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Karma, vigilanza e pratica dell’auto-liberazione

25.06.2026
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Karma, vigilanza e pratica dell’auto-liberazione

Commento al testo «Su ciò che viene prima di tutto»

Insegnamenti del santo Padmasambhava, che si chiamano «Su ciò che viene prima di tutto».

«Il Maestro Padma disse: «Prima di tutto, abbi fiducia nella causa e nell’effetto delle tue azioni. Ricordati della morte».

La legge del karma come fondamento della vita spirituale

«Abbi fiducia nella causa e nell’effetto» significa: ricorda la legge del karma. Se ricordi la legge del karma, sai di trovarti sotto il suo controllo. Non c’è questa vita, ma c’è un karma infinito, e tu o ti liberi dal karma, oppure vi rimani coinvolto sempre più profondamente. Chi è saggio vive in modo da liberarsi a ogni istante. Chi non possiede saggezza, per inesperienza, si coinvolge sempre più nel karma.

Ricordare la legge del karma significa rivalutare radicalmente la propria vita. Dal punto di vista della legge del karma, molte cose nel mondo degli uomini sono prive di senso. Non solo non sono necessarie, ma sono persino dannose. Ma se non esiste il ricordo della legge del karma, allora l’uomo non è capace di valutare le proprie azioni come sbagliate o prive di senso. Al contrario, ci sono molte cose che sono molto importanti dal punto di vista della legge del karma. Per esempio, disegnare l’immagine di un santo o servire i santi sono azioni molto importanti dal punto di vista della legge del karma. Invece dedicarsi a qualche attività personale, accumulare beni, instaurare relazioni ordinarie sono azioni prive di senso. Cioè, dal punto di vista della legge del karma, andiamo sempre o verso l’alto o verso il basso. Tenere conto della legge del karma significa compiere solo quelle azioni che conducono costantemente verso l’alto.

Finché non siamo liberi dalla legge del karma, bisogna fare della propria vita un continuo accumulo di meriti, un’attrazione delle forze dell’illuminazione e dell’armonia. Il servizio a queste forze è un processo naturale, quando lo yogin interagisce costantemente con esse. Poiché nell’universo si dispiegano cinque tipi di energie, noi stabiliamo relazioni con queste energie e diventiamo i loro conduttori consapevoli o inconsapevoli. Ognuno di noi, indipendentemente dal fatto che lo sappia o no, è un tale conduttore. E il vero yogin diventa consapevolmente il conduttore di determinate energie.

Per esempio, per i santi è molto importante il principio dell’aiuto all’umanità, il principio del servizio alle energie dell’illuminazione. Per loro ciò è normale e naturale quanto per gli dèi è normale servire le forze della creazione, dell’equilibrio, dell’illuminazione. Questo è il senso della loro vita. Essi non immaginano nemmeno che si possa non interagire con queste energie. Si può dire che, con una mano invisibile, dirigono il progresso dell’umanità.

Lo yogin come conduttore della legge del karma e delle forze dell’illuminazione

Servizio alle forze dell’illuminazione

Ma se guardiamo alla nostra vita, vedremo che il nostro valore principale, anche quando siamo diventati praticanti spirituali, è, di regola, aiutare noi stessi, liberare noi stessi. Questo, naturalmente, è bene, ma non è sufficiente, perché è simile al tentativo di tirarsi fuori da una palude afferrandosi per i capelli. Un tale obiettivo è chiuso sull’ego, sul falso «io». Naturalmente, dobbiamo aiutare noi stessi, perché non potremo aiutare gli altri se non abbiamo aiutato noi stessi. Tuttavia, l’aiuto a se stessi non deve essere un feticcio che serve alla prosperità del nostro egoismo, perché un giorno inevitabilmente ci scontreremo con questo feticcio come contro un muro. Vedremo che non progrediamo proprio perché abbiamo un forte attaccamento a noi stessi, che non raggiungiamo l’illuminazione proprio perché siamo troppo concentrati su noi stessi e non possiamo spalancare la mente verso qualcosa di più elevato. Se il discepolo è ancora immaturo, non lo capirà mai.

Io cerco di non invitare nessuno a servire le forze dell’illuminazione e a unirsi alle nostre file. Non è così semplice. Per comprendere l’importanza di tale servizio, l’anima vivente deve compiere un enorme lavoro interiore e rivalutare i propri valori. Le persone non capiscono chi e che cosa debbano servire. Molti ragionano più o meno così: «Mi è chiaro che è utile fare pranayama, perché come risultato il corpo ringiovanirà. Comprendo che è importante aspirare all’illuminazione personale. È logico, perché c’è l’impermanenza, c’è l’ignoranza. Ma qual è il senso del servizio per gli altri? Per quale motivo dovrei pensare a tutta l’umanità? Mi prendo cura di me stesso, perciò non ho tempo per servire gli altri».

Ma in realtà, quando la vostra anima matura, per voi questo diventa un processo naturale, perché comprendete che è impossibile aiutare soltanto se stessi, poiché non viviamo in uno spazio chiuso. “Gli altri” e “io” sono finzioni. In realtà esiste un’unica energia: la visione karmica. In realtà non esistono altri separati da te. Questi altri sei tu stesso, sono i tuoi stessi corpi illusori. Rendendocene conto, rivalutiamo tutto, e allora il nostro aiuto agli altri non appare banale, non in modo umano, ma in modo più globale. Vediamo semplicemente che esiste un’energia con la quale interagiamo costantemente, perciò è del tutto naturale esserne un canale e diffonderla intorno, per quanto possibile. Questo è l’unico modo normale di esistere. Non hai più concetti su te stesso, sugli altri, sul servizio, ma semplicemente lo fai, senza nemmeno pensarci, così come un santo siddha benedice semplicemente in virtù della propria natura, perché interiormente è completamente sintonizzato su questo.

Il campo unico del servizio, dove il confine tra sé e gli altri si dissolve

Per liberarsi dalla legge del karma, bisogna davvero riorganizzare il proprio sistema di valori e comprendere questo principio. Occorre ragionare così: “Il servizio a questi scopi e a queste forze elevate è di importanza colossale, anche se io stesso, così facendo, non raggiungerò determinate vette. È proprio a un servizio simile che vale la pena dedicare tutta la vita, perché è così che agivano i siddha, i buddha, i santi, gli dèi”. Quando scopriamo che i nostri obiettivi iniziano a cambiare, allora ci liberiamo davvero dalla legge del karma.

L’infinità dell’esistenza e le vite future

“Questa vita dura pochissimo, perciò non inseguirne i beni. Ricorda che ti attende un lungo futuro. Aspira al bene del futuro”.

L’esistenza è infinita. La vita non si esaurisce in un arco di ottant’anni. Le vite future arriveranno necessariamente, e in esse non ci sarà nulla che non corrisponda alla vita attuale. Chi è occupato in cose mondane, samsariche, nella prossima vita si occuperà delle stesse cose. Chi aspira all’illuminazione, senza perdere la propria coscienza nemmeno per un istante, continuerà a occuparsi della stessa cosa. Chi è assorbito dagli otto dharma mondani continuerà a esserne assorbito. Chi è impegnato nel servizio ai santi, si perfezionerà ancora di più in questo. Chi ha realizzato la presenza e l’autoliberazione, crescerà in questo. Chi si è radicato nell’orgoglio divino, manifesta le qualità della fioritura e della benedizione, manifesterà ancora maggiore grandezza e gloria in quanto divinità. Queste sono le vite future, che sono una realtà assoluta.

Il pericolo delle cadute sul cammino spirituale

“Per il bene della vita futura, ora sii pronta e sicura di non scivolare sul sentiero della caduta”.

La vigilanza del praticante sul tortuoso cammino spirituale

Un vero monaco esamina sempre con grande attenzione la propria vita, per non scivolare sul sentiero della caduta. Nella vita spirituale non ci sono soltanto progresso e slanci verso l’alto; purtroppo, ci sono anche cadute. A volte, dopo lo status di monaco e di monaco anziano, si può ottenere lo status di novizio, brahmachari, laico. Anche questo accade, perché la vita spirituale è imprevedibile ed è simile a un sentiero tortuoso. Sorgono ostacoli e desideri mondani, riaffiorano i vecchi samskara del falso ego, si manifesta l’impreparazione a nuove esperienze, l’essere catturati dalla chiarezza, lo squilibrio dei prana, l’incomprensione del Dharma. Ci sono moltissime cose di cui un neofita non sospetta nemmeno. E invece di volare verso il nirvana come una freccia, comincia a girare sul posto, ad andare a destra o a sinistra.

La diretta aspirazione spirituale invece di girare sul posto e deviare lateralmente

Ho letto le rivelazioni di un monaco cristiano. Scriveva così: “Un giorno guardai i fratelli monaci e vidi che erano tutti caduti in prelest. Per questo piansi molto amaramente”.

Non a caso i siddha dicono: “Il cammino spirituale è simile al filo di un rasoio”. Per percorrerlo bisogna sfuggire a tutte le seduzioni, proteggersi. Un vero monaco lo sa perfettamente, perciò vigila attentamente su se stesso ogni giorno, non solo nella fase del noviziato, ma anche dopo dieci o più anni di monachesimo. Quanto più diventa un maestro esperto, tanto più profondamente vigila su se stesso.

Molti pensano che i maestri siano rilassati perché si sono già realizzati e possono comportarsi come vogliono. Ma non è così. Quanto più profondo è il maestro, tanto più vigila su se stesso. Anche se non lo dimostra all’esterno, non farà neppure un movimento superfluo, non muoverà nemmeno un dito senza motivo. Vigila su se stesso non mediante qualche rigidità esteriore, ma grazie alla chiarezza interiore, all’analisi del prana, alla considerazione della situazione, dei segni, delle circostanze relative e, soprattutto, della presenza. E quanto più lo yogin rivela lo stato originario, tanto più reale è ciò con cui si confronta, tanto più cresce la sua venerazione, che viene anche chiamata «timor di Dio». Vale a dire che interiormente non si trova in uno stato rilassato, anche se dall’esterno può sembrare così. Allo stesso modo, anche il praticante, man mano che aumenta il proprio livello di consapevolezza, deve vigilare su se stesso sempre di più. Il suo atteggiamento più rigoroso e critico verso se stesso deve aumentare con il tempo, non diminuire. Il vero yogin pone sempre la propria asticella un po’ più in alto, perciò vede sempre quanto deve ancora lavorare. Seguendo questo principio, sarete assicurati contro tutte le cadute.

Da un lato, non bisogna essere contratti, cadere nel sentimento di peccaminosità e di autodenigrazione, pensando: «Non mi riesce nulla!» Questo contraddice il veicolo supremo del principio dello stato naturale e dell’orgoglio divino. Siete già umiliati dalla vostra condizione nel samsara a tal punto che oltre non si può, quindi questo non aiuterà. Perciò il nostro compito principale è coltivare lo stato naturale e radicarci nell’orgoglio divino, identificandoci sempre con la divinità, e non dedicarci all’autodenigrazione. Dall’altro lato, allo yogin devono senz’altro essere sempre proprie la vigilanza, l’allerta e l’esigenza verso se stesso. E allora non ci saranno cadute. È necessario notare costantemente le proprie reazioni, attaccamenti, identificazioni e distrazioni. Bisogna continuamente richiamarsi all’ordine, osservare i propri desideri e aggrappamenti nascosti e subconsci, l’egoismo che si manifesta, l’orgoglio, la presunzione, e rimproverarsi interiormente per questo. E se sapete liberarvi, allora invece del rimprovero dovete praticare l’autoliberazione.

Superamento dell’autocompiacimento e pratica continua

«Non essere autocompiaciuta in nulla. Se conserverai l’orgoglio, considerandoti dotta, grande e nobile, non acquisirai alcuna buona qualità».

Da un lato, dobbiamo radicarci nell’orgoglio divino, dall’altro lato — non permetterci mai di sprofondare nell’autocompiacimento. Se comprendete che l’orgoglio divino non si riferisce all’ego (ahamkara), che deve capitolare completamente, ma all’“io” essenziale, non commetterete questo errore.

«Perciò abbandona la vanità e impegnati nella pratica del Dharma, senza deviare neppure per un solo istante».

«Senza deviare neppure per un solo istante». Poiché siete praticanti dell’insegnamento supremo, dovete sapere che il vostro Dharma non è condizionato dal luogo, dal tempo o dalle circostanze. Potete praticarlo in modo molto flessibile in qualsiasi condizione e in qualsiasi momento, perché è interiore. Non ha bisogno né di una posizione particolare, né di japa, né di rituali, né di qualcos’altro. La consapevolezza, la contemplazione sono un lavoro interiore che può essere applicato in ogni momento e in ogni situazione. Perciò qui si dice: «neppure per un istante».

Lavorare con le emozioni e le trasgressioni

«Applica l’antidoto alle azioni. Se anche la più insignificante emozione disturbante o azione non virtuosa dovesse sorgere nel tuo essere, considerala come una sofferenza indicibile grande quanto il monte Sumeru».

Finché non avrete imparato a integrare e autoliberare le emozioni, dovete trattare con grande cura e rigore la rabbia, l’irritazione, l’attaccamento, la lussuria e tutto il resto che sorgono, perché seguire qualsiasi emozione significa creare la base per sofferenze future. Bisogna prenderlo con grande serietà. Quando vi radicherete nella presenza, tutte le emozioni saranno per voi qualcosa di non autentico, con lo stesso «sapore». Arrabbiandovi, riderete. Sarà semplicemente un gioco della presenza. Ma finché non c’è tale gioco della presenza, è necessario un accurato autocontrollo.

«Con azioni compiute nel dubbio non otterrai nulla, perciò non avere il minimo dubbio. Finché non abbandonerai l’attaccamento all’ego, le trasgressioni, per quanto insignificanti siano, produrranno conseguenze. Perciò è così importante evitare le trasgressioni».

Per trasgressioni si intendono azioni karmiche negative: pensieri malvagi, maldicenza, omicidio, furto — tutto ciò che contraddice i principi yogici. Finché non abbiamo imparato ad agire dallo stato naturale e l’ego non è stato assorbito da esso, tutte le trasgressioni saranno accompagnate da un’attività valutativa, bhava, e dopo qualsiasi trasgressione sorgerà sempre una valutazione emotiva subconscia, che lo vogliate o no. E questa valutazione emotiva lascerà un’impronta (traccia karmica). Ciò significa che inevitabilmente si dovranno raccogliere i frutti del proprio karma.

La traccia karmica come un seme che lascia un’impronta nella coscienza

Quando ci siamo già radicati nella contemplazione, le nostre azioni cessano di creare tracce karmiche, perché possiamo auto-liberare tutto e non ci lasciamo più coinvolgere in valutazioni emotivamente colorate. Tuttavia si dice così: «Anche se la vostra mente è illimitata come il cielo e avete raggiunto lo stato di Buddha, siate scrupolosi nel vostro comportamento. Non commettete trasgressioni nemmeno grandi quanto un granello di senape».

Voti e samaya

«Il Maestro Padma disse: «Avendo preso i voti dei veicoli superiori o inferiori, non rinunciare ad essi nemmeno per salvare la tua vita. Se li infrangi, la cosa più importante è pentirsi immediatamente e prendere di nuovo i voti».

Che cosa sono i voti? Sono una determinata visione, non una vuota formalità. Per voti qui si intendono i samaya tantrici, l’impegno dell’unico samaya della contemplazione, i voti monastici. Prendere i voti significa entrare in una determinata dimensione della coscienza. Assumendo qualsiasi impegno, lo yogin deve osservarlo con cura; e se viene infranto per disattenzione, deve purificarlo, ristabilirlo, confermarlo, senza aspettare che siano gli altri a indicarglielo.

Di solito agli allievi laici è richiesto di osservare i principali voti yogici: non mangiare carne, osservare il brahmacharya, non uccidere, non mentire, ecc. Il principio del samaya tantrico significa che entrate in un unico campo di coscienza in cui si trovano il maestro spirituale, i siddha e l’insegnamento. Se uscite da questo campo di coscienza, tutta la vostra pratica spirituale viene distrutta. Si può dire che il samaya sia una disposizione verso una determinata visione che ci conduce lungo il cammino della vita spirituale. È molto importante mantenere continuamente questa disposizione, cioè osservare sempre il samaya e la purezza della trasmissione. Samaya significa che instaurate relazioni elevate e sacre con il maestro, l’insegnamento, gli uni con gli altri, con il sangha, e li trattate come il tesoro del vostro cuore, li coltivate, li sviluppate e li approfondite; e se vengono infranti, li purificate. Questo non significa che, avendo ricevuto da un maestro un’iniziazione a un qualche insegnamento, si possa poi pensare: «Forse questo maestro è addirittura un qualche ciarlatano. Forse questo insegnamento è una sciocchezza qualsiasi. Ma io, forse, lo praticherò comunque». Un simile approccio non può essere chiamato pratica del samaya. È una pratica che non porterà frutto, porterà soltanto ostacoli. Quando entriamo nei samaya, ci troviamo nell’ambito del sacro, del sacrale; perciò bisogna rapportarsi all’insegnamento non come nel mondo degli uomini, ma con rispetto e persino venerazione. Il samaya ci conduce nel mondo degli dèi, e con gli esseri e le energie elevate bisogna comportarsi con grande cura. Se permettiamo disattenzione e trattiamo il nostro samaya con negligenza, sorgono seri ostacoli nella vita spirituale, che possono portare a malattie, alla mancanza di esperienze spirituali e persino a cattive rinascite nelle vite successive. Lo so per esperienza personale. Quando gli allievi infrangevano i samaya, lo sentivo sempre in anticipo. Per esempio, avevo brutti sogni, sorgeva la sensazione come se sul mio corpo astrale fosse stato rovesciato un sacco di cemento; perciò dovevo eseguire pratiche speciali per dissipare questi bhava impuri. Perché accade così? Perché, se in una persona il samaya viene infranto, nel suo corpo sottile si manifesta negatività; e tu, in quanto maestro che conferisce l’iniziazione, sei legato all’allievo, quindi questa negatività, naturalmente, entra nel tuo corpo sottile. Per questo si dice che non bisogna iniziare allievi indegni, perché ciò creerà ostacoli sia per l’allievo stesso sia porterà sofferenze o creerà ostacoli al maestro spirituale. Alcuni dicono persino che la salute e la durata della vita del maestro spirituale dipendono da quanto bene gli allievi osservano il principio del samaya. Questo riguarda soprattutto non l’anuttara-tantra, ma i tantra inferiori, dove vi sono iniziazioni con le divinità e trasmissioni nelle pratiche di divinità specifiche. È davvero così. Se sorgono delle aparadha (violazioni) subconscie, è necessario aver cura di purificarle per tempo.

Il campo unificato del samaya, che unisce il maestro, l’insegnamento e il sangha

Il seguente esempio mostra quanto seriamente ciò venga considerato nei tantra. Naropa mostrò a Marpa le divinità e chiese: «A chi ti prostrerai per primo: al guru o alle divinità?» Marpa commise un errore, prostrandosi prima alle divinità e non al guru. Naropa disse: «Poiché hai commesso un errore, la tua vita non durerà a lungo».

Differenze negli approcci al samaya nei diversi tantra

Nel kriya-tantra e nel charya-tantra si attribuisce un’importanza molto grande al principio della purezza del samaya, poiché qualsiasi deviazione può influire seriamente sulla vita spirituale del praticante. Nell’anuttara-tantra attribuiamo grande importanza all’unico samaya della contemplazione, mentre i samaya di cui si parla nel contesto delle quattordici cadute radice sono per noi secondari. Abbiamo più libertà, abbiamo più fiducia, poiché sappiamo che, anche se per inesperienza i samaya secondari verranno violati, il nostro unico samaya della contemplazione è garanzia di purezza fondamentale, perciò li purificherà.

Benché ciò, naturalmente, non significhi che non si debbano purificare i samaya secondari se si contaminano. Inoltre, l’unico samaya è pienamente purificante solo allo stadio dell’unico «sapore»; tuttavia dobbiamo credere nel suo potere purificante fin dall’inizio. L’unico samaya è il principio universale dello stato naturale, che risolve tutti i problemi in un solo colpo.

Nel cristianesimo esiste questa espressione: «L’amore è superiore al digiuno». In questo caso l’amore personifica l’unico samaya, mentre il digiuno personifica i precetti del vinaya o i samaya tantrici. E benché i precetti del vinaya e i samaya tantrici siano importanti, l’unico samaya è molto più importante.

Ho letto che un santo cristiano, durante il digiuno, fu invitato da un laico nella sua casa. Quando fu apparecchiata la tavola, il santo si rifiutò di mangiare, dicendo: «Si può forse ricevere il prasada durante il digiuno?» I padroni di casa ne furono molto rattristati. Vedendo che aveva arrecato loro dispiacere, il santo ricordò che «l’amore è superiore al digiuno», perciò disse: «Ebbene, apparecchiate la tavola, mangeremo». Non era un novizio, ma un anziano, un santo che aveva realizzato l’amore e poteva auto-liberare le convenzioni relative. Questo è un esempio del fatto che l’unico samaya è superiore ai principi secondari.

L’unico samaya come amore che supera le limitazioni secondarie

Tuttavia ciò non è un motivo per violarli a ogni passo, pensando: «L’amore è superiore a tutte le limitazioni, l’unico samaya cancellerà tutto». Se pensate seriamente così, questa è la via verso la caduta. Qui tutto deve essere molto sottile.

Ho sentito che ai ritiri di un santo maestro, un lama tibetano, venivano discepoli che seguivano il principio dell’unico samaya. A ogni ritiro i praticanti laici organizzavano una bevuta. Il maestro disse loro: «Forse siete già diventati mahasiddha? Se è così, allora, naturalmente, potete basarvi sull’unico samaya. Ma se non siete ancora diventati mahasiddha, allora è meglio che vi custodiate con attenzione, anche se non siete monaci, ma laici».

Perché accadeva questo? Perché dominava l’opinione secondo cui, se si segue l’unico samaya della contemplazione, si può fare tutto ciò che si vuole, “danzare nello spazio”. Ma se siete monaci, dovete sapere: che danzi la consapevolezza interiore, mentre esteriormente bisogna custodirsi. Perciò diciamo che la visione deve danzare, mentre il comportamento deve essere monastico, contenuto, e allora non commetterete errori.

Purificazione delle violazioni del samaya

«Alcune persone, avendo violato i voti, cadono nello sconforto e non fanno altro che ulteriori violazioni. Ma come una persona caduta nel fango si purifica lavandosi e aspergendosi con acqua profumata, purifica le tue oscurazioni, cadute e trasgressioni, affinché i voti violati non si accumulino mai».

Se qualcosa viene violato, non è un motivo per cadere nello sconforto. Bisogna semplicemente analizzare la causa, cambiare il lavoro della coscienza, compiere il pentimento e la purificazione, ripristinare i voti del samaya e continuare la pratica.

«Non frequentare e non stringere amicizia con una persona che ha trascurato la moralità o che anche solo per un istante ha violato i propri samaya».

Questo è un principio importante. Se comunicate con una persona che condivideva con voi i samaya e poi li ha violati, potete contaminarvi anche voi. Avrete visioni negative, in cui entrate in uno scantinato buio, le vostre esperienze spirituali peggioreranno. Perciò si dice: «Da una persona che ha violato il samaya, non accettare nemmeno una briciola come offerta». Questo non significa che dobbiamo arrabbiarci con chi viola il samaya e dimostrare loro il nostro disprezzo. Se accade così, bisogna dire: «Tu sai bene come agisce il principio del samaya. Perciò prima ripristina e purifica il samaya, e poi costruiremo una relazione».

Purificazione e ripristino del samaya prima del ritorno alle relazioni

«Se, vestita di bianco, finirai in una palude oleosa, il fango nero macchierà inevitabilmente il candore. Allo stesso modo, anche se i tuoi samaya sono puri, sarai inevitabilmente macchiata dai samaya violati altrui. Se invece i tuoi samaya non sono puri, il nero non macchia il nero; perciò sii estremamente prudente. È importante non frequentare persone viziose e coloro che hanno perduto i propri voti. In ogni caso bisogna preoccuparsi di non avere motivo di vergogna».

Domande e risposte

Domanda: «Avete detto che si verifica un oscuramento a causa di una valutazione subconscia. Che cosa intendete per valutazione subconscia? È una qualche bhavana che si manifesta a livello subconscio?»

La coscienza discriminante, che opera con concetti come cattivo-buono, puro-impuro, bene-male, corretto-scorretto, verità-menzogna e così via, non si trova nella coscienza superficiale, ma nel subconscio. L’attività valutativa e raziocinante si svolge proprio da questo livello.

Per esempio, compite una qualche azione e pensate più o meno così: «Nell’Assoluto tutto è puro e sacro, quindi non c’è nulla di terribile se commetto qualcosa di impuro. Tanto è comunque un’illusione, è comunque un gioco». Sembrerebbe che abbiate auto-liberato questa azione a livello della coscienza superficiale, ma il subconscio lavora più rapidamente, perciò a livello subconscio la valutazione è comunque avvenuta, l’azione ha comunque suscitato una bhava impura, che si è depositata nel subconscio sotto forma di impronta. Ciò significa che il sottile risultato karmico sorto in conseguenza di questa azione maturerà.

Valutazione subconscia che lascia una sottile impronta karmica

Se invece siete entrati nel subconscio con la forza della contemplazione e anche le più piccole fluttuazioni, le oscillazioni della mente, sono ormai assenti, l’attività valutativa e raziocinante non avviene, e tutto viene percepito nella visione pura, allora da tale attività karmica non vi saranno conseguenze. La questione è quanto sottilmente siete consapevoli e se nella vostra anima sorgerà o meno un oscuramento.

Per esempio, si dice che una volta qualcuno vide Ramakrishna mangiare escrementi. I discepoli dissero: «Ma come potete mangiare questo?!» Ramakrishna rispose: «Gli escrementi e il cibo più delizioso, nella non-dualità, sono una cosa sola. Voi non lo comprendete perché la vostra mente è troppo dualistica». I discepoli pensarono: «Probabilmente il nostro maestro è molto santo, se per lui gli escrementi sono puri quanto il cibo più delizioso». Poi qualcuno osservò con sarcasmo: «Mangiare i propri escrementi non è poi un risultato così grande, lo può fare chiunque. Ma quelli altrui...». A questo Ramakrishna non rispose nulla, ma andò semplicemente verso lo scarico fognario, prese da lì degli escrementi, li offrì come prasada e li mangiò. Nessuno poté più dirgli nulla.

Perché per Ramakrishna questo era possibile? Perché non pensava agli escrementi, ma pensava a Dio. Una persona comune, vedendo escrementi, pensa agli escrementi; Ramakrishna invece, vedendo escrementi, pensava a Dio e vedeva Dio. E quando Dio mangia Dio, non esiste nulla se non il divino. In Ramakrishna non si attivò l’attività valutativa e raziocinante che avrebbe detto che si trattava di qualcosa di impuro. Per lui era energia di Dio, e quindi non poteva esserci nulla di impuro in essa. Ma se anche solo per un istante fosse stato ammesso il pensiero che fosse qualcosa di impuro e ripugnante, anche se poi con la forza di volontà ci si convincesse che in Dio tutto è uno e puro, quell’impurità sarebbe comunque penetrata nella coscienza. Proprio in questo consiste la differenza tra l’unico “gusto” e l’oscuramento. Naturalmente, gli escrementi sono un esempio estremo; noi, ovviamente, non ci dedichiamo a cose del genere. Questo riguarda piuttosto le sadhana dei folli avadhuta kaulika.

Purezza non duale oltre le valutazioni mentali di puro e impuro

Domanda: «Questo significa che bisogna portare alla luce strati più profondi del subconscio? Cioè, nella coscienza superficiale non è possibile auto-liberarsi usando pratiche più semplici?»

È possibile auto-liberarsi anche nella coscienza superficiale, ma questo non basta.

«Ma il subconscio colpisce e valuta in modo molto sottile. Tu puoi solo contemplarlo. Come si può liberare questo sottile colpo del subconscio?»

Se la tua contemplazione è più profonda, al livello della supercoscienza, allora puoi notare queste valutazioni e auto-liberarle. Tutto dipende da dove si trova il tuo punto di consapevolezza.

«Cioè, se il subconscio non è stato portato alla luce, allora la tua auto-liberazione è solo un gioco superficiale?»

È una pratica, ma è kriya-jnana, cioè l’auto-liberazione del sentiero, non l’auto-liberazione del frutto.

«Cioè non funziona al cento per cento?»

Funziona al tuo livello. Devi conoscere la tua asticella e non saltarla. Cioè puoi auto-liberare teorie, pensieri, idee fisse ordinarie o qualche impostazione comunemente accettata propria delle persone comuni. Rispetto a un tale livello, sei già avanzato piuttosto molto. Ma alcune cose più profonde non puoi ancora auto-liberarle, quindi per ora non bisogna toccarle, ma agire nei loro confronti secondo i principi del vinaya.

Una cosa è auto-liberare alcune cose superficiali, un’altra è auto-liberare l’energia (shakti), ciò che è assorbito in noi molto profondamente. Infatti in noi, a livello subconscio, è assorbita molto profondamente la coscienza separante, per esempio: l’identificazione con il sesso biologico, il sesso, il dolore, l’istinto di autoconservazione, la divisione in puro e impuro, l’attaccamento al corpo, le idee comunemente accettate di bene e male. Ognuno ha il proprio confine entro il quale può auto-liberarsi e oltre il quale non può.

Un santo siddha, invece, è colui che amplia i confini della propria auto-liberazione e può conciliare cose che sembrano inconciliabili, assolutamente paradossali e persino assurde. Tuttavia, per lui questo è uno. Può andare oltre il limite dove la mente di una persona comune si rifiuta già di funzionare.

Per esempio, nella giovinezza sono sempre stato attratto dal teatro, dalla pittura, dal cinema e così via. Sentivo che per me questo era l’unico modo di percepire la realtà, che nessun altro valore per me era profondo.

L’arte come percezione precoce di una realtà più profonda

Il santo che auto-libera l’inconciliabile vive costantemente nel paradossale, nell’assurdo e nell’incomprensibile. Questa è la vera vacuità oltre il limite dell’ordinario, dell’umano. Solo lì egli comprende la realtà di somarasa, l’unico «sapore». Tuttavia, dimorando in somarasa, nel trascendente, nel folle, nell’assurdo e nell’incomprensibile, egli agisce nella dimensione relativa in modo da portare beneficio agli altri. Tiene conto dei limiti degli altri e persino finge di condividerli anch’egli.

Domanda: «Guruji, voi dite che a livello dell’energia non puoi auto-liberare, mentre a livello superficiale della coscienza puoi auto-liberare. Ma se attraverso qualche azione, pura o impura, cadi nel subconscio e comunque provi ad auto-liberare attraverso la coscienza superficiale. Se lo fai spesso, non accadrà alla fine che potrai auto-liberare anche a livello subconscio?»

Tutto dipende dall’individualità. Se sei un vira-yogin, questo può, dopo circa dodici anni di formazione, servire come mezzo per raggiungere somarasa. Cioè, all’inizio deve essere creata una base a partire dallo stato naturale. In questo modo Tilopa istruiva Naropa, ponendolo in situazioni paradossali affinché Naropa realizzasse l’unico «sapore», abbandonasse le idee di giusto-sbagliato, dell’istinto di autoconservazione e così via. Ma Naropa, prima di essere capace di praticare, a quel tempo era già egli stesso un maestro, un pandit all’università di Nalanda.

Questa si chiama pratica dell’unico «sapore». E una tale pratica esiste nel programma monastico di formazione. Tuttavia non è adatta ai novizi o ai monaci principianti, ma può essere indicata solo per i vira-yogin che hanno sufficiente esperienza spirituale. Questa è già la fase successiva della formazione del livello dei siddha.

Domanda: «Se attraverso qualche azione entri nel subconscio e in quel momento, attraverso la coscienza superficiale, prendi la decisione di auto-liberare, non è forse nel subconscio che tutto questo sta già accadendo? In ogni caso, infatti, il seme è nato, è caduto nel subconscio e lì sta già germogliando».

È un momento molto scivoloso. Il fatto è che il corpo sottile può contaminarsi anche se lo yogin si auto-libera verbalmente. L’auto-liberazione verbale non è sufficiente; è necessaria l’auto-liberazione al livello della visione pura. Perciò è importante non sopravvalutare le proprie possibilità.

La visione pura come forza che purifica il corpo sottile più in profondità delle parole

Domanda: «E se c’è qualcosa di disgustoso al gusto, ma esteriormente si cerca almeno di non fare smorfie, immaginando che sia mahaprasad, attraverso l’esterno qualcosa all’interno risponderà e si auto-libererà?»

Se integrate con la pratica alcune cose incompatibili e allo stesso tempo cercate di auto-liberarvi davvero, la consapevolezza può effettivamente crescere. È così. Tuttavia, l’auto-liberazione di cose dualistiche incompatibili deve essere fatta solo sotto la guida di un maestro spirituale. Esistono tantra e upadesha riguardanti tale pratica. Per iniziare provate a fare quanto segue: quando vi serviranno un prasad non gustoso, osservate se riuscite a mangiarlo con la stessa gioia di uno gustoso.

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