Commento al testo “Tripura-rahasya”, capitolo 10
Come, grazie alle istruzioni di sua moglie, Hemachuda raggiunse il samadhi nonostante la continua attività esteriore, e dimorò nello stato di liberazione già in vita.
I nodi del karma e i semi delle nascite future
«Questi nodi sono milioni, e sono creati dai vincoli dell’illusione, che non è altro che ignoranza della Suprema Essenza. Questi nodi generano concezioni erronee, la principale delle quali è l’identificazione del corpo con la Suprema Essenza, che a sua volta provoca un flusso incessante di felicità e sofferenze sotto forma del ciclo di nascita e morte».
Che cosa sono questi nodi? Sono i semi delle nascite future, presenti nel corpo causale. Sono chiamati bija. Si ritiene che, finché questi semi non saranno bruciati da una meditazione e contemplazione intense, l’uomo assumerà una nuova nascita in un corpo.
Che tipo di semi sono? Si può dire che siano informazioni al livello delle più sottili intenzioni della coscienza. Sono movimenti molto sottili della coscienza, a velocità molto elevata, situati nel nostro corpo causale. Quando tali semi assumono forma, nel corpo astrale si presentano come immagini concrete. Questi semi li abbiamo creati noi stessi nelle incarnazioni passate attraverso qualche forte esperienza, volontà o intenzione.
Tutto ciò che pensiamo, prima o poi si manifesta. Ciò che sogniamo, ciò che desideriamo, si manifesterà certamente. Anche se abbiamo pensato con leggerezza a qualcosa, ma quel pensiero era abbastanza forte, un giorno si manifesterà nella nostra vita, e inevitabilmente lo incontreremo. E immaginate che di tali sogni ce ne siano stati moltissimi.
Sankalpa-vidya: l’arte di governare l’intenzione
Il praticante impara a sognare in modo unidirezionale, dimorando nella contemplazione. Egli sogna: “Aham Brahmasmi” – “Che io diventi una divinità! Che io diventi un mahasiddha! Che io ottenga il Divino Corpo di Luce! Che io diventi immortale! Che io acquisisca l’orgoglio divino! Che io mi manifesti come una divinità che danza al centro del mandala! Che io riconosca tutto come giochi della Mente suprema! Che io riconosca il mondo come un mandala, e tutti come divinità, le mie azioni come lila, tutti i suoni come mantra!” Ancora e ancora egli crea tale sankalpa con la forza della sua intenzione. Quando tale sankalpa viene coltivata per lungo tempo, lo yogin, con la forza della sua intenzione, attira dallo spazio del maha-akasha dell’universo energie che corrispondono alla sua sankalpa. Queste energie sostituiscono quelle vecchie energie che erano state accumulate da lui nelle vite passate. Così agisce la sankalpa-vidya: l’arte di governare l’intenzione.

Noi generiamo ancora e ancora tale intenzione unidirezionale. In definitiva, la nostra meditazione è l’intenzione di ricongiungerci con l’Assoluto. La nostra contemplazione, la nostra consapevolezza non sono altro che la sankalpa “Aham Brahmasmi”. Non dedichiamo moltissima attenzione all’intenzione mentale; diciamo che la vera intenzione è non concettuale, nasce al livello della bhava. Tuttavia, dovete sempre avere tale orientamento della coscienza, cioè dovete essere simili a una freccia che vola verso un solo bersaglio: “Aham Brahmasmi”, “Che io diventi una divinità immortale! Che io diventi un mahasiddha immortale! Che io mi ricongiunga con Brahman!”
Inoltre, quando generate la sankalpa, non la sognate desiderando appassionatamente il risultato e rattristandovi perché non si realizza, poiché esprimere la sankalpa in questo modo è il peggior tipo di pratica. Proprio quando generiamo la sankalpa così (con speranza, paura, attaccamento e timori per il futuro), siatene certi: essa non si realizzerà.
La vera sankalpa: dal desiderio alla certezza
La vera sankalpa è quando non generate un desiderio appassionato di avere qualcosa, ma lo riconoscete come un fatto assoluto, del tipo: “Non desidero, sono certo. Non voglio semplicemente, intendo”. Questa è la suprema dharma dell’auto-riconoscimento e del dimorare nella presenza. Non sognate come diventare Brahman, ma siete certi: “Io sono Brahman”. Non avete alcun dubbio al riguardo; occorre solo tempo perché queste energie si manifestino pienamente, occorre solo tempo perché questo si dischiuda nella vostra coscienza. Non sognate di essere un giorno in questo stato: già in questo stesso momento vi trovate in questo stato e vi posizionate come una divinità nel mandala. Forse questo non è visibile a nessuno, compresi voi stessi, ma non è motivo di tristezza. Se dimorate unidirezionalmente in questa certezza, questa sensazione si accumulerà e col tempo si manifesterà, non subito. È proprio così che agisce il dharma della via diretta.
Posizionarsi come «Io sono una divinità, Io sono Brahman» significa proprio essere nello stato naturale, perché questo è davvero per voi lo stato naturale. Ripeto: non sperate, non desiderate ardentemente, ma lo realizzate già come un fatto compiuto, come un dato di fatto; vi congratulate con voi stessi e fiorite di gioia per il fatto compiuto. Naturalmente, da voi è richiesto di affermarvi ancora e ancora in questa sankalpa, per non perderla. Questo è la presenza. Proprio così pratica un autentico maestro dello stato naturale.
Chi pratica nella dualità spera, desidera, aspira ardentemente, teme e si rattrista quando non riesce. Quanto più spera, tanto maggiori sono le sue speranze e le sue paure. Ma il vero praticante non aspira, non spera, non desidera; egli è, e, essendo, si afferma ininterrottamente in questo stato.
Naturalmente, per manifestare davvero tutte le qualità, non è sufficiente dichiarare una sola volta: «Io sono». Si intende che, avendo preso la decisione «Io sono Aham Brahmasmi», ce ne ricordiamo costantemente, essendo ogni secondo. Quando pratichiamo in questo modo, tutti i nodi del karma si sciolgono.
Mala: limitazioni della coscienza
«Il secondo nodo è la separazione del mondo dall’Essenza Suprema, la cui essenza cosciente è uno specchio in cui i fenomeni semplicemente si riflettono. Analogamente anche con gli altri nodi, inclusa l’idea della separazione degli esseri tra loro e della loro separazione dall’universale Essenza Suprema».
Qui si parla dei mala, dei nodi in generale, degli stati di limitazione.
Dunque, il primo mala (limitazione) è quando identifichiamo il corpo con l’Essenza Suprema, mentre il secondo mala è quando separiamo il mondo dall’Essenza Suprema. Guardando il mondo, lo consideriamo un mucchio di oggetti sparsi, sebbene in realtà il mondo sia costituito da innumerevoli vibrazioni che emanano dallo spazio della Fonte Suprema. Queste vibrazioni sono inseparabili dall’unica Sfera, sono il gioco di questa stessa unica Sfera.
Quando vedete un gatto, un cane, una pietra, un albero, una casa, una persona, si tratta, in primo luogo, di vibrazioni provenienti dall’unica Sfera, che si manifestano sotto forma di gatto, cane, casa e persona. E in secondo luogo, naturalmente, sono esseri viventi.
Esiste anche un altro nodo: l’idea della separazione degli esseri tra loro. Al livello della visione umana gli esseri sono tutti separati, ciascuno esiste per conto proprio. E potete dire con certezza: «Lui non è me, io non sono lui». E quando in voi sorge il sentimento «Lui non è me», compaiono diverse relazioni che possono essere ricondotte all’attaccamento oppure, al contrario, all’avversione.

Quando sentite «Lui non è me», questo è un errore. In senso assoluto, la separazione degli esseri viventi non esiste, sebbene in senso relativo, naturalmente, vi siano differenze relative. In senso assoluto sapete che «lui è me». Per esempio, c’è una persona che non vi piace oppure con cui avete una disarmonia. Se dimorate nell’ignoranza, pensate così: «Che persona pessima! Non ha nemmeno senso entrare in contatto con lui». Ma se sapete: «Lui è me», allora comprendete: «lui è una qualche parte della mia coscienza, e questa parte non è soddisfatta, mi segnala che un tempo ho costruito con essa una relazione in modo scorretto. Non ha senso offendersi con essa, arrabbiarsi o giudicarla cattiva. Bisogna inviarle la propria consapevolezza, il proprio amore e armonia, perché sono io stesso, è un’altra parte di me con cui, forse nelle vite passate o in questa vita, mi sono comportato in modo scorretto».
Questa è una visione della vita completamente diversa, non egoistica.
Dunque, qui si dice:
«Queste rappresentazioni sono sorte in tempi immemorabili, e riaffioreranno ancora e ancora finché l’ignoranza non scomparirà».
Il compito del praticante consiste nel fatto che, quando queste rappresentazioni riaffiorano, egli deve dissiparle con la forza della nuova visione. La sua nuova sankalpa deve cancellare tutte queste rappresentazioni, quante volte esse riaffiorino.
Si dice che l’uomo non otterrà la salvezza definitiva finché non si libererà da questi innumerevoli nodi dell’ignoranza.
Integrazione della contemplazione nella vita quotidiana
«Non ci si può accontentare dello stato che sopraggiunge dopo aver chiuso gli occhi, poiché in realtà esso è pura mente e verità eterna, che supera tutto il resto e al tempo stesso funge da magnifico specchio che riflette i fenomeni che sorgono in esso stesso. Dimostra, se puoi, che anche una sola cosa non è contenuta in esso, e fallirai, perché in esso c’è tutto».
Un giorno dal grande imperatore Akbar venne il suo consigliere Birbal.
Akbar, desiderando metterlo alla prova quanto a prontezza d’ingegno, gli chiese:
– Dimmi, chi è più grande: Dio o io?
Berbal si mise a riflettere. Akbar era noto per il suo carattere imprevedibile. Se avesse detto che Dio è più grande, chissà come avrebbe reagito? Ma, d’altra parte, dire che Akbar è più grande di Dio era anch’esso un’assurdità. Allora Berbal disse così:
– Oh, signore! Certamente tu sei più grande di Dio.
Ma Akbar era piuttosto saggio, e chiese:
– Perché la pensi così? È una lusinga così grossolana?
Berbal rispose:
– No. Per esempio, tu puoi cacciare dal tuo regno chiunque, se lo desideri, ma Dio non può cacciare qualcuno dal suo regno, perché egli è ovunque. Ovunque lo cacci, quella persona non lascerà il suo regno.
Akbar si mise a riflettere. Una simile risposta lo scosse profondamente.

Allo stesso modo, qualunque cosa percepiate, tutto questo è sempre immerso nella vera Essenza. E per il praticante della contemplazione si dice che, qualunque cosa incontri, egli debba unirsi a essa, integrarla nel proprio stato naturale, unirla nella presenza.
Qui si dice che il praticante non deve accontentarsi dell’immersione meditativa nello stato di meditazione a occhi chiusi. Quando si muove, sente, percepisce, il suo stato meditativo deve continuare. Non ha alternativa se non imparare a unirsi nel momento di tale movimento e percezione.
«Unirsi» significa che io guardo il mondo con gli occhi della non-dualità. Non lo valuto mentalmente, non separo il mondo da me stesso, non proietto sul mondo i miei stereotipi. Guardo il mondo semplicemente: senza giudizi, senza interpretazioni mentali, senza l’esperienza di male-bene, giusto-sbagliato, senza simpatia o avversione. Quando guardo il mondo in questo modo, questa è l’integrazione, l’unione. E allora so che il mondo è una manifestazione delle energie della Sorgente originaria, nella quale sono immerso.


