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Vera rinuncia e autoliberazione

09.09.2026
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Vera rinuncia e autoliberazione

Commento al testo «Yoga Vasistha», capitolo sesto, la storia del re Sikhidhvaja e di Chudala

Chudala, servendosi dei suoi poteri magici, volò fino al monte Mandara. Dall’alto vide suo marito profondamente cambiato, quieto e solitario.

Temendo che Sikhidhvaja ignorasse nuovamente i suoi insegnamenti, considerandola una sciocca ragazzina, Chudala si trasformò in un giovane asceta e discese proprio davanti a suo marito. Sikhidhvaja vide il giovane asceta e ne fu felicissimo. Entrambi si guardarono pervasi da uno splendore interiore. Il giovane asceta era incomparabilmente più radioso, perciò Sikhidhvaja lo scambiò per un angelo celeste e gli rivolse un saluto appropriato. Chudala accettò il saluto e osservò: «Ho viaggiato per il mondo intero e in nessun luogo sono stato accolto con tanta cordialità! È piacevole vedere la tua serenità e le tue privazioni. Hai deciso di camminare sul filo del rasoio, rinunciando al tuo regno in favore della vita nella foresta».

Sikhidhvaja rispose:

Certamente tu sai tutto, figlio degli dèi! Ho una bellissima moglie che governa il mio regno, e tu le assomigli un po’. Ti prego, dimmi chi sei e a cosa devo il tuo benedetto arrivo.

Il saggio Narada, in meditazione, osserva le immagini che sorgono nella mente

Il giovane asceta (Chudala) si presentò come Kumbha, nipote di Brahma, e raccontò la storia del santo saggio Narada:

In questo universo vive il santo saggio Narada. Un giorno meditava in una grotta sulle rive del sacro Gange. Al termine della meditazione udì il tintinnio dei braccialetti delle donne che si bagnavano nel fiume. Incuriosito, guardò nella direzione da cui proveniva il suono e vide alcune ninfe celesti nude che giocavano nell’acqua. Erano di una bellezza indescrivibile. Il suo cuore provò piacere e la sua mente perse all’istante l’equilibrio sotto l’influsso dell’attrazione.

Domanda: Sikhidhvaja chiese: «Il santo, sebbene fosse un sapiente versato nelle grandi scienze e per di più illuminato, sebbene fosse libero da desideri e attaccamenti, sebbene la sua coscienza fosse sconfinata come il cielo, dimmi: com’è possibile che abbia provato attrazione?»

L’insegnamento sulla natura della percezione e dell’attaccamento

Il giovane asceta (Chudala) spiegò:

O saggio, tutti gli esseri nei tre mondi, compresi gli dèi in paradiso, possiedono corpi soggetti all’influsso di forze opposte. Che siano stolti o saggi, finché sono incarnati, il corpo è soggetto alla felicità e all’infelicità, al piacere e al dolore. Godendo di oggetti piacevoli, essi provano piacere, mentre le privazioni (come la fame e così via) arrecano dolore. Questa è la loro natura.

Una persona tra gli opposti della felicità e del dolore, della quiete e dell’ansia

Se il vero e puro «Sé» viene dimenticato anche solo per un secondo, gli oggetti percepiti acquistano maggiore rilievo nella percezione della mente. Se l’attenzione è continua, ciò non accade. Come l’oscurità e la luce sono saldamente associate alla notte e al giorno, così la percezione del piacere e del dolore conferma per lo stolto l’esistenza del corpo. Nel saggio, invece, anche se il piacere e il dolore si riflettono nella coscienza, non lasciano alcuna impronta. Come un cristallo, l’uomo saggio riflette un oggetto soltanto se tale oggetto è realmente presente e vicino. Sullo stolto, invece, gli oggetti esercitano un influsso così forte che esso non svanisce nemmeno quando l’oggetto non è nelle vicinanze. Una ridotta suscettibilità agli oggetti (attaccamento a essi) è liberazione; una forte suscettibilità (un intenso attaccamento), creata dalla mente, è prigione e catene.

Chudala afferma che gli oggetti producono un’impressione enorme su chi non ha conosciuto la propria essenza. Il saggio e lo stolto possono servirsi degli oggetti allo stesso modo e talvolta, esteriormente, possono non differire affatto; tuttavia, sull’uno questi oggetti producono un’impressione enorme e cambiano il suo destino, fungendo da potenti cause secondarie che dispiegano il suo karma. L’altro, invece, li tratta con leggerezza, lasciandoli inosservati.

Perché una simile differenza? Perché il primo non possiede un centro interiore, simile a un magnete che attrae la limatura metallica. Se vi è un po’ più di prana, energia e impressioni, l’oggetto acquista importanza. Possiede una propria gravità (forza di attrazione), che curva lo spazio karmico.

L'immagine della percezione appare davanti al testimone imperturbabile

Per esempio, la scienza non ha ancora chiarito che cosa sia la gravità. In generale, la forza gravitazionale in quanto tale sembra non esistere, perché la forza di gravità è semplicemente una curvatura dello spazio. Quanto più massiccio è un oggetto, tanto più intensamente attrae a sé qualcos'altro e tanto più curva lo spazio. Analogamente, quanto più potente è un oggetto karmico, tanto più esso curva il nostro spazio karmico quando entriamo in contatto con esso. Ma se la nostra visione karmica non si basa sulla percezione superficiale, bensì su questo centro interiore, allora neppure un oggetto potente sarà in grado di deformarla. Essa rimarrà immutata e l'oggetto non eserciterà alcuna impressione su di noi. Questo perché, dimorando in profonda unità con questo centro interiore, saremo in grado di dominare le energie di tale oggetto karmico, e la nostra visione karmica non cambierà.

Si può fare questo esempio. Una persona che si trova al livello dei concetti può leggere un libro. Questo la impressionerà profondamente, rimarrà sotto l'influsso di quel libro, che potrebbe persino cambiarle tutta la vita. Poi leggerà un altro libro, che la impressionerà ancora di più e cambierà anch'esso la sua vita. La sua vita cambierà continuamente a seconda delle informazioni che riceve. Oppure potrebbe apprendere delle notizie dai mezzi di comunicazione, e anche queste notizie potrebbero sconvolgerla nel profondo dell'anima.

Anch'io ho vissuto esperienze simili, ma solo durante l'infanzia. Per esempio, quando leggevo delle imprese di Amundsen, il grande esploratore polare norvegese, volevo diventare un esploratore polare e progettavo di recarmi al Polo Nord; quando leggevo degli agenti segreti, pensavo di diventare anch'io un agente segreto; quando leggevo dei cosmonauti, non avevo nemmeno altri pensieri se non quello di diventare un cosmonauta. In altre parole, durante la lettura avveniva un'identificazione totale.

Allo stesso modo, si verifica un'identificazione totale con le informazioni con cui entriamo in contatto, se la nostra essenza, il nostro «io», si trova allo stesso livello a cui appartengono gli oggetti esterni. Ma quando ci siamo stabiliti nella consapevolezza non duale, le informazioni non hanno più potere su di noi: non possono più impressionarci, cambiare la nostra visione o il corso della nostra vita, né possono più agire come un potente fattore capace di mutare il nostro destino e distruggere alcuni dei nostri fondamenti, perché noi dimoriamo a un livello più profondo e sottile.

Per esempio, se una persona non pratica spiritualmente, quando incontra il Dharma o un praticante, i fondamenti della sua vita e i suoi valori di riferimento possono essere scossi. È così perché i fondamenti della sua vita sono costruiti su qualcosa di superficiale. Ma per scuotere i fondamenti di un praticante esperto bisogna impegnarsi molto, ossia l'oggetto deve essere molto più sottile. Se invece si tratta di un essere realizzato, di una divinità o di un siddha, è impossibile scuoterli, anche se l'universo si dissolvesse nel pralaya o nel mahapralaya. Proprio in questo consiste la capacità di autoliberazione.

Il meccanismo della percezione e della liberazione

Dunque, rispondendo alla domanda, l'asceta Chudala spiega:

La causa risiede nell'impronta lasciata nel cuore (nella memoria) attraverso il corpo, gli occhi e così via. Poi questa percezione amplia il proprio raggio d'azione. Quando il cuore è eccitato, la memoria eccita la coscienza individuale, che a sua volta eccita i nodi nervosi nel corpo. La percezione del piacere e quella del dolore li eccitano in modi diversi.

Grazie al piacere, le nadi si saturano di beatitudine e sembrano fiorire. In altre parole, l'energia del piacere è un'energia di cui una parte satura il canale centrale, mentre l'altra attiva le nadi. Per questo tutti gli esseri viventi aspirano al piacere. In quel momento le loro nadi fioriscono e il vento entra nella sushumna, donando una consapevolezza accresciuta.

Un mistico sufi, che si chiamava, credo, Hafez, disse una volta queste parole: «La vita è come una sposa molto costosa. Il prezzo nuziale (il riscatto) per lei è la vita». È proprio così che vivono tutti gli esseri non risvegliati: pagano un prezzo molto alto per questo modo di percepire il mondo.

Il flusso delle impressioni e dell'energia attraversa il cuore e la coscienza

Quindi, proseguendo, l'asceta Chudala spiega al re Sikhidhvaja:

Se la coscienza individuale non presta attenzione ai centri eccitati, si libera.

Per esempio, il vostro muladhara chakra o svadhishthana chakra è attivato e sprigiona un prana disorientante, agitato e impetuoso. Qui vi sono due possibilità. La prima consiste nel soddisfare i desideri, assecondare le emozioni e i klesha, esprimendoli; in tal caso entrate in un flusso karmico incontrollato, in cui non avete quasi alcun controllo sugli eventi. L’altra consiste nell’ignorare i centri eccitati rimanendo nella presenza, unire questo prana alla presenza e trasformarlo in qualcosa di molto sottile, illuminato, armonioso e divino. Questa è l’unione del vuoto con la beatitudine: il principio di sukha-shunya, ovvero ciò che nello yoga viene chiamato «mahamelana».

Esiste anche un terzo modo: reprimere l’energia, reprimere i propri centri energetici, cioè non lavorare con il prana e rimanere in uno stato di distacco, ma in una condizione priva di vita e di gioia, come alcuni asceti giainisti criticati da Rajneesh. Non avrete desideri, ma non avrete neppure la percezione del prana né la maturità dell’autoliberazione. L’approccio dell’anuttara tantra è molto più maturo, poiché insegna a comprendere la propria energia, a lavorare correttamente con essa e a sublimarla con maestria.

Quindi Chudala prosegue dicendo:

La non-libertà (samsara) non è altro che l’identificazione della coscienza individuale con il piacere e il dolore; quando tale identificazione è assente, vi è la liberazione. La coscienza individuale si eccita alla sola vista o al solo presentimento del piacere o del dolore. Tuttavia, se attraverso la conoscenza di sé comprende che il dolore e il piacere in realtà non esistono, allora ritorna all’equilibrio.

In questo modo, l’asceta Chudala gli spiegava la natura della coscienza.

Proseguendo la storia di Narada, raccontò che, nonostante la mente di Narada avesse vacillato, ossia fosse stata attraversata da una vibrazione, egli liberò immediatamente quella vibrazione e rimase nella presenza. Ciononostante, la sua intenzione aveva già prodotto una certa vibrazione. E da quella vibrazione, per la forza del pensiero, nel grembo della bellissima apsara fu concepito un bambino.

Narada diede un nome al bambino e, al momento opportuno, gli trasmise la più alta saggezza. Il ragazzo non era in nulla inferiore al padre. Poi Narada condusse il ragazzo da suo padre, Brahma il Creatore. Brahma benedisse il ragazzo, che si chiamava Kumbha. Quel ragazzo, Kumbha, nipote di Brahma, è ora qui davanti a te. Io vago per il mondo come in un gioco, perché non ho bisogno di nulla da nessuno. Quando vengo in questo mondo, i miei piedi non toccano terra.

Ma in realtà si trattava del giovane Chudala, cioè della moglie di Sikhidhvaja.

La confessione del re Sikhidhvaja

Sikhidhvaja non trova la pace interiore nel suo ritiro nella foresta

Kumbha disse:

Ti ho raccontato la storia della mia vita. Ora dimmi chi sei e cosa fai qui. Quanto tempo hai trascorso qui? Raccontami tutto senza nascondere nulla, perché gli eremiti dicono soltanto la verità.

Sikhidhvaja rispose:

O figlio degli dèi, tu sai già ogni cosa così com’è. Che altro potrei raccontarti? Vivo in questa foresta perché temo questo ciclo incessante di vita e morte. Benché tu sappia già tutto questo, ti racconterò brevemente la mia storia. Io sono il re Sikhidhvaja. Ho abbandonato il mio regno. Temo questo ciclo incessante di vita e morte, nel quale ognuno sperimenta costantemente l’alternarsi del dolore e del piacere, della vita e della morte. Ma, benché abbia vagato ovunque e abbia tormentato il mio corpo in ogni modo, non ho trovato pace né tranquillità. La mia mente è inquieta. Non mi dedico ad alcuna attività e non cerco alcun vantaggio; sono solo e non sono attaccato a nulla, ma interiormente sono inaridito e vuoto. Ho praticato incessantemente ogni sorta di yoga. Ma passo soltanto dalla tristezza a una tristezza ancora maggiore, e persino il nettare per me si trasforma in veleno.

E qui Sikhidhvaja espresse questo rammarico: «A quanto pare, sono un praticante incapace. Probabilmente non ho alcuna attitudine alla pratica».

Insegnamenti sulla superiorità della saggezza rispetto ai metodi

Allora Chudala, nelle sembianze dell’asceta, disse:

Una volta chiesi a mio nonno che cosa fosse superiore: la pratica di varie tecniche o la conoscenza della propria natura. Ed egli mi rispose: «Senza dubbio, la conoscenza della propria natura è suprema, poiché soltanto attraverso la conoscenza si può conoscere quell’unica realtà che esiste. D’altra parte, le varie pratiche sono state descritte con parole allettanti, ma sono soltanto giochi e passatempi».

La via della conoscenza della propria natura supera i metodi esteriori e i rituali

Così, il giovane Chudala gli impartì insegnamenti di saggezza, dicendo che persino gli dèi (Brahma e gli altri) affermano che soltanto la conoscenza è superiore a ogni cosa.

Nell'insegnamento esistono il metodo e la saggezza. Molti non comprendono appieno questi concetti. La cosa più importante è dischiudere la contemplazione e la comprensione del principio della saggezza, dapprima almeno a livello intellettuale e poi anche intuitivo. Quando comprendete il principio della saggezza, potete lavorare senza difficoltà con i metodi.

Una persona che non conosce la differenza tra metodo e saggezza, soprattutto se ha ricevuto un'educazione buddhista nello spirito del Theravada, può pensare così: «Per raggiungere il nirvana bisogna concentrarsi, meditare, essere consapevoli; ma perché cantare, perché recitare mantra? Sono tutte specie di pratiche magiche, dei trucchi: il nirvana non si raggiunge così». E sinceramente non capisce a cosa servano una qualche attività esteriore e cose simili.

Il fatto è, però, che la visione dell'anuttara tantra è molto più profonda, perché l'anuttara tantra, oltre che con la coscienza, lavora con l'energia, e l'energia ha a che fare con la dimensione relativa. E quando si tratta dell'energia e dell'unione della presenza contemplativa con l'energia, potete praticare la visualizzazione, recitare mantra, eseguire le danze della presenza. Potete fare qualsiasi cosa, compreso lavorare, poiché ormai tutto è al servizio della vostra illuminazione. E questa non sarà un'azione appartenente ai tantra magici inferiori (kriya tantra o charya tantra), nei quali si conseguono capacità mediante la recitazione dei mantra. Sarà la pratica suprema dell'anuttara tantra, poiché vi sono la contemplazione della non dualità e l'integrazione con qualsiasi manifestazione.

Questo è un punto fondamentale, è ciò che distingue, per esempio, il laya yoga dallo Zen e dalla via buddhista del Theravada. Si può dire che, sul piano della pratica della coscienza, sul piano della saggezza, in generale non differisce da essi (sebbene nei dettagli, naturalmente, vi siano alcune differenze), ma sul piano del metodo o dell'approccio è molto diverso.

L'insegnamento sulla vera rinuncia

Sikhidhvaja accoglie l'insegnamento e si inchina davanti al maestro

Poi Chudala domanda:

Perché dunque rimani uno sciocco? Perché pensi che «quello è quello» e «questo è questo» e continui ad annaspare nel mare dell'ottusità? Perché non ti domandi «chi sono io?», «come è sorto questo mondo?», «come scompare?». Perché non raggiungi l'illuminazione attraverso un'analisi dettagliata dei meccanismi della libertà e della non libertà? Perché sprechi la tua vita in inutili tormenti del corpo e in altre pratiche? Soltanto in compagnia dei saggi, servendoli e interrogandoli, puoi conoscere la natura del tuo Sé.

Sikhidhvaja disse:

Mi hai risvegliato, o saggio. Abbandono la mia stoltezza. Tu sei il mio maestro, io sono il tuo discepolo. Ti prego, rivelami ciò che sai, proprio quella conoscenza dopo aver acquisito la quale non vi è più dolore.

Il giovane asceta disse:

Te lo dirò, se sei in grado di ascoltare, comprendere e seguire le mie parole. È inutile impartire istruzioni in risposta alle domande se l'interlocutore non intende ascoltare, rispettare e assimilare l'insegnamento.

Il giovane Chudala gli impartì vari insegnamenti. Disse così:

Dopo aver voltato le spalle a ogni cosa, sei giunto in questa foresta remota; tuttavia, una cosa è rimasta: il tuo senso dell'ego. Se il cuore lascia acquietare i movimenti e i pensieri, giunge alla comprensione dell'Assoluto; ma sei ancora perseguitato dal pensiero di aver rinunciato a tutto, e la tua stessa rinuncia alimenta l'ego e il pensiero, perciò non possiedi la quiete che nasce dalla vera rinuncia. Chi ha abbandonato tutto non si preoccupa di nulla. Ma se il ramo di un albero oscilla al vento, lo si può forse definire immobile?

Queste inquietudini, o movimenti del pensiero, costituiscono la mente. Se i pensieri continuano a essere in movimento, come si può dire che la mente abbia rinunciato a qualcosa? Non appena la mente viene agitata dai pensieri, sorgono immediatamente i tre mondi e il samsara continua. Finché ci sono pensieri, non vi è una rinuncia completa e totale a tutto. Non appena i pensieri sorgono nel tuo cuore, la tua rinuncia abbandona il tuo cuore. Tu stesso non hai compreso lo spirito della rinuncia e non lo hai nemmeno coltivato pienamente, perciò esso ti ha abbandonato. Al posto della pietra preziosa della vera rinuncia, hai preso un «pezzo di vetro»: metodi esteriori di mortificazione della carne, pratiche rituali, recitazione di mantra e così via.

I movimenti del pensiero agitano la mente come un flusso d’acqua

L’arte dell’autoliberazione dei pensieri

Che cosa indicò lo yogin Chudala a Sikhidhvaja? Indicò la capacità di autoliberare i pensieri. Qui si parla della rinuncia ai pensieri. Per rinuncia ai pensieri, nelle pratiche dell’anuttara tantra si intende l’arte della loro autoliberazione, del reciderli con la spada della conoscenza discriminante.

Si potrebbe pensare che per rinuncia ai pensieri si intenda la sapiente padronanza della meditazione mahashanti, ossia la meditazione dell’arresto dei pensieri e il dominio del vuoto. Ma in realtà l’arte di arrestare i pensieri e di dimorare nel vuoto privo di pensieri non è mai stata esaltata dai siddha come arte della liberazione completa.

Indubbiamente, l’arte di arrestare i pensieri è una cosa importante. Ma è sempre servita soltanto come preparazione alla penetrazione nella vera saggezza e non è mai stata considerata un’autentica rinuncia ai pensieri.

L’autentica rinuncia ai pensieri è sempre stata considerata l’arte di autoliberarli subito dopo il loro sorgere. Ciò significa che padroneggiate non soltanto la quiete, ma anche il movimento. Tuttavia, in questo movimento dei pensieri trovate uno stato in cui i pensieri si liberano nello stato di vacuità. E tale stato è di gran lunga superiore alla realizzazione di chi ha semplicemente imparato ad arrestare i pensieri e a entrare nel dhyana.

L’autentica pratica dell’autoliberazione dei pensieri

L’arte del dhyana nello stato in cui i pensieri sono arrestati viene chiamata un gioco per praticanti ben preparati, ma soltanto un gioco, ossia una preparazione alla pratica autentica. L’autentica pratica dell’anuttara tantra comincia invece quando padroneggiamo l’arte dell’autoliberazione dei pensieri mentre sono in movimento. Fu proprio questo errore che l’asceta Chudala indicò.

In seguito egli parlò di alcune false concezioni di Sikhidhvaja:

«A causa della tua stessa illusione, cominci ad apprezzare il vetro senza vedere le pietre preziose; hai sostituito la coscienza infinita, incondizionata e indipendente da ogni cosa, con insensate torture della carne, mentre la carne ha un inizio e una fine. E non puoi dedicarti a ciò in eterno. Chi getta via la felicità infinita, così facile da raggiungere, e insegue invece l’impossibile è senza dubbio uno stolto. Egli segue il sentiero dell’autodistruzione. Allo stesso modo, sei caduto nella trappola della vita solitaria nella foresta, dimenticando di mantenere lo spirito della completa rinuncia a tutto. Sebbene tu abbia rinunciato al tuo regno, sei stato nuovamente intrappolato da ciò che viene chiamato vita ascetica. Ora sei ancora più preoccupato di prima dal freddo, dal caldo, dal vento e da cose simili, ed esse ti vincolano proprio come i tuoi attaccamenti samsarici. Pensando stoltamente di possedere la pietra filosofale, non possiedi neppure un frammento di quella pietra filosofale».

Il maestro indica il cammino dall’ascesi esteriore alla coscienza infinita

Dunque, egli disse: «Quando ti sei ritirato nella foresta, non hai distrutto la tua identificazione con la mente. Questo è stato il tuo errore. L’incomprensione è sorta di nuovo e ti ha nuovamente intrappolato».

Poi disse:

«O re, perché non hai ascoltato le sagge parole di tua moglie Chudala, che conosce realmente la verità? Ella è tra coloro che meglio conoscono la natura della coscienza unica e le sue azioni non contraddicono le sue parole. Tutto ciò che dice è una verità che vale la pena mettere alla prova nella pratica. Ma anche se prima non l’hai ascoltata, perché non hai rinunciato davvero a tutto?»

Sikhidhvaja disse:

«Ho abbandonato il regno, il palazzo, l’intero paese e mia moglie. Perché dunque pensi che io non abbia abbandonato tutto?»

Il giovane asceta (Chudala) disse:

«La ricchezza, la moglie, il palazzo, il regno, la terra, l'ombrello regale e tutti i tuoi parenti: tutto ciò non è affatto tuo, o re, e rinunciarvi non significa rinunciare a tutto! C'è ancora qualcosa che sembra appartenerti e a cui non hai rinunciato, sebbene rinunciarvi sia la forma più elevata di rinuncia. Rinuncia completamente a questo, senza lasciare alcun residuo, e troverai la libertà dalle sofferenze».

La ricerca della vera rinuncia

Sikhidhvaja disse:

«Se l'intero regno con tutto ciò che contiene non è mio, allora rinuncio a questa foresta e a tutto ciò che vi si trova».

Detto questo, Sikhidhvaja rinunciò mentalmente alla foresta.

In risposta alle parole dell'asceta, secondo cui tutte queste cose non erano comunque sue e dunque non aveva senso rinunciarvi, Sikhidhvaja disse:

«Va bene, allora questa misera capanna è ora tutto per me, ed è mia. Abbandono anche questa. Ora ho certamente rinunciato a tutto!»

Il giovane asceta (Chudala) disse:

«Tuttavia, nemmeno questa è tua. Come puoi dunque avervi rinunciato? Rimane ancora qualcosa a cui non hai rinunciato, ma la cui rinuncia costituisce la forma più elevata di rinuncia. Rinunciando a questo, otterrai la libertà dalle sofferenze».

Sikhidhvaja disse:

«Se neppure questo è mio, allora rinuncio al mio bastone, alle pelli e così via».

Detto questo, balzò in piedi. Mentre il giovane asceta osservava tranquillamente, Sikhidhvaja raccolse tutto ciò che possedeva e accese un enorme falò. Gettò il suo rosario dicendo: «Sono libero dall'illusione che la ripetizione dei mantra sia sacra e non ho più bisogno del rosario». Bruciò la pelle di tigre sulla quale praticava la meditazione. Gettò nel fuoco il suo recipiente per l'acqua.

Disse tra sé: «Rinuncio una volta per tutte a tutto ciò a cui si deve rinunciare, altrimenti riprenderà vigore. Una volta per tutte getto ogni cosa nel falò».

Avendo deciso così, Sikhidhvaja raccolse tutto ciò che gli restava e lo bruciò.

Poi Sikhidhvaja appiccò il fuoco alla capanna che aveva costruito in precedenza. Quindi raccolse quel poco che gli era rimasto e bruciò anche quello. Bruciò tutto, compresi i propri abiti. Spaventati, perfino gli animali fuggirono dal fuoco.

Sikhidhvaja brucia i propri beni nel falò della rinuncia esteriore

Sikhidhvaja disse al giovane asceta:

«Risvegliato da te, o figlio degli dèi, ho abbandonato tutte le concezioni che avevo sostenuto per così tanto tempo. Ora ho compreso fermamente la conoscenza pura e benedetta. La mia mente si distoglie da tutto ciò che potrebbe essere causa di attaccamento e rimane in equilibrio. Ho rinunciato a tutto. Sono libero da ogni legame. Sono in completa pace con me stesso. Sono un vincitore. L'aria è la mia veste, lo spazio è la mia dimora e io stesso sono simile al vuoto. Esiste qualcosa al di là di questa rinuncia, o figlio degli dèi?»

Il giovane asceta (Chudala) disse:

«Non hai rinunciato a tutto, o re. Perciò smetti di fare lo sciocco e di comportarti come se stessi godendo della beatitudine della rinuncia suprema! Come prima, possiedi ancora qualcosa a cui non hai rinunciato, ma che costituisce la parte migliore della rinuncia. Solo quando anche questo sarà abbandonato senza lasciare traccia raggiungerai lo stato supremo, libero dalle sofferenze».

Questo è un punto molto importante. Anche nell'animo dei praticanti che rinunciano a molte cose ne rimangono molte altre a cui non rinunciano. Ognuno dovrebbe riflettere anche su questo. Ma proprio dalla misura in cui siamo capaci di rinunciare interiormente a queste cose dipende moltissimo: dipende l'essenza stessa della realizzazione.

La rinuncia al corpo e la scoperta della vera rinuncia

Dopo aver riflettuto per qualche tempo, Sikhidhvaja disse:

«Rimane una sola cosa, o figlio degli dèi: questo corpo, ricettacolo dei serpenti velenosi degli organi di senso e composto di sangue, carne e così via. Rinuncio anche a esso e lo distruggerò per conseguire la rinuncia completa».

Quando stava per mettere in atto la sua decisione e gettarsi nel falò, il giovane asceta disse:

«O re, perché vuoi distruggere questo corpo innocente? Abbandona la tua irritazione: questo corpo ascetico è inerte e privo d'intelligenza. Non ha alcuna relazione con ciò che tu sei. Perciò non cercare di distruggerlo. Questo corpo rimane qual è: inerte e ottuso. Altri corpi ed energie lo spingono ad agire. Il corpo non è responsabile delle sensazioni di piacere e dolore. Inoltre, la distruzione del corpo non è affatto rinuncia totale. Al contrario, stai gettando via qualcosa che può aiutarti nella rinuncia! Se sei capace di rinunciare a ciò che agisce attraverso il corpo, a ciò che fa muovere questo corpo, allora rinuncerai completamente a tutti i peccati e a tutte le tentazioni e raggiungerai la rinuncia totale. Se rinuncerai a questo, sarà una rinuncia a tutto, compreso il corpo. Altrimenti, i peccati e le tentazioni saranno vinti solo temporaneamente, per poi riprendere vigore. Solo questa è la rinuncia totale: la rinuncia a ciò che è tutto, a ciò che è l'unica causa di tutto ciò che esiste qui e in cui è contenuto tutto ciò che ci circonda».

Il giovane asceta impedisce a Sikhidhvaja di distruggere il corpo innocente

Sikhidhvaja lo implorò:

«O saggio, ti prego, dimmi che cos'è ciò a cui bisogna rinunciare?»

Il giovane asceta disse:

«O re! È la tua mente, che non è né inerte né non inerte e che dimora nell'ignoranza, la quale è “tutto”. La mente è falsa conoscenza, è l'essere umano, è il mondo, è tutto. È il seme da cui germogliano il regno, il corpo, la moglie e tutto il resto. Solo quando si rinuncia a questo seme si compie la rinuncia totale a ciò che esiste nel presente e persino nel futuro!

La mente come radice e seme del ramificato mondo dei fenomeni

Tutto questo — il bene e il male, il regno e la foresta — causa sofferenza a chi è sotto l'influsso della mente e dona un'immensa beatitudine a chi vive nello stato di non-mente. Come un albero oscilla sotto le raffiche del vento, così il corpo oscilla sotto le raffiche dei pensieri. Tutto ciò che viene sperimentato dagli esseri (vecchiaia, morte, nascita ecc.), compresa la fermezza dei saggi, non è altro che modificazione mentale. Questa mente viene chiamata in vari modi: ego, anima, cosmo e così via. Abbandonarla è la rinuncia totale a tutto. Non appena si rinuncia a essa, la verità si rivela. Tutti i concetti di unità e molteplicità qui cessano. Rimane la quiete.

D'altra parte, rinunciando a ciò che non è tuo, crei una divisione dentro di te. Se rinunci a tutto, allora tutto esiste nel vuoto dell'unica coscienza infinita. Dimorando in questo stato di rinuncia totale, come una lampada a olio priva d'olio, risplendi della luce suprema, come una lampada accesa. Anche dopo aver rinunciato al regno, tu continui a esistere. Allo stesso modo, quando rinuncerai all'ego/mente, questa coscienza infinita continuerà a esistere. Sebbene tu abbia bruciato ogni cosa in questo enorme falò, non sei cambiato in alcun modo. Anche quando rinuncerai all'ego/mente, non avverrà alcun cambiamento. Chi ha rinunciato a tutto non teme la vecchiaia, la morte e i cataclismi della vita. Solo questa è beatitudine infinita. Tutto il resto è terribile sofferenza. OM! Accetta questa verità e fa' ciò che vuoi. La verità suprema della conoscenza della propria natura risiede nella rinuncia totale, proprio come i gioielli sono custoditi nel vuoto assoluto di un vaso. Grazie alla rinuncia totale a tutto, il Buddha raggiunse uno stato al di là dei dubbi e dei problemi. Perciò, o re, dopo aver rinunciato a tutto, rimani nella forma e nello stato in cui ti troverai. Rinuncia persino al concetto “ho rinunciato a tutto” e rimani nello stato di suprema quiete».

Finché nell'uomo cresce il seme egoistico della vita individuale, questo seme continuerà a dare frutti; ma quando viene reciso mediante una comprensione impeccabile, l'autoliberazione e l'abbandono di sé, cessa di dare frutti e non ne produce più alcuno, se non l'illuminazione.

Dimorare nello specchio della mente

Che cosa significa assenza di rinuncia? L'assenza di rinuncia significa che una persona, non possedendo la capacità o non comprendendo come dimorare nello specchio, dimora nei riflessi, cioè nei propri molteplici stati interiori, che generano continuamente in lei tendenze diverse.

Al contrario, quando lo yogin dimora nello specchio luminoso e risvegliato della mente, in lui sorge l’autentico spirito della vera rinuncia. Egli non si identifica più con nessuno dei propri riflessi.

La coscienza risvegliata dimora nel limpido specchio della mente

A volte una persona pensa: «Se praticherò molto, farò pranayama o praticherò in ritiro, avrò moltissima energia e grandissime capacità».

In realtà, molto dipende dallo stato mentale in cui dimori nella vita quotidiana: se ogni giorno ti trovi nello stato dello specchio oppure se lo perdi e non dimori in uno stato di rinuncia. Quando è presente lo spirito di rinuncia e di liberazione, in voi si accumula un’enorme energia. E questa energia vi nutre continuamente. È proprio grazie a essa che potete sciogliere e liberarvi degli ostacoli, dei limiti e dei karma esistenti.

Il vero yogin vive di Dio e soltanto di Dio. Grazie a ciò sviluppa una grande rinuncia.

Come risultato di tale rinuncia, in lui sorge dapprima la fede in questo stato e poi la devozione a esso. E la devozione, alla fine, raggiunge la grande devozione e diventa una continua resa di sé. Quando la resa di sé incenerisce tutti i karma, si trasforma nel riconoscimento di sé.

Per esempio, quando una persona incontra certe difficoltà nella pratica spirituale, ciò non accade perché le difficoltà esistano realmente. Io le dico: «Guardiamo alla radice del problema; non analizziamo i dettagli di queste difficoltà. Il problema è semplicemente che non ti trovi nell’estasi dell’amore per Dio. Non appena riuscirai a dimorarvi, guardando i tuoi problemi con gli occhi di questo stato, vedrai che non esistono. E finché non risolverai questo problema alla radice, tutti gli altri problemi continueranno a tormentarti. Li risolverai, ma torneranno di nuovo».

Ciò non significa che tutti i problemi si risolveranno come per magia. Ma si può garantire con certezza che scompariranno per voi a livello dello stato mentale, nell’anima.

C’era un maestro tibetano che teneva lezioni. Le teneva in modo molto dettagliato e scrupoloso, descrivendo, sulla base di antichi testi, la condizione degli inferni, il karma, la sofferenza degli esseri viventi e così via. A volte le lezioni iniziavano alle nove e terminavano verso le quattro o le cinque del mattino, protraendosi per molte ore. E gli allievi laici che le ascoltavano erano semplicemente esasperati. Pensavano: «Come si possono tenere queste lezioni così a lungo?!» Persino il solo fatto di stare seduti sul pavimento per così tanto tempo era una vera prova. Ma poi compresero che in realtà non si trattava di lezioni, bensì di una vera pratica volta a capovolgere la coscienza e a rinunciare a ciò che essi erano. Molti traevano un enorme beneficio da quelle lezioni proprio perché venivano condotte in quel modo.

Allo stesso modo, quando ci rapportiamo correttamente al Dharma e siamo capaci di lasciarlo entrare nella nostra vita affinché ci permetta di rinunciare a tutto, questo Dharma ci dona tutto ciò che è possibile.

I Tre Gioielli

Che cosa significa il mantra del Rifugio?

Significa: «Prendo Rifugio nel maestro spirituale» — «Namo Guru Deva».

Dal punto di vista relativo, il guru è il maestro con cui entrate in contatto spirituale attraverso il lignaggio di trasmissione. È anche il lignaggio di trasmissione stesso. In ultima analisi, si scopre che il guru siete voi stessi, è il vostro Sé superiore che scoprite.

Il Dharma è l’insegnamento attraverso il quale vi sviluppate. A un livello più sottile, è la vostra chiarezza conoscitiva, la coscienza intuitiva che comprende Brahman.

Il Sangha è costituito dai fratelli e dalle sorelle nel Dharma legati dal samaya, con i quali condividete il cammino. In ultima analisi, è il lignaggio di trasmissione, l’insieme di tutti i santi, i risvegliati, i rishi e i siddha, nonché la dimensione della visione pura, trasformata nella vostra coscienza non duale.

In altre parole, quando prendiamo Rifugio, la comprensione dei Tre Gioielli o dei Tre Tesori si dispiega davanti a noi a livelli sempre più profondi.

Quando prendiamo Rifugio, che cosa significa in generale? È molto importante non limitarsi a ripetere formalmente alcune formule magiche in sanscrito, considerandosi un grande mago, ma comprendere il significato di ciò che si fa. Questo è molto importante.

Il significato del Rifugio

Qual è il significato del Rifugio?

Il Rifugio significa che cerchiamo di creare un legame, di stabilire un contatto con qualcosa, che cerchiamo di orientare in una direzione precisa e concreta il vettore che dà senso alla nostra vita.

Non è tanto che troviamo Rifugio, quanto piuttosto che lo cambiamo, perché già adesso abbiamo un rifugio, ma è un rifugio nelle illusioni. Ognuno di noi, prima di aver preso Rifugio nei Tre Gioielli, nell’insegnamento, nel maestro spirituale e nel sentiero, aveva già una moltitudine di rifugi. Tutti lo comprendono. Può essere un rifugio negli obiettivi mondani, nel proprio ego, nel lavoro, nelle proprie speranze e nei propri progetti, vale a dire un rifugio in una sorta di illusione psichica.

Quando prendiamo Rifugio, significa che cerchiamo di trovare un nuovo rifugio in qualcosa di più profondo, di orientare il senso della nostra vita verso qualcosa di estremamente importante. Perciò, a mio avviso, prendere Rifugio è una data molto significativa nella vita. È persino più importante del compleanno, poiché nel momento in cui prendiamo Rifugio spostiamo un determinato vettore della nostra vita verso un nuovo sentiero che abbiamo scelto.

Il cammino verso il Rifugio nel maestro, nel Dharma e nella comunità spirituale

Alcuni dicono persino: «Il Rifugio elimina immediatamente il trenta per cento del prarabdha karma, mentre il nome spirituale ne elimina il cinquanta per cento». L’ho sentito dire, anche se non so come si possa calcolare tutto questo, dato che ogni persona è unica. In fin dei conti, non dipende da un atto formale, ma da ciò che avviene nel vostro cuore, nella vostra anima. Il Rifugio più importante, proprio come il nome spirituale, viene accolto nel cuore. Perciò, quando recitiamo il mantra del Rifugio, è come se confermassimo una determinata scelta: confermiamo di essere stanchi di cercare rifugio nelle illusioni e nei nostri stessi limiti e di voler prendere rifugio in qualcosa di reale, ossia nel sentiero spirituale che conduce al risveglio. Questo è il significato di questa formula.

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