Commento al testo «Yoga Vasishtha», capitolo 6.11
La storia di Sikhidhvaja e Chudala. Nel testo «Yoga Vasishtha» c’è un capitolo che si intitola «La storia di Sikhidhvaja e Chudala». In esso si racconta di un re che governava il regno di Malva nei tempi antichi. Questo re era molto nobile e possedeva tutti i segni della grandezza regale. Perse il padre presto, ma fin dalla giovane età riuscì ad affermare la propria indipendenza e a governare il regno con l’aiuto dei ministri.
Quando crebbe, gli fu presentata una principessa del regno di Saurashtra. Questa principessa si chiamava Chudala. Quando si sposarono, si amarono moltissimo. Avevano interessi comuni, si divertivano insieme nei giardini, e si dice che ciascuno fiorisse nel cuore dell’altro, come se lo stesso Vishnu con la sua consorte Lakshmi fosse disceso sulla Terra. Così passarono molti anni, e nella loro vita non vi fu nemmeno un momento spiacevole.
Ma un giorno cominciarono a riflettere: «C’è qualcosa di permanente nel nostro mondo? Poiché il mondo è impermanente, tutto cambia, e noi siamo mortali». Giunsero alla conclusione che solo l’autorealizzazione e la pratica offrono la possibilità di superare le sofferenze, perciò cominciarono a dedicarsi sempre di più alla pratica spirituale. Ricevevano istruzioni dai saggi e poi studiavano insieme i testi sacri.
L’illuminazione della regina Chudala
La regina rifletteva molto spesso sulla natura della coscienza:
«Io dico “io”, ma che cos’è questo “io”? Da dove è sorta l’ignoranza, come nasce l’illusione, perché mi riconosco come corpo, ma non mi riconosco come Assoluto?»

Praticava la meditazione della disidentificazione dal corpo e la ricerca dell’Assoluto. Dedicandosi con grande impegno a questo jnana-yoga, un giorno giunse alla comprensione di se stessa come pura, suprema Coscienza, che sembra riversarsi nella personalità individuale. Comprese che il soggetto e l’oggetto sono cose irreali e alla fine raggiunse l’illuminazione. Questa esperienza fu così intensa che provò una gioia enorme, e un giorno esclamò:
«Alla fine ho raggiunto ciò che vale la pena raggiungere. Ora questo è impossibile da perdere. La mente, i sensi: tutto questo è soltanto riflesso della Coscienza. Sono irreali, e tutto dipende dalla Coscienza. Esiste soltanto questa Coscienza suprema. Questa Coscienza viene chiamata in modi diversi: Brahman, il supremo “Sé”. In essa non vi è divisione tra soggetto, oggetto e le loro interrelazioni».
Dimorando in un grande sentimento di gioia e beatitudine, cantava una canzone:
«Io sono pura Coscienza, onnipresente e priva del senso dell’ego. Per questa Coscienza non esistono né nascita né morte. È impossibile distruggerla, perché è simile allo spazio. Inoltre non può essere né tagliata né bruciata, poiché è pura luce di consapevolezza, senza alcun difetto».
Cantava:
«Sono libera da tutte le illusioni, dimoro in una calma incrollabile. Tutti i demoni, gli dèi e i diversi esseri, in sostanza, non sono creati, poiché non sono diversi dalla Coscienza. Tutte le forme esteriori sono illusorie, come i soldatini d’argilla sono prima di tutto argilla, e non soldati. Rimango nel nirvana, senza il minimo turbamento del pensiero, avendo compreso che tutto ciò che esiste è la mia pura coscienza. Non c’è né “questo”, né “io”, né “altro”.
Avendo compreso ciò, Chudala si stabilì nell’illuminazione. Giorno dopo giorno la regina diventava sempre più immersa in se stessa, godendo sempre di più della beatitudine di quello stato. Scomparvero in lei tutti gli attaccamenti e i desideri mondani. Non rinunciava a nulla, ma non aspirava neppure a nulla all’esterno, avendo scoperto questo spazio. Era completamente libera e naturale nel suo comportamento, spontanea nelle sue azioni. Tutti i suoi dubbi cessarono, poiché aveva attraversato l’oceano dell’esistenza e si era stabilita in uno stato incomparabile, che cresceva sempre di più.

Vedendo come risplendeva e quanto fosse pacificata, suo marito Sikhidhvaja chiese:
«Risplendi in modo così insolito. Sembra che tu abbia ottenuto una nuova giovinezza. Non hai alcun desiderio, sei colma di beatitudine. Dimmi, che cosa ti è accaduto? Probabilmente hai raggiunto qualcosa che è molto difficile raggiungere?»
Chudala rispose:
«Sebbene abbia raggiunto il vuoto, l’ho lasciato e ho assunto una certa forma. Dimoro nella verità, e non nell’inganno delle illusioni esteriori, perciò risplendo. Godo dei piaceri, ma al tempo stesso non ne godo. Non cedo né alla gioia né all’indignazione, perciò risplendo. Anche quando mi trovo in un bellissimo giardino, rimango salda nella mia consapevolezza, e non nel godimento dei piaceri. Possiedo l’intero universo, perciò risplendo. Io sono QUELLO, ma in senso vero in realtà non esisto, perciò sono e non sono allo stesso tempo. Io sono tutto, ma sono anche nulla, perciò risplendo. Sono soddisfatta di ciò che accade senza sforzo, perciò risplendo. E tutto ciò che vedo con questi occhi, percepisco con questi sensi, in realtà, non lo vedo: lo vivo soltanto come unità».
Il re Sikhidvaja non fu in grado di comprendere le parole della regina, ne rise e disse:
«Sei proprio come una bambina: balbetti senza capire tu stessa cosa dici. Avendo lasciato qualcosa per il nulla, sei sia quello sia nulla... Ma che significa? È una specie di delirio, non un insegnamento».
E reagì con grande diffidenza alle parole di Chudala:
«Tu dici: “io non sono il corpo e allo stesso tempo non sono nemmeno qualcos’altro”, “io sono tutto e io sono nulla”, “non vedo ciò che vedo” e “vedo qualcos’altro”. Ma è una specie di delirio! Non pensarci, continua a goderti la vita regale e tutto ciò che ti è stato dato, e io ti aiuterò in questo».

Questa fu la reazione di Sikhidvaja alle sue parole.
Detto ciò, il re se ne andò a occuparsi dei suoi affari, e Chudala pensò:
«Peccato che non riesca a comprendere il mio stato di coscienza».
L’acquisizione dei siddhi e il ritiro del re nella foresta
Dopo qualche tempo ella acquisì i siddhi del movimento nello spazio, eseguendo la pratica del controllo dei prana (il vento vitale), cioè la capacità di sollevarsi e librarsi nello spazio. Dedicandosi al controllo del vento, ai pranayama e al lavoro con i chakra, riuscì a raggiungere un controllo molto elevato del vento, perciò continuò la sua sadhana in segreto e invisibile al re. E, sebbene anche il re continuasse la pratica, non comprendeva affatto il livello della sua sposa.
Per esempio, se uno yogin può sollevare l’energia kundalini e, con l’aiuto delle pratiche, mantenerla al di sopra della sommità del capo a una distanza di venti dita, può sperimentare diverse esperienze, trasferire il proprio corpo sottile nel corpo di un altro, condurlo nel samadhi, librarsi nello spazio. Tutto ciò è la pratica dello shakti-yantra, legata al controllo dei venti e dei canali. Quando uno yogin porta alla perfezione la propria pratica, può governare con successo la propria energia, se non ha ostacoli. Di solito tutti parlano dell’innalzamento dell’energia fino alla sommità del capo, ma sopra la sommità esiste ancora un altro centro: il centro del corpo astrale, e i poteri soprannaturali sono principalmente legati all’ingresso del prana proprio in questo centro sopra la sommità.
Chudala acquisì anche la capacità di rendere il proprio corpo minuscolo o enorme, governando il vento attraverso l’anahata-chakra.

Quando una persona raggiunge il controllo del vento, può disgregare il proprio corpo in atomi fino allo stato di vento sottile, e poi ricomporlo di nuovo. È come se lo bruciasse con il fuoco sottile che sorge nell’anahata-chakra, e poi, quando lo desidera, riunisce nuovamente la coscienza con la terra e l’acqua, assumendo una forma fisica.
E tutto questo la regina Chudala riuscì a raggiungerlo continuando la propria pratica. Talvolta entrava nel samadhi in modo tale che il suo corpo era come un tronco, il respiro si fermava, ed ella stessa dimorava in una dimensione molto profonda del nirvana. Talvolta viaggiava nel cielo, sugli oceani, vagava sulla terra, senza tuttavia lasciare il castello di suo marito. Poteva anche trasferire facilmente la coscienza in qualsiasi oggetto: un albero, una pietra, una montagna, l’erba. Talvolta visitava i palazzi celesti, comunicando con gli dèi o con i saggi illuminati.
E sebbene avesse in qualche modo tentato di aiutare il marito affinché raggiungesse l’illuminazione, tutto ciò fu inutile. Egli continuava a ridere della sua stoltezza, e Chudala decise di non mostrare le proprie capacità davanti a lui, ritenendo inutile, finché la coscienza non fosse maturata, “gettare perle ai porci”.
Il principio del samaya
Di solito, nella pratica tantrica parliamo del principio del samaya. Non è che pensiamo con arroganza che, per così dire, sia inutile qui davanti a voi “gettare perle ai porci”. Il principio del samaya significa che, naturalmente, dobbiamo rispettare tutti gli esseri viventi, indipendentemente dal loro livello spirituale. Tuttavia, il principio del samaya significa che parliamo degli aspetti sottili dell’insegnamento solo nel caso in cui una persona abbia una coscienza pronta, se è positiva, aperta e vi si rapporta in modo sacro, con pieno rispetto. Per entrare nella trasmissione dell’insegnamento, naturalmente, il discepolo fa sorgere in sé tale stato di legame samaya, perché se lo stato di legame samaya non è sorto, allora l’insegnamento “cade” su un terreno impreparato.
Il legame samaya presuppone che in noi vi siano sincerità, positività, fiducia, apertura, visione pura e grande rispetto per l’insegnamento che seguiamo, per i nostri compagni con cui pratichiamo (fratelli e sorelle samaya), per il maestro spirituale e per la linea di trasmissione. Cioè, ci rapportiamo in modo molto serio e rispettoso a ciò che seguiamo, poiché da quali legami costruiremo dipende, né più né meno, la nostra vita, il nostro destino per molti anni e perfino per vite future. Il legame samaya è una cosa con cui non si scherza, cioè ci si rapporta ad esso molto profondamente, molto seriamente. Nell’antichità, i santi, prima di trasmettere un qualche insegnamento profondo, verificavano sempre la capacità del discepolo di osservare il legame samaya. Se invece il legame samaya non può realizzarsi, allora, naturalmente, neppure la trasmissione dell’insegnamento può realizzarsi.
Dunque, il re Sikhidhvaja era assorbito dalle illusioni, ma alla fine cadde in una profonda depressione che nulla riusciva a dissipare. Cominciò a cercare la solitudine e ad assolvere i suoi doveri in modo formale. Iniziò a svolgere diverse pratiche ascetiche, punendo se stesso e il proprio corpo; distribuiva molti beni sotto forma di donazioni, ma questo non gli dava alcun sollievo.
Dopo lunghe riflessioni disse a Chudala:
«Per lungo tempo ho goduto del governo e dei piaceri della vita regale, ma voglio diventare asceta e andare nella foresta».
Chudala disse:
«La vita nella foresta si addice a una persona in età avanzata, non a un uomo della tua età. Alla tua età è più adatta un’altra vita. Quando saremo vecchi, abbandoneremo entrambi questa vita e andremo nella foresta!»
Ella contava comunque sul fatto che sarebbe riuscita a illuminare la mente del marito.
Ma Sikhidhvaja insisteva e disse:
«Ti prego, non mettermi i bastoni tra le ruote. Sei ancora una bambina e non devi darmi ordini. Perciò resta qui e governa il regno, mentre io seguirò il cammino dell’illuminazione».
Chudala rifletté e disse:
«Tu vuoi lasciare il tuo elefante a casa e andare a cercarlo nella foresta... Ma se è ciò che vuoi, allora va’».

La vita ascetica di Sikhidhvaja
Il re lasciò il suo castello con il pretesto di ispezionare la città, e si allontanò molto dalla città, nella foresta, sul monte Mandara. Là si costruì una capanna, raccolse tutto ciò che riteneva necessario per la vita ascetica: un bastone di bambù, un piatto per mangiare, un recipiente per l’acqua, un vassoio per i fiori (per i rituali), un rosario, un po’ di vestiti e una pelle di tigre su cui potersi sedere e meditare.
Di solito gli yogi tantrici usavano una pelle di cervo, una pelle di tigre o l’erba kusha, che possiede un potere magico nella pratica.
Sikhidhvaja trascorreva tutto il suo tempo nella recitazione dei mantra e nelle offerte rituali; inoltre digiunava e viveva in modo molto ascetico nella sua capanna. Così visse per moltissimo tempo, senza nemmeno ricordarsi del suo regno, nella speranza di raggiungere l’illuminazione.
Chudala annunciò ai cortigiani che il re era partito per una “lunga missione” in un altro Stato, e governò il regno da sola. Ma un giorno, dopo diciotto anni, decise di vedere come andavano le cose per il re. Chudala vide che la coscienza di suo marito era ormai matura per trasmettergli il dharma.
L’incontro con il giovane asceta
Di notte lasciò il suo palazzo e volò, usando i suoi poteri magici, là dove dimorava suo marito. Raggiunse in volo il monte Mandara e vide suo marito profondamente cambiato: dimagrito, annerito dalla pratica ascetica, sfinito, quieto, solitario, immerso nella disperazione, perché la sua pratica non aveva dato alcun frutto.
Allora Chudala pensò:
«Sì, eccoli qui: i frutti della stupidità! Solo gli sciocchi arrivano a uno stato come quello in cui si trova ora il re. Con i suoi stessi errori si è cacciato da solo in questa situazione. Forse ora lo aiuterò a raggiungere l’illuminazione?»

Pensò che, se fosse andata da lui nel suo aspetto, egli non l’avrebbe accolta. Allora creò un altro corpo illusorio e apparve davanti a lui sotto le sembianze di un giovane asceta, scendendo proprio dinanzi a suo marito. Sikhidvaja lo scambiò per un angelo celeste e lo accolse con grande cordialità.
Chudala, nella forma del giovane asceta, disse:
«Sono figlio del saggio Narada. Una volta il saggio Narada vide una delle ninfe celesti nude e manifestò un sottile desiderio. Dalla forza della sua mente e dall’energia di quella ninfa sono nato io».
Sikhidvaja ci credette e chiese istruzioni a quell’asceta. Disse:
«Figlio degli dèi, tu conosci già tutto ciò che esiste. Io sono il re Sikhidvaja, ho lasciato il mio regno. Temo questo incessante ciclo di vita e morte, in cui ognuno sperimenta continuamente l’alternarsi di dolore e piacere, vita e morte. Sebbene abbia tormentato il mio corpo, abbia vagato ovunque e mi sia dedicato alla pratica, non ho ancora raggiunto l’illuminazione, non ho trovato la felicità né il samadhi. La mia mente è ancora inquieta; anche se non cerco vantaggi e non sono attaccato a nulla, dentro di me non sono comunque colmo, poiché non ho ancora conseguito l’illuminazione. Mi sono dedicato molto intensamente a ogni sorta di yoga senza interruzione per molti anni, ma sperimento e ottengo soltanto tristezza».
Istruzioni sulla conoscenza e sulla pratica
Chudala, nella forma del giovane asceta, gli disse:
«Ho ricevuto istruzioni da molti saggi. E quei saggi con cui ho comunicato mi hanno trasmesso la conoscenza. Chiesi loro: “Che cosa è superiore: la pratica delle tecniche o la conoscenza della propria natura?” Essi risposero: “Senza dubbio, la conoscenza della propria natura è superiore, poiché solo attraverso di essa si può conoscere ciò che solo esiste. D’altra parte, le varie pratiche descritte sono utili; tuttavia non sostituiranno la conoscenza della vera natura. Se non c’è conoscenza, certo, è utile eseguire le pratiche. È come quando non si hanno bei vestiti: bisogna indossare quelli che capitano”».

E poi Chudala continuò a dare tali insegnamenti:
«Né i limiti, né l’ego, nulla è reale. Gli sciocchi vengono semplicemente presi nei risultati delle proprie azioni a causa delle tendenze presenti nella loro mente. Quando si rinuncia alle tendenze, l’azione diventa non-azione, indipendentemente dal fatto che sia buona o cattiva. Persino gli dèi (Brahma e gli altri) dichiarano che solo la conoscenza è superiore a tutto. Perché dunque rimani uno sciocco? Perché pensi che “questo è quello” e “questo è questo”, e continui ad agitarti nel mare della stupidità? Perché non ti interroghi: “chi sono io?”, “come è apparso questo mondo?”, “come scompare?”. Perché non raggiungi l’illuminazione, comprendendo il principio dei meccanismi del vincolo e della liberazione? Perché sprechi la tua vita in inutili tormenti del corpo e in tutte queste pratiche rituali, quando non ti portano beneficio? Solo in compagnia dei saggi, servendoli e interrogandoli, puoi conoscere la natura del tuo “Io”.
Gli shastra dicono che il principio più importante per raggiungere l’illuminazione è la compagnia dei saggi o delle persone che hanno conosciuto. Che cosa significa la compagnia dei saggi? Dal nostro punto di vista significa acquisire lo stato di trasmissione, acquisire una comunicazione corretta. Trovandosi nei propri limiti, è molto difficile uscire da tali limiti; ma se entriamo in contatto con una coscienza che ci supera, allora cominciamo a vedere i limiti in cui dimoriamo.
E Sikhidvaja disse:
«Sì, o saggio, mi hai risvegliato! Voglio abbandonare la mia stupidità e ti accetto come maestro. Ti prego, rivelami ciò che sai».
Il giovane asceta disse:
«Se sarai in grado di ascoltare e seguire le mie parole, allora ti rivelerò l’insegnamento, poiché se l’interlocutore non intende ascoltare, rispettare e assorbire l’insegnamento, tutto questo è inutile».

Questo è il principio del samaya.
Un giorno un discepolo si recò da un maestro e disse: «Ti prego, indicami il cammino, dammi un insegnamento». Il maestro chiese: «Seguirai le mie istruzioni?» Il discepolo disse: «Sì, le seguirò». Allora il maestro disse: «Bene, vediamo se sei capace di seguirle. Ecco una grotta per te: stabilisciti lì e per tre anni pratica la concentrazione; poi parleremo degli insegnamenti».
I metodi di insegnamento dell’antichità erano diversi; talvolta i discepoli superavano moltissime difficoltà di vario genere per ricevere l’insegnamento. L’insegnamento non era così facile da ottenere. Oggi possiamo trovare su internet un testo qualsiasi e leggerlo, ma un tempo non era affatto così. E una situazione del genere era piuttosto comune. Questo approccio si giustificava, perché nel corso di tale preparazione preliminare il discepolo sviluppava in sé le qualità necessarie, preparandosi a un livello ancora più elevato.
Dunque, Chudala, vedendo il desiderio di Sikhidvaja di ricevere l’insegnamento, cominciò a dargli istruzioni.
Ella disse:
«Tu ti sei distolto da tutto e sei venuto in questa foresta remota. Tuttavia ti è rimasta una certa cosa che non hai mai abbandonato: il tuo senso dell’ego. Quando il cuore lascia in pace la mente e i movimenti del pensiero, giunge alla comprensione dell’Assoluto. Ma tu sei ancora perseguitato dai pensieri della rinuncia, e la rinuncia stessa alimenta il tuo ego; perciò non hai quiete, in te non sorge una rinuncia autentica. Tali inquietudini e movimenti del pensiero riempiono la tua mente, perciò non trovi la felicità. Se i pensieri sono ancora in movimento e tu ti identifichi con essi, come si può dire che tu abbia rinunciato a qualcosa? Nella mente agitata dai pensieri sorgono subito tutti e tre i mondi. E finché c’è un tale movimento dei pensieri e l’identificazione con essi, non vi è alcuna rinuncia, alcun distacco. Non appena nel tuo cuore sorgono pensieri, la rinuncia abbandona il tuo cuore».

Poi il giovane asceta disse:
«Devi rinunciare completamente a tutto. Perché non hai ascoltato le parole di tua moglie Chudala, che conosce la verità? Perché davvero non hai rinunciato a tutto?»
Sikhidvaja cominciò a obiettare:
«No, io ho rinunciato, ho lasciato il regno, il palazzo, l’intero paese e mia moglie. Perché pensi che io non abbia lasciato tutto?»
L’asceta cominciò a dire:
«Ricchezza, moglie, palazzo, regno, terra, insegne del potere regale, tutti i tuoi parenti: nulla di tutto questo è tuo, o re. Rinunciare a essi, in realtà, non è rinuncia!»
Il re era nell’illusione del possesso. Riteneva che qualcosa gli appartenesse. Ma se comprendiamo più a fondo la nostra condizione in questo mondo, vedremo che in realtà non ci appartiene poi così tanto. Affermare seriamente di aver rinunciato a qualcosa è come se diceste: «Ho deciso di rinunciare alla banca nazionale americana». Per rinunciare davvero a qualcosa, bisogna possederlo. Ma in realtà non possediamo nemmeno il nostro corpo; piuttosto, lo abbiamo in affitto, perché il possesso presuppone il pieno controllo su di esso. E chi può controllare il proprio corpo? Quando vuole mangiare, è costretto a mangiare. Quando vuole dormire, è costretto a dormire. Quando si ammala, si ammala; e quando muore, è difficile fermarlo, quasi impossibile. Perciò il nostro possesso di qualsiasi cosa in questo mondo è un concetto molto relativo.
E Chudala lo fece notare a Sikhidvaja. Ella disse:
«Ma c’è ancora qualcosa che ti sembra tuo e a cui non hai rinunciato».
Sikhidvaja disse:
«Va bene, che il regno e il resto non siano miei; allora rinuncio a questa foresta e a tutto ciò che vi si trova».
Così Sikhidvaja rinunciò mentalmente alla foresta, verso la quale aveva un sottile attaccamento.
Allora l’asceta disse che neppure la foresta era sua, perciò non aveva senso rinunciarvi.
Sikhidvaja disse:
«Questa capanna ora è mia; lascio anche questa».
Al che Chudala disse:
«Neppure questo è tuo. Rimane ancora qualcosa a cui non hai rinunciato, qualcosa che costituisce l’essenza stessa del principio della rinuncia. Rinunciando a questo, otterrai la libertà».
Sikhidvaja disse:
«Va bene, se neanche questo è mio, rinuncio al mio bastone, alle mie pelli, al rosario, insomma a tutto ciò che c’è».
Detto questo, balzò in piedi dal suo posto, raccolse tutto ciò che aveva e accese un enorme falò. Vi gettò il suo rosario, bruciò la sua pelle di tigre sulla quale praticava le meditazioni, bruciò la sua brocca per l’acqua (possedeva pochi beni: una brocca per l’acqua, un bastone e una pelle di tigre).
Disse:
«Ora sono libero dalle illusioni! Rinuncio alla ripetizione dei mantra, ai rituali. Rinuncio a tutto ciò a cui bisogna rinunciare, una volta per tutte, perché altrimenti la mente un giorno si attaccherà di nuovo».
Bruciò tutto, e poi diede fuoco anche alla capanna che aveva costruito. Raccolse i resti di tutto ciò che era rimasto e bruciò anche quelli. Bruciò perfino i propri vestiti. E si dice che persino gli animali della foresta che erano lì vicino, spaventati, fuggirono via.
Allora Sikhidvaja disse:
«Sì, ora sono stato risvegliato da te, o figlio degli dèi. Ho rinunciato a tutti gli attaccamenti e a tutti i concetti che sostenevano il mio ego. Ora ho compreso saldamente la vera conoscenza. Ho rinunciato a tutto e ora sono libero da ogni vincolo. Sono in piena pace con me stesso. Sono un vincitore! Il mio vestito è l’aria, e la mia dimora è lo spazio. Io stesso sono simile al vuoto. Esiste qualcosa di più alto di questo?»

Ma l’asceta, cioè sua moglie Chudala nella forma di un asceta, disse:
«In realtà, o re, non hai ancora rinunciato a tutto. Smetti di fare lo sciocco e di comportarti come se godessi della suprema beatitudine della rinuncia! Come prima, ti è comunque rimasto qualcosa, e a questo non hai ancora rinunciato. E questo qualcosa è la cosa più importante. Quando lo getterai via senza lasciarne traccia, allora raggiungerai il risveglio».
Dopo aver riflettuto, Sikhidvaja disse:
«Mi è rimasto solo il corpo. È un rifugio per i desideri mondani, per i serpenti velenosi degli organi di senso. È composto di sangue e carne. Se necessario, rinuncerò anche a esso, lo distruggerò persino, per raggiungere la rinuncia completa».
E si preparò a gettarsi nel fuoco.
Allora l’asceta disse:
«O re, perché vuoi distruggere questo corpo innocente? Esso infatti è inerte e non possiede intelligenza, non ha alcuna relazione con ciò che tu sei. Questo corpo è inerte e ottuso, non prende parte alla tua condizione di vincolo, non è responsabile delle sensazioni di dolore e piacere. Al contrario, vuoi gettare via ciò che è molto utile e può aiutarti nella pratica spirituale. Tu ancora non sai a che cosa bisogna rinunciare».
Sikhidvaja, in totale smarrimento, supplicò:
«Allora dimmi, a che cosa devo rinunciare?»
L’insegnamento sulla mente come radice di tutti gli attaccamenti
E l’asceta disse:
«È la tua mente, che si trova nell’ignoranza. La mente è ignoranza, è il mondo, sei tu stesso come essere umano. È il seme da cui germogliano il corpo, il regno, la moglie e così via. E solo quando si rinuncia a questo seme, solo allora vi sarà la rinuncia completa! Tutto questo — il bene, il male, il regno, la foresta — sono limitazioni che causano sofferenza a chi è sotto l’influsso della mente, ma possono dare un’enorme gioia a chi vive nello stato di non-mente. Come un albero ondeggia sotto le raffiche del vento, così il corpo oscilla avanti e indietro, sperimentando piaceri o sofferenze. L’abbandono di questo è la rinuncia totale a tutto. Non appena rinunci a questo, si rivela la verità autentica. Tutti i concetti di unità e molteplicità qui finiscono, rimane solo la quiete».

Più oltre questo asceta dice:
«Anche dopo aver rinunciato al regno, il tuo ego esiste. E sebbene tu abbia bruciato tutti i tuoi beni in questo fuoco, tu non sei cambiato in alcun modo. Solo quando rinuncerai all’ego comprenderai la tua vera natura, e allora per te non vi saranno né sofferenza, né vecchiaia, né morte, ma solo autentica beatitudine. Tutto il resto, comprendilo, porta soltanto terribili sofferenze in questo mondo. Non troverai mai la felicità attaccandoti a simili cose. Accetta questa verità e fa’ ciò che vuoi. La suprema verità della conoscenza della propria natura consiste nella rinuncia completa, così come i gioielli si conservano nel vuoto assoluto dentro un vaso. Perciò, mediante la completa rinuncia a tutto, il Buddha raggiunse uno stato al di sopra dei dubbi e dei problemi. Così anche tu, o re, dopo aver rinunciato a tutto, rimani in quella forma e in quello stato in cui ti trovi. Rinuncia perfino al concetto “ho rinunciato a tutto” e rimani nel tuo stato originario».
E allora Sikhidvaja disse:
«Non lo capisco. Ti prego, parlami della vera natura della Mente e di come rinunciarvi, affinché non sorga ancora e ancora».
E il giovane asceta cominciò a spiegargli:
«Esistono le vasana. Le vasana sono memoria, impressioni del passato; esse costituiscono la base della mente: la nostra memoria».
Per esempio, se confrontiamo la memoria di una persona con quella di un’altra, vedremo che ciascuno si identifica basandosi sulla propria memoria. Tutti noi, in un certo senso, siamo schiavi del nostro passato. Il nostro futuro scaturisce dalla nostra memoria, dalle nostre vasana e samskara. In sostanza, il nostro passato è proprio il karma.

Perché ci sentiamo esseri umani, uomini o donne? Perché abbiamo una memoria, i samskara corrispondenti. Non ci viene in mente di considerarci un dio, una divinità, un demone, uno spirito o un asura. Abbiamo la concezione «io sono un essere umano». Questa concezione è creata grazie all’azione dei samskara e delle vasana, cioè delle impressioni esistenti nella nostra memoria. Sono proprio esse a costituire il nostro «io». Anche quando contempliamo, è molto difficile toccare il livello della memoria subconscia. Per distaccarsi realmente dall’ego, bisogna contemplare in modo tale che la contemplazione penetri al livello del subconscio e auto-liberi la memoria del passato.
Poi l’asceta dice:
«Ciò che tu consideri te stesso nasce semplicemente dall’incomprensione della tua natura. L’idea dell’«io» è come un seme da cui cresce un grande albero, e quest’albero è interamente un’illusione, è illusorio. Il tronco di quest’albero è il corpo. Il movimento dell’energia in esso conduce alla sua crescita come risultato della concettualizzazione, del movimento dei pensieri e dell’identificazione con essi. I suoi frutti sono il bene e il male, il piacere e il dolore e, in ultima analisi, una nuova rinascita e la morte».
L’asceta gli diede questi insegnamenti:
«È un albero terribile. Taglia i suoi rami e sradicalo. I suoi rami in realtà sono costituiti da concetti e percezioni. Potrai sradicare completamente quest’albero anche senza tagliarne i rami. I tuoi sforzi principali devono essere diretti a privare l’albero delle radici. Come sradicare quest’albero? Rifletti costantemente sulla tua vera natura. «Chi sono io?» Tali riflessioni sono il fuoco in cui bruciano completamente l’albero stesso, il seme e le radici dell’albero conosciuto come «mente».
In seguito agli insegnamenti dell’asceta, riflettendo sulla natura della coscienza, Sikidvaya riuscì a purificare completamente il flusso della propria coscienza e a entrare in un profondo samadhi. Alla fine raggiunse il pieno risveglio.

Le prove della coscienza risvegliata
Allora, vedendo i successi del re, sua moglie, nella forma del giovane asceta, decise di mettere alla prova quanto egli fosse non attaccato nel suo risveglio, quanto la sua mente fosse libera dai samskara. Un giorno si manifestò nell’aspetto del re degli dèi, Indra. Quando Indra apparve davanti a Sikidvaya, questi gli si inchinò con grande rispetto.
Indra disse:
«I tuoi successi spirituali sono visibili persino agli esseri celesti, e tutti gli esseri celesti sognano che tu visiti la loro dimora. Perciò, ti prego, affrettati a venire nella dimora paradisiaca come nostro ospite. Puoi restare insieme a noi e godere di incredibili poteri divini».
Indra invitava in ogni modo Sikidvaya nei Cieli, desiderando attrarlo con le gioie celesti.
Ma Sikidvaya rispose più o meno così:
«La mia mente è libera da qualsiasi desiderio. Mi trovo là dove mi trovo. Il mio paradiso è proprio ora con me, perciò non “ardo” dal grande desiderio di visitare le dimore celesti. Agisco secondo ciò che viene e va. Non ho alcun desiderio né impulso interiore».

Chudala vide che la sua mente si era davvero liberata dagli attaccamenti e dalle passioni. Poi decise di metterlo alla prova in modo ancora più sottile.
Un giorno l’asceta arrivò con grande agitazione sul volto e Sikidvaya cominciò a chiedere:
«Perché sei così agitato?»
Allora l’asceta (Chudala) disse:
«Sai, ora, viaggiando tra i mondi, ho incontrato per caso il rishi Durvasa. Era ornato in modo così splendido, da lui emanavano fulmini. Mi sembrò una donna agghindata che si affrettava a un incontro con l’amante. Decisi di scherzare con lui e glielo dissi. Quando Durvasa lo udì, si adirò terribilmente con me, poiché è un rishi noto per la sua ira, e mi maledisse. Disse che, siccome avevo scherzato così con lui, io stesso sarei diventato donna ogni notte. Ne sono terribilmente addolorato».
Sikidvaya disse:
«Tu sai che le maledizioni agiscono solo sul piano relativo, mentre l’essenza della natura della Mente non può essere toccata da una maledizione; tanto più che tu stesso sei un saggio, dunque perché dovresti temere una maledizione?»
Ma nel cuore della notte l’asceta (Chudala) cominciò a lamentarsi:
«Guarda, mi cresce il seno femminile, compaiono da soli degli ornamenti, le ossa si sviluppano come quelle di una donna. Che orrore, sto diventando una donna!»
E poiché poteva cambiare liberamente la propria forma da maschile a femminile, cominciò ad assumere di notte la forma femminile.
Allora Sikidvaya gli disse:
«Rassegnati a questo, non c’è nulla da fare, la maledizione agisce. Ma la tua mente non è toccata da nulla, perciò dimora in essa e percepisci tutto ciò come i frutti del tuo karma».
Dopo qualche tempo Chudala decise di metterlo ancora alla prova, disse:
«Guarda, i saggi non sono attaccati a nulla. Sei attaccato ai piaceri dei sensi oppure non lo sei? O sei attaccato all’ascetismo? Ora, poiché sono una donna, perché non vivi con me come con una donna durante la notte, mentre di giorno saremo amici come uomini?»

Sikidvaya rifletté e disse:
«La mia posizione è né accettazione né rifiuto. Tanto più che tu assomigli a mia moglie, ma in me non c’è né attaccamento né avversione. Se lo desideri così, perché no?»
Allora celebrarono il rito nuziale, fecero un’offerta agli dèi, si scambiarono ghirlande. Dopo di ciò, di notte Sikidvaya e Chudala vivevano come marito e moglie, mentre al mattino lei si trasformava in un asceta. Così vissero per qualche tempo: di giorno erano amici, e di notte marito e moglie.
Ma Chudala decise di proseguire il suo piano sotto forma di prove. Pensò:
«Ora verificheremo quanto sei libero dall’attaccamento a me come moglie».
Un giorno, con la sua forza magica, creò un bellissimo giovane.
Quando Sikidvaya vagava per la foresta, ella si divise in due parti, in modo che questo giovane giacesse con lei sul letto coniugale. Sikidvaya arrivò e vide che la sua sposa si divertiva con un giovane.
Pensò:
«Ebbene, che dire? Tale è la natura, non c’è nulla da fare. Ma la mia mente è al di là di ogni attaccamento».
Chudala cominciò a giustificarsi, dicendo:
«Tu sai com’è la natura femminile, è incostante; tanto più che la mia parte femminile è apparsa a seguito della maledizione, non posso farci nulla. Ho un desiderio molto forte, perciò in questa forma non riesco a controllarlo».
Sikidvaya disse:
«Vi prego, non distraetevi, non c’è alcun problema. Capisco che è semplicemente la maledizione ad agire. Non consideriamoci marito e moglie, ma restiamo semplicemente amici. Puoi continuare a condurre lo stile di vita che ti piace».
E nella sua anima nulla cambiò nemmeno minimamente.
Dopo tutte le prove, l’asceta assunse la sua forma originaria. Cioè si manifestò nella forma della sua sposa Chudala. Sikidvaya ne fu enormemente stupito.
Sua moglie disse:
«Sai, ero io tutto questo. Ho creato l’illusione di questa foresta, poi mi sono trasformata in asceta, poi in donna, quindi ho creato anche il giovane. Tutto questo è stato il mio insegnamento per te».

Sikidvaya cadde in grande turbamento, vedendo che sua moglie, insieme a lui, lo aveva aiutato ad andare verso l’illuminazione e aveva compiuto un enorme sacrificio di sé per lui stesso. Provò nei suoi confronti un’immensa, infinita gratitudine, riconoscendola come sua maestra spirituale.
Alla fine il re Sikidvaya, avendo raggiunto il completo risveglio e i siddhi, fu innalzato al trono da sua moglie Chudala, quando ella compì un rituale magico e lo elevò a imperatore. Poi, con la sua forza magica, la regina materializzò un esercito, molte ricchezze e altro ancora, e con tutto questo seguito e questa cerimonia entrarono nel palazzo del re.
Con l’aiuto di Chudala, Sikidvaya, avendo ottenuto i siddhi di una lunga vita, regnò per diecimila anni, dopo di che raggiunse il nirvana, nel quale non vi è più rinascita.
La storia di Sikhidhvaja e Chudala è la storia della battaglia di un essere vivente per la liberazione, che ci dà la comprensione di ciò a cui dovremmo rinunciare. Finché tale rinuncia non avrà luogo, rimarremo nelle limitazioni che continueranno a dominare su di noi. Tale rinuncia è possibile solo quando possediamo la comprensione più sottile, chiamata «viveka-vidya» (saggezza discriminante). Per rinunciare a qualcosa, dobbiamo possedere la comprensione di ciò a cui deve essere fatta rinuncia.
Ostacoli nella pratica spirituale
Ai praticanti spesso molte cose ostacolano la pratica spirituale. Quali esattamente? L’essere assorbiti da attività al di fuori dell’insegnamento e del servizio, l’inerzia, la passività (in parole semplici: la pigrizia), fantasie e illusioni, scetticismo, dubbi, quando pensiamo: «Forse è così, oppure forse non è affatto così. Forse non è proprio possibile raggiungere l’illuminazione?». Ostacolano anche la chiusura, l’incomprensione del lato intuitivo dell’insegnamento, la sopravvalutazione del proprio livello (presunzione), quando pensiamo: «Sì, senza dubbio, io sono un praticante della categoria più alta – divya. Ciò a cui gli altri dedicano tempo, io certamente l’ho già superato». Ma può risultare che non sia affatto così, perciò è molto importante determinare proprio il proprio livello. A volte ostacola la mancata osservanza dei principi dell’insegnamento, quando vogliamo saltare rapidamente i gradini dell’insegnamento.
Per esempio, la logica dell’insegnamento del prajna-yantra si sviluppa in modo tale che dobbiamo allenarci nella concentrazione, sebbene la concentrazione in sé non sia l’insegnamento del laya-yoga, ma un livello preparatorio; tuttavia, senza di essa non è possibile raggiungere il successo. Perciò raccomando sempre agli allievi di praticare la concentrazione su un punto, sulla fiamma di una candela (almeno per sei mesi o un anno).

Quando raggiungiamo alcuni successi nella concentrazione, possiamo procedere oltre, per padroneggiare gradualmente la contemplazione. E dopo che avete acquisito la capacità di praticare la concentrazione su qualche oggetto per un’ora o un’ora e mezza e abbiamo l’esperienza della prima dhyana, si può dire che avete adempiuto alle istruzioni. Proprio per questo esistono le pratiche di base. Naturalmente, le pratiche di base non sono un fine in sé; tuttavia sono importanti. Molti però pensano: «Io sono al di sopra di tutto questo. Io dimorerei subito nello stato naturale non-duale».
Sequenza dello sviluppo della pratica
Dopo aver padroneggiato la concentrazione, passiamo alla pratica della contemplazione del respiro e, eseguendo anapanasati, ci concentriamo sul respiro come principio del movimento finché la mente non diventa unidirezionale.
Infine, dopo questo siamo già pronti a passare al mahashanti (meditazione della quiete) e alla meditazione atma-vichara. Così si sviluppa la logica della pratica.
Dopo che sono stati raggiunti successi nel mahashanti, cioè è stata vissuta la dhyana nella meditazione della grande quiete e possiamo fermare i pensieri, si raccomanda di eseguire il khechari-mudra o lo shambhavi-mudra. Se avete capacità sufficienti, potete iniziare subito lo shambhavi-mudra, ma se non sono sufficienti, di solito si esegue prima il khechari-mudra, cioè la concentrazione su un punto concreto nello spazio. Solo dopo questo si può trarre davvero beneficio dallo shambhavi-mudra.
Infine, quando ci siamo radicati e rafforzati nella pratica dello shambhavi-mudra, possiamo già contemplare veramente nel movimento, lavorando parallelamente con il sankalpa. Dopo aver acquisito la capacità di contemplare con la mente spalancata nel movimento, possiamo unire la presenza contemplativa con l’energia degli elementi nei chakra e lavorare con i chakra, con gli elementi all’interno del proprio corpo. Questo non è più soltanto consapevolezza, ma consapevolezza unita all’energia.
Infine, quando siamo riusciti nell’unione della presenza contemplativa e degli elementi nei chakra, possiamo unirci agli elementi esterni, alla terra e all’acqua esterne, al vento, allo spazio, ecc. – agli elementi esterni.
Unione con le forze universali
Che cosa accade in seguito? La contemplazione è una sorta di filo su cui vengono infilate diverse pratiche, e questo filo si sviluppa e cresce sempre di più. Dopo questo possiamo unire la nostra presenza contemplativa con diverse forze universali: con la forza della creazione, del mantenimento, della distruzione, dell’occultamento, dell’illuminazione.
Nell’universo esistono varie forze: l’energia del tempo, dello spazio, molte energie diverse. Esse non ci sono note e finora non sono state conosciute. In questa fase impariamo a unire la presenza contemplativa con queste energie, dandole così sviluppo.
Spesso, all’inizio, possiamo attrarre tali forze dedicandoci al servizio. Spesso raccomando agli allievi, se sentono che la loro pratica non procede, di dedicarsi più intensamente al servizio, per attrarre nella propria vita forze illuminanti. Poiché, se tali forze non fanno parte del vostro ambiente, anche se praticate intensamente alcune tecniche, ciò potrebbe non funzionare, perché rimanete comunque nei vostri limiti. Ma a questo stadio ci uniamo alle forze universali esclusivamente attraverso la natura della coscienza, attraverso la presenza.

Supponiamo che, unendo la coscienza alle forze creative, possiate manifestare un’enorme forza d’intenzione; unendo la coscienza alle forze illuminanti di Anugraha-shakti, possiate manifestare cambiamenti in questo mondo o in questa visione karmica.
Infine, giunge l’unione della presenza con i livelli superiori delle energie universali, come il tempo e lo spazio. Avvengono il temprarsi e l’allenamento dell’unico “sapore” nello stato naturale, la sua prova, la prova delle coppie di opposti, dei diversi desideri, la visita ai luoghi di potere e la pratica della saggezza folle. Questo è qualcosa che ora non è attuale, ma che attende gli allievi come praticanti, se raggiungerete un determinato livello.
Dopo che la coscienza ha attraversato tutto questo e si è sviluppata a tal punto da possedere un unico “sapore”, arriva il tempo della creatività, il tempo di esprimere se stessi e manifestarsi a beneficio degli altri, di creare mandala. Questo è l’inizio della pratica nello stile della divinità, quando la pratica cessa di essere pratica e diventa un gioco di energie divine. È proprio in questo modo che avviene lo sviluppo del principio della contemplazione sul sentiero del laya-yoga.
Le corrette priorità nella pratica
Molti praticanti inizialmente aspirano a qualche esperienza spirituale radicale. Ma se praticate con impegno e metodo, le esperienze spirituali arriveranno a tempo debito.
In primo luogo, non bisogna aspirare alle esperienze spirituali, perché le esperienze spirituali non sono un fine in sé. E persino la meditazione stessa non è un fine in sé: lo scopo è il cambiamento della visione karmica. Perciò spesso raccomando agli allievi non tanto di aspirare a vivere esperienze spirituali, quanto di sviluppare la consapevolezza, la capacità di essere in una consapevolezza istante per istante, che è di per sé la principale esperienza spirituale.
E la seconda cosa importante è purificare la coscienza e il prana. Che cosa significa? Per esempio, sviluppare una visione pura, sviluppare le qualità della sattva, eliminare tamas e rajas, liberare la mente dal vincolo degli stereotipi mondani, liberarsi dall’egoismo e dalle klesha (ira, orgoglio, attaccamento, concupiscenza e invidia), purificare il modo di vivere esteriore, cioè diventare un praticante nella vita esteriore.

C’è un grande pericolo nel diventare un praticante del dharma indifferente, ascoltare molti insegnamenti, ma, senza applicarli nella propria vita, sentire che l’insegnamento è da qualche parte là, mentre voi siete da qualche parte qui, e che la vostra vita non riflette in alcun modo la pratica spirituale. La purificazione della vita esteriore, dell’ambiente, dello stile di vita è anch’essa molto importante, poiché la pratica spirituale non si può “fare”: si può soltanto viverla davvero.
Infine, è necessaria la purificazione del vettore che dà senso. Ognuno di noi ha il proprio determinato vettore che dà senso. In parole semplici, è il senso della vita, è ciò per cui viviamo e ci accostiamo alla pratica spirituale. Anche questo vettore che dà senso, all’inizio, deriva da motivazioni egoistiche dualistiche. Ma nel corso della pratica esso si purifica, quando la nostra motivazione passa dall’ottenere piaceri sensoriali, successo mondano o persino l’illuminazione al principio del servizio alle forze universali dell’illuminazione, che non distinguiamo dalla nostra stessa coscienza. Proprio quando avviene tale purificazione, diventiamo liberi da ciò che ci limita.


