Commento al testo «Bhakti-sutra»
Bhakti-yoga: autoliberazione, autotrascendenza, autoriconoscimento
In questo capitolo la devozione è intesa come essenza della suprema dedizione di sé – paraprema.
Ora esporremo il sentiero della devozione. Essa è l’essenza dell’immortalità. Conseguendola, l’uomo diventa perfetto, diventa immortale, diventa completamente appagato. Raggiungendola, egli non desidera più nulla, non si strugge, non nutre rancore, non si rallegra e non si agita. Conoscendola, è come se si inebriasse, diviene immobile nell’estasi del samadhi e trova godimento nell’«Io». Per sua natura essa è non-desiderio. La sua essenza è nella limitazione. La limitazione implica il rifiuto di tutte le attività mondane e persino religiose del fare in relazione al divino. In questo rifiuto è racchiusa l’indifferenza verso tutte le cose che si oppongono a questa devozione.
L’indifferenza (ananyata) significa abbandonare tutti gli altri rifugi. L’indifferenza verso tutte le cose secolari e religiose che si oppongono a questa devozione è la pratica di quelle attività che sono in accordo con questa devozione. Che si manifesti attenzione all’insegnamento anche dopo che la saldezza della coscienza è stata acquisita. Altrimenti vi è sempre la possibilità di decadere dalla verità. Perciò è richiesta attenzione persino riguardo alle più piccole attività mondane, per esempio l’assunzione del cibo, fino alla fine della vita. La vera devozione si ha quando tutte le azioni sono dedicate a Lui. Ed essa è anche l’esperienza di uno stato di supremo smarrimento quando Lo si dimentica.
I tre pilastri del sentiero spirituale
All’inizio parliamo di consapevolezza, di attenzione, che dobbiamo sviluppare. Col tempo, quando la nostra attenzione diventa ininterrotta, scopriamo la grande Sorgente. Questa Sorgente è racchiusa nella nostra stessa consapevolezza. Allora comprendiamo che dobbiamo entrare completamente in questa Sorgente e vivere in essa ventiquattr’ore al giorno. Bisogna immergervi tutti i karma, bisogna gettare in questo fuoco il proprio piccolo «io», recidere tutte le speranze, paure e attaccamenti rimasti. Questo è il secondo stadio, chiamato «recisione degli attaccamenti all’“io”» (prapatti); letteralmente significa gettare via se stessi. Solo quando questo stadio è stato attraversato possiamo realizzare la terza tappa – l’autoriconoscimento (pratyabhijna).
Pratimoksha (liberazione con sforzo personale attraverso l’attenzione), prapatti e pratyabhijna sono simili a tre pilastri. Se non si realizza prapatti, la nostra pratyabhijna sarà soltanto una formalità, una finzione. Spesso leggiamo:
«Tu sei la Coscienza indivisibile e onnipervadente. Tu sei Brahman stesso» oppure «Io sono Brahman stesso».
Poi pensiamo:
«Certo, io sono Brahman. Ma quando esco dopo la lezione, non sono affatto Brahman».
Finché siamo consapevoli, tutto sembra assoluto, ma poi possiamo pensare che in realtà si tratti di una piccola esperienza invece del vero autoriconoscimento e della realizzazione. In noi sorgono sempre simili dubbi, perché il nostro ego, la nostra fissazione sull’«io» e il karma dell’attaccamento superano la piccola comprensione dell’autoriconoscimento. Anche se abbiamo avuto un qualche lampo di non-dualità, esso viene interrotto in un breve istante, perché intervengono i nostri karma e il nostro ego. Il vero autoriconoscimento è possibile solo quando anche la minima parte di egoismo è recisa, quando tutti i karma egoistici sono immersi nella grande Sorgente della consapevolezza, quando tutte le speranze e le paure sono state abbandonate, quando sono stati abbandonati persino i più piccoli attaccamenti. Solo in questo caso si può dire che l’autoriconoscimento ha acquisito forza e che lo yogin non nascerà più nel samsara, ma si fonderà con la suprema Sorgente come olio nell’olio.

Materialismo spirituale e sottigliezza dell’ego
Il cammino spirituale sopporta qualsiasi cosa. L’unica cosa che non può tollerare è l’egoismo, la manifestazione dell’“io”. Poiché il nostro “io” individuale è stato coltivato nel corso di molte karma, può manifestarsi in modo molto sofisticato. Può persino fare della pratica spirituale un mezzo di auto-rafforzamento. Inoltre, molto spesso dalla pratica spirituale nascono nuovi legami per l’egoismo. Possiamo leggere molti testi o scritture sacre e acquisire una sorta di conoscenza, sebbene questa conoscenza sarà soltanto esteriore. Oppure possiamo eccellere nell’esecuzione di vari metodi, il che di per sé non è male; tuttavia, se essi non vengono trascesi attraverso l’abbandono di sé, anche questo sarà una manifestazione di materialismo spirituale. Oppure possiamo riporre la nostra fiducia nelle pratiche ascetiche e in altre cose. Tuttavia, se tutto ciò proviene dall’ego, dall’“io”, allora saranno soltanto nuovi sostegni per lo spirito maligno dell’“io”. Questo è un punto molto sottile, in cui possiamo non vedere la manifestazione del materialismo spirituale. Perciò di solito si ritiene che la pratica spirituale sotto la guida del Guru contribuisca alla loro eliminazione.
La vera devozione e la paura di deviare
Che cosa significa acquisire la vera devozione?
In primo luogo, dopo aver scoperto la grande Fonte della consapevolezza, nasce in noi la comprensione che nulla delle nostre illusioni è autoesistente, che tutte le illusioni e gli attaccamenti devono essere offerti a questa Fonte. In secondo luogo, per la prima volta nasce in noi la paura di deviare da questa consapevolezza, di perderla anche solo per un secondo, la paura di ricadere di nuovo nel consueto stato duale condizionato. Prima non avevamo una tale paura, perché chi dormiva e non si era mai svegliato non aveva nemmeno assaporato il gusto del risveglio. Ma quando ci siamo risvegliati e abbiamo compreso quanto ciò sia straordinariamente importante, temiamo moltissimo di perdere questa consapevolezza.

Quando sento dire che qualcuno vuole fare il furbo con il karma, penso che ciò accada perché il suo karma non gli permette ancora di essere impeccabile. Se i tuoi karma fossero purificati, non ti permetteresti mai una cosa del genere. Cercheresti di essere impeccabile quanto più possibile, anche nella minima cosa. È simile a un atleta di una squadra di cortile che non presta attenzione ai dettagli: non conosce uno standard elevato, non si dedica totalmente a ciò che fa, e perciò perde sempre. Se invece si tratta di un maestro di altissima classe, egli vive di questo, non trascurerà nemmeno un dettaglio, calcolerà ogni cosa, teme di ammettere un’imperfezione anche nella più piccola cosa, e perciò vince sempre.
Quando analizziamo la vita dei santi e dei siddha, vediamo che appartenevano al secondo tipo. Compivano sforzi inimmaginabili, manifestavano miracoli di abbandono di sé. Quando il nostro livello di purezza diventa simile al loro, possiamo seguire lo stesso cammino di pratica del dharma. Solo un tale modo conduce alla liberazione. Bisogna comprendere l’elevato standard dei siddha riguardo alla pratica spirituale.
Esempi di abbandono di sé nella tradizione
Un giorno Tilopa camminava con i discepoli. Si avvicinarono a una pozzanghera fetida, e Tilopa disse: «Se avessi un discepolo devoto, berrebbe certamente da questa pozzanghera».
Naropa desiderava giorno e notte ricevere l’insegnamento da Tilopa; in realtà non era soddisfatto della propria comprensione e aveva acquisito una grande dedizione a Tilopa. All’inizio tutti i discepoli rimasero fermi a dubitare, mentre Naropa si gettò verso la pozzanghera e ne bevve. Questo è uno degli esempi di tale abbandono di sé.
Quando stabilite una relazione con il Maestro spirituale, è un modo per eliminare tutte le vostre illusioni. In sostanza, se riuscite a eliminare tutte le illusioni mediante l’abbandono di sé, la vostra realizzazione non tarderà a manifestarsi. E non importa come e che cosa fate. Cerco di richiamare su questo l’attenzione dei discepoli.
Swami Shivananda diceva al suo discepolo Satyananda: «Non cercare di portare la Luce. Lavora piuttosto donandoti completamente, e la Luce si manifesterà dall’interno, come la tua stessa essenza».
Swami Satyananda Saraswati lavorava nell’ashram per quattro persone; fu uno dei primi ad acquisire la realizzazione. Eseguiva la volontà del suo Guru letteralmente in tutto, non aveva tempo di pensare a se stesso, perché era assorbito nel servizio. Naturalmente, quando una tale pratica viene applicata alla personalità, l’ego viene posto davanti a una scelta severa: o morire e lasciare che si manifesti la volontà dell’Assoluto, oppure interrompere tale pratica. Se si fa la scelta a favore dell’abbandono di sé, l’ego naturalmente se ne va, e si realizza la non-dualità.

I pericoli sul cammino della consapevolezza
Anche quando ci troviamo in un certo stato di attenzione, dentro di noi ci sono dei karma. Sappiate che una maggiore consapevolezza si proietta su tutto, compresi questi karma. Cominciamo a diventare consapevoli non solo degli aspetti spirituali di noi stessi, ma, purtroppo, anche degli aspetti non spirituali, mondani, di noi stessi. Rendiamo tutto parte della consapevolezza, qualsiasi aspetto, fino all’andare in bagno. E all’improvviso vediamo che esistono molte cose di cui prima non eravamo consapevoli, mentre ora abbiamo cominciato a prenderne coscienza. Dal punto di vista della consapevolezza, anche queste cose possono apparire attraenti. In questo momento per lo yogin nasce la tentazione di guardare ancora una volta queste cose attraenti; perciò sono sempre necessarie l’abnegazione e la devozione, per recidere i desideri di guardare le cose attraenti nei nostri corpi sottili.
Possiamo provare una sorta di comfort, una certa soddisfazione, poiché ci siamo elevati al di sopra del livello ordinario dell’inconsapevolezza. Sentiamo di poter mantenere una certa attenzione ovunque ci troviamo. E il nostro ardore spirituale diventa gradualmente impercettibile, quasi si spegne. Manteniamo un livello di autosoddisfazione simile a quello degli dèi del mondo del desiderio.
Negli dèi del mondo del desiderio la chiarezza è maggiore che negli esseri umani. Ma proprio perché si sono lasciati affascinare dalla loro autosoddisfazione, non raggiungeranno mai la liberazione. Allo stesso modo, noi sentiamo che la problematicità delle sofferenze e la problematicità dell’inconsapevolezza siano svanite da qualche parte, che siamo sufficientemente consapevoli, che abbiamo un certo livello di impeccabilità, che non abbiamo più nulla da temere, e perciò ci rilassiamo. Allora ci guardiamo intorno e vediamo che ci sono molte cose diverse, piacevoli al cuore, che il nostro ego non ha ancora completamente elaborato: maya, varie relazioni, piani, ecc. Se non abbiamo abnegazione, questo sarà un serio ostacolo.
Agli yogin, ai monaci, questo accade quando sopraggiunge la fase dei “siddhi” o la fase delle “esperienze spirituali”, cioè compaiono molte visioni meravigliose, si può inviare il corpo sottile nell’ashram di Babaji, in un cielo o in un altro, vedere questo o quello. Lo yogin sente che davanti a lui si apre un intero nuovo universo. A un livello più basso ciò si manifesta semplicemente come interesse per i propri karma, a un livello più alto come esperienze psichiche. Allora la mente tende a coinvolgersi fortemente in queste esperienze psichiche. Per questo si dice che le sadhana che conferiscono siddhi e risvegliano le visioni non sono destinate ai principianti, poiché tutto finirebbe lì.

Quando invece abbiamo acquisito una stabile capacità di abnegazione, non ci lasciamo affascinare da tali cose. Ciò significa che è richiesto un altro livello di impeccabilità, è richiesta una coscienza ferrea, incrollabile, che si opponga a qualsiasi karma e a qualsiasi movimento della coscienza.
I tre gioielli e il principio del recidere gli attaccamenti
Quando entrate nel sangha per studiare il dharma presso il Maestro spirituale, recitate il mantra del Rifugio. Il Guru in senso assoluto è la Coscienza trascendentale, ma in senso relativo si manifesta nella forma di un Guru concreto. Il Dharma è la nostra chiarezza che viene compresa. È la Coscienza trascendentale che comprende la nostra stessa consapevolezza. Ma in senso relativo è un Insegnamento concreto e dei metodi. Il Sangha è l’insieme dei campi della percezione sensoriale, mentre in senso relativo è il luogo in cui studiate.
Da dove bisogna cominciare? Dal conseguire un’assoluta, completa, totale dedizione a questi Tre Gioielli, ponendola al di sopra del piccolo sé che pratica.
C’è un detto: “Lo Zen toglie la spada al samurai e il pane all’affamato”. Lo Zen, in quanto insegnamento non-duale vicino al laya-yoga, dice pressappoco la stessa cosa: “Bisogna recidere tutti gli attaccamenti, e allora la Saggezza auto-originata si manifesterà”. Se vi attaccate a qualcosa e non riuscite a reciderlo, sappiate che questo è un grande problema, che fungerà da vettore della prossima rinascita. Fin dall’inizio bisogna comprendere questo principio. Supponiamo che qualcuno venga e voglia praticare il mauna, ma se in lui sorge un attaccamento al mauna, allora gli consiglierò sicuramente di interrompere per un certo tempo questa pratica, perché in tal caso il mauna è un attaccamento, la continuazione del suo stesso fattore dell’ego.
Se sorge un attaccamento a una qualche dieta, e di questa dieta si fa un oggetto di attenzione, anche questo va reciso. In altre parole, bisogna osservare tutto ciò che sorge in te come attaccamento e reciderlo. In passato osservavo spesso gli allievi per determinare dove si radicassero i loro attaccamenti. Poi mostravo loro ciò che desideravano così ardentemente e proponevo di distaccarsene. Finché non comprenderemo questo principio, persino la pratica spirituale sarà una continuazione delle nostre illusioni.
Un giorno venne da Marpa un discepolo che desiderava ricevere da lui l’insegnamento. Arrivò con tutti i suoi beni. Portò tutto ciò che possedeva e fece un’offerta totale. Poi ci fu un’offerta conviviale. Marpa disse:
– Hai donato tutto?
Il discepolo rispose:
– Ho donato tutto, è rimasta solo una pecora zoppa. Penso che non ti piacerà.
Marpa andò su tutte le furie:
– Dici di aver donato tutto, ma hai nascosto una pecora così grassa! Di certo hai nascosto la pecora migliore. Non pensare di ricevere da me l’iniziazione, trattenendo una parte dei tuoi beni!
Poiché Marpa, a suo tempo, quando era discepolo, aveva ricevuto da Naropa una buona lezione su ciò che significa totale dedizione di sé, disse a questo discepolo:
– Fa’ come vuoi, ma torna indietro e portami quella pecora!
A malincuore, il discepolo tornò di nuovo a casa. Poiché viveva in un’altra parte del Tibet, camminò due settimane per tornare a casa e poi altre due settimane per ritornare. Tornato, offrì la pecora rimasta. Allora Marpa disse:
– Ora sono soddisfatto. Forse non capisci, ma questo è molto importante. È necessario sradicare anche la minima inclinazione all’egoismo, se vuoi realizzare pienamente l’insegnamento.

È evidente che non si trattava della pecora, ma delle parti sottili dell’egoismo che rimanevano nel discepolo e costituivano un ostacolo alla ricezione dell’insegnamento. Finché tali ostacoli esistono, il contatto tra il Maestro e il discepolo è difficoltoso, l’infusione della vera consapevolezza è difficoltosa.
Questa devozione è perfino superiore al rituale, alla conoscenza e ai tipi di yoga riconosciuti.
È così, poiché la devozione è l’essenza del frutto di tutti questi approcci. Inoltre, la devozione è superiore agli altri sentieri perché l’Assoluto non accetta la vanità, e per la sua predilezione per l’umiltà di colui che adora.
Agli allievi che arrivano dico spesso: «Comportatevi in modo da piacere ai monaci. Se riuscirete a piacere a loro, riuscirete a piacere anche a me. E ciò significa che avrete la giusta sintonia con il Guru».
In alcuni tantra si dice che raggiungerà la liberazione colui che può venerare lavandaie, donne di bassa casta o prostitute e così via, cioè colui che riuscirà a vedere la Coscienza assoluta nelle forme più ordinarie, perfino non dharmiche. Allo stesso modo, se voi, praticando nel sangha, vedete l’Assoluto in tutto ciò che praticate, realizzerete certamente la liberazione.
La devozione si realizza principalmente attraverso la dedizione di sé a qualcosa di più grande. Ma il contatto con qualcosa di più grande è difficile da raggiungere, e la sua grazia è inesprimibile e imperitura. Solo tale devozione e dedizione di sé devono essere seguite. Solo essa deve essere seguita.
Dal punto di vista della bhakti, la devozione e la dedizione di sé riguardano principalmente l’immagine, il nome e la forma della divinità. Nello laya-yoga, invece, l’approccio è diverso. Qui sono importanti alcuni punti fondamentali. In primo luogo, si tratta del principio del Guru-yoga, che nel tantra, compreso l’anuttara-tantra, è molto importante. La devozione riguarda principalmente il rapporto con il Guru. In secondo luogo, quando la consapevolezza si manifesta e si chiarisce, l’oggetto della devozione si scopre come la propria stessa consapevolezza. La dedizione di sé viene compiuta proprio a questa Sorgente, che scopriamo nella nostra stessa consapevolezza. Tuttavia ciò è pienamente possibile solo quando abbiamo acquisito una vera esperienza spirituale e una purezza spirituale. Quando invece questa Sorgente non è ancora stata pienamente scoperta, naturalmente è inutile compiere una dedizione di sé totale, perché essa è mescolata a karma impuri.
Quando Yeshe Tsogyal raggiunse un alto livello di illuminazione e realizzò il samadhi, Padmasambhava venne e le disse:
– Ora è giunto il momento di praticare la sadhana dell’ascesi yogica, è giunto il momento di verificare la tua realizzazione e recidere gli ultimi attaccamenti.
Le diede pratiche speciali affinché si recasse in diversi luoghi di potere, colmi di spiriti irati, o nei cimiteri, e lì eseguisse varie sadhana, allenando la propria consapevolezza. Dopo che le ebbe compiute, le raccomandò un’altra pratica. Disse:
– Ora, chiunque venga da te, percepiscilo come una pura manifestazione del Buddha. Qualunque cosa ti chieda, dagliela. Anche se ti chiedono una parte del tuo corpo, dagliela.

Poiché viveva tra le montagne, a volte altre persone venivano da lei. Queste persone avevano varie richieste: alcuni chiedevano guarigione, altri chiedevano qualcos’altro. E Yeshe Tsogyal praticava in modo da donare tutto, dimenticando l’attaccamento a se stessa. Un giorno venne una persona che aveva le ginocchia molto malate, perciò era necessaria un’operazione di trapianto delle rotule. Si lamentò con lei di non avere la possibilità di sottoporsi a una tale operazione. Allora Yeshe Tsogyal fece incisioni a forma di croce sulle proprie ginocchia e premette sulle rotule. Si dice che le rotule, con un suono «crac», saltarono fuori da sotto i muscoli. Lei gliele donò. Questo è un livello molto elevato di recisione dell’attaccamento all’«io». Grazie a tale pratica, Yeshe Tsogyal eliminò l’ultimo stato dualistico nel flusso della propria mente e alla fine della vita raggiunse il corpo arcobaleno.
Chi attraversa davvero il mare delle illusioni (maya)? Colui che abbandona gli attaccamenti. Colui che vive spesso la grande esperienza dell’assoluta dedizione di sé, libera dal senso del «mio». Chi visita luoghi appartati e chi spezza le catene servili del mondo diventa libero dalle tre qualità della natura e abbandona ogni pensiero di profitto o di accumulazione.
Trappole sul cammino spirituale
Quando approfondiamo la nostra meditazione, la nostra mente e il nostro ego cercheranno sempre di opporsi a ciò, usando i karma passati, giocando sulle corde più sottili del nostro «io». A volte uno yogin può essere preso fino alle lacrime dal sentimento di attaccamento ai parenti. Questo è uno dei modi in cui Mara gioca sui sottili sentimenti di attaccamento. A volte uno yogin può provare orgoglio ed ebbrezza per la propria esperienza meditativa. A volte sorgono esperienze e poteri mistici. A volte nasce il desiderio di insegnare agli altri, di manifestarsi, di irradiare la propria atma-shakti.
Tutto questo sono trappole predisposte sul cammino di ogni yogin, e tutti i praticanti esperti attraversano queste trappole sapendo dove si trovano. I praticanti inesperti non sospettano dove siano state collocate e cadono in queste trappole una dopo l’altra. Quando seguite il cammino della perfetta dedizione di sé, siete protetti dall’essere catturati da tali trappole. Se tale dedizione di sé non c’è, è facile impantanarsi in una di queste trappole e non arrivare alla fine del cammino della pratica spirituale.

Chi abbandona i frutti delle azioni, chi persino respinge le azioni e diventa indifferente ai frutti delle proprie azioni, chi abbandona le azioni rituali, costui ottiene la serena assoluta dedizione di sé, costui attraversa davvero questo oceano del samsara. Coloro che hanno compiuto una tale dedizione di sé sono sempre perfetti. Con la loro presenza santificano i luoghi sacri, rendono giuste tutte le azioni, conferiscono alle scritture il vero significato, ne sono colmi. Allora gli antenati gioiscono, gli dèi danzano, e questa terra ottiene un protettore nel veramente dedito. In loro sono assenti tutte le differenze: di nascita, di conoscenza, di bellezza, di famiglia, di ricchezza, di occupazione e così via, poiché essi sono la Sua essenza.
L’esempio di Shri Chaitanya
All’inizio Shri Chaitanya era un pandit. Studiava la filosofia del nyaya-shastra. Poi, quando si risvegliò alla vera realtà, comprese tutta l’inutilità delle manifestazioni filosofiche e divenne un bhakta. Quando gli chiedevano della filosofia del nyaya-shastra, cominciava a spiegare la filosofia dal punto di vista della devozione. Chaitanya era un pandit molto famoso, perciò venivano da lui a studiare da altre regioni. Poi si cominciò a dire che Chaitanya era impazzito, perché spiegava la grammatica e la filosofia dal punto di vista della dedizione di sé all’Assoluto. Allora tutti cominciarono a indignarsi: «Che grammatica è questa?! Che filosofia è mai questa?!»
Ma in realtà, dopo un po’ di tempo, Chaitanya cominciò a dimostrare vari segni di realizzazione, e molti guru, uno dopo l’altro, videro in sogno le sue diverse forme nell’aspetto di una divinità. Dopo questo lo riconobbero come avatar, incarnazione del dio Vishnu. Chaitanya manifestava diverse capacità miracolose. Si dice che si trovasse ininterrottamente nello stato di sahaja-samadhi. A volte poteva comportarsi come un folle, a volte manifestava varie forze mistiche o un corpo illusorio. Chaitanya diede impulso a molti movimenti bhakti e sahajiya nell’ambiente del vishnuismo.

Era molto intransigente con i discepoli. Si dice che una volta, durante il canto dei bhajan, il fratello minore del suo discepolo più vicino gettò accidentalmente uno sguardo su una donna, ebbe pensieri impropri e per questo si distolse dal bhajan. Chaitanya lo scacciò per sempre. Disse così: «Chi anche solo per un secondo pensa a qualcosa che non sia Dio, non è mio discepolo».
Il risveglio dell’aspirazione
Man mano che pratichiamo la consapevolezza, in noi si risveglia improvvisamente un’aspirazione simile a una torcia ardente. Se tale aspirazione non si risveglia, la nostra consapevolezza ci darà una certa chiarezza, ma poi potremmo semplicemente fermarci nello stato di manolaya, soddisfatti della nostra esperienza meditativa. Il risveglio simile a una torcia è un’aspirazione ininterrotta, quando avanzate costantemente, accrescendo la contemplazione, quando la vostra impeccabilità cresce fino a un livello molto profondo, quando diventate molto esigenti con voi stessi e non indulgente al vostro egoismo nemmeno nelle cose più minute.
Essere esigenti nella meditazione significa pensare così: «Persino al Buddha furono necessari sei anni per realizzare l’illuminazione. Quanto devo dunque essere diligente nella meditazione».
Essere esigenti nella rinuncia significa pensare così: «Persino i mahasiddha non volevano entrare nelle case delle persone mondane; persino un’anima così grande come Milarepa trascorse tutta la vita in solitudine. Quanto devo dunque evitare le incursioni della mente nel mondo?! Quanto devo essere cauto?!»
Essere esigenti nel servizio significa pensare così: «Persino grandi santi come Naropa e Milarepa, aspirando a ricevere l’Insegnamento, a esaurire i propri karma e attaccamenti. Portavano pietre sulla schiena finché non comparivano loro delle piaghe. Quanto devo dunque impegnarmi nel servizio, abbandonando il mio “io”?!»

Quando praticate in questo modo, il vostro ego comincerà davvero a cedere terreno e si manifesterà il diamante impeccabile della Saggezza autogenerata. Perciò bisogna sempre praticare una devozione assoluta, totale, incondizionata, senza speranza di risultato, senza desiderio del frutto. Se pensate che sia sufficiente praticare la meditazione, le tecniche di yoga e la contemplazione, questo non è corretto. Molti santi delle scuole vicine alla nostra affermano che contemplazione, devozione e compassione devono andare di pari passo. Se invece manca qualcosa, col tempo scoprirete certamente questo difetto.
Sulle tradizioni e sulle fonti dell’insegnamento
In questa edizione, la «Shiva-samhita», la «Gheranda-samhita», la «Goraksha-shataka», la «Hatha-yoga Pradipika», la «Shat-chakra Nirupana» appartengono direttamente alla tradizione dei siddha, proveniente dai siddha della scuola dei nath. La «Vijnana-bhairava-tantra» appartiene alla scuola dello shivaismo del Kashmir. Lo «Yoga-sutra» appartiene a Maharishi Patanjali. La «Damar-tantra» appartiene all’ampio canone dei tantra relativi all’insegnamento kaya-kalpa, ovvero ai metodi di trasformazione del corpo fisico.
L’illimitatezza della conoscenza
Quando studiate l’insegnamento, pensate sempre che ciò che avete studiato è un piccolo granello, perché la conoscenza è illimitata. Quando qualcuno dice: «Ho capito come viene creato il mondo», questo suscita un sorriso. Nessun mahasiddha e nemmeno Dio, che crea il mondo, può dire di averlo compreso fino in fondo. Quando ricevete l’insegnamento, pensate che esso è meraviglioso e inconcepibile, che ciò che il Guru vi ha comunicato ora è soltanto una centottesima parte di ciò che conoscerete in seguito.
Per esempio, se foste arrivati nell’ashram ma non vi fosse stato dato l’insegnamento, non aveste ricevuto iniziazioni e trasmissioni nelle pratiche, e aveste soltanto svolto servizio, sicuramente avreste avuto altre idee sull’insegnamento. E quando all’improvviso avessero cominciato a darvi l’insegnamento, vi sareste meravigliati di quanto fosse profondo e inconcepibile. Ciò che vi resta da studiare è molto più di ciò che già sapete. Tuttavia, l’insegnamento si dispiega secondo la logica della trasmissione. In altre parole, non c’è bisogno di rivelare l’insegnamento se non sono state compiute le fasi preliminari, oppure se la persona non ha attraversato determinati gradini.

Jyoti-yoga, taraka-yoga o gli aspetti esoterici della kundalini-yoga sono ciò che suscita ammirazione. Quando entriamo in contatto con tali insegnamenti, cominciamo per la prima volta a comprendere quanto sia profonda la pratica spirituale; possiamo persino riconsiderare le nostre vedute sulla pratica spirituale. Personalmente, io stesso ammiro sempre l’insegnamento. Poiché nel corso della mia vita ho studiato moltissimi insegnamenti diversi e ho visitato numerosi maestri, ho la possibilità di confrontare e comprendere la profondità dei diversi insegnamenti. E quando vi imbattete nella vera profondità dell’insegnamento, essa, come specialisti, vi affascina semplicemente.
Il valore del metodo
Quando ci formiamo nella pratica, riduciamo il tempo della nostra realizzazione spirituale non di vite, ma di kalpa, perciò questo è così importante. Molte persone non prendono molto sul serio l’apprendimento. Pensano che dodici anni siano moltissimi. Ma non pensano al fatto che, risparmiando dodici anni, perderanno forse dodici vite.
«Tantra» si traduce come «tan» (metodo abile) e «traya» (liberazione). Lo yoga si riferisce a determinati metodi del tantra, ed è prezioso proprio perché possiede il metodo. Se non c’è metodo, allora a noi, come esseri viventi condizionati dai karma, dalle klesha e dall’ignoranza, occorre moltissimo per realizzarci. Quando possediamo un tale metodo, il tempo della realizzazione si riduce notevolmente, nonostante il nostro karma e il nostro condizionamento. Perciò l’insegnamento è simile a un elisir miracoloso, verso il quale bisogna avere grande rispetto. Quando trattiamo l’insegnamento con grande rispetto, siamo in grado di seguire l’algoritmo dell’insegnamento, di percorrerne tutti i gradini o le fasi. Il cammino spirituale è affine all’alchimia, l’insegnamento dei filosofi medievali.
Il giusto atteggiamento verso l’insegnamento
È difficile superare se stessi. Questo è un grande problema, ma bisogna farlo, altrimenti non entreremo in contatto con l’insegnamento. Bisogna afferrare l’insegnamento come chi sta annegando nell’oceano afferra un salvagente. Non aspettate che l’insegnamento venga da voi, non aspettate che il Guru vi proponga di riceverlo.
All’inizio, quando veniamo a imparare, possiamo non comprendere la profondità e il valore dell’insegnamento. Ma il Maestro si rapporta all’insegnamento in modo completamente diverso, perciò può rivolgerci verso la sua profondità e il suo valore. Di solito tale comprensione viene trasmessa dal Maestro al discepolo attraverso compiti di prova. In alcuni tantra si indica direttamente che, quando il discepolo acquisisce una certa devozione al Maestro, dopo di ciò per almeno un anno il Maestro deve metterlo alla prova in vari modi. E in alcuni tantra si raccomanda addirittura al Maestro di comportarsi in modo da scuotere la determinazione del discepolo: provocarlo in modi diversi, costringerlo in qualche modo a perdere la fede, scacciarlo e così via. Se il discepolo non vacilla, ciò significa che è un recipiente degno, che si può avere a che fare con lui e trasmettergli l’insegnamento.

È davvero così, perché molti insegnamenti che vengono trasmessi appartengono alla categoria deva (degli dèi). Si dice che gli dèi siano scontenti quando gli insegnamenti elevati vengono trasmessi e non vengono apprezzati come si deve; i siddha sono scontenti quando gli insegnamenti vengono trattati in modo errato, quando per essi non si paga il prezzo pieno. Gli insegnamenti sono considerati la parte più segreta, che è molto preziosa, perciò, se non impariamo a rapportarci correttamente all’insegnamento, ci sarà difficile seguirlo, non gli attribuiremo il dovuto significato oppure attribuiremo significato a qualcosa di secondario. Proprio quando apprezziamo adeguatamente l’insegnamento, la trasmissione dell’insegnamento diventa viva, ed esso funziona.


