Cercatore: Che cos’è l’abbandono incondizionato?
Maharshi: Se una persona si abbandona, non ci sarà né colui che pone domande né colui che pensa a esse. Eliminare i pensieri mantenendo l’attenzione sulla radice – «io», oppure abbandonarsi incondizionatamente alla Forza suprema: queste sono le uniche due vie alla realizzazione.
Siete benedetti dal fatto di seguire l’insegnamento della pratyaksha-advaita (advaita diretta). Non avete bisogno di perdervi nei meandri tantrici, nel riconoscimento dei mantra, nell’interpretazione dei segni degli spiriti e degli dèi, nelle cerimonie rituali, nelle numerose purificazioni e in tutto il resto. La pratyaksha-advaita possiede la proprietà unica di indicare direttamente la realtà. Pratyaksha-advaita, siddha-advaita o shunyata dei mahasiddha: sono tutti termini equivalenti. Questo insegnamento è destinato a persone dotate di grandi capacità spirituali e intellettuali, e coloro che le possiedono possono avvalersi della forza della pratyaksha-advaita.
La pratyaksha-advaita ci volge sempre verso la consapevolezza, aggirando la complessità delle forme delle religioni organizzate, la ritualità delle cerimonie e delle invocazioni tantriche, le speranze di realizzazione, l’impiego di certi mezzi e tutto il resto. Tutto questo, naturalmente, esiste al proprio livello, ma non è l’essenziale: sono i cosiddetti metodi-rami, metodi-fiori e metodi-foglie. E se vuoi analizzare un insegnamento, chiediti subito quale sia la saggezza di questo insegnamento e quale sia il metodo-tronco. Se la saggezza è lo stato incondizionato e il tronco è la presenza non duale della consapevolezza, allora questa è la pratyaksha-advaita, l’anuttara-tantra dei mahasiddha.
I primi anni di pratica
Nella tradizione dell’insegnamento della pratyaksha-advaita, dapprima scopriamo il principio della consapevolezza, ma lo incontriamo soltanto dopo anni di duro lavoro contemplativo. E che cosa fa una persona durante i primi dieci anni circa? Elimina i legami e gli attaccamenti residui al samsara, lava via i propri peccati, si libera della confusione interiore, delle klesha, dell’incomprensione e dei blocchi nei nadi. Per questo i primi dieci anni di pratica sono sempre difficili. Come disse un generale a un soldato: «Coraggio, è difficile solo per i primi venticinque anni», e il servizio dura all’incirca altrettanto. Ma nel Dharma non è proprio così.
Nei primi anni lo yogin lotta contro la confusione interiore, i debiti karmici, le klesha e le oscurazioni, gli aspetti ancora irrisolti del proprio carattere, la propria incontrollatezza e inconsapevolezza, le vecchie abitudini che non vogliono lasciarlo andare, gli ostacoli radicati che cercano disperatamente di rivendicare diritti su di lui. Deve combatterli giorno dopo giorno, e sul serio. Accade persino che, lasciando il mondo, tu scopra che il mondo non ha ancora lasciato te, anche quando sei già nella comunità di un novizio o di un monaco.
Tuttavia, se sei saldo, certo della tua vittoria e non alimenti tutto questo dentro di te, prima o poi scopri che il mondo ti ha lasciato, che al posto delle klesha, delle oscurazioni e degli attaccamenti appare una nuova visione del mondo attraverso il prisma della consapevolezza. Grazie al lavoro con la sankalpa, alla consapevolezza nel movimento e da seduti, questa consapevolezza comincia a farsi strada. E vedi che eri cieco finché non sei diventato consapevole, perciò eri soggetto ai diversi significati di questo samsara; quando è comparsa la consapevolezza, hai iniziato a vedere un po’ più chiaramente.

L’incontro con l’abisso della consapevolezza
E in seguito sorge la domanda su quale sia il rapporto tra l’ego, la mente, la personalità e questa consapevolezza. Quanto più profondamente ti avvicini alla consapevolezza, tanto più senti di avvicinarti a un oceano immenso, a un buco nero, a un abisso, e questo può confondere seriamente l’ego, perché esso avverte lo smarrimento di fronte a questo abisso, sente che perderà tutto compiendo anche un solo passo in più. Sente che perderà il controllo, perderà se stesso, i propri significati, le proprie priorità e i propri obiettivi, e per questo teme questo abisso. D’altra parte, sa che questo abisso è proprio il suo scopo e il suo cammino.
Questa fase significa che lo yogin non solo ha acquisito la padronanza dell’auto-liberazione, ma si è anche avvicinato all’abbandono di sé, all’auto-trascendenza. È la fase in cui inizia il «timore di Dio», quando l’ego comincia a vedere la necessità dell’umiltà, dell’abbandono totale di sé e dell’obbedienza a questa consapevolezza. Ed è molto importante elaborare correttamente la tattica e la strategia di un simile abbandono di sé, affinché non vi siano estremi.
Ramana Maharshi dice che quando ti avvicini a questa consapevolezza e cominci a subordinare nuovamente l’ego, là, nel profondo, non ci sarà colui che pone domande, non ci sarà colui che pensa, poiché l’abbandono di sé significa offrire costantemente l’ego, il manas e l’ahamkara alla luce del Sé superiore, dimorando costantemente nello stato «io non appartengo a me stesso, appartengo a Dio!»
La natura della luce della consapevolezza
Quando una persona viene da me, vedo che in realtà non è affatto una persona, ma che dentro di lei, come il sole, c’è questa luce sconfinata. Questa luce, attraverso il canale del buddhi, impartisce comandi al manas; il manas li elabora, operando con la chitta, e impartisce comandi al corpo energetico sottile e al corpo fisico, come se fossero una sorta di biociborg. In altre parole, vedo che da me è giunta questa luce, che cerca di farsi strada attraverso questo corpo e di agire per mezzo di esso.

Questa luce viene generata continuamente; non può essere sottratta a una persona né essere spenta, perché l’essere umano è fatto di questa luce. Questa luce invia comandi al buddhi, che vengono percepiti sotto forma di flussi di bhava, di sottile chiarezza, e questa chiarezza impartisce comandi al manas, il quale traduce tutto ciò in pensieri, mentre i pensieri impartiscono comandi al sistema nervoso sottile e al corpo energetico, esprimendosi infine nelle parole. Quando una persona parla, vedo che questa luce cerca di farsi strada. E a seconda di quanto il buddhi è aperto, di come il manas percepisce i suoi impulsi intuitivi e di quanto abilmente opera con i pensieri e la logica, di quanto il chakra vishuddha è purificato e la lingua riesce a tradurre tutto ciò in vibrazioni di un linguaggio eloquente, questa luce può manifestarsi in modo limpido oppure non del tutto.
In sostanza, le risposte a tutte le domande consistono nel permettere a questa luce di manifestare la propria chiarezza. Se nei corpi sottili vi sono impurità e ingorghi energetici, se nel corpo mentale vi sono blocchi, questa luce si distorce; perciò il buddhi trasmette già una luce distorta, mentre il manas ne afferra soltanto una piccola parte, che poi si traduce in una parola di livello inferiore, in un prana di livello inferiore, in una visione di livello inferiore e in un’azione di livello inferiore.
E, al contrario, se tali ingorghi, blocchi mentali, samskara e offuscamenti sono assenti o sono pochi, questa luce fluisce limpida e attraversa il manas manifestandosi in purezza. Allora:
- Il buddhi è auto-liberato, manifestandosi come sottile coscienza intuitiva, siddhi e chiaroveggenza
- Il manas è auto-liberato, zampillando Dharma, chiarezza e creatività
- La chitta è auto-liberata, manifestandosi come visione impeccabile dei propri samskara e memoria delle vite passate
- Le azioni sono auto-liberate, manifestandosi come lila pura, a beneficio degli altri esseri viventi, in completa armonia
- I prana sono auto-liberati, manifestandosi come elementi puri nel corpo
Il compito del maestro e la natura della resa
Questa luce nel mio corpo e nel corpo di un’altra persona è la stessa; solo che il manas nel suo corpo non comprende del tutto come trovare la via di questa luce. E vedo il mio compito nel mostrare al manas, usando il linguaggio e i termini, la via verso questa luce attraverso il buddhi, costruendo una sorta di tunnel corretto, nel quale Atman, buddhi, manas, i cinque elementi e i cinque prana si uniscono, quando la luce non viene distorta né bloccata in alcun punto.
E quando tale unione avviene, si dice che a livello fisico i prana entrano nel canale centrale, mentre a livello spirituale avviene l’ingresso nello stato naturale. E allora giunge il momento in cui bisogna dire: «Non io, ma Tu. Non la mia volontà, ma la Tua». Chi deve dirlo? Deve dirlo la mente (manas) e il falso ego (ahamkara), cioè il complesso della personalità individuale che rappresenta se stessa. Tutti loro, vedendo questa luce, devono dire: «Sì, Ti ascolterò, mi sottometterò a Te. Non farò neppure un passo senza ascoltarti».
Perciò la resa è completa umiltà e completa obbedienza a questa luce. Non appena l’ego e la mente agiscono senza umiltà e senza obbedienza, escono dalla sottomissione a questa luce e cercano di agire autonomamente; per questo la chiarezza diminuisce immediatamente e l’essere umano non ottiene altro che problemi e sofferenza.

Agire nell’obbedienza e nell’umiltà non significa limitarsi e agire in modo impacciato, sottomesso e rigido. Al contrario, tutta la libertà, la forza e la creatività dell’ego (ahamkara) e della mente (manas), che sono parti relative, risiedono proprio in tale obbedienza. Questa luce della contemplazione originaria è simile a un grande re che elargisce a ciascuno ricchezze incalcolabili. Non desidera da nessuno una sottomissione servile, ma cerca di delegare la pienezza delle proprie funzioni a tutte le altre parti; perciò, come risultato di una tale obbedienza corretta e di tale umiltà, anche le altre parti fioriscono e assumono su di sé le funzioni di questa luce.
Chi comprende questo sa, ogni secondo: «Sì, disobbedire a questa luce va a mio discapito». Essa infatti può dare così tanto che ogni secondo trascorso al di fuori di questa luce è un’enorme perdita. E, al contrario, ogni secondo trascorso in questa luce è un immenso beneficio, poiché essa apre davanti a te possibilità e prospettive illimitate. Ma nella fase in cui la totale dedizione non si è ancora realizzata, esiste ancora una separazione: ci sei tu come mente e personalità, e c’è questa luce alla quale bisogna abbandonarsi.
La dedizione perfetta e l’assenza di desideri
Cercatore: La dedizione completa, o perfetta, non richiede forse che una persona abbandoni persino il desiderio di liberazione o di Dio?
Maharshi: La dedizione perfetta richiede davvero che non abbiate desideri personali. Dovete gioire di tutto ciò che Dio vi dà, e questo significa precisamente l’assenza di desideri propri.
La perfezione della trascendenza di sé (prapatti) significa che smettiamo di costruire piani e obiettivi, di temere, sperare e fare affidamento su qualcosa di esterno, di inseguire risultati nel futuro. Riconosciamo questa luce proprio ora e, nell’istante presente, ci abbandoniamo ad essa. Naturalmente, sul piano relativo esistono i desideri della mente; sul piano relativo continuiamo ad aspirare alla liberazione e a fare diverse cose, ma tutto questo è ormai subordinato a questa grande dedizione.
Interiormente, al livello della visione, al livello del non agire, comprendiamo già che il nostro compito è cercare di essere ciò, e non aspirare a ciò, poiché il semplice fatto di aspirare a ciò significa allontanarsi dal centro e perdere il presente. È simile al tentativo di un cane di mordere la propria coda, che non verrà mai raggiunta, o al tentativo di un asino di correre dietro a una carota e morderla, sebbene la carota sia legata al timone e si muova insieme all’asino. Quando comprendiamo questo, il vettore dell’aspirazione si rivolge verso l’interno, e ora questa aspirazione significa dimorare nel presente e abbandonarsi al presente; per questo si dice che la fase della dedizione è legata all’ingresso nel non agire.
L’ingresso nel non agire
L’ingresso nel non agire significa che non c’è una sola cosa che dobbiate fare, non c’è un solo obbligo da adempiere, non c’è un solo debito che non abbiate saldato. In altre parole, tutto è già qui, e tutto ciò che esiste è già perfetto. Ci sono soltanto i giochi ai quali partecipate: vi siete completamente liberati da tutto, e ciò che appare sul piano relativo si manifesta da sé, in modo naturale e spontaneo; è già compiuto e integro.

Non vi agitate più, non vi identificate, non perdete il vostro centro, perché siete sempre al centro e mettete radici in esso. Non avete né attaccamenti, né obiettivi, né piani, né speranze, né coinvolgimenti, né illusioni, né aspettative, né paure, né certezze, perché avete già acquisito questo centramento. L’unica cosa che dovete fare è mettere radici in questo centramento e poi cercare modi per manifestare diversi giochi, così da coltivare e affinare ulteriormente questo centramento. Ma ormai non si parla più di alcun inseguimento, né di false speranze e illusioni.
Questa pace profonda, questa serenità e integrità nell’anima sono proprio la fase iniziale della dedizione, quando sentite: «Io non appartengo a me stesso, appartengo a Dio. Non sono io ad agire, è la Fonte suprema ad agire attraverso la mia mente, la mia parola e il mio corpo. Il mio compito è rimanere continuamente in contatto con questa Fonte».
Naturalmente, siamo troppo abituati a vedere noi stessi e gli altri come corpi, ma questo è un grave errore. Come in un gioco per computer le persone assumono temporaneamente nickname, nomi illusori e avatar, comunicando tra loro, e poi ne escono, allo stesso modo noi assumiamo corpi fisici illusori, dotati di determinati nomi e forme; ma ciò che in noi li assume è la luce della consapevolezza, ed è proprio essa ad agire.
Due vie verso la realizzazione
Cercatore: Voglio conoscere i passi attraverso i quali potrò raggiungere la dedizione.
Maharshi: Esistono due vie. La prima è l’indagine sulla fonte dell’«io» e l’immersione in essa. La seconda è il sentimento: «Da solo sono impotente, solo Dio è onnipotente, e affidarmi completamente a Lui è l’unica cosa che mi proteggerà». Applicando quest’ultimo metodo, una persona si convince gradualmente che esiste soltanto Dio e che non vale la pena tenere conto dell’ego. Entrambe le vie conducono al medesimo obiettivo. La dedizione perfetta è un altro nome per la jnana, o Liberazione.
Domanda: A livello della manifestazione, come si fa a non confondere la dimensione relativa con quella assoluta, manifestando al contempo la visione pura? In altre parole, la visione pura appartiene già maggiormente all’aspetto assoluto. Da un lato, inizi a permeartene; dall’altro, è importante non confondersi, affinché non si perda il buon senso. Come si può acquisire questa sottile saggezza?
Lo stesso buon senso è anch’esso una sorta di manifestazione della visione impura. Lo yogin, infatti, agisce già non basandosi sul buon senso. Egli auto-libera il buon senso, affidandolo al Sé superiore, dopodiché il Sé superiore, come risposta discendente, come benedizione, gli dona chiarezza; allora egli agisce non più sulla base del buon senso, ma sulla base della chiarezza che risponde spontaneamente, integrandosi con le circostanze.

E tale chiarezza può sembrare buon senso agli altri, ma non è affatto il buon senso mondano: è un buon senso che trascende quello mondano, una chiarezza flessibile e integrata che appare in modo del tutto spontaneo, come un gioco. Tuttavia, questo gioco non è inferiore al buon senso, bensì lo trascende; è ancora più profondo, poiché le sue radici si trovano nella luce pura della consapevolezza originaria.
Essa vede ogni cosa pura fin dall’origine, ma al proprio interno sviluppa anche una parte distinta che ammette la visione impura, tuttavia già in qualità di lila. Partendo da questa visione impura in quanto lila, accetta il buon senso ordinario, la cosiddetta visione mondana, considerandola già come parte della propria visione assoluta; ma questa visione impura e ludica del buon senso è completamente subordinata. In questo caso non perdi nulla, perciò non hai alcuna confusione riguardo al relativo: tutto è assolutamente puro e auto-liberato, tutto è equanime fin dall’origine.
Domanda: Ditemi, tutto questo si riferisce soltanto a chi ha realizzato la visione pura? E se non l’ha ancora realizzata, può basarsi su tale visione oppure no?
Anche se non l’ha realizzata, che si basi su tale visione. Come dice Vasistha, qualunque cosa la coscienza concepisca, quella diventa. Se la visione pura non è ancora realizzata, ma lavorate con essa, con il tempo essa diventerà realizzata. Esiste soltanto una differenza tra la visione pura del sentiero e la visione pura del frutto.
La visione pura del sentiero significa che mantenete il sankalpa della visione pura, mentre la visione pura del frutto si ha quando sono realmente apparse le divinità e i mandala: non avete bisogno di mantenere il sankalpa, poiché esso è già presente. Per esempio, c’è dell’oro, ma voi lo vedete semplicemente come una pietra; poi viene da voi una persona e dice: «Prova! È oro! Puoi perfino venderlo e ricavarne un beneficio». Voi non gli credete, e allora questa persona dice: «Va bene. Ho capito: prima devi ancora riuscire a vederlo. Ripeti: “questo è oro, questo è oro”, e cerca di vederlo come oro». Questo è un esempio della visione pura del sentiero.
Cercatore: La resa mi sembra più facile e vorrei scegliere questo sentiero.
Maharshi: Indipendentemente dal sentiero, dovete perdere voi stessi nell’Assoluto. La resa sarà completa soltanto al raggiungimento dello stadio: «Tu sei tutto» e «Sia fatta la tua volontà».
La vera natura della resa
È molto importante interpretare correttamente questo testo. In effetti, la resa avviene quando la visione si unisce alla consapevolezza. La consapevolezza è un osservatore sottile. La visione è la Fonte originaria illimitata, la luce chiara al di là delle guna, delle qualità e delle categorie. La fusione con essa avviene soltanto quando abbandoniamo gli attaccamenti al livello della coscienza. Non appena sono presenti anche i più piccoli attaccamenti, la ricongiunzione con la luce della Fonte suprema non può avvenire.
Tuttavia, l’abbandono degli attaccamenti e la resa completa non significano che la nostra individualità vada perduta, scomparendo del tutto. Questa è un’opinione errata. Chi pensa in questo modo è dominato dalle tendenze dell’avyakta, che non è approvata dai siddha.
La resa implica inoltre che le nostre qualità relative fioriscano, anziché essere represse; che la nostra volontà riceva l’impulso della forza creativa (sankalpa-shakti); che le nostre capacità, la mente, la memoria, l’intenzione, la forza dell’auto-manifestazione, i poteri delle energie e della trasformazione (aishvarya-shakti) — tutto questo — fioriscano, anziché essere repressi. Chi pensa che tutto ciò venga represso sarà maggiormente incline alla tradizione della bhakti dualistica.
Ma nel cammino dei siddha è importante che, nello stato di completa resa, avvenga una discesa della luce nella parte relativa (questo è molto importante!), e che queste parti relative, di conseguenza, fioriscano sotto forma di forze creative, siddhi, energie e così via. In definitiva, devono sbocciare fino a formare un mandala completo, fino a una piena fioritura che trasformi il mondo circostante e le proprie prana interiori; vale a dire che nelle parti relative è sempre presente una funzione creativa attiva, una loro forza trasformativa. Se tutto questo invece non fiorisce, significa che non permettiamo alla luce di manifestarsi, che non la lasciamo entrare da qualche parte, non le permettiamo di fiorire, danzare, giocare e trasformare.

Ricercatore: La resa mi sembra più facile e vorrei scegliere questa via.
Maharshi: La resa sembra facile perché le persone immaginano che diventeranno libere e potranno fare ciò che vogliono non appena mormoreranno: «Mi arrendo» – e trasferiranno il loro fardello al Signore. Ma il fatto è che, dopo la resa, non avete né simpatie né antipatie. La vostra volontà deve morire completamente e al suo posto subentrerà la volontà del Signore.
La volontà egoistica del piccolo «io» deve estinguersi, ma questo non significa che debba estinguersi la volontà in quanto funzione, in quanto energia universale. Semplicemente, la volontà egoistica del piccolo «io» deve lasciare il posto all’icchha-shakti universale. Vale a dire che la vostra volontà individuale egoistica deve ricongiungersi con la volontà universale e trasmettere la luce del Sé superiore. La volontà può manifestarsi, ma ora si manifesta come una forza universale che non serve più scopi e intenzioni dualistici ed egocentrici.
Questa morte dell’ego provoca uno stato non diverso dalla jnana. Pertanto, qualunque via seguiate, dovete comunque giungere alla jnana, o unità.
Ricercatore: E quale orientamento assume la mente dopo la resa?
Maharshi: La mente di chi si è arreso porrebbe forse una domanda?
Il punto è che, quando la resa è avvenuta, dalla mente non esiste più alcuna domanda. Esiste la risposta della Fonte suprema.
Ricercatore: Desiderando costantemente di arrendermi, spero di ricevere una grazia maggiore.
Maharshi: Arrendetevi una volta per tutte e mettete fine al desiderio. Esso permane solo finché esiste il senso di essere colui che agisce, cioè la persona. Se questo scompare, si rivela l’Atman, risplendente nella sua purezza. Il limite è il senso di essere colui che agisce, non le azioni in sé.
Il meccanismo della resa di sé e la fioritura delle funzioni
La resa avviene quando la consapevolezza, aperta grazie all’autoindagine, all’osservazione e all’autocontemplazione, è diventata una sorta di sfondo continuo, più vasto dell’ego, del manas e della percezione.
Che cos’è la resa di sé? Significa che l’ego, il manas e tutte le parti sottili vengono ricondotti sotto l’autorità di questo sfondo di consapevolezza, mentre nessuna di esse perde le proprie funzioni; al contrario, le funzioni fioriscono ulteriormente. Fiorendo, queste funzioni salgono al livello della visione pura, e tale fioritura si accresce nella dimensione relativa finché il passaggio alla dimensione pura non viene completamente realizzato. Le funzioni delle prana fioriscono, diventando le cinque saggezze; le funzioni del manas fioriscono, diventando il mandala del corpo mentale intellettuale; le funzioni dell’azione fioriscono, diventando il mandala del comportamento. Tutte le funzioni e tutti gli elementi relativi fioriscono, spiritualizzati e fecondati da questa resa di sé.

Tuttavia, una simile resa di sé può avvenire soltanto nella fase in cui è presente un mantenimento continuo, chiamato «catena di ferro». Se possedete un mantenimento continuo della consapevolezza denominato «catena di ferro», vi trovate in una fase prossima alla resa di sé. In altre parole, la vostra mente è come se fosse legata a una catena di ferro: nulla è in grado né di distrarla né di scuoterla. Vi resta soltanto da lasciare andare tutto ciò che è ancora rimasto, rilassarvi, eliminare gli sforzi, l’inseguimento del futuro, le speranze e le paure, per permettere a questa consapevolezza di assumere pienamente il controllo delle parti relative del vostro «io». Colui che contempla nello spirito della non-distrazione, nello spirito della «catena di ferro», è un praticante eccellente. Tuttavia, soltanto la resa di sé e l’eliminazione degli ultimi attaccamenti possono trasformarlo in un essere veramente risvegliato.
Il paradosso della resa di sé per l’ego
L’abbandono di sé è, in un certo senso, una grande delusione per l’ego. Non è nemmeno una delusione, ma il completo crollo delle speranze egoistiche, quando tutto ciò che l’ego pensava appare diverso. L’ego pensava di dover vincere, si immaginava già vittorioso in futuro, ma gli dicono: «Puoi vincere soltanto quando affiderai la tua vittoria all’Onnipotente». E quando l’ego lo comprende, rimane infinitamente stupito. Il paradosso è che, se riuscirà a perdere, cioè ad arrendersi, inizierà a vincere. Per l’ego questo è sempre un grande shock, poiché sperava di ottenere una simile vittoria e di appropriarsene interamente.
Tuttavia, quando questo shock passa, l’ego vede che in realtà, attraverso questo abbandono di sé, comincia a vincere, poiché da solo non può fare nulla e, di per sé, non è mai esistito. L’ego, come la personalità e l’individualità, è qualcosa di temporaneamente inventato, funzionale.
Una volta, quando entrai nella mia casetta, vidi che sul tavolo c’era un sacchetto di kefir. Pensai: «Oh, un sacchetto di kefir». E questo pensiero fu riconosciuto, ma quando mi avvicinai vidi che si trattava di un asciugamano arrotolato. Fino a quel momento ero completamente convinto che fosse un sacchetto di kefir, ma si rivelò essere uno straccio, cioè in realtà lì non c’era alcun sacchetto di kefir: c’erano soltanto la mia interpretazione, la mia immaginazione e la mia rappresentazione. E pensai: «Dunque, il sacchetto di kefir non c’era fin dall’inizio, ma per me è scomparso soltanto ora. Che cosa è scomparso, allora?». E se qualcuno chiedesse: «Beh, come è scomparso il sacchetto di kefir?», questa domanda sarebbe assurda di per sé, non avrebbe assolutamente alcun significato. Si potrebbe chiedere: «Di quale sacchetto si sta parlando? Che cosa è scomparso? Dopotutto, qui non c’è mai stato». È scomparso l’errore che considerava una cosa come un’altra.

E l’ego è simile a quel sacchetto di kefir. È un errore, cioè una falsa rappresentazione, che si considera ciò che non è: «io sono una persona», «io sono un’individualità», «io sono un monaco», «io sono un novizio», «io sono un uomo», «io sono una donna» e così via. Ma in realtà le cose stanno diversamente. E quando lo comprendete, vedete che la Fonte suprema vi mette continuamente in scena, dicendo di sé: «Io sono questo e quello. Beh, che ne pensi?», poi si traveste da un’altra identificazione: «No, io sono quest’altro. Mi manifesterò in situazioni di questo tipo. Beh, che cosa ne dici?»
La natura dello sforzo e i poteri delegati della luce
Domanda: E allora che dire dello sforzo personale? Ne consegue che non esiste uno sforzo personale, se non c’è nessuno che lo compie. Se fin dall’inizio tutto questo è una finzione, allora anche gli sforzi personali sono una finzione.
Gli sforzi personali non sono una finzione: sono poteri delegati dalla luce all’individualità. Diciamo così: è la luce che ha ceduto una parte dei propri poteri e delle proprie funzioni per poter comprendere meglio se stessa.
Domanda: Quindi il kefir esisteva davvero?
No, non esisteva fin dall’inizio. Il punto è proprio che si applica uno sforzo, ma l’ego non esiste. Diciamo così: esiste il gusto del kefir, ma il kefir in sé non esiste: ecco cos’è l’ego. È il gioco della luce originaria nella volontà personale dell’individualità, che in realtà non è mai esistita.
Domanda: Mi sorge spesso una domanda del genere. Siamo tutti qui riuniti come discepoli dello stesso Maestro, sediamo e ascoltiamo la stessa lezione. Ma alcuni sono monaci e altri sono laici. Sembrerebbe che, dopo aver ascoltato la lezione, si dovrebbe correre via strappandosi di dosso gli abiti mondani, o almeno prendere Rifugio e dire che non ha senso vivere un’altra vita. Durante la lezione, in sala, sarebbe già il momento di farlo. Perché accade così? Tutti quelli con cui ho parlato comprendono: sì, effettivamente, l’Assoluto, Dio, il Guru... Alla Vyasa-puja (24 ottobre) pronunciano parole così belle. Ma allo stesso tempo, quando si tratta di una scelta seria, in qualche modo tutto non è autentico.
Non è tutto così semplice, credo. Il fatto è che la luce agisce anche nel comportamento in modo non uniforme, non lineare, non diretto. Ha moltissimi giochi diversi: il suo principio è una complessità fiorente. E questi giochi sono complessi nelle loro diverse varianti e mandala; sono condizionati da diversi samskara, cause ed effetti. In altre parole, questa luce originaria si manifesta in modo diverso nelle diverse situazioni. In ogni situazione, soltanto il padrone stesso di questi karma e samskara può determinare quanto impeccabilmente e favorevolmente questa luce si manifesti.

In altre parole, lo status esteriore è già una determinata scelta della luce chiara, mediata dall’individualità e dai samskara. Deve sempre essere condizionato dall’esistenza dei samskara individuali e di una tale scelta. Se invece questo manca, deve essere condizionato dal sankalpa, dall’intenzione; e se mancano anche questi, sarà semplicemente un approccio lineare. Perciò i laici non devono strapparsi di dosso i vestiti immediatamente, proprio nella sala. È ammesso che la luce originaria possa giocare diversi lila, che abbia molti mandala diversi e numerose variazioni; tuttavia può svilupparsi attraverso di essi e oltre.
Il principio della logica parasattarka e la convenzionalità dell’ego
Domanda: Vorrei chiedere un chiarimento riguardo al kefir. In altre parole, esistono molte varianti della manifestazione dell’universo. Esiste la logica parasattarka. Perché allora, se vedi il kefir e ti identifichi completamente con la Fonte, a un certo punto questo kefir diventa un asciugamano? Perché non rimane un sacchetto di kefir?
Se ci fosse stata l’intenzione di mantenere questa visione, se tu applicassi il sankalpa-vidya e la conoscenza della logica parasattarka, sarebbe accaduto proprio così. La questione è quanto tempo ci sarebbe voluto. Ma in questo caso non c’era una tale intenzione; c’era invece l’intenzione di fare chiarezza. E questo esempio è più legato al principio dell’ego, cioè alla sua realtà o irrealtà.
In questo caso diciamo che l’ego di cui siamo consapevoli ora è una visione convenzionale, fondata su una percezione temporanea e priva di una base, proprio come il kefir, che si fonda su un’illusione convenzionale. In altre parole, l’ego è una convenzione fondata sull’illusione. Tuttavia, non diciamo che sia necessario distruggere in qualche modo l’ego; è necessario giocare pienamente con questa convenzione, applicarla e utilizzarla come strumento, ma questa convenzione è completamente subordinata alla visione assoluta. Allora in noi si manifestano simultaneamente sia il libero arbitrio sia la piena realizzazione.
Molti ritengono che sia necessario distruggere l’ego, bloccare le sue forze creative, la volontà individuale e la capacità di manifestare l’intenzione, considerandole espressioni egoistiche. Ma questo è l’approccio del sutra, legato a una rinuncia immatura. In realtà, è necessario distruggere l’identificazione egoistica, subordinandola completamente alla Fonte suprema, perché distruggere l’ego bloccandolo equivale a distruggere lo strumento della luce chiara, lo strumento del suo servizio e della sua manifestazione. È come danneggiare i beni del sangha o impedirne l’incremento. E la caratteristica della luce è proprio accrescere la propria manifestazione, il proprio fiorire e il proprio gioco in ogni cosa.

Ne consegue che distruggiamo l’ego attraverso la completa resa e subordinazione, e poi permettiamo a questa luce di danzare in ogni parte di questo ego. In altre parole, la luce originaria ha il diritto di generare significati illusori e di giocare con questi significati.
La volontà universale come fonte di ogni sforzo
Domanda: Mi dica, se l’ego non esiste affatto, da dove nasce lo sforzo? Da dove può provenire? Chi è allora a compierlo?
Lo sforzo agisce come volontà universale, icchha-shakti. Ciò che sembra uno sforzo individuale non è in realtà uno sforzo individuale, bensì la manifestazione della forza universale, la shakti, che, incontrando la coscienza individualizzata, si manifesta come intenzione personale. Tuttavia si dice così: «Scava più a fondo nell’intenzione personale e vedrai la volontà dello stesso Brahma». In altre parole, quando portate il cucchiaio alla bocca, sembra soltanto che siate voi a farlo; in realtà, è il momento dell’azione della volontà universale (icchha-shakti) attraverso di voi.
Ciò che chiamiamo volontà personale è la coscienza individualizzata che si attribuisce alcune funzioni e qualità. In altre parole, immaginate che una donna sterile non abbia mai avuto un figlio e che le chiedano: «Come hai fatto a dargli un nome?» Ma il punto è che, in origine, non c’era nessuno a cui dare un nome, perché il figlio non esiste.



