo, dobbiamo sempre pensare a come aiutare gli altri, senza avere pensieri sull’aiutare noi stessi o gli altri. È simile al modo in cui splende il sole. Quando il sole splende, alcuni pregano: «O Signore! Grazie per mandarci il sole». Tuttavia il sole stesso, quando splende, non pensa: «Mando luce agli esseri viventi affinché si scaldino, affinché abbiano caldo». Il sole stesso dimora al di là di tali pensieri limitanti. In linea di principio, non ha pensieri simili. L’essenza del sole è la luce, e il suo compito è splendere, perciò assolutamente tutti possono bagnarsi nei suoi raggi.

La percezione non duale del bene e del male

Allo stesso modo accade con l’aiuto e la compassione. Quando ottenete lo stato naturale, la sua luce discende da sé, perché la luminosità gli è intrinsecamente propria fin dall’origine. Alle persone che ringraziano Dio perché manda loro il calore del sole e, quando serve, la pioggia, non viene in mente di ringraziare Dio per le sofferenze, le malattie, la vecchiaia, l’impermanenza, le guerre e le catastrofi. Dicono che tutto questo lo manda il diavolo. Cioè, nella loro visione, il Signore manda solo tutto ciò che è buono, mentre il diavolo tutto ciò che è cattivo. Allora sorge la domanda: «Perché il Signore lo permette? Possibile che il diavolo sia potente quanto il Signore?» Allora ne consegue che si potrebbe adorare anche il diavolo, affinché protegga da diverse sventure. Ne consegue che Dio non può proteggerci dal diavolo. Queste persone dicono così: «No, non è così. Questo permesso è stato concesso dal Signore con uno scopo speciale. Al diavolo è permesso agire in questo modo perché gli uomini hanno il libero arbitrio, e bisogna che gli uomini sentano costantemente il timore di Dio». Tuttavia sorge la domanda seguente: «Possibile che il Signore sia un tale sadico da permettere questo?» Persino nel mondo degli uomini, un genitore normale e amorevole non permetterà che si picchi e si offenda il proprio figlio. Dunque qui c’è qualche altro problema.

Si scopre che il Signore non divide in puro e impuro, cattivo e buono. Si scopre che per lui sia l’uno sia l’altro sono positivi, meravigliosi, e non esiste qualche altro diavolo che manda tutto questo. Si scopre che il Signore manda sia il bene sia il male. Allora si può porre la domanda seguente: «Perché il Signore manda il male, se il Signore è soltanto bene, è perfezione, purezza, bellezza e bontà? Come può fare simili cattiverie?» E allora giungiamo alla conclusione che ciò che è male per gli uomini non è affatto male per Dio, che egli ha una scala di valori completamente diversa. Noi consideriamo alcune cose come qualcosa di cattivo, ma egli non le considera affatto così; al contrario, dal suo punto di vista e secondo il suo disegno, tutto questo è normale. Egli ha scale di pensiero del tutto diverse, perciò la terra per lui non è altro che un granello di polvere, e ripulire la terra dalle incrostazioni eliminando un miliardo di persone è per lui un normale processo di lavoro. Tuttavia per gli uomini non è così, per gli uomini tutto questo è molto importante. E giungiamo alla conclusione che dobbiamo semplicemente cambiare la scala dei valori e il sistema di pensiero per comprenderlo. Bisogna avere lo stesso pensiero globale per imparare a non dividere il mondo in bene e male, puro e impuro, cattivo e buono, ma cercare di entrare nella contemplazione.

Visione non duale al di là del puro e dell’impuro

Quando contempliamo, guardiamo il mondo con gli stessi occhi del Signore. Per lo meno, ci avviciniamo a questo. E quando guarderemo con tali occhi, vedremo che tutto ha un unico «sapore», tutto è equanime. In primo luogo, tutto è illusorio, e quindi non esistono nemmeno le sofferenze, poiché la sofferenza è un’illusione. In secondo luogo, tutto ciò che si manifesta ha un unico «sapore». Si manifesta il bene: è il Signore; si manifesta il male: è anch’esso il Signore, è anch’esso bene, solo in una variante più irata, sono semplicemente energie più dure. E allora improvvisamente questa divisione tra felicità e infelicità, Dio e diavolo, cade. Smettiamo di porci tali domande, perché sappiamo che sono assurde e sono il risultato del fatto che la nostra mente è semplicemente catturata dalla logica. Ma al di là dei concetti tutto questo si vede chiaramente come parte dello stato naturale. Allo stato naturale sono proprie sia energie divine pure, sia energie irate, impure, distruttive e così via.

Sapendo questo, percepiamo semplicemente tutto come energia. Tuttavia, senza necessità non cerchiamo di entrare in contatto con energie e prana forti o destabilizzanti, sapendo di essere ancora praticanti inesperti, perciò dobbiamo proteggerci.

Non dualità
Contemplazione
Stato naturale
Visione pura
Comportamento
Visione
Pensieri
Gioco dell'Assoluto
divider
i
Questo materiale è disponibile in abbonamento
Откройте для себя сотни часов эксклюзивных материалов, которые поддержат вас на пути духовного роста. Ваша подписка — это мгновенный доступ.
Ваша поддержка помогает распространять духовные знания на благо всех существ.
Articoli
Vidya AI
Cerca
Lezioni