Commento al testo «Yoga Vasistha», capitolo sesto. La storia di Sikidhvaja e Chudala.
Verifica della profondità dell’illuminazione
Quando Sikidhvaja, grazie agli insegnamenti dell’asceta Kumbha, raggiunse l’illuminazione, Chudala, sua consorte, che aveva assunto la forma illusoria di Kumbha, decise di verificare la profondità della sua illuminazione.
Tali verifiche sono necessarie, esistono nella tradizione dei siddha. Servono a comprendere il proprio livello e la forza dell’auto-liberazione. Poiché, se non ci si confronta con una situazione di prova di questo tipo, forse non si capirà nemmeno da soli quanto sia profondo il proprio risveglio. A volte tali verifiche le compie la vita stessa. A volte ciò avviene con l’aiuto degli dèi o dei maestri spirituali. A volte queste prove possono presentarsi sotto forma di ostacoli, e a volte, al contrario, sotto forma di seduzioni o tentazioni.
Se una persona non è esperta nella contemplazione spirituale, fallisce un simile esame e deve tornare a ciò che ha trascurato. Se invece supera tali prove, è considerata degna di un livello più profondo.
Dapprima Chudala mise alla prova la maturità del re offrendogli le gioie del paradiso e organizzando un incontro con Indra. Avendo compreso che non poteva attirarlo con promesse di piaceri, decise di sottoporlo a un’altra prova. Un giorno lo yogin Kumbha venne da Sikidhvaja, e l’espressione del suo volto era infelice. Notandolo, Sikidhvaja chiese:
«O figlio degli dèi, perché sembri infelice? I santi non permettono a nessun influsso esterno di turbare il proprio equilibrio».
Kumbha disse:
«Coloro che, rimanendo in equilibrio, non permettono ai propri organi di agire naturalmente finché il corpo è vivo, sono persone ostinate e di corta veduta. Finché c’è il seme, c’è anche l’olio, e finché il corpo è vivo, vi sono diversi stati d’animo. E poiché io non accetto uno stato d’animo né ne respingo un altro, perché non dovrei essere infelice».

Il punto più alto della visione
Questo è un punto di vista molto elevato. È completamente diverso dalla visione del laico, ossessionato da speranze e paure. Ricorda molto quello stato di cui parlava il Buddha. Una volta, nel giorno in cui un certo re annientò l’intera stirpe degli Shakya, Ananda chiese al Buddha: «Signore, come vi sentite?» Il Buddha disse: «Sono un po’ triste». Qualcuno potrebbe pensare: «L’intera stirpe degli Shakya è stata distrutta, e lui è solo un po’ triste». Ma, d’altra parte, si può pensare: «Ma è il Buddha! Come può dunque essere triste e trovarsi in categorie così dualistiche: gioia — tristezza, felicità — infelicità? A mio avviso, dovrebbe essergli tutto indifferente, visto che è già scomparso, dissolvendo la propria mente nel nirvana».
Ma questo stato di «un po’ triste» esprime la vera situazione. La mente è incondizionata, e continua a dimorare nella non-dualità. Ma le circostanze relative agiscono secondo le proprie leggi. Il corpo e il prana reagiscono secondo le proprie leggi. E, volendo, si può semplicemente far scomparire questa reazione, trasformarla. Questo processo è completamente controllabile. Ma ciò dovrebbe essere accettazione o rifiuto, oppure dovrebbe esserci una motivazione. Ma che fare se non c’è accettazione né rifiuto, se non c’è motivazione? Allora persino la tristezza non è un problema. Nella tristezza c’è la sua propria gioia, in essa c’è la sua propria profondità, la sua shakti, con cui si può anche lavorare e integrarsi. Allora anche questa è un’esperienza piena, che fa parte della contemplazione, che non viene respinta e non è un oscuramento. È proprio di questo che parla Kumbha.
E Kumbha continuò:
«Colui che si ribella ai diversi stati nei quali il corpo entra naturalmente agita una spada, tagliando l’aria. L’equilibrio dello yoga è per la mente, non per gli organi d’azione e i loro stati. Finché c’è il corpo, bisogna permettere agli organi d’azione di svolgere le loro rispettive funzioni, mentre l’intelletto e i sensi devono rimanere in uno stato di quiete. Tale è la legge della natura, alla quale obbediscono persino gli dèi».

Egli esprime l’essenza più alta della pratica dello stato naturale. L’equilibrio dello yoga, la vacuità al di là delle categorie dualistiche, è per la coscienza. Ma finché c’è il corpo, esistono gli organi di senso e la percezione. E spesso diciamo «lasciare tutto così com’è». Ciò significa che permettiamo alla percezione e all’energia di muoversi liberamente. Permettiamo che avvenga il contatto degli organi di senso con gli oggetti. Ma non vi è attaccamento né identificazione con questo contatto, grazie al fatto che la pratica della mente si trova in uno stato completamente libero.
Accade che i praticanti che si dedicano alla contemplazione, commettendo alcuni errori, appaiano congelati. Cioè, nel vero senso, contemplare non significa camminare con gli occhi abbassati, quando non percepite nulla e pensate: «Purché non mi distragga. Purché non mi distragga». E vi fanno una domanda, ma voi solo al terzo tentativo capite il senso di ciò di cui si sta parlando. Non riuscite a collegare la vostra mente a determinate circostanze e a capire come fare qualcosa, perché state contemplando.
Quando lavorate con il sankalpa in ritiro, questo è ammissibile. Non avrete tali problemi in ritiro, e potete davvero permettervelo. Ma quando si tratta della vita quotidiana, questo è errato, perché la contemplazione non implica il congelamento degli organi di senso: essi possono continuare ad agire come al solito. Inoltre, possono integrarsi con diverse circostanze. Potete prendere decisioni, manifestare volontà, creatività, qualunque cosa. Ma, al tempo stesso, tutto ciò non è mondano, non è condizionato; tutto proviene dal vuoto interiore, e attraverso di voi, di fatto, agisce il vuoto interiore, mentre qui non c’è una vostra azione. Qualcosa accade, si verifica nella vostra consapevolezza senza attaccamento, accettazione o rifiuto.
La maledizione del saggio Durvasa

E Kumbha prosegue dicendo perché abbia un volto così infelice.
In realtà il suo volto non era infelice: aveva semplicemente assunto quell’espressione. Era il suo sottile piano per mettere alla prova Sikhidhvaja. Kumbha raccontò:
«Ora, o re, ascolta quale sventura mi è capitata.
Dopo averti lasciato, mi recai in cielo per compiere i miei doveri. All’avvicinarsi della sera, lasciai il cielo per tornare da te. Lungo la via, nello spazio, incontrai il saggio Durvasa, che volava in fretta per arrivare in tempo alle preghiere serali. Era vestito di nuvole scure e adornato di fulmini. Sembrava una donna che si affretta a incontrare l’amante. Lo salutai e glielo dissi per scherzo. Adirato per la mia insolenza, mi maledisse: «Per questa sfrontatezza, diventerai donna ogni notte». Sono turbato al pensiero che ogni notte dovrò diventare donna. In verità è una tragedia che i figli degli dèi soffrano le conseguenze dell’offesa ai saggi. Ma perché dovrei rattristarmi, dato che ciò non tocca il Sé supremo.
Sikhidhvaja disse:
«È inutile rattristarsi, figlio degli dèi. Sia ciò che deve essere, poiché il Sé supremo non è toccato dal destino del corpo. Le gioie e le sofferenze che ci capitano turbano solo il corpo, non colui che vi dimora. Se persino tu sei soggetto alla tristezza, che dire di coloro che non comprendono! Forse, raccontando questo, stai semplicemente usando parole ed espressioni appropriate!»
Così cercò di consolarlo. Ma quando il sole tramontò, il corpo di Kumbha cominciò a cambiare poco a poco. Ed egli, fingendo lacrime, con voce rotta disse a Sikhidhvaja:
«Ahimè, sento il mio corpo dissolversi e sprofondare nella terra. Mi sta crescendo il seno. Le ossa si espandono, assumendo una forma propria di una donna. Guarda, il vestito e gli ornamenti crescono direttamente da questo corpo. Oh, che cosa devo fare, dove nascondermi, poiché sono davvero diventato una donna!»

E simulò vergogna. Sikhidhvaja rispose:
«O saggio, tu conosci ciò che vale la pena conoscere. Non rattristarti per l’inevitabile. Il destino tocca solo il corpo, e non ciò che in esso è incarnato».
Anche Kumbha fu d’accordo:
«Hai ragione. Non sono più triste. Può forse qualcuno opporsi all’ordine del mondo o alla natura?»
Così conversando, si coricarono. Così Chudala visse con suo marito: come giovane asceta di giorno e come donna di notte.
La proposta di matrimonio
Dopo alcuni giorni, Kumbha (Chudala) disse a Sikhidhvaja:
«O re, ascolta la mia confessione. Da qualche tempo, di notte divento donna. Desidero compiere di notte il ruolo di donna. Sento che devo vivere come moglie di un marito saggio. In tutti e tre i mondi non ho nessuno più vicino di te. Perciò voglio sposarti e godere con te dei piaceri coniugali. Questo è naturale, piacevole e possibile. È forse un male? Abbiamo rinunciato ai desideri, non rifiutiamo nulla e guardiamo tutto allo stesso modo. Perciò facciamo ciò che è naturale, senza desiderio né negazione».
Questo fu l’inizio della sua prova. Poiché Chudala era già sua moglie, per lei non era affatto un problema. Cioè, organizzava tutto questo con suo marito. Ma Sikhidhvaja non lo sapeva affatto.
Ma egli rispose:
«O amico mio, in questo non vedo nulla di buono né nulla di cattivo. Perciò, o saggio, fai come desideri. La mia mente si trova in completo equilibrio; in ogni cosa vedo soltanto la coscienza infinita. Perciò fai come vuoi».
Kumbha rispose:
«Se è così che senti, o re, allora oggi è il giorno più adatto. Gli astri celesti saranno testimoni delle nostre nozze».
Raccolsero tutto il necessario per il rituale. Si lavarono l’un l’altro con acqua santa, pregarono gli antenati e gli dèi.
A quel punto era calata la notte. Kumbha si trasformò in una bella donna. “Egli” disse al re:
«Caro amico, ora sono una donna. Mi chiamo Madanika. Ti saluto, e sono tua moglie».
Sikhidhvaja adornò Madanika con ghirlande, fiori e pietre preziose.
Godendo della sua bellezza, il re disse:
«O Madanika, sei luminosa come la dea Lakshmi. Che possiamo vivere insieme come il sole e l’ombra, Lakshmi e Narayana, Shiva e Parvati. Sia benedetta la nostra unione».
Accesero il fuoco, compirono i rituali secondo i testi sacri. Ornarono l’altare con fiori variopinti e pietre preziose. Poi girarono intorno al fuoco, gli offrirono oblazioni accompagnate da inni. Fecero il giro del fuoco tre volte e si ritirarono nella dimora nuziale. Così completarono il matrimonio, cioè celebrarono l’intero rituale.

Quando sorse il sole, Madanika tornò a essere Kumbha, perché la maledizione agiva solo di notte. Così vivevano: di giorno amici e di notte sposi.
Quando Sikhidhvaja dormiva, Kumbha si assentava e andava al palazzo, lì governava un po’ il regno e poi tornava indietro. Poiché era una siddha-yogini di straordinarie capacità, riusciva in tutti questi trucchi. Così vissero nelle grotte delle montagne per un mese. Poi vagarono per varie foreste e montagne. Per qualche tempo vissero nella foresta di Parijata.
La prova della gelosia
Dopo alcuni mesi Chudala pensò che ora si potesse mettere alla prova suo marito in un altro modo. Poiché il re era libero dall’accettazione e dal rifiuto.
Pensò:
«Ora gli sottoporrò un’altra prova e vedrò se può essere scosso dalle due forze: attrazione e repulsione».
Quella stessa notte Chudala creò con la sua magia un magnifico giardino e al suo interno un letto meraviglioso. Creò anche un bellissimo giovane, molto più bello e attraente di Sikhidhvaja. Sembrava che lei stessa sedesse sul letto tra le braccia del suo amante.
Sikhidhvaja terminò le sue meditazioni serali e cominciò a cercare sua moglie Madanika. Dopo qualche tempo scoprì il luogo in cui si nascondeva la dolce coppia. Li vide completamente assorti nei piaceri amorosi. I suoi capelli erano sciolti, e lei teneva tra le mani il volto di lui. Le loro labbra si fondevano in un bacio appassionato. Esprimevano in modo del tutto evidente un enorme amore e attrazione l’uno per l’altra. Con ogni movimento esprimevano il loro amore. Sui loro volti risplendeva il riflesso del piacere dei loro cuori. Non vedevano nulla intorno.
Sikhidhvaja vide tutto questo, ma rimase calmo. Non volle disturbarli e si voltò per andarsene. Ma lo notarono. Egli disse loro:
«Vi prego, non interrompete il vostro piacere».
Dopo qualche tempo Madanika uscì dal giardino e incontrò Sikhidhvaja. Era terribilmente imbarazzata. Ma il re disse:
«Cara, perché te ne sei andata così in fretta? Tutti gli esseri vivono per godere della felicità. È difficile trovare in questo mondo una coppia così armoniosa. Questo non mi ha turbato in alcun modo, perché so bene che cosa vogliono le persone in questo mondo. Kumbha e io siamo amici meravigliosi, e Madanika è il risultato della maledizione di Durvasa!»
Madanika lo implorò:
«Questa è la natura delle donne! Sono incostanti. Sono otto volte più sensuali degli uomini. Sono deboli e non possono resistere alla lussuria in presenza di colui che desiderano. Ti prego, perdonami e non adirarti».
Sikhidhvaja rispose:
«Non sono affatto arrabbiato con te, cara. Ma sarà giusto se d’ora in poi ti tratterò come una buona amica, e non come una moglie».
A Chudala piacquero le parole del re, che dimostrarono definitivamente che egli era al di sopra della lussuria e della rabbia. Ella abbandonò subito la sua forma di Madanika e apparve nella sua forma originaria, come Chudala.

La forza del vero distacco
Sikhidhvaja fu sottoposto a prove piuttosto dure, mentre una dopo l’altra venivano recise le sue illusioni. E spesso accade che una persona che dimora nella contemplazione non sappia nemmeno quali illusioni abbia. Cioè può pensare che la sua contemplazione sia potente, che non sia attaccata a nulla. Ma questo può essere così finché non si sono create cause e circostanze secondarie. Si può conoscere davvero la forza del proprio distacco solo quando ci si trova in determinate circostanze o cause che ti mettono alla prova, che iniziano in te determinate bhava, percezioni del mondo. E ti trovi di fronte a un’energia concreta, a una shakti concreta, alla quale non si può dire: «Questo o quello è tutta illusione». Certo, puoi dirlo, ma essa continuerà comunque ad agire. Ed è qui che viene veramente messa alla prova la forza della tua contemplazione naturale. Accade che due persone sembrino trovarsi allo stesso livello, ma si manifestano certe energie, e allora la mente di una persona rimane incrollabile, mentre per la seconda questo diventa un grande problema. Ciò significa che hanno una profondità di consapevolezza completamente diversa.
La rivelazione di Chudala
E Sikhidhvaja, quando vide che davanti a lui era apparsa Chudala, cominciò a chiedere:
«Chi sei, splendida signora, e come sei arrivata qui? Da quanto tempo sei qui? Assomigli quasi a mia moglie!»
Chudala rispose:
«In verità, io sono Chudala. Io stessa ho assunto la forma di Kumbha e di altri con lo scopo di risvegliare il tuo spirito. Io stessa ho assunto anche la forma di questo piccolo mondo illusorio, con tutto questo giardino e così via, che hai appena visto. Dal giorno stesso in cui hai lasciato incautamente il tuo regno e sei venuto qui per compiere rituali, ho cercato di risvegliare il tuo spirito. Sono io che, assumendo la forma di Kumbha, ti insegnavo. Le forme che percepivi, Kumbha e le altre, sono irreali. E ora sei completamente risvegliato e conosci tutto ciò che valeva la pena conoscere».

Sikhidhvaja entrò in una profonda meditazione e vide tutto ciò che era accaduto dal momento in cui aveva lasciato il palazzo. Si rallegrò e il suo amore per la moglie aumentò molte volte. Ritornato a questa coscienza, abbracciò Chudala con un amore tale che è difficile descriverlo. Con i cuori colmi d’amore, rimasero per qualche tempo in uno stato speciale.
Sikhidhvaja poi disse a Chudala:
«Oh, l’amore della cara moglie è più dolce del nettare! Quali disagi e quale dolore hai sopportato per me! Il metodo con cui mi hai tratto fuori da questo terribile oceano di incomprensione non può essere paragonato a nulla. Ho sentito leggende su donne eccezionali e mogli esemplari, ma tutto questo non è nulla in confronto a te. Tu le superi in tutto. Hai lottato per la mia illuminazione. Come posso ringraziarti?»
Chudala disse:
«Quando ho visto che eri assorbito nel compiere rituali inutili, il mio cuore ha sofferto. Ho alleviato questo dolore venendo qui e cercando di risvegliarti. In verità, questo è stato per il mio stesso piacere e godimento. Non merito lodi per questo!»
Sikhidhvaja rispose:
«Che allora tutte le mogli esaudiscano sempre i propri desideri egoistici e risveglino lo spirito dei mariti, come hai fatto tu!»

Lo stato dell’illuminazione
Chudala disse:
«Non vedo in te quei piccoli desideri, pensieri e sentimenti che ti tormentavano alcuni anni fa. Ti prego, raccontami che cosa sei ora, in quale stato ti trovi e che cosa vedi».
Sikhidhvaja rispose:
«Cara, mi trovo nello stato al quale tu mi hai risvegliato. Non ho attaccamenti. Sono simile a uno spazio infinito e indivisibile. Io sono la quiete. Ho raggiunto lo stato in cui è difficile entrare persino per gli dèi Shiva e Vishnu. Sono libero da dubbi e incomprensione, non provo né sofferenza né estasi. Non posso dire “questo è” o “quello è”. Sono libero dai limiti e godo dello stato di beatitudine interiore. Io sono ciò che sono — è difficile esprimerlo a parole! Tu sei la mia maestra, cara, ti saluto e ti venero. Grazie a te, amata, ho attraversato l’oceano del samsara. Non ricadrò più in questa incomprensione».
Chudala chiese:
«In tal caso, che cosa desideri fare ora?»
Sikhidvaja rispose:
«Non conosco divieti né permessi. Qualunque cosa tu faccia, la considero giusta. Fa’ ciò che ritieni necessario, e io ti seguirò».

Chudala disse:
«Ora siamo entrambi illuminati. Per noi sia il desiderio sia il suo opposto sono la stessa cosa. Non abbiamo bisogno di esercizi di respirazione né di altre pratiche. Siamo ciò che eravamo all’inizio, nel mezzo e alla fine, e scartiamo tutto il resto. Eravamo re e regina all’inizio, nel mezzo e alla fine. Ciò che deve essere abbandonato è l’illusione! Perciò torniamo nel regno e diamogli un sovrano saggio».
Sikhidvaja chiese:
«Perché allora non accettare l’invito nel paradiso di Indra?»
Tre livelli della pratica spirituale
In realtà esistono il livello del sutra, il livello del tantra e il livello dell’anuttara-tantra. Questi livelli differiscono molto nella manifestazione esteriore, sebbene nella manifestazione interiore non differiscano. Differiscono nel rapporto con il mondo, con gli organi di senso e con le energie.
Al livello del sutra, da cui cominciamo, dobbiamo comprendere il principio del distacco, il principio della rinuncia e della limitazione dei desideri, il principio dell’autocontrollo e della disciplina. Ma questo non dà una vera tempra allo spirito.
Al livello del tantra, lavorando con i venti e i canali, conosciamo il principio della trasformazione. Come le klesha e le emozioni negative possano trasformarsi, sbocciando nel mandala della visione pura. Ciò richiede un approccio finissimo e sottigliezza nel lavoro con le energie e i venti, purezza dei canali e la capacità di unire la presenza contemplativa ai prana. Ciò che veniva negato al livello del sutra diventa un metodo di pratica al livello del tantra.
Infine, il sentiero dell’anuttara-tantra è integrazione, accettazione totale di tutto. L’accettazione totale di tutto significa apertura della mente e unione con qualsiasi esperienza.
Diffusi fraintendimenti sul tantra
Molti non comprendono i principi del tantra e li interpretano erroneamente. Quando in Occidente le persone dicono “tantra”, spesso intendono il tantra sessuale, sesso con rituali esotici, in una confezione esotica, in stile new age. Ma in India non esiste nemmeno una simile concezione, sebbene vi sia un’altra comprensione distorta del tantra. In India, ad esempio, un tantrico è percepito come un mago nero, uno stregone da cui bisogna stare alla larga.
Né l’una né l’altra cosa hanno nulla a che fare con la comprensione del tantra in quanto tale. Sono fantasie più tarde di persone che conoscono poco o superficialmente la tradizione. Il mito del tantra come una qualche pratica sessuale esotica arrivò negli anni Settanta, durante il fiorire degli psichedelici, di Castaneda e degli hippie in America, che non erano estranei all’amore libero e usavano le idee tantriche come loro “bandiera”. Droghe, negazione come base del rapporto con la società... Avevano una loro filosofia e vi intrecciarono in modo molto “armonioso” le idee tantriche. Da allora in Occidente iniziò a circolare l’idea del tantra come di una pratica del genere.
In India, invece, e nei paesi dell’Oriente, il tantrismo veniva per lo più identificato con misteriosi rituali magici, con poteri soprannaturali. Sui tantrici circolavano molti pettegolezzi e racconti; si parlava di loro come di potenti stregoni capaci di evocare spiriti, compiere magie con i cadaveri, riportare in vita i morti, costringere qualcosa a materializzarsi con la forza della magia.
Ma il vero principio del tantra consiste nella trasformazione delle energie impure e delle klesha nel mandala della dimensione pura. Questo avviene:
- Grazie alla presenza contemplativa, se si tratta dell’anuttara-tantra
- Grazie al lavoro con i venti e i canali, se si tratta dello yoga-tantra
- Grazie alle pratiche rituali, se si tratta del kriya-tantra
- Grazie alla recitazione dei mantra e alle visualizzazioni, se si tratta del charya-tantra

La pratica dell’anuttara-tantra
Al livello dell’anuttara-tantra esiste il principio del non scegliere, della vita senza accettazione né rifiuto, dell’unione. A questo livello finalmente ristabiliamo la piena integrità, la piena unione. Una persona che ha acquisito la capacità di dimorare nella contemplazione può integrare la propria mente con qualsiasi esperienza, e tuttavia la sua contemplazione non si attenua, ma al contrario divampa soltanto di più.
Esistono metodi o pratiche della cosiddetta «folle saggezza» o «la madre nutre il figlio», «trasformazione dei cinque veleni in cinque nettari», «vagare con le nuvole», «danza nello spazio»: tutto questo sono diverse sfumature della stessa cosa, sono sfumature della pratica dell’avadhuta-yoga. Questa pratica consiste nel fatto che, stabilitosi nella presenza contemplativa, lo yogin lavora con grande maestria con le cause secondarie, usando le cause secondarie per iniziare determinate karmas sottili interiori e l’auto-liberazione di questi karmas.
In sostanza, i siddha lavorano con grande maestria con le cause interiori. Integrano la propria coscienza con innumerevoli mandala, innumerevoli giochi, shakti, manifestando diverse attività creative. Si ritiene che gli yogin capaci di praticare in questo modo siano i più elevati. Tuttavia, la disponibilità a praticare una sadhana di tale livello si manifesta da sé man mano che la vostra consapevolezza cresce. Essa presuppone la capacità di possedere una stupefacente forza di auto-liberazione.
Dimorando proprio a questo livello, Chudala rispose:
«O re, non desidero né piaceri né la ricchezza del regno. Rimango in quello stato che mi è stato dato in modo naturale. Quando al pensiero “questo è piacere” si oppone il pensiero “questo non è piacere”, entrambi scompaiono. Io rimango in questa quiete, che è al di là dell’uno e dell’altro».
Manifestazione del mandala della dimensione pura
All’alba si alzarono e compirono i loro doveri mattutini. Chudala materializzò con il suo pensiero un vaso d’oro con le acque sacre dei sette oceani. Con queste acque lavò il re e lo elevò a imperatore.
A sua volta, il re fece nuovamente salire al trono sua moglie Chudala. Propose che lei creasse con la forza del pensiero un esercito, e lei lo creò.
Seguendo la coppia reale su un magnifico elefante, tutto l’esercito marciava in direzione del regno. Lungo la via, Sikhidhvaja mostrava a Chudala i diversi luoghi in cui era stato asceta. Presto raggiunsero il sobborgo della loro capitale, dove furono accolti dagli abitanti.

Qui viene descritta la fase successiva dopo la realizzazione: la manifestazione del mandala della dimensione pura. Ora, trovandosi in uno stato di completa trasformazione, con la forza della loro mente crearono mondi, universi, nei quali cominciarono a regnare come divinità centrali. Questi mondi furono creati in conformità alle loro inclinazioni, che erano naturali nei loro karma. Solo che ora non erano più mondi oscurati, nei quali essi erano semplicemente laici, ma erano mondi manifestati nel mandala della dimensione pura, nei quali divennero mandaleshvara.
Sikhidhvaja, con l’aiuto di Chudala, governò questo paese per diecimila anni, dopo di che raggiunse il nirvana, dal quale non vi è rinascita.
Con la forza della loro mente crearono una terra pura, un paese puro, in cui regnarono come mandaleshvara. Se avete sentito l’insegnamento sui sedici kala, proprio tali conseguimenti vi sono descritti come gli stadi finali della realizzazione.
Azioni spontanee e naturali
Dunque, Vasishtha dice:
«Così anche tu, Rama, impegnati senza tristezza in azioni spontanee e naturali».
Che cosa significa impegnarsi in azioni spontanee e naturali? Per un monaco significa vivere da monaco. Come diceva un santo maestro: «Mangiare il prasad, coricarsi quando giunge la notte, venire all’assemblea mattutina quando giunge l’assemblea mattutina: questa è la dharma suprema».

Per una persona non istruita è difficile comprendere il senso delle sue parole. Immaginate di chiedere: «Come raggiungere il risveglio? Che cosa bisogna fare per questo?», e vi rispondono: «Alzatevi al mattino, mangiate il vostro prasad durante la colazione e il pranzo, venite alle riunioni e la sera, durante shavasana, addormentatevi bene; e se farete così, realizzerete sicuramente il dharma supremo».
È davvero così, perché vi trovate in ciò che è, vi trovate nel momento presente, oltre il quale non esiste nulla. Questo momento è completamente integro, completamente totale. Non tendete da nessuna parte, tutto avviene naturalmente, così come avviene. Dimorate nella consapevolezza, invece di inseguire qualche obiettivo illusorio. Questa consapevolezza prende tutto ciò che c’è, e dà tutto ciò che è possibile, tutta la pienezza e l’integrità della vita. Essa cresce di giorno in giorno.
Tutte le azioni esteriori in realtà non sono importanti, perciò le auto-liberate. Mangiate, camminate, lavorate e andate a dormire quando bisogna andare a dormire, mentre tutto il vostro lavoro interiore consiste nel dimorare in questa consapevolezza, nell’approfondirvi sempre di più in essa e nell’abbandono di sé.
Un santo diceva: «Devi vivere come una mucca: mangiare, dormire, andare in bagno. E il resto non è affar tuo». Qualcuno potrebbe pensare che sia una barbarie, che sia una vita ottusa. Che significa essere simili a una mucca? Nessuno vuole essere simile a una mucca. Ma queste istruzioni riguardavano la pratica del ritiro. Egli intendeva dire che non bisogna prestare attenzione all’esterno, ma concentrarsi sulla consapevolezza e sul mantenimento della contemplazione. In altre parole, bisogna ridurre al minimo tutte le funzioni esteriori ed eseguire ciò che si esegue senza distrarsi con nulla, senza tendere a nulla, ma lavorare con la consapevolezza finché essa non acquisti forza.


