Commento al testo «Shri-guru-charitra», biografia di Narasimha Saraswati – incarnazione di Dattatreya
Il muni Parashara disse: «O re, tuo figlio vivrà soltanto dieci anni. Oltre a questo, gli restano solo otto giorni».
Allora il re pregò il muni di mostrargli come fosse possibile evitare la morte. Il muni disse: «L’unica via è abbandonarsi a Shankara ed eseguire la Rudra-japa».
La vera natura dell’abbandono di sé
Abbandonarsi a Shankara significa abbandonarsi al bene supremo. Per molti il termine «abbandono di sé» non è chiaro. Per esempio, a Shri Ramana Maharshi ponevano questa domanda: «Ebbene, mi sono abbandonato. E poi? Vedo che i problemi non sono affatto scomparsi». Ramana rispose: «Questo significa che non vi siete abbandonati nel modo in cui dite».
Nell’insegnamento dello laya-yoga una domanda del genere non può sorgere in linea di principio, perché diciamo che il vero abbandono è possibile solo quando abbiamo acquisito la presenza contemplativa. E se non abbiamo acquisito la presenza contemplativa, non ci sarà nessuno che possa abbandonarsi. Non è chiaro chi debba abbandonarsi e a chi, né che cosa significhi abbandonarsi. Se la presenza contemplativa non è sviluppata, le parole sull’abbandono di sé saranno soltanto alcune frasi prese in prestito da altre persone, non sentite interiormente. Sarà imitazione, copia o semplicemente una visione emotiva.
Molti cercano di praticare l’abbandono di sé nel bhakti-yoga. E spesso sperimentano una colossale confusione quando la loro mente si chiarisce un po’ e cominciano a riflettere: «Chi deve abbandonarsi e a chi? Come ci si abbandona correttamente?» Attraversano enormi difficoltà mentali. Perché? Perché prima dell’abbandono di sé deve essere svolto un grande lavoro spirituale, nel corso del quale lo yogin deve comprendere inequivocabilmente che l’abbandono di sé non è l’abbandono a qualcosa di esterno, ma è il processo sottilissimo di contemplazione e trasformazione della visione karmica, quando la consapevolezza si sposta dal livello dell’ahamkara (ego), raggiunge il livello del buddhi (intelletto intuitivo) e poi il livello dell’Atman.
Questo spostamento della consapevolezza, accompagnato da una colossale rivalutazione dei valori, è l’abbandono di sé. Tutti gli altri tipi di abbandono di sé non sono autentici. L’abbandono di sé non è legato alla pratica rituale né ad altro, sebbene la pratica rituale possa aiutarlo. L’abbandono di sé è legato precisamente al cambiamento del livello di consapevolezza. E un monaco esperto nella contemplazione, anche se solo in minima parte, comprende che cosa significhi essere nell’ego e che cosa significhi essere nel trascendente.
«Allora il re chiamò i brahmani affinché eseguissero la Rudra-japa e compì l’abhisheka sotto l’albero sacro. Ogni giorno essi lavavano il figlio del re, Sudarma, con acqua sacra. Eseguirono la japa 10000 volte. L’ottavo giorno il figlio del re perse conoscenza. Il rishi Parashara recitò versi sacri e asperse Sudarma con acqua sacra. Grazie alla Rudra-japa e all’abhisheka, la vita di Sudarma fu salvata».

Qui viene descritto come un santo, mediante mezzi magici del tantra e la recitazione del mantra, uniti alla presenza contemplativa, abbia eliminato l’ostacolo nella vita del figlio del re. Secondo il karma, il figlio del re avrebbe dovuto affrontare ostacoli insormontabili: avrebbe dovuto lasciare il corpo all’età di dieci anni. Grazie alla forza dell’incarnazione di Dattatreya, questi ostacoli furono dissolti; perciò il figlio del re perse conoscenza, ma rimase in vita.
La natura degli ostacoli e il loro superamento
Gli ostacoli possono essere diversi. A volte possono semplicemente offuscare la vostra chiarezza. Di norma, uno yogin dalle capacità superiori non teme gli ostacoli: può auto-liberarli. Per una persona che non pratica, gli ostacoli legati a una situazione astrologica sfavorevole, all’influenza degli spiriti, alla formazione di nodi karmici, alla cosiddetta dharma-karma (karma difficile da superare), sono una cosa seria.
Si dice che di solito gli ostacoli arrivino di notte. Essi interrompono il flusso dell’energia astrale dal corpo causale a quello mentale, da quello mentale a quello astrale, da quello astrale a quello eterico, e poi questo si manifesta a livello fisico e a livello degli eventi. Inizialmente tutti gli eventi si verificano sul piano sottile, e solo in seguito si materializzano. Uno yogin altamente qualificato può osservare questi eventi sul piano sottile e, ancora prima che si materializzino, penetrarvi e modificarli. In tal caso non si materializzano sul piano fisico.
Le malattie umane e le situazioni difficili che gli accadono sono il risultato di battaglie perdute nel corpo sottile. Se lo yogin vince queste battaglie, cioè si auto-libera, le unisce alla presenza contemplativa, conduce le energie negative allo stato di visione pura, al mandala, allora esse cessano di essere ostacoli: questo è il principio della pacificazione. Se invece una persona è inconsapevole, gli ostacoli possono penetrare nel suo destino in vari modi.
Spesso mettevo in guardia diverse persone riguardo ai possibili ostacoli. Alcune mi credevano, altre non molto. E quando questi ostacoli si manifestavano davvero, queste persone mi dicevano: «Avevi ragione! Avrei dovuto ascoltarti». Ma poi ho pensato che, anche se si avverte una persona che non pratica spiritualmente dei possibili ostacoli, difficilmente essa può cambiare la realtà. Cambiare la situazione astrale e, grazie a ciò, modificare la realtà può soltanto un praticante che conosce il subconscio, la cui forza dell’intenzione può realmente influire sulla situazione, e anche in questo caso solo fino a un certo punto.
Esistono tre tipi di karma:
dridra – è il karma che può essere cambiato anche con uno sforzo minimo
adridra – è il karma che non può essere cambiato, qualunque cosa tu faccia (cioè qualcosa che ti trascende, proveniente da determinati piani universali; puoi soltanto accettarlo, lasciando andare te stesso)
adridra-dridra – è il karma che può essere cambiato, ma per farlo bisogna compiere sforzi molto grandi

Quando pratichiamo la contemplazione naturale e l’auto-liberazione, come minimo possiamo imparare ad accettare qualsiasi ostacolo, ad auto-liberarlo almeno a livello della coscienza, senza identificarci con esso. Questo armonizza la mente e i prana. Anche quando arrivano le sofferenze, la vostra mente rimane lucida, chiara, non va nel panico, ma semplicemente contempla, integrandosi con la sofferenza. In altre parole, il vero yogin trasforma in pratica persino gli ostacoli e la sofferenza, considerandoli una benedizione, un gioco irato delle energie.
I santi dicono che il male è una parte di Dio altrettanto legittima quanto il bene. Lo si può paragonare al veleno del serpente. Se c’è un serpente, c’è anche il veleno. Il male è semplicemente una qualche shakti irata. Ma quando una persona non dimora nella presenza, la nega e si aggrappa a qualcosa, perciò sorgono le sofferenze. Lo yogi che dimora nella contemplazione non nega nulla, ma dimora invece nell’accettazione totale, unendo ogni cosa alla presenza. E allora, per quanto possa sembrare paradossale, persino le sofferenze e gli ostacoli vengono eliminati, diventando parte del cammino spirituale, integrata nel campo delle sue energie. Integrare le sofferenze nel campo delle proprie energie significa pacificarle, calmarle e renderle parte del mandala, parte della visione pura.
Per esempio, quando Milarepa decise di abbandonare il corpo e accettò il veleno offertogli da una donna, disse: «Questo è il mio gioco. Per me persino la malattia è simile a un ornamento. Semplicemente, ora desidero andare nei cieli di Tushita, in un altro mondo, perciò utilizzo questa situazione».
Gestire gli eventi attraverso il cambiamento della coscienza
Quando la forza dell’intenzione dello yogin è ancora maggiore, egli può fermare e pacificare qualsiasi ostacolo. Può influire sulla situazione in modo tale che si manifesti un’altra variante dello sviluppo degli eventi, nella quale non vi siano ostacoli. Può aprire un’altra variante dell’universo, in cui la situazione si sviluppa in modo completamente diverso. Questo è realmente possibile, perché esiste un campo di varianti e noi abbiamo sempre una scelta. D’altra parte, questa scelta è realizzabile soltanto se possediamo una profonda presenza contemplativa. Naturalmente, le persone condizionate non hanno una simile scelta, perciò non possono cambiare gli eventi; davanti a loro, persino questa questione non si pone. Ma lo yogin può gestire gli eventi con la forza della propria coscienza, aprendo altre varianti di sviluppo. Tutto dipende dalla profondità dell’immersione nella Sorgente.
Perché esiste il campo delle possibilità? Perché nell’universo accadono simultaneamente innumerevoli eventi. L’universo ha una dimensionalità infinita. E quando accadono gli eventi, ciò significa che, in conformità con il nostro karma, si manifestano alcuni eventi che corrispondono semplicemente alla configurazione della nostra coscienza, alla nostra bhava. E se, grazie alla presenza, cambiamo la configurazione della coscienza, essa è in grado di manifestare altre varianti dello sviluppo degli eventi. Nella dimensione relativa sembrerà che abbiamo cambiato il corso degli eventi, ma in realtà abbiamo manifestato una variante completamente nuova, autonoma e indipendente dello sviluppo della realtà. E uno yogin esperto, padrone della prakāmya-siddhi, comprende di poter influenzare la situazione cambiando se stesso interiormente, perché l’intera situazione non è altro che una conseguenza dello stato della sua coscienza.
Come praticanti dello yoga laia, siamo interessati a un cambiamento globale della nostra situazione: al compimento del «grande passaggio». Influenzare la situazione nei dettagli è invece un’attività poco seria, sebbene talvolta utile. Non ci dedichiamo consapevolmente a questo, perché è affine alla stregoneria e allo sciamanesimo. In ogni caso, non è ciò che libera dalle sofferenze del samsara.
Quando pratichiamo il cammino della contemplazione nella tradizione dei siddha, vogliamo cambiare la situazione non nei dettagli, ma radicalmente, in modo globale. I piccoli cambiamenti non ci soddisfano. Vogliamo cambiare la situazione in modo tale da non doverci più occupare di singoli eventi, ma affinché tutto cambi completamente una volta per tutte, affinché cambi il nostro mondo, affinché entriamo in un’altra dimensione karmica: nella visione pura. Questo è ciò che viene chiamato il principio del mandala. Lo scopo dello yogin è proprio compiere il «grande passaggio», quando, grazie alla presenza, la situazione cambia radicalmente e lo yogin entra nella visione pura.

La forza dei voti e la loro influenza
«Il peccatore sarà purificato se ascolterà la “Shri Guru Charitra”. Colui che crede nello Shri Guru può ottenere tutto.
A Ganagapur viveva un bramino libero dagli attaccamenti. Aveva fatto voto di non accettare cibo in nessun luogo, se non a casa propria. Avrebbe ricevuto il cibo dalla bhiksha e lo avrebbe mangiato a casa. Sua moglie non approvava il suo stile di vita. Ogni giorno i bramini erano soliti mangiare in città, e lei pensava tra sé: “Quanto sono infelice! Non posso partecipare a queste feste, perché mio marito ha giurato di non mangiare fuori casa”.
Un giorno fu organizzato un banchetto comune. La moglie del bramino gli disse: “Guarda, invitano i bramini, offrono loro cibo in abbondanza e anche dei doni. Non rifiutare questo invito”.
Il bramino disse: “Puoi andare alla festa e soddisfare il tuo desiderio”. Quando comunicò agli organizzatori della celebrazione che sarebbe venuta da sola, le dissero che l’invito era per due persone e che dovevano venire insieme. Si rattristò, si recò dal Sadguru e gli raccontò del suo desiderio. Il Guru chiamò il bramino e disse: “Vai alla festa insieme a tua moglie. Non bisogna deludere le donne; i loro desideri devono essere soddisfatti”.
Per ordine dello Shri Guru, il bramino andò alla festa con sua moglie, ma mentre mangiava, lei ebbe la sensazione di mangiare in compagnia di cani e maiali. Lasciò la festa con disgusto, ed entrambi si prostrarono davanti allo Shri Guru. Il bramino disse: “A causa sua è stato infranto il mio voto di non mangiare fuori casa”.
Il Sadguru disse: “Il desiderio di tua moglie è stato soddisfatto. Ora non vorrà più mangiare in nessun altro luogo. Hai preso il cibo con il mio permesso, e per questo non meriti alcun rimprovero. Non c’è vergogna nel mangiare nella casa del guru, dei suoi discepoli, dello zio, del suocero, di persone rispettabili e oneste. Ma è certamente peccaminoso mangiare presso avari, invidiosi, persone che fanno del male agli altri, persone disoneste o assassini. Se lo fai, dovrai soffrire a lungo per i tuoi peccati».

Il brahmano fece un voto. Quando qualcuno fa un voto e lo osserva veramente, questo si chiama «principio del vrata», un obbligo. La forza del voto conferisce una shakti aggiuntiva. Per esempio, se il figlio di una madre era malato, ella faceva un qualche voto: mangiare solo con la mano sinistra finché il bambino non fosse guarito, oppure non sciogliersi i capelli. Grazie alla forza del voto e all’autocontrollo, il suo tapas creava una situazione astrale nella quale avveniva la guarigione. Nei testi si trovano anche storie di persone che insultavano un brahmano, dopodiché il brahmano faceva voto di non legare la propria shikha (treccia) finché non si fosse vendicato dell’offensore. Si tratta cioè della pratica della prakamya-siddhi, rafforzata dall’introduzione di un qualche voto.
Quando la moglie del brahmano andò al banchetto comune, invase inconsapevolmente lo spazio del voto del brahmano. Poiché il brahmano aveva infranto il voto, si produssero alcune aparadha. Il suo stato non era molto buono, perciò la donna ebbe la sensazione di mangiare in compagnia di cani e maiali. Ma Shri Guru rimosse queste aparadha, spiegando tutto al brahmano.
Se avete fatto un qualche voto, questo voto può essere revocato solo se il guru lo revoca per voi. Deve cioè essere compiuto un qualche rituale; in caso contrario, il voto deve essere osservato in qualche modo, affinché non sorgano aparadha. Se ciò non avviene, vi trovate in una situazione non molto buona, nella quale vi ritorna il cattivo karma o sorgono ostacoli. Se invece viene conferita un’iniziazione che annulla il voto, va bene. Nel caso descritto, Shri Guru compì proprio la revoca del voto.
L’influenza della coscienza sul cibo
Gli spiegò inoltre che non si dovrebbe mangiare presso persone dalla coscienza impura, dal prana impuro. Se consumate cibo preparato da persone ossessionate dai desideri, assorbite il loro karma e i loro peccati. Esse caricano quel cibo del proprio prana impuro e, quando lo assaporate, il vostro corpo sottile si contamina.
Una volta mangiai in una mensa, decidendo di esercitarmi nel «gusto unico». Ma poi pensai che sarebbe stato meglio non mangiare affatto. Cioè, per allenarsi al «gusto unico», ciò può essere utile se avete un prana forte. Tuttavia, dopo aver mangiato cibo dalle mani di persone dal prana impuro, potreste sentirvi persino malati. Per questo da noi esistono determinati requisiti per la preparazione del cibo. Questi requisiti vengono sempre considerati tra i siddha. Naturalmente, se il livello del vostro prana e della vostra presenza è enorme, potete mangiare persino dalle mani di un lebbroso, senza che vi accada nulla, perché siete in grado di trasformare quel cibo in visione pura. Tuttavia, non si dovrebbe farlo finché non possedete realmente una tale presenza purificatrice.
Coloro che preparano il prasad devono sempre trovarsi in uno stato d’animo puro. Non dovete essere irritati, adirati o trovarvi in uno stato tamasico. L’energia dei vostri pensieri benedice il prasad e coloro che lo mangeranno lo percepiranno certamente, se i loro corpi sottili sono sufficientemente sensibili.
Una volta un discepolo di Nagarjuna portò un’offerta. Nagarjuna disse: «Getta via questa offerta. È stata data da una donna impura. Se la mangi, otterrai ostacoli». Questo dimostra che i siddha prendevano sul serio tali questioni.

Insegnamenti sulle tradizioni e sul culto
«Shri Guru spiegò la tradizione che i brahmani devono seguire. Disse: «Dovete usare pelle di cervo in casa e mantenere la casa pulita. La stanza della preghiera deve essere pulita e decorata con rangoli. Meditate in silenzio e adorate Dio. Si possono venerare immagini di pietra e di legno, perché sono la forma e la dimora di Dio. Sedetevi su un buon seggio pulito ed eseguite i pranayama. Adorate Dio con i fiori. Con fede, adorate Vishnu e Tulasi, perché Egli ama Tulasi. Adorate Shiva con foglie di bilva. Ganapati ama il tridente. Dopo mezzogiorno date da mangiare agli ospiti».
Che cosa significa «adorare» nella tradizione dello laya-yoga? Nella tradizione dello laya-yoga non esiste un culto dualistico. Il culto dualistico è cioè proprio del dvaita e del vishishtadvaita, mentre nell’advaita colui che adora e colui che viene adorato sono in essenza una cosa sola. Pertanto, quando si parla di culto dal punto di vista del Vedanta advaita, si intende la contemplazione e l’integrazione con l’invocazione delle energie universali. In sostanza, il culto è un processo di integrazione, di sintonizzazione con una qualche energia.
Se invochi una divinità secondo le regole, significa che richiami dallo spazio dell’universo l’energia di quella divinità, e prima o poi essa risponderà sicuramente. Questa energia può manifestarsi sotto forma di visioni nei sogni, di qualche fenomeno miracoloso, di un suono o di esperienze durante la meditazione. Tuttavia, a differenza degli approcci dualistici della dvaita e della vishishtadvaita, noi parliamo di invocazione e integrazione. Ciò significa che, anche quando invochiamo determinate divinità, ci troviamo nella presenza contemplativa, senza dividere tra colui che adora e colui che viene adorato. In altre parole, consideriamo tutto ciò come un unico stato di contemplazione nella non dualità. E quando arriva una qualche energia divina o universale, la consideriamo parte della natura della Mente.

Regole dell’alimentazione e dello stile di vita
«Le foglie di loto e le foglie di banana sono adatte per mangiare. Mangiate prima i piatti dolci. Non bisogna mangiare per primo il riso. È vietato mangiare troppo. Non c’è nulla di male se qualcuno mangia con il burro chiarificato. Dopo il pasto si dovrebbero studiare i Veda. Non si dovrebbe dormire sulla terra dove è stata effettuata una cremazione, in un tempio distrutto, sulla riva di un fiume, vicino a un formicaio o a un incrocio. Il rishi Parashara ha stabilito queste regole e questo dharma. Non esistono difficoltà per chi segue questa tradizione così come è scritto nelle sacre scritture. Persino gli dèi lo venerano. Kamadhenu verrà nella sua casa. Lakshmi dimorerà per sempre in una casa simile. Una persona del genere diventerà un brahma-jñani.
Il brahmano fu felice di ricevere tali istruzioni sul dharma e disse: «O oceano di misericordia, hai assunto questa incarnazione per salvare i devoti. Sei come una luce di conoscenza. Tu elimini l’oscurità».
Detto ciò, il brahmano si prostrò ai piedi di loto di Shri Guru. Il Guru lo benedisse. Questa è la storia tratta dalla «Shri Guru Charitra». Chiunque la ascolti riceverà una grande conoscenza. È una fonte di luce per l’ignoranza.


