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Le qualità del discepolo e la storia della scoperta dell'insegnamento non duale

11.08.2026
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Le qualità del discepolo e la storia della scoperta dell'insegnamento non duale

Oggi parleremo dell’atteggiamento verso l’insegnamento. Nel nostro monastero esistono sei principali lignaggi di trasmissione: il lignaggio di Dattatreya, il lignaggio di Anama Prabhu, quello dello Shuddha Dharma, il lignaggio di Shankara, quello di Matsyendranath e Gorakshanath, il lignaggio di Saraha e quello di Uddiyana. Alcuni di essi sono vicini e diretti, mentre altri sono lontani.

A causa dei nostri pochi meriti, non disponiamo di una grande biblioteca con una vasta quantità di testi. Tuttavia, grazie ai vostri grandi meriti, avete un legame con l’insegnamento e con il Guru, che esprime la quintessenza di tutti i testi spirituali e direttamente il Dharma che praticate. Tuttavia, quando pratichiamo, dobbiamo sempre coltivare le qualità di un «recipiente degno» entrando in contatto con l’insegnamento. L’insegnamento è qualcosa di profondamente mistico.

Si dice che esistano sei tipi di «recipienti», o discepoli, tre dei quali sono degni e tre indegni (impreparati). I tre degni sono: simile al leone, simile all’aquila e simile alla balena. I tre impreparati sono: simile alla scimmia, simile al cane e simile al maiale.

Chi è «simile al leone»? È colui che, udendo l’insegnamento dalle labbra del Guru, acquisisce una profonda comprensione e ruggisce come un leone, manifestando la propria natura risvegliata. Vale a dire, è uno yogin dalle capacità supreme, che coglie l’insegnamento al volo.

 

Chi è «simile all’aquila»? È colui che, scorgendo una gemma nelle mani di una persona, si precipita istantaneamente verso il basso come una pietra, la afferra e poi la porta nel proprio cuore, librandosi tra le nuvole. Allo stesso modo, un discepolo degno, dopo aver scorto l’insegnamento del cuore, si concentra completamente su di esso, se ne impadronisce, ne fa il proprio sostegno nella vita e si libra liberamente, senza paure, attaccamenti né speranze.

 

Chi è «simile alla balena»? È colui che, imbattendosi casualmente in una gemma, la prende, la inghiotte e poi si immerge in profondità per nasconderla nelle profondità dell’oceano. È colui che, dopo aver assimilato la parte essenziale delle istruzioni, si immerge completamente nella pratica, applicandole concretamente nella vita quotidiana, nei ritiri, nella meditazione diurna e in quella mattutina.

 

Questi sono i tre migliori «recipienti».

Il leone, l’aquila e la balena simboleggiano i tre migliori recipienti per l’Insegnamento

Ora esaminiamo i tre «recipienti» immaturi.

«Simile alla scimmia». A una scimmia fu dato dell’oro. Lo portava con sé, ma uno dei mercanti, vedendolo, la attirò e in cambio le diede una banana. La scimmia, non comprendendo che l’oro valeva più della banana, lo scambiò con quest’ultima, pensando di aver concluso un affare vantaggioso. Così sono i discepoli simili alla scimmia.

Per esempio, ho sentito che a Ekaterinburg si è verificata una scissione nella comunità, sebbene non vi sia ancora neppure una grande comunità seriamente consolidata. Una scissione è una cosa seria quando si parla di una grande organizzazione. Ciononostante, lì alcune persone hanno deciso: «L’insegnamento del Laya Yoga è certamente valido, ma in Turchia c’è una donna medium che si nutre di prana, e se digiuneremo e ci nutriremo di prana, questo ci aiuterà a raggiungere più rapidamente la liberazione». Hanno deciso di praticare questo insegnamento. Non vi sono obiezioni nei confronti di determinati insegnamenti; tuttavia, quando le persone, non conoscendo il valore dell’insegnamento, non riescono a scegliere quello giusto, ciò suscita rammarico.

«Simile al cane». Sono coloro che non riescono a comprendere subito l’insegnamento. A causa delle loro limitate capacità, cadono in una grande confusione. Sono simili a un cane che, vedendo qualcosa di insolito, corre qua e là e abbaia continuamente, fortemente eccitato. Allo stesso modo, queste persone parlano moltissimo, si agitano e formulano pensieri basati su concezioni del tutto distorte, ma non riescono né ad applicare né a comprendere realmente nulla a causa della loro mente «canina». Semplicemente, la loro mente è troppo agitata e incontrollata, perciò tutto ciò che viene detto entra da un orecchio ed esce dall’altro, poiché l’insegnamento può essere recepito solo con una mente molto limpida, in uno stato di abbandono di sé e di vacuità.

«Simile al maiale». Per quante bevande e pietanze deliziose si mettano davanti a un maiale e per quante cose propizie gli si offrano, esso è comunque costantemente attratto dal suo cibo preferito: letame ed escrementi. Perché? Perché vi è abituato. Ciò significa che, se i klesha sono molto forti, anche quando una persona incontra l’insegnamento, essi le impediscono di praticare e la riportano sul vecchio sentiero.

Tutti questi sei «recipienti» sono presenti in noi in determinate proporzioni. Il nostro compito consiste nel reprimere i «recipienti» impuri e stimolare al massimo lo sviluppo dei tre migliori, quelli puri; vale a dire, reprimere il maiale interiore, il cane interiore e la scimmia interiore, e rivelare l’aquila interiore, la balena interiore e il leone interiore.

La trasformazione delle qualità immature del discepolo nei tre degni recipienti

La storia della trasmissione degli insegnamenti della non dualità

Per farlo, ora riceverete una lezione su come rapportarvi agli insegnamenti. Molti testi li studiamo non attraverso traduzioni nostre, ma attraverso traduzioni giunte a noi da lontano, per esempio dal Tibet, perché le nostre traduzioni non sono ancora pronte. In altre parole, studiamo il nostro stesso Dharma facendo una deviazione attraverso terze mani. Ma se ci dedicheremo al servizio, realizzeremo buone traduzioni e creeremo una grande biblioteca, avremo numerosi testi tradotti con le nostre forze.

Dunque, il testo racconta di come il re Trisong Detsen inviò dei monaci in India alla ricerca dei supremi insegnamenti della non dualità.

«Al re Trisong Detsen apparve in sogno una divinità, che gli disse: “In India esiste un insegnamento chiamato Santo Grande Perfezione” (cioè l’insegnamento della non dualità). A differenza dell’insegnamento sulla causa, che è necessario studiare, esso dona la liberazione nell’istante stesso in cui lo si comprende. E tu devi mandare a prenderlo due traduttori tibetani».

Quando il re si consultò con Padmasambhava, questi disse che si trattava di un sogno propizio. Gli raccomandò di fare monaci due abitanti del suo regno, di formarli nella traduzione e di inviarli in India. Il re scelse due giovani dotati delle capacità necessarie: Vairochana di Pagor e Legdrup di Tsang. Ordinò loro di diventare monaci e di imparare a tradurre. Essi divennero monaci, prendendo i voti, e si formarono nella traduzione. Padmasambhava insegnò loro l’arte della camminata veloce, affinché potessero percorrere rapidamente a piedi il tragitto fino all’India e ritorno. Il re diede a ciascuno una misura di sabbia d’oro e una brocca d’oro, e li inviò in India alla ricerca degli insegnamenti della non dualità. Di fatto, li mandava in India alla ricerca degli insegnamenti dell’Advaita, che erano stati modificati e adattati a quell’epoca.

Il sogno del re Trisong Detsen e l’invio di due traduttori in India

Si racconta che alla frontiera le guardie cercarono di sottrarre l’oro ai monaci. Ma grazie alla forza della magia di Vairochana riuscirono comunque a entrare in India. Quando arrivarono in India, cominciarono a chiedere chi fosse il maggiore conoscitore degli insegnamenti non duali nella loro tradizione. Fu detto loro che era il maestro Shri Singha. Allora si recarono da Shri Singha, gli offrirono la sabbia d’oro e la brocca d’oro e gli dissero che il re del Tibet aveva ordinato loro di portare dall’India l’insegnamento sulla non dualità, al di là delle cause e degli effetti, che conduce all’illuminazione in una sola vita. Gli chiesero con tutto il cuore di trasmettere loro questo insegnamento, perché altrimenti il re li avrebbe puniti.

Allora il Guru Shri Singha disse: «Il re del Tibet ha una grande fede e voi siete due monaci assai diligenti. E poiché questo insegnamento è destinato a fiorire in Tibet, ve lo trasmetterò. Ma sappiate che il re dell’India sorveglia questo insegnamento con grande zelo. Non permetterà che si diffonda, perciò bisogna essere ingegnosi nel trasmetterlo». Shri Singha trasmise questi insegnamenti ai monaci in modo segreto. Li condusse in una casa circondata da nove mura e conferì loro l’iniziazione.

La trasmissione segreta dell’insegnamento

«Nella sua stanza Shri Singha collocò su tre grandi pietre un calderone d’argilla, lo circondò con una rete e vi entrò dentro. C’era un’apertura chiusa da un grande coperchio, sul quale era posta una ciotola piena d’acqua. Attraverso l’apertura del calderone passava un tubo, che poi usciva all’esterno attraverso una crepa nel muro, ed era proprio attraverso quel tubo che dovevano giungere le parole di Shri Singha.

Vairochana e Legdrup rimasero fuori, avvolti in ampi mantelli di pelle di cervo, con un carico sulle spalle e dei bastoni, fingendosi viandanti. A mezzanotte si prepararono ad ascoltare l’insegnamento. Legdrup lo annotava con latte di capra su un tessuto di cotone bianco, mentre Vairochana lo memorizzava all’istante, nascondendolo nel proprio cuore. Secondo altre fonti, egli scriveva con il latte su foglie di palma, affinché non si potesse scorgere nulla, cioè con inchiostro invisibile».

La trasmissione notturna segreta di Shri Singha attraverso un tubo e la trascrizione con inchiostro invisibile

Questo veniva fatto affinché nessuno udisse come egli trasmetteva l’insegnamento: né coloro che possedevano orecchie umane, né coloro che possedevano orecchie divine e poteri mistici. L’insegnamento era custodito così gelosamente che, secondo l’ordine del re, il maestro che lo avesse trasmesso senza autorizzazione avrebbe potuto essere giustiziato. Perciò indossò una veste di cotone, prese in bocca un tubo di rame e cominciò a impartire l’insegnamento.

«Shri Singha trasmise venticinque tantra. Per mostrare gli aspetti maggiori e minori della Mente risvegliata, conferì il tantra «Il grande spazio sconfinato». Poi, per mostrare il significato della Mente risvegliata, conferì il tantra «Il grande spazio puro». Per mostrare che la natura della Mente è completamente libera, conferì il tantra «La liberazione del grande spazio». Per chiarire che la natura della Mente è immutabile, conferì il tantra «Il re dell’essenza». Poi conferì il tantra «Il tiglé della Mente risvegliata». E per mostrare che la natura della Mente è la Saggezza autogenerata, conferì il tantra «L’essenza della Saggezza». Per mostrare la natura della Mente nei diversi stadi della realizzazione, conferì il tantra «La ghirlanda delle istruzioni». Per chiarire la natura della Mente sotto l’aspetto dell’equanimità, conferì il tantra «L’oceano segreto». Per mostrare e spiegare che la natura della Mente è lo stato naturale, trasmise il tantra «La saggezza della conoscenza». E per riunire tutte le istruzioni in una sola, conferì il tantra «Lo spazio puro». In questo modo trasmise un’enorme quantità di tantra, venticinque in tutto.

Poi trasmise altri diciotto testi principali, tra cui:

  • «Il cuculo dello stato naturale»

  • «La grande potenza dello stato naturale»

  • «L’āgama della visione del grande Garuda»

  • «Oro puro sulla pietra»

  • «Lo stendardo mai reclinato del grande spazio»

  • «La saggezza meravigliosa»

  • «Il compimento della meditazione»

  • «Il re supremo»

  • «Il tilaka non nato»

  • «La ruota della forza vitale»

  • «Il re del grande spazio»

  • «La vetta autoperfezionata»

  • «La beatitudine onnipervadente»

  • «La beatitudine cosparsa di gioielli»

  • «Il grande tesoro molteplice»

  • «Il compendio dell’Insegnamento»

Poi chiese ai monaci che erano venuti: «Figli di nobile famiglia, siete soddisfatti?» I traduttori risposero: «Siamo felici».

Tuttavia, si narra che, quando se ne andarono e rimase soltanto Vairocana, egli rispose di non essere soddisfatto e si prostrò a faccia in giù, senza rialzarsi per tre giorni.

La trasmissione dei tantra e la determinazione di Vairocana a conseguire una comprensione profonda

La sete di vera comprensione

«Vedendolo in quello stato, Shri Singha gli chiese: «Sei turbato perché il tuo amico se n’è andato?»

Vairocana rispose: «Grazie al karma comune, noi due amici ci siamo incontrati come viandanti in una locanda, per poi proseguire ciascuno per la propria strada. Perché dovrei turbarmi?»

«Allora sei malato?» — domandò di nuovo il maestro.

«Sì, sono malato», — rispose Vairocana.

«Qual è dunque il problema?» — chiese il maestro.

Allora Vairocana spiegò in questo canto la causa della sua malattia:

«Io sono Vairocana e non soffro di alcuna malattia dovuta a cause esterne. Soffro perché ho udito, ma non ho compreso. Soffro perché ho visto, ma non ho afferrato. Soffro perché ho assaporato, ma non mi sono saziato. La causa della mia malattia risiede nei diciotto testi del sandé. Soffro perché non ho ancora acquisito certezza nel mio stato. Chiedo una medicina sicura per la malattia che mi ha colpito».

Vairocana aveva udito e visto l’Insegnamento, ma non aveva ancora acquisito certezza

«Ti ho insegnato tutto, — rispose il maestro, — perché dunque sei disperato?»

Allora Vairocana intonò:

«Sono disperato e su un sentiero pericoloso, perché la beatitudine della Saggezza autogenerata è intrappolata nelle fitte reti delle tendenze latenti.

Sono disperato e su un sentiero pericoloso, perché il karma e i pensieri dualistici ostacolano la visione che trascende gli estremi.

Sono disperato e su un sentiero pericoloso, perché la contemplazione naturale e senza sforzo è oscurata dallo stato di torpore e agitazione.

Sono disperato e su un sentiero pericoloso perché desideri e sforzi ostacolano il comportamento che trascende l’accettazione e il rifiuto.

Sono disperato e su un sentiero pericoloso perché detti e congetture oscurano il sentiero che non conosce percorrenza.

Sono disperato e su un sentiero pericoloso perché il dubbio dei pensieri ha celato lo stato dei Buddha dei tre tempi.

Sono disperato e su un sentiero pericoloso perché lo stato di perfezione naturale e di non-azione non può essere trasmesso attraverso segni e significati.

Sono disperato e su un sentiero pericoloso perché è così difficile ricevere l’introduzione all’autoperfezione del frutto delle tre kalpa.

Sono disperato e su un sentiero pericoloso perché, nonostante le iniziazioni dell’introduzione diretta, non ho compreso l’Illuminazione che possiedo per natura».

In altre parole, sebbene avesse ricevuto numerosi insegnamenti, non era ancora riuscito a farli diventare la propria essenza. Perciò si sentiva confuso e rimase presso il Maestro.

«Il Maestro sorrise soddisfatto e gli impartì altri insegnamenti, come “Lo spazio dell’oceano”, quindi gli chiese: “Ora sei soddisfatto?”. Vairochana rispose: “No”. Allora il Maestro gli trasmise i tantra e gli insegnamenti sullo spazio e gli chiese: “Sei soddisfatto adesso?”. Vairochana rispose nuovamente: “No”. Allora il Maestro gli insegnò numerosi testi e istruzioni appartenenti a varie sezioni dei tantra e ad altri insegnamenti, ma Vairochana continuava a non essere soddisfatto. Infine, gli trasmise la sezione dei tantra brahmanici, per discernere il vero significato, quella dei tantra regali, per trascendere i concetti, e molte altre upadesha, quindi gli chiese: “Sei soddisfatto?”. Vairochana rispose: “Vorrei ricevere l’introduzione all’auto-liberazione immediata, per comprendere il vero modo di applicare tutti gli insegnamenti ricevuti senza fare affidamento sullo sforzo”. Allora Shri Singha gli conferì l’introduzione diretta e gli affidò tutte le scritture, inclusi i cinque tantra radice e i venticinque tantra secondari, insieme alle upadesha. Solo allora Vairochana comprese l’auto-liberazione e realizzò quello stato. I suoi pensieri dualistici si dissolsero ed egli comprese con certezza lo stato della Mente risvegliata.

Introduzione diretta, auto-liberazione e certezza nella Mente risvegliata

Colmo di riconoscenza verso il Maestro, gli offrì in segno di gratitudine dei versi.

Shri Singha lo esortò:

«Gli insegnamenti che ti ho impartito sono in grado di permetterti di comprendere tutto il samsara e il Nirvana e di contemplarne realmente l’essenza; perciò custodiscili come la pupilla dei tuoi occhi. Essi sono la radice di tutti gli insegnamenti, il culmine di tutti i veicoli, l’essenza della mente di tutti gli illuminati. Custodiscili come la tua stessa vita e il tuo cuore. Poiché sono la fonte di tutte le siddhi, sia supreme sia ordinarie, custodiscili come un gioiello che esaudisce i desideri.

Poi gli trasmise altri insegnamenti legati al tantra e alla medicina e gli consigliò di tornare in Tibet il più presto possibile. Gli raccomandò di padroneggiare l’arte della camminata veloce e gli disse che il suo amico era morto durante il viaggio di ritorno».

Ritorno in Tibet

Il suo amico, Legdrup dello Tsang, volle impressionare il re e arrivare prima di Vairochana. Non aveva padroneggiato alla perfezione l’arte della camminata veloce e partì per primo, ma al confine fu catturato tra le montagne da guardie di frontiera appositamente addestrate, guerrieri veloci nella corsa. Secondo altre fonti, invece, cadde in un precipizio mentre fuggiva da loro. Anche Vairochana temeva che le guardie gli sottraessero l’insegnamento. Allora trascrisse tutti gli insegnamenti e i tantra su foglie di palma usando il succo di arura, una pianta particolare, invisibile agli occhi comuni.

«I pandit indiani fecero brutti sogni in cui un monaco tibetano portava via l’insegnamento dalle loro terre; perciò ne riferirono al re, e il re, sotto pena di morte, proibì a chiunque di trasmettere l’insegnamento nel caso in cui qualcuno fosse giunto da paesi stranieri.

Quando Vairochana volle lasciare il monastero in cui si trovava Shri Singha, le serrature di tutti i cancelli tintinnarono da sole e le guardie del monastero avvertirono i custodi delle porte: “Il monaco tibetano tenterà di portare via il Dharma; non lasciatelo uscire”. I custodi chiusero a chiave tutti i cancelli e si misero di guardia. La mattina seguente, quando arrivò Vairochana, gli dissero: “Questa notte abbiamo fatto tutti brutti sogni; vediamo un po’ che cosa porta con sé il monaco tibetano”.

Divieto di esportare l’Insegnamento e perquisizione di Vairochana alle porte del monastero

Sebbene Vairocana avesse acquisito l’arte della corsa veloce, temeva che le guardie di frontiera potessero non lasciarlo passare, perciò corruppe il comandante delle guardie di frontiera. Il comandante, affinché nessuno vedesse, allontanò gli altri soldati e lasciò passare Vairocana oltre il confine. In quel momento i pandit indiani videro in sogno che un monaco aveva portato via il sole in Tibet e che esso era scomparso. Si dice che gli alberi si seccarono e il canto degli uccelli perse la sua sonorità.

Il re di Vajrasana radunò gli eruditi e domandò: «Qual è la causa?» Essi risposero: «Dev’essere stato il monaco tibetano a portar via il nostro insegnamento». Allora mandarono al suo inseguimento abili guerrieri, esperti nella corsa veloce, che avrebbero dovuto raggiungerlo. Il comandante delle guardie di frontiera disse che era passato soltanto un monaco dalla testa rasata, ma non aveva nulla con sé e molto probabilmente era già giunto in Tibet. In altre parole, i guerrieri corridori non riuscirono a raggiungerlo.

Vairocana arrivò, si presentò al cospetto del re e disse che era tornato con gli insegnamenti e che gli indiani custodivano il Dharma con estrema gelosia. Disse anche che i consiglieri tibetani nutrivano ostilità verso il Dharma e che il grande re si lasciava influenzare facilmente, perciò avrebbero potuto cominciare a calunniarlo. Chiese al re di non prestarvi attenzione.

La scoperta del maestro e la vendetta indiana

In quel momento il re di Vajrasana disse che ormai era troppo tardi per catturare il monaco tibetano, poiché era già giunto in Tibet, ma ordinò di punire il maestro che aveva trasmesso quegli insegnamenti. Poiché nessuno sapeva chi fosse quel maestro, cominciarono a rivolgersi a indovine, oracoli e astrologi per calcolare, sulla base degli oroscopi, chi avesse potuto impartire quegli insegnamenti in quel periodo. Nemmeno gli oracoli, con il potere della chiaroveggenza, riuscivano a scoprire chi fosse quel maestro, poiché proprio a questo scopo egli aveva trasmesso l’insegnamento per via magica, seduto in un tino e servendosi di un tubicino.

Tuttavia, un’anziana donna brahmana, esperta nella divinazione, disse di vedere qualcosa che contraddiceva il buon senso, ma che aveva paura di parlarne al re. Il re le disse che poteva parlare senza timore. Ella disse di aver visto un lago sulla cima delle montagne e là una valle variopinta; aveva visto qualcuno il cui corpo era ricoperto di occhi e che aveva un becco rosso lungo quanto un braccio. Era stato lui a impartire l’insegnamento. In altre parole, la forza della sua chiaroveggenza riuscì comunque a superare la magia di Shri Singha. Vide qualcosa, ma non riuscì comunque a riconoscere chi fosse esattamente. Gli altri, però, non credettero che qualcuno con occhi sul corpo e un becco potesse trasmettere l’insegnamento.

La ricerca del maestro segreto e la misteriosa visione dell’anziana brahmana

Allora il re disse che bisognava inviare in Tibet dei guerrieri esperti nella corsa veloce e diffondere là delle calunnie, per impedire all’insegnamento di propagarsi. A tale scopo furono inviati due guerrieri, abili corridori, una sorta di forze speciali, che si finsero monaci mendicanti (bhikshu) provenienti dall’India. Cominciarono a diffondere la voce che quel monaco tibetano non aveva portato dall’India il Dharma, bensì numerosi mantra nocivi e la magia nera, volendo così distruggere sia il re sia il Tibet, e che perciò doveva essere ucciso.

La calunnia e la protezione di Vairocana

Seminarono discordia tra i consiglieri, i quali cominciarono a dire che voleva distruggere il Tibet e che bisognava annegare lui stesso. Il re Trisong Detsen cominciò a difendere Vairocana, affermando che erano macchinazioni degli indiani, i quali custodivano gelosamente l’insegnamento. Ma i consiglieri, che esercitavano una grande influenza su di lui, non volevano ascoltarlo.

Allora il re finse di voler punire Vairocana. Ordinò di prendere un mendicante appartenente a una tribù selvaggia e di fargli indossare il cappello e l’abito di Vairocana. Il re disse: «Questo è Vairocana e io lo punisco». Il mendicante fu messo in un calderone di rame, il coperchio venne chiuso saldamente e il calderone fu gettato nel fiume, affinché venisse trascinato a valle dalla corrente.

Tra l’altro, quel mendicante riuscì comunque ad approdare in un certo luogo. Il comandante dell’avamposto di quella zona vide un uomo dentro un calderone e ne rimase molto stupito. Salvò il mendicante e gli diede perfino una casa, una moglie e dell’oro. Benché apparentemente fosse stato punito, il suo merito si manifestò nel fatto che aveva sofferto per il Dharma, e quelle sofferenze gli si presentarono sotto forma non solo della salvezza della vita, ma persino di un miglioramento del suo destino.

Il merito del servizio al Dharma trasforma il destino dell’uomo

Per esempio, quando abbiamo iniziato a commissionare delle statue a uno scultore, ho detto ad Ananda Lila che ciò costituiva un merito immenso e che presto il suo destino sarebbe cambiato. E quando terminò la terza statua, il presidente della Russia gli conferì un’onorificenza e il titolo di Scultore emerito della Russia. Perché è inconcepibile che tu scolpisca Dattatreya, Ramalinga e Shankara, ma che dopo ciò il tuo destino non cambi. Si tratta, cioè, di una manifestazione diretta dei meriti. Perciò tutti coloro che desiderano avere successo nella vita mondana devono, per quanto è loro possibile, accumulare meriti: scolpire statue, tradurre testi, dipingere immagini di santi, realizzare simboli sacri, costruire templi. A volte mi sorprende persino la mancanza d’intraprendenza dei laici, perché anche in senso mondano si lasciano sfuggire il proprio destino propizio.

La trasmissione segreta dell’insegnamento

Così, quel mendicante fu salvato e il suo destino migliorò, mentre Vairochana rimase nelle stanze superiori del palazzo. Il re gli chiese comunque di trasmettergli l’insegnamento. Di giorno Vairochana sedeva all’interno di una colonna cava, mentre di notte trasmetteva l’insegnamento al re. A mezzanotte il re portava personalmente del cibo a Vairochana e riceveva da lui le istruzioni.

Quando Vairochana terminò di impartire l’insegnamento chiamato «I diciotto miracoli della mente», un servitore del re e una donna della servitù si accorsero di ciò che stava accadendo. Rivelarono che in realtà il re non aveva punito Vairochana, ma lo aveva nascosto in una colonna e di notte riceveva segretamente da lui l’insegnamento.

Quando i consiglieri del re lo vennero a sapere, si riunirono e cominciarono a dire: «Stai commettendo un grave errore: spendi l’oro del nostro tesoro per ricoprire degli idoli d’argilla e ci dici che stai edificando il Dharma. Ci hai ingannati gettando nella vasca un selvaggio di una tribù al posto di Vairochana, mentre nel palazzo nascondi un mago nero che vuole distruggere il Tibet». Cominciarono a sfondare la porta, gridandogli di aprirla e minacciandolo di insurrezione. Là il re non deteneva un grande potere, perché si trattava di qualcosa di simile a una monarchia costituzionale. I consiglieri dissero al re che, se Vairochana non fosse stato punito, avrebbe violato la legge del regno.

L’esilio di Vairochana

Trisong Detsen si rattristò e chiese a Vairochana che cosa dovesse fare. Allora Vairochana disse: «Ho un legame karmico con un luogo del Tibet, perciò devi esiliarmi là. Devi far finta di avermi esiliato in quel luogo. In India c’è il maestro Vimalamitra, che impartisce insegnamenti più semplici. Invitalo, poi riunisci tutti gli studiosi affinché confermino e dichiarino che questo è il vero insegnamento. In seguito noi due ci incontreremo». Il re non poteva fare nulla, poiché i consiglieri lo manovravano a loro piacimento, e Vairochana fu esiliato.

Quando Vairochana giunse nel Tibet centrale, gli uccelli si radunarono nell’aria sopra di lui e gli volarono intorno. Gli abitanti lo riconobbero e dissero: «È arrivato l’impostore del Tibet». Lo gettarono in una fossa piena di rane e pidocchi, ma egli rimase illeso. Allora lo liberarono e cominciarono a considerarlo un santo. In seguito Vairochana iniziò a predicare in quella regione.

L’esilio di Vairochana, la prova e il suo riconoscimento come santo

L’invito a Vimalamitra

Nel frattempo, il re Trisong Detsen decise di diffondere il Dharma a ogni costo e di invitare un altro santo che potesse divulgare l’insegnamento in Tibet. Tuttavia, decise di invitare un monaco che insegnasse una dottrina di livello inferiore. A tal fine invitò il grande maestro Vimalamitra, che era il più erudito tra i cinquecento pandit indiani.

Ordinò nuovamente ad alcuni traduttori di recarsi in India dal re indiano, consegnargli dell’oro e chiedergli di inviare uno studioso in grado di trasmettere l’insegnamento. Il re convocò una grande assemblea e tutti gli studiosi riuniti guardarono all’unanimità Vimalamitra, affermando che era il santo più celebre e profondo conoscitore dell’insegnamento.

Vimalamitra allora pensò: «Forse il re del Tibet crede nel Dharma, ma i suoi consiglieri calunniano il Dharma e lo trattano male. Hanno già scacciato Vairochana, quindi che senso avrebbe andarci, se esilieranno anche me? Difficilmente riuscirò a domare i ministri, quegli sciocchi tibetani». Non voleva andare, ma poi pensò: «Tuttavia non devo disobbedire all’ordine del re dell’India, dovrò andare». Rispose con queste parole: «Bodhisattva dadhim». I traduttori le tradussero così: «Se una freccia viene scoccata dall’arco dalla forte mano di un uomo, potrà colpire il bersaglio».

L’arrivo di Vimalamitra e le prove

Quando Vimalamitra arrivò in Tibet, il re lo accolse con grandi onori; tuttavia, Vimalamitra non si inchinò al re né rese omaggio alle statue delle divinità nel tempio. I consiglieri si indignarono e dissero al re: «Abbiamo invitato molti eruditi, ma forse tu non sei un vero santo. Perché non mostri rispetto?»

Vimalamitra chiese: «Sapete che cosa significa rendere omaggio?» Essi risposero: «Non lo sappiamo». Egli disse: «Rendo omaggio dimorando nella non dualità, nell’inseparabilità dalla divinità. Perciò le divinità simboliche sotto forma di statue e immagini non possono sopportare i miei inchini. Ecco perché non mi inchino alle statue dei santi, e non mi inchino neppure al re». In altre parole, Vimalamitra disse che dimorava nella non dualità e che il suo stato era così potente che inchinarsi a una statua o al re sarebbe stato un omaggio inadeguato. È qualcosa di simile a quando Virupa diceva: «Il fratello maggiore non deve inchinarsi al minore». Ciò significa: «La divinità nel mio corpo è più grande della divinità esterna o del re. Rendo omaggio dimorando nella presenza non duale».

Vimalamitra rende omaggio dimorando nella non dualità

Il re pensò: «Non riesco a capire chi sia: un impostore o un vero santo». Vimalamitra chiese: «Dunque non sei ancora soddisfatto della mia risposta?» Dopodiché indossò la veste rituale e si inchinò rispettosamente davanti alla statua che il re contemplava, dicendo: «Io, Vimalamitra, divinità della saggezza nello stato relativo, mi inchino a Vairocana, corpo della divinità suprema». Dopo queste parole, la statua si spaccò dalla sommità del capo fino al trono.

Il re si turbò ancora di più, pensando che fosse certamente un impostore, ed era scontento. Allora Vimalamitra si inchinò di nuovo rispettosamente davanti alla statua e disse: «Io, Vimalamitra, suprema divinità della saggezza, conferisco l’iniziazione alla divinità della saggezza nella statua, Vairocana». Posò le mani sul capo della statua, dopodiché essa tornò integra, divenne ancora più splendida e cominciò a risplendere. Allora il re sviluppò devozione verso Vimalamitra.

Manifestazione dei siddhi e inizio dell’insegnamento

Vimalamitra iniziò a conferire l’iniziazione al re. Il re gli fece offerte d’oro e di altri beni, e Vimalamitra lo lodò per le offerte. Il re pensò: «Forse, pur essendo un grande santo, è avido, dal momento che elogia tanto le offerte». Vimalamitra lesse i suoi pensieri, prese un po’ di sabbia, gliela versò nelle maniche e disse: «Tienila». Ma il re non riuscì a trattenerla, e dalle maniche cadde sabbia d’oro. Vimalamitra disse: «Non ho bisogno del tuo oro: per me tutto ciò che è visibile è oro. Accetto le tue offerte soltanto affinché tu possa accumulare meriti, perciò i tuoi pensieri sono errati». Il re si pentì di nuovo.

La sabbia diventa oro: l’offerta offre la possibilità di accumulare meriti

In altre parole, il re commetteva continuamente aparadha nel proprio animo: ora ascoltava consiglieri sciocchi, ora pensava male di Padmasambhava o di Vimalamitra, ora mandava Vairocana in esilio. Ma grazie alla sua saggezza si pentiva continuamente, cioè infrangeva e purificava i samaya. Grazie a questa purificazione, riuscì infine ad apprendere l’autentica pratica spirituale.

L’incontro di due tradizioni

Vimalamitra fu fatto accomodare su una grande poltrona e cominciò a predicare il Dharma. Vairocana, che in quel periodo si trovava in esilio, venne a sapere che era arrivato il santo erudito Vimalamitra e che predicava un Dharma inferiore al suo, e pensò: «Quando predicavo il Dharma supremo, sono stato mandato in esilio; ora invece è arrivato un altro monaco che predica il Dharma iniziale, e lo hanno fatto sedere su un trono d’oro».

Allora mandò un suo discepolo dal re. Il discepolo indossò un mantello e una corona di tela da mago, prese in mano una spada di legno e dei rotoli. Entrò negli appartamenti del re, dove Vimalamitra stava predicando, si spogliò completamente, montò sulla spada di legno come se fosse un cavallo ed entrò nella sala in cui si teneva la lezione. Si frustava le natiche gridando: «Kakapari, kakapari».

Vimalamitra lo vide, sorrise e rispose: «Dadhim, dadhim». Il re chiese: «Che cosa significa questo spettacolo?» Vimalamitra rispose: «È un messaggero di Vairocana, che si è indignato perché tu ascolti il Dharma inferiore. Ha mandato il suo discepolo, il quale ha detto in questo modo che non si può raggiungere l’illuminazione mediante gli insegnamenti immaturi degli shravaka e che non si può percorrere una grande distanza con il passo di un corvo. Senza gli insegnamenti supremi sul frutto dell’illuminazione istantanea, non ha senso impantanarsi in insegnamenti che riguardano soltanto le leggi di causa ed effetto».

Allora il re chiese: «E tu che cosa gli hai risposto?» Egli disse: «Ho risposto che tutti gli insegnamenti sono puri e privi di dualità, se li percepisci nello stato corretto. Perciò anche ciò che predico io appartiene agli insegnamenti supremi, soltanto che lo esprimo con le parole degli insegnamenti inferiori».

L’unificazione degli insegnamenti e il trionfo del Dharma

Il re volle sapere chi fosse lo yogin che era entrato nella sala in quel modo. Quando trovarono quello yogin, era seduto in una taverna e beveva chang. Molto probabilmente era già un avadhuta-mahasiddha altamente realizzato. Per qualche ragione, molti mahasiddha vengono spesso raffigurati come se il loro passatempo preferito fosse starsene seduti da qualche parte a bere chang.

Dopo aver trovato quello yogin, invitarono anche lui a impartire insegnamenti. Gli offrirono un mandala d’oro e lo fecero accomodare su un trono di pietre preziose. Così, al mattino il re e i suoi discepoli ricevevano gli insegnamenti da Vimalamitra, mentre la sera li ricevevano dal discepolo di Vairocana. In questo modo ricevettero tutte le principali traduzioni degli insegnamenti sulla non-dualità.

Due lignaggi di istruzioni confermano l’unità dell’Insegnamento non duale

E quando i consiglieri tibetani videro che gli insegnamenti dei due maestri erano identici, si pentirono di aver esiliato Vairocana. Inviarono a Vairocana tre messaggeri con una brocca d’oro in dono, per riconciliarsi con lui e invitarlo a impartire loro gli insegnamenti.

Fu così che il Dharma della non-dualità giunse in Tibet e vi si diffuse.

 

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