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La vera natura di Dio: adorazione della coscienza senza forma

24.08.2026
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La vera natura di Dio: adorazione della coscienza senza forma

Commento al testo «Yoga Vasistha», capitolo 6 «Sulla liberazione». Descrizione di Dio.

Vasistha continuò:

Shiva dimora in un luogo noto come Kailasa.

Anch'io vissi là per qualche tempo, pregando Shiva e dedicandomi alle pratiche. Ero circondato da saggi e insieme discutevamo le vere scritture.

Una sera stavo pregando Shiva. L'atmosfera era pervasa di pace e silenzio. L'oscurità nella foresta era così fitta che si sarebbe potuta tagliare con un coltello. In quel momento vidi una grande luce. Con la vista esteriore vidi quella luce e con lo sguardo interiore mi interrogai sulla sua origine.

Vidi che era Shiva stesso, che avanzava tenendo Parvati per mano. Davanti a lui camminava il toro Nandi, aprendogli la strada. Informai i discepoli della presenza della divinità e gli andammo incontro. Salutai Shiva e mi inchinai davanti a lui con rispetto. Contemplai a lungo la visione divina.

Shiva mi disse:

«Come procedono le tue pratiche? Senza problemi? Hai raggiunto ciò che soltanto merita di essere raggiunto? E le tue paure interiori sono scomparse?»

In risposta dissi:

«Per coloro che hanno la fortuna di pregarTi, non vi è nulla di impossibile da raggiungere, ed essi non provano paura. Tutti nel mondo salutano e si prosternano davanti a chi Ti è devoto e Ti ricorda costantemente. Sebbene per Tua grazia io abbia raggiunto lo stato di pienezza, desidero sapere di più sull'Uno. Ti prego, illuminami. Qual è il metodo per pregare Dio che distrugge tutti i peccati e conduce alla beatitudine?»

Shiva disse:

«Sai chi è Dio? Dio non è Vishnu, Shiva o Brahma. Non è né il vento, né il sole, né la luna, né il re, né io, né tu, né Lakshmi, né la mente. Dio è privo di forma e indivisibile. Quella beatitudine e quella grandezza che non sono state create da nessuno e che non hanno né inizio né fine sono Dio, che è pura coscienza. Soltanto questo deve essere glorificato e pregato, poiché soltanto questo è ogni cosa.

Se qualcuno non è in grado di pregare Shiva senza forma, deve allora pregare la forma; ciò conduce a risultati limitati, mentre il primo modo conduce alla beatitudine infinita. Colui che ignora l'infinito a favore del finito abbandona un magnifico giardino e va in cerca di un cespuglio spinoso; tuttavia, talvolta i saggi, per gioco, pregano anche la forma. Tra gli elementi impiegati nella preghiera, i più importanti sono la saggezza, l'autocontrollo e la percezione del Sé supremo in tutti gli esseri. Il Sé supremo è Shiva, al quale devono essere offerti i fiori della saggezza».

La pura coscienza senza forma e i fiori della saggezza

Negli insegnamenti dualistici e nei tantra esteriori, quando si utilizzano le forme delle divinità, si presuppone una distinzione tra l'adoratore e l'oggetto dell'adorazione. In altre parole, l'essere umano separa sé stesso dalla divinità. Dice: «Io sono un essere limitato, sono un essere sofferente e soggetto a limitazioni, mentre Tu sei una grande divinità. Ti prego, permettimi di stabilire un legame con Te, aiutami a eliminare le mie illusioni».

Nei tantra superiori e negli insegnamenti non dualistici, anche quando si utilizza la forma di una divinità, lo stile della pratica è diverso: non vi sono preghiera né adorazione e, anche qualora vengano praticate, avvengono in un contesto differente, senza operare distinzioni tra l'essere umano e la divinità, tra l'oggetto dell'adorazione e l'adoratore. L'essere umano considera sé stesso come la divinità e la divinità come parte della propria coscienza. Sin dall'inizio assume immediatamente la posizione della non dualità.

La pratica principale per lui è il principio della contemplazione, l'integrazione della presenza; tuttavia, se ve n'è qualche necessità, egli esegue metodi relativi, invocando l'energia di una determinata divinità. Nel farlo, mantiene la visione secondo cui sta invocando l'energia del proprio Sé originario, della propria Mente primordiale. È proprio questa la posizione che assumiamo quando invochiamo i siddha, quando eseguiamo il bhajan ai siddha e, in generale, nelle interazioni con le divinità.

La natura della pura coscienza e del mondo

Chiesi a Shiva:

«Ti prego, raccontami come questo mondo si trasforma in pura coscienza e come questa pura coscienza diventa coscienza individuale e altre cose».

Shiva continuò:

«In verità, soltanto questa coscienza infinita, che permane dopo la dissoluzione cosmica, esiste anche ora, completamente libera dall'oggettività. I concetti e le nozioni, illuminati dalla coscienza in sé, appaiono come questo mondo, proprio come i sogni sorgono nel sonno. È assolutamente impossibile che un oggetto della percezione esista al di fuori dell'onnipresente coscienza infinita.

Tutte queste montagne, il mondo intero, la coscienza individuale e tutti gli elementi che costituiscono il mondo: tutto questo è soltanto pura coscienza.

Prima della cosiddetta creazione, quando esisteva soltanto questa pura coscienza, dov'era tutto ciò? Spazio, creazione, coscienza sono soltanto parole e indicano, come sinonimi, la medesima Verità. Come è illusoria la dualità sperimentata nel sogno, così è illusoria anche la dualità implicita nella creazione di questo mondo».

Il mondo sorge nella coscienza infinita come un sogno

Che cosa si intende quando si dice: «La dualità sperimentata nel sogno è illusoria»?

Nel sogno spesso ci ritroviamo in mondi creati dalla nostra stessa coscienza. Per esempio, pensate a qualcosa e nel sogno potete ritrovarvi nell'ambito del vostro pensiero. L'ambito del vostro pensiero sarà come materializzato e tutto apparirà molto reale. Se pensate a una persona, potrete incontrarla. Non sarà l'anima della persona reale, ma soltanto la vostra forma-pensiero. Sebbene sia possibile realizzare anche un incontro con l'anima di un'altra persona. Tuttavia, nei sogni spesso ci ritroviamo proprio negli ambiti dei nostri pensieri. Lì, mediante la forza della mente, creiamo anche il cosiddetto corpo illusorio del sogno. E in questo corpo illusorio, scambiandoci per il corpo, possiamo camminare nelle stanze di un palazzo, possiamo persino perderci in quel palazzo e cercare una via d'uscita oppure fuggire dagli inseguitori, senza comprendere che in realtà le cose stanno diversamente: che non siamo il corpo in quel sogno e che il palazzo e gli inseguitori sono semplicemente i nostri stessi pensieri materializzati. Se lo desideriamo, possiamo far scomparire sia il palazzo sia gli inseguitori; tuttavia, a causa della forte abitudine di considerarci un corpo, nel sogno cadiamo nella dualità, agendo proprio come in questo mondo limitato. Ma il palazzo, il nostro corpo illusorio, gli inseguitori o semplicemente le persone sono tutt'uno. Questo tutt'uno è la nostra creazione individuale, un prodotto della nostra coscienza. Non possiede alcun'altra esistenza autonoma aggiuntiva. Questa è la dualità nel sogno.

Qui si afferma che questo cosiddetto «mondo reale» è reale tanto quanto lo è la dualità in un sogno. Vale a dire che la dualità in questo mondo è identica alla dualità nel sogno. Semplicemente, la dualità in questo mondo ha una natura più densa e grossolana, che esercita sulla mente un'influenza ancora maggiore. Tanto nel sogno quanto in questo mondo, il sognatore è l'unica realtà.

Quando si scopre il sognatore, il potere di questa dualità comincia a perdere la propria presa su di noi. Come in sogno a una persona sembra di essere il figlio, la figlia, la madre o il padre di qualcuno, di vivere in un certo luogo, e poi vi crede, identificandosi con tutte queste cose, così anche in questo mondo fisico a una persona sembra di essere questo o quello, ma nel vero senso non è né l'uno né l'altro. Tutto ciò non è altro che determinate proiezioni mentali.

Quando contempliamo, non assumiamo una posizione di rifiuto nei confronti di queste proiezioni mentali. Cambiamo il nostro atteggiamento verso di esse e le consideriamo come il puro gioco della manifestazione delle energie dell'Assoluto.

Quando eravamo bambini, immaginavamo di essere nati; la nostra mente aveva creato tali intenzioni. Ora la nostra immaginazione è diversa: immaginiamo di essere monaci che aspirano al risveglio. Questa è una parte molto importante della nostra immaginazione, che coltiviamo e sviluppiamo consapevolmente.

Quando avremo accumulato più meriti e la nostra mente si sarà purificata, potremo persino acquisire una forma divina. Tuttavia, persino il divenire una divinità rimane parte dell'immaginazione universale e globale dell'Assoluto.

Come durante il sonno gli oggetti sembrano esistere e operare nel mondo interiore della coscienza, così durante la veglia gli oggetti sembrano esistere e agire nel mondo esteriore della coscienza. In realtà, in entrambi questi stati non accade nulla.

Come la coscienza è la realtà nello stato di sonno, così la coscienza è l'unica realtà durante la veglia. Questo è Dio, la Verità suprema, ciò che tu sei, ciò che io sono e ciò che tutto è.

Il sonno e la veglia sorgono nell'unica coscienza

La vera adorazione

Shiva continuò:

«L'adorazione di questo Dio è la vera adorazione, e attraverso tale adorazione si può ottenere ogni cosa.

Egli è indiviso e indivisibile, non duale e non creato come risultato di un'attività. Non è raggiungibile mediante sforzi esteriori. Adorarlo è fonte di gioia e beatitudine. L'adorazione esteriore di una forma è prescritta soltanto a coloro il cui intelletto non si è risvegliato».

Se la mettiamo così, essa è prescritta quasi a tutti.

Non possiamo ignorare completamente alcuna forma esteriore. Nei confronti della forma assumiamo una posizione di integrazione, di unione. A differenza degli insegnamenti dualistici, l'integrazione, l'unione, è un'adorazione senza adoratore, un'adorazione senza oggetto di adorazione.

Ciò che nelle religioni dualistiche viene chiamato adorazione (bhakti), nell'anuttara tantra è chiamato integrazione: unione nella presenza. Il bhakta si sintonizza con la propria divinità mediante l'adorazione, la recitazione dei mantra, le pratiche rituali, il servizio, la sadhana prescritta, la visualizzazione e i testi di preghiera. Grazie a ciò, concentra la Mente sulla forma prescelta della Divinità. Il compito consiste nel raggiungere una concentrazione ininterrotta, ventiquattr'ore su ventiquattro, sulla divinità prescelta, e poi nell'impregnarsi del suo bhava, affinché tale bhava e l'immagine della divinità eliminino tutte le oscurazioni e dissolvano gli stati dualistici del karma.

Per noi, invece, l'oggetto dell'integrazione è il puro spazio della consapevolezza che, a differenza di una divinità dotata di forma, è privo di attributi oppure, al contrario, può manifestarsi con attributi. E al posto dell'adorazione si utilizza il principio dell'integrazione, della consapevolezza. Per esempio, la tecnica meditativa della brahma-vichara è una pratica di adorazione non duale di questo genere, così come il sankalpa «Orgoglio divino».

Se qualcuno è privo di autocontrollo, usa dei fiori per l'adorazione. Tale adorazione è misera, proprio come l'adorazione di una forma esteriore. Tuttavia, questi adoratori immaturi traggono soddisfazione dall'adorare un oggetto creato da loro stessi. Possono persino ottenere risultati inutili da una simile adorazione.

Ora descriverò come devono adorare coloro che sono avanzati, simili a te.

Il Dio che merita di essere invocato è davvero colui che contiene l'intera creazione, che è al di là della portata del pensiero e di ogni descrizione, al di là persino di concetti quali «tutto» o «totalità collettiva». Si chiama Dio soltanto colui che non è diviso dal tempo e dallo spazio, la cui luce illumina ogni cosa, che è puro e che è coscienza assoluta. Egli è quella coscienza che sta dietro a tutte le proprie parti, che è celata in tutto ciò che esiste, che è l'essenza di ogni cosa e che vela la Verità. Questo Brahman, nel cuore dell'esistenza e della non-esistenza, è Dio e la Verità indicata da OM.

Egli esiste ovunque, come la natura del fiore nel fiore. Questa pura coscienza presente in te, in me e in tutti gli dèi e le dee è l'unico Dio. O saggio, persino gli altri Dèi dotati di forma non sono altro che questa pura coscienza. L'intero universo è pura coscienza. Questo è Dio, questo è tutto ciò che io sono. Ogni cosa si ottiene per sua grazia e procede da lui.

Questo Dio è vicino a ognuno, o saggio. E non è nemmeno difficile raggiungerlo: egli dimora sempre nel corpo ed è presente ovunque come lo spazio. Egli fa ogni cosa: mangia, cammina, respira, conosce ogni parte del proprio corpo. Egli è la luce nella quale tutte queste parti si muovono e nella quale si svolgono tutte le varie azioni. Dimora nella caverna del cuore di ciascuno. Trascende sia la mente sia i cinque organi di senso e, pertanto, non può essere compreso o descritto da essi; ma ai fini dell'insegnamento viene chiamato coscienza. Perciò, sebbene sembri fare ogni cosa, in realtà non fa nulla. Questa coscienza è pura e sembra coinvolta nelle azioni del mondo, così come la primavera è coinvolta nella comparsa dei fiori sugli alberi.

La pura coscienza è presente in ogni cosa come la natura del fiore nel fiore

La coscienza come fondamento di tutto ciò che è manifestato

Dio continuò:

«In alcuni luoghi questa coscienza diventa spazio, in altri azione, altrove materia e così via, sempre senza alcuna intenzione di fare proprio così. Come tutti i diversi oceani sono un’unica massa indivisibile d’acqua, così la coscienza, sebbene venga descritta in modi diversi, è un’unica immensa massa di coscienza. Nel corpo simile a un loto, è la stessa coscienza che pervade la sensazione, la quale è come miele raccolto dalla mente instancabile, simile a un’ape. In questo universo, tutti i diversi esseri (dèi, demoni, montagne, oceani ecc.) hanno origine dalla coscienza infinita, come la schiuma e le onde appaiono sulla superficie dell’oceano. Persino questa ruota dell’incomprensione, che fa girare la ruota della vita e della morte, gira in questa coscienza cosmica, la cui energia è costantemente in movimento.

Era la coscienza ad aver assunto la forma di Vishnu dalle quattro braccia, che sconfisse i demoni come un temporale placa la sete della terra. È la coscienza, e nient’altro, ad aver assunto la forma di Shiva e Parvati, del creatore Brahma e di vari altri esseri. Questa coscienza è simile a uno specchio che sembra contenere in sé dei riflessi, senza subire alcun cambiamento. Senza alcuna modificazione, questa coscienza appare come tutti i diversi esseri di questo universo».

La molteplicità del mondo sorge dall’unica coscienza immutabile

Qui viene dunque esposta la celebre teoria dello specchio e dei riflessi, la teoria del pratibimba-vada, che è originariamente una teoria vedica, successivamente adottata da varie altre tradizioni.

Essa afferma che la coscienza pura, come uno specchio, è immutabile e non subisce alcuna modificazione, anche quando vi si riflettono oggetti diversi. Per esempio, se prendiamo uno specchio e in esso si riflette prima il Buddha, poi un cane, una persona o miliardi di altre cose, lo specchio in sé non viene in alcun modo contaminato e non è influenzato dagli effetti dei riflessi. Quando le immagini scompaiono, lo specchio risplende puro e incontaminato come prima di miliardi di riflessi. Allo stesso modo, i fenomeni materiali sono riflessi sulla superficie del puro specchio dell’«Io» originario. Esso non ne viene mai contaminato, anche quando sembra essere costantemente celato da questi riflessi.

È soltanto grazie a questa coscienza infinita che tutto ciò viene pensato, fatto ed espresso. È soltanto la coscienza infinita a risplendere nel sole. Questa coscienza infinita si manifesta in tutti i corpi, che in realtà sono inerti e che, entrando in contatto gli uni con gli altri, provocano sensazioni diverse. Questa coscienza è simile al vento, che di per sé è invisibile, ma nel quale la polvere e le foglie secche si sollevano e danzano come se lo facessero da sole. Questa coscienza sembra proiettare un’ombra in se stessa, e tale ombra è chiamata inerzia.

In questo corpo, i pensieri e i concetti conducono all’azione soltanto alla luce di questa stessa coscienza. Senza questa coscienza, la percezione e la comprensione di un oggetto sono impossibili, anche se esso viene posto direttamente davanti a una persona. Questo corpo non può agire né esistere senza questa coscienza. Esso cresce, mangia e muore. Questa coscienza crea e sostiene tutti gli esseri mobili e immobili dell’universo. Questa coscienza infinita è l’unica cosa che esiste, non vi è nient’altro. Soltanto la coscienza può sorgere nella coscienza».

L’essere umano ricorda un gigante spirituale o intellettuale al quale, per qualche motivo, durante la reincarnazione i programmatori hanno bloccato la memoria e, anziché il cento per cento della coscienza, gliene hanno lasciato il cinque per cento. Questo cinque per cento gli basta per sopravvivere, costruire relazioni e riflettere su alcune cose. Egli non immagina neppure quale colossale potenziale sia racchiuso dentro di lui. Questo colossale potenziale è la buddhi, la coscienza intuitiva.

Con il dischiudersi della coscienza intuitiva (buddhi), la percezione dell’Atman comincia a risplendere nella sua natura originaria.

La buddhi (coscienza intuitiva) ricorda uno specchio sul quale si è depositata della polvere e che non riesce a riflettere abbastanza bene semplicemente perché è ricoperto da molta polvere.

Il manas (mente concettuale) rappresenta già un riflesso secondario di questo specchio, che sorge in tale stato «impolverato». Proprio per questo la mente concettuale è fortemente soggetta alle idee fisse, all’accettazione-rifiuto e all’attaccamento al livello concettuale.

La coscienza infinita anima i pensieri, i corpi e tutto ciò che esiste

Purificando lo specchio della buddhi, è come se rimuovessimo questo blocco e il nostro potenziale cominciasse a manifestarsi pienamente.

La natura dell’identificazione e della liberazione

A questo punto chiesi a Dio:

«Se questa coscienza è onnipresente, come può qualcuno perdere conoscenza e diventare inerte? Come può chi possiede la coscienza perderla?»

Dio lodò la domanda e rispose:

«La coscienza onnipresente, che è tutto in ogni cosa, esiste in questo corpo in uno stato mutevole e immutabile. Proprio come una donna può sognare di non essere se stessa e che suo marito sia qualcun altro, allo stesso modo la medesima coscienza può scambiarsi per qualcos’altro. Così come una persona può comportarsi diversamente nello stato ordinario e in preda all’ira, allo stesso modo la coscienza si associa a un altro proprio aspetto e agisce di conseguenza».

 

Quando ci identifichiamo con i problemi del samsara, ciò indica che scambiamo noi stessi e gli altri per qualcun altro. È proprio a causa di tale confusione e di valutazioni errate che sorge ciò che viene chiamato samsara, vita karmica, visione karmica.

Per esempio, se qualcuno si avvicina a una persona credendola un poliziotto e le chiede aiuto, ma questa persona non è affatto un poliziotto, dice: «Mi avete scambiato per qualcun altro». Allora chi si è rivolto a lui dice: «Mi scusi, allora non ci sono più domande». Ecco, l’intera situazione scompare all’istante.

Allo stesso modo, quando agiamo nel samsara, scambiamo noi stessi per il corpo e per il ruolo che gli è assegnato. E scambiamo anche gli altri per qualcuno che non sono. Di conseguenza sorge una visione dualistica. La mente comincia a cadere nell’illusione e in essa sorgono diversi desideri. Seguendo i desideri, li insegue con passione e comincia a odiare ciò che ne ostacola la realizzazione. Così nascono l’attaccamento, l’odio e la dualità, ossia raga e dvesha.

Vasishtha afferma che una tale mente diventa vittima dell’ira e della lussuria, attraversa momenti belli e brutti, prova dolore, gode dei piaceri, spera, soffre, si riempie di ciò che è desiderato e indesiderato, e tutto questo rafforza l’illusione. Sufficientemente ingannata, passa da un errore all’altro, dall’incomprensione a un’incomprensione ancora maggiore.

Vasishtha dice:

«Comprendi, valuta la forza dell’incomprensione: semplicemente dimenticando il proprio vero stato, la coscienza soffre e attraversa orrori e cadute».

L’autoidentificazione primaria come fondamento della pratica

In altre parole, la nostra incomprensione consiste nel fatto che ci consideriamo noi stessi. Proprio perché ci consideriamo noi stessi, siamo noi stessi, e solo dopo ci viene il pensiero che, naturalmente, dobbiamo liberarci e raggiungere l’illuminazione. A quel punto entrano in gioco migliaia di azioni che dobbiamo compiere. Tutto ciò accade perché, al livello più sottile, nel primissimo istante, sorge il fatto che ci consideriamo noi stessi.

L’io limitato si dissolve nel riconoscimento di sé come Assoluto

Vale a dire, se ci consideriamo noi stessi, allora, naturalmente, dobbiamo liberarci, poiché la nostra immagine e il nostro stato attuali non ci soddisfano affatto. Ma se non ci consideriamo noi stessi, bensì ci consideriamo l’Assoluto, allora sorge una situazione completamente diversa. Entrare nella presenza nell’Advaita significa precisamente individuare, cogliere questo primissimo momento dell’identificazione, ossia della falsa valutazione e del considerarsi un sé limitato, e sostituire questa falsa identificazione con un’altra: «Io sono Brahman» oppure «Io sono l’Assoluto». Ciò significa che bisogna cominciare a costruire tutta la sadhana e tutta la vita proprio a partire dal cambiamento dell’autoidentificazione primaria; allora l’intera pratica si costruisce a un livello più profondo.

Naturalmente, ciò non annulla la pratica relativa, ma cambia il nostro atteggiamento nei suoi confronti, nel senso che fin dall’inizio assumiamo la posizione di chi dimora sulla vetta. Alcuni riescono a considerarsi l’Assoluto con successo, altri ci riescono meno. Vale a dire che, secondo logica, tutti i monaci, persino i novizi, dovrebbero allenarsi fin dall’inizio a considerarsi l’Assoluto; tuttavia, ciascuno ci riesce in modo diverso.

Qualcuno si considera così per cinque minuti al giorno durante una lezione, e poi, ventiquattr’ore su ventiquattro, recita questo mantra: «Sono un essere limitato, ho questo e quello, sono fatto così».

Qualcun altro considera se stesso al livello della visione, sostiene se stesso al livello della contemplazione e comincia a rivelare dentro di sé le forze inerenti a tale stato, che si manifestano come chiarezza, capacità creative, samadhi e così via.

La pratica della visione e l’acquisizione della fede

Tuttavia, tutti voi possedete fin dall’origine un elevato potenziale. E naturalmente non basta considerarsi l’Assoluto a livello dichiarativo, cioè limitarsi ad affermare: «Sì, mi considero l’Assoluto». Per quanto si ripeta «Io sono l’Assoluto», questo non servirà.

C’era una discepola che mi poneva domande sul risveglio, e poi giunse alla conclusione: «Ebbene, sono già un Buddha». Le dissi: «I tuoi problemi e i tuoi limiti non scompariranno dopo che lo avrai dichiarato. È corretto dal punto di vista della visione, ma non è corretto rilassarsi per quanto riguarda la meditazione e il comportamento».

Considerarsi l’Assoluto è una pratica della visione, alla quale ci abituiamo. Questo modo di considerarsi diventa meditazione, adorazione, contemplazione, che gradualmente elimina dalla mente dualistica tutti i nostri limiti e rivela le forze divine.

E gradualmente lo yogin deve sviluppare la fede nella visione. Considerarsi l’Assoluto è dunque la visione; comprendere come farlo in modo non concettuale è la vera visione, non quella intellettuale.

La visione del Sé Supremo matura attraverso la meditazione e la fede

All’inizio acquisiamo una visione intellettuale. Tuttavia, la visione intellettuale è utile per scrivere trattati e sostenere esami, ma per quanto riguarda l’illuminazione non è in grado di condurre alla liberazione, sebbene sia molto importante come fondamento. In seguito dobbiamo risvegliarci alla visione non concettuale «Io sono l’Assoluto», come consapevolezza a livello non concettuale. Poi dobbiamo acquisire una grande fiducia in essa, una fede, e affidarci costantemente a essa, affinché cominci a conferirci forza spirituale.

Chi lo fa con diligenza, correttamente e senza distrazioni, diventa ciò che contempla. Dopo qualche tempo diventa simile a Brahma (il creatore dell’universo), a Vishnu (il custode dell’universo), oppure agli dèi e ai siddha, poiché diventa un tutt’uno con il loro fondamento.

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