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Motivazione autentica e falsa sul cammino spirituale: la storia di Nanda

08.06.2026
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Motivazione autentica e falsa sul cammino spirituale: la storia di Nanda

Commento al testo «La storia della conversione di Nanda»

A Shravasti, il venerabile Nanda diceva apertamente a molti monaci: «Non sono soddisfatto, cari, della vita brahmanica. Non riesco a sopportare la vita brahmanica. Abbandonerò il discepolato e tornerò a ciò che è peggiore». Un certo monaco lo riferì al Beato. Il Beato fece chiamare Nanda presso di sé e gli chiese se fosse vero.

– Sì, venerabile.

– Ma perché?

– Quando uscivo di casa, venerabile, la mia amata della stirpe degli Shakya, che non aveva ancora finito di tingersi la scriminatura dei capelli, mi guardò e disse: «Torna presto, mio signore». E io continuo a ricordarla.

Allora il Beato prese il venerabile Nanda per mano e, così rapidamente come un uomo forte raddrizza un braccio piegato o piega un braccio teso, scomparve insieme a Nanda dal boschetto di Jeta e in un istante si trasferì nella dimora celeste dei Trentatré (si intende la dimora dei trentatré dèi). E là, in quel momento, circa cinquecento apsara erano venute da Shatra, cioè da Shiva, il capo degli dèi, per intrattenerlo, e le loro piante dei piedi, tinte di rosso, somigliavano alle zampette delle colombe.

«Apsarasa» si traduce letteralmente come «colei che scivola sull’acqua», vale a dire che si tratta di esseri semidivini di genere femminile, legati all’elemento dell’acqua – allo svadhisthana-chakra. Sono esseri molto sensuali e artistici, che grazie alla loro shakti possiedono il prabhava-siddhi – il siddhi del fascino, dell’attrattiva e persino dell’incantamento. Spesso le apsara sono associate proprio alla danza, alla seduzione sessuale, cioè esattamente a questo tipo di energia. Si ritiene che le apsara siano danzatrici nel palazzo di Indra. Sono estremamente abili nella danza, nell’arte dell’ammaliare, della seduzione, della tentazione e così via. Esse mettono alla prova la forza spirituale e la fermezza degli yogin, apparendo loro e mostrando la propria energia. Per loro è una sorta di divertimento: vedono cioè che un certo yogin o monaco si è riempito di una certa presunzione e pensano: «Ora vedremo quanto vali. Per noi un divertimento, per il monaco una lezione». Si ritiene che non abbiano regole di comportamento prescritte, cioè appartengano a una classe di esseri che costruiscono da sé le proprie regole di condotta. Si attengono a criteri propri su ciò che è bene e ciò che è male.

Le apsara come energia acquatica incantatrice e prova della fermezza interiore dello yogin

Le divinità sono esseri inconcepibili, mentre le apsara sono esseri di natura semidivina. Accade talvolta che uno yogin o un rishi, con il proprio ascetismo o tapas, manifesti un’energia così potente che i mondi comincino a tremare, cioè quel dato tunnel di realtà subisce forti oscillazioni, e perciò persino gli dèi si preoccupano. Indra, con il suo sguardo divino, individua tali asceti. E se uno yogin compie il tapas in modo in qualche misura scorretto o disarmonico, facendo sì che la sua coscienza proietti forti onde spirituali, Indra dice: «Nel mondo degli uomini c’è un certo yogin, dal cui tapas il nostro mondo trema. Bisogna raffreddare il suo ardore, inviargli una tentazione o una seduzione». Allora egli chiama una delle apsara e la manda da quel rishi o yogin, affinché lo seduca e in tal modo distrugga la forza del suo tapas. Esiste una storia simile sul rishi Kashyapa e sull’apsara Menaka. Qui invece il Buddha condusse il discepolo nei cieli dei trentatré dèi per mostrargli le danzatrici celesti, poiché egli provava nostalgia per la donna lasciata nella vita mondana.

Ed ecco che il Beato si rivolge a Nanda:

– Vedi, Nanda, queste apsara?

– Sì, venerabile.

– Che ne pensi, Nanda, chi è più bella? Chi è più splendida? Chi è più avvenente? La tua amata della stirpe degli Shakya oppure queste cinquecento apsara dai piedi rossi?

– La mia amata, in confronto a loro, venerabile, è come una scimmia bruciacchiata, senza naso e senza orecchie. Non conta nulla, non regge il paragone, non vale neppure una loro piccola parte, tanto queste cinquecento apsara sono più belle, più splendide e più avvenenti di lei.

– Rallegrati, Nanda, rallegrati, Nanda! Ti garantisco che queste cinquecento apsara dai piedi rossi saranno tue.

– Se il Beato in persona me lo garantisce, sarò soddisfatto della vita monastica.

Ed ecco che il Beato prese Nanda per mano e si trasferì con lui di nuovo nel boschetto di Jeta. I monaci vennero a sapere di ciò e cominciarono a chiamare il venerabile Nanda mercenario e venduto:

– Ti hanno comprato, Nanda. Sei un venduto, Nanda. Vivi nella vita monastica per amore delle apsara.

E il venerabile Nanda, umiliato, tormentato, afflitto da questi soprannomi, si ritirò in solitudine, fu riflessivo, zelante, diligente e divenne uno dei santi.

In altre parole, nel momento della sua debolezza spirituale, il Buddha lo sostenne dandogli una tale esperienza. Fu come se avesse stretto con lui un simile patto: diventerai monaco e santo, e tutte e cinquecento le fanciulle saranno tue. E Nanda pensò: «Per questo vale la pena praticare». Ma quando gli altri monaci vennero a saperlo, cominciarono letteralmente a prenderlo in giro. In seguito, naturalmente, egli rinunciò a tali desideri e raggiunse la vera santità.

Nanda trasforma la motivazione temporanea basata sul desiderio in un cammino verso la rinuncia e la libertà interiore

La lezione sulla vera motivazione nella pratica spirituale

Dobbiamo sempre comprendere, quando pratichiamo nel monachesimo, per quali apsara stiamo praticando, quanto la nostra motivazione spirituale sia sincera, pura e immacolata. E dobbiamo sempre chiarire la nostra vera motivazione, ricordando che le tentazioni non sono sempre esteriori sotto forma di apsara: possono anche essere interiori, come il senso di compiacimento, il desiderio di ottenere conforto dell’anima, il desiderio di nascondersi dai fallimenti nella vita mondana, il bisogno di trovarsi in un determinato ambiente e così via. Ma in realtà tutto questo è costituito da forme false di motivazione. Per un vero yogin, la motivazione autentica nella sadhana è la dedizione assoluta al Dharma, al cammino del risveglio, al cammino dei santi. Per qualcuno, persino i siddhi (poteri soprannaturali) possono essere apsara (tentazioni). E sul cammino della pratica dobbiamo sempre recidere la falsa motivazione e risvegliare quella autentica, perché prima o poi arriverà il momento in cui lo yogin dovrà trovarsi faccia a faccia con la propria falsa motivazione. E poiché la falsa motivazione non resiste alla prova della solidità, egli dovrà o acquisire nuovamente la motivazione, modificandola lungo il cammino, oppure avrà seri problemi spirituali.

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