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Karma e giudizio nello stato intermedio secondo la «Storia della dakini Choyjid»

29.06.2026
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Karma e giudizio nello stato intermedio secondo la «Storia della dakini Choyjid»

Commento al testo «Storie di Chuytzhit dakini»

All’inizio del testo, la donna che ha messo per iscritto questa storia esprime venerazione al suo maestro spirituale e ai Tre Gioielli. Dice di chiamarsi Chuytzhit, della stirpe Lin, e di aver trascritto, a beneficio di tutti gli altri esseri umani, la propria esperienza spirituale, vissuta nel momento della separazione del corpo dall’anima, riguardo al beneficio dei meriti e al danno delle azioni peccaminose, e a come fu rimandata indietro con un messaggio sull’inferno e con gli ordini di Yama.

Tradurrò in modo un po’ libero, poiché il sutra è stato tradotto dal mongolo.

Le riflessioni di Chuytzhit prima della morte

La donna di nome Chuytzhit dice di essere stata malata per 16 giorni. E sebbene fossero state eseguite le cure indicate dalle divinazioni e dalle profezie, compiuti i riti necessari e celebrate le preghiere, tutto ciò non le fu di alcun beneficio. E quando peggiorò, pensò:

«Ora morirò. Sebbene in passato avessi intenzione di diventare monaca, i miei genitori e parenti non me lo permisero. Anche se da bambina ho ascoltato insegnamenti religiosi, non vi ho riflettuto abbastanza. Per quanto riguarda coloro che stanno in alto, non ho venerato abbastanza il guru, i Tre Gioielli e i santi. Per quanto riguarda coloro che stanno in basso, non ho fatto abbastanza elemosine ai sei tipi di esseri viventi».

Il pentimento di Chuytzhit prima della morte

Ricordò anche di aver fatto offerte di cibo ad alcuni maestri-precettori. Riassumendo così la propria vita, vide che i suoi meriti spirituali non erano poi così numerosi e pensò:

«Io, poveretta, avendo avuto la felice occasione di ottenere un corpo umano, così difficile da conseguire, ma avendo compiuto cattive azioni, ora morirò pentendomi. Già, ormai è tardi per dolersi».

Ricordò anche che ogni anno uccideva 20-30 mucche e pecore, e pensò che anche i frutti di tutti questi peccati sarebbero ricaduti su di lei:

«Chi, se non io, porterà tutto questo? Senza dubbio, rinascendo con una cattiva sorte, sperimenterò sofferenze».

Pensò anche che il marito e i figli difficilmente avrebbero celebrato per lei buone commemorazioni funebri, poiché il marito era avaro con i beni e privo di sentimenti religiosi. Tuttavia decise comunque di ordinargli di distribuire una certa parte dei beni dopo la sua morte. E, chiamati a sé i figli, disse:

«A quanto pare non mi libererò più da questa malattia, perciò ascoltate attentamente le tre ultime parole del mio testamento.

In passato ho accumulato troppo poche virtù e, per varie ragioni, ho accumulato molti peccati. E ora, per accrescere il mio merito, distribuite un terzo dei nostri beni. Date metà delle giade e dei coralli a mia figlia, e l’altra metà distribuitela dopo la mia morte come opera di beneficenza. Nel compiere buone azioni, non mescolatele con il peccato; aspirate alla virtù, e voi tutti, padre e figli, per quanto potete, seguite l’insegnamento. Se non ci riuscirete, almeno astenetevi dalle azioni peccaminose. Se invece non farete questo, morendo vi pentirete come me. Se tu, marito, non puoi farlo tu stesso, allora almeno costringi entrambi i miei figli a seguire il dharma e a fare tutto il possibile per il dharma. Ordina tutte le preghiere necessarie. Voi, marito e figli, astenetevi dai peccati, aspirate con zelo alla virtù. Marito, dammi la parola che non permetterai a un’altra moglie di tormentare i miei figli e mia figlia».

Testamento sull’elemosina e sulla protezione dei figli

Il marito le rispose:

«Se dopo la tua morte distribuirò un terzo dei beni, che cosa mangeremo noi quattro, padre e figli? La giada e i coralli bisogna darli a tua figlia, e se non prenderò un’altra donna per governare la casa, i bambini non riusciranno a cavarsela, perché sono troppo piccoli. Non intendo sminuire il tuo merito, ma ora non ti farò una simile promessa».

Allora lei pensò che, a giudicare dalle sue parole, egli avrebbe compiuto poche buone azioni. Poi pensò:

«In effetti anch’io non ho accumulato molti meriti, non ho pensato al beneficio dell’insegnamento. Non ho offerto nulla ai santi o al maestro».

Pensò anche con rammarico che, se lui avesse preso un’altra moglie, suo figlio e sua figlia avrebbero sofferto.

L’esperienza dello stato intermedio

«A causa di tutte queste esperienze e di questi pensieri che la assalivano, le girò la testa. E le parve di essere sprofondata sottoterra, mentre dall’alto sembrava che una moltitudine di persone la schiacciasse. Si spaventò molto. Poi le parve di vagare in un enorme oceano e, intirizzita dal freddo, provò un dolore tale come se sul suo corpo si fossero formate e poi scoppiate delle bolle. Dopo ciò le parve che tutta la terra fosse avvolta dalle fiamme e che, in quelle fiamme che divampavano con un forte crepitio, il suo corpo bruciasse. E questo fu per lei tormentoso. Poi le sembrò di continuo che balenassero lampi e che risuonasse un tuono tale da far tremare tutta la terra. Poi si calmò, e tutto ciò che accadde in seguito per lungo tempo non lo ricordò. Le parve di trovarsi in un angolo della casa, e sopra la sua testa apparve un bagliore di cinque colori, grande quanto uno scudo. Da questo bagliore emanavano molti raggi, e alle estremità di questi raggi si trovavano esseri con sette teste diverse l’una dall’altra, con corpi umani rivestiti di armature e con enormi occhi grandi come la Luna e il Sole. Nelle loro 70 mani tenevano molte spade e gridavano: «Ha! Hu! Ho! Uccidi! Colpisci! Afferra!» Le loro grida si udivano come il ruggito di mille draghi, ed ella si spaventò molto.

Visioni del bagliore di cinque colori e di esseri terrificanti

Ma allora ricordò gli insegnamenti del suo guru: che ogni luce visibile è la propria luce, ogni forma visibile è la propria forma, cioè manifestazioni della mente, e ogni suono udibile è il proprio suono. Cioè ricordò gli insegnamenti sullo stato intermedio. Ricordò anche gli insegnamenti secondo cui la propria paura nasce nella propria coscienza. Non appena pensò a questo, decise che in realtà nulla di tutto ciò stava accadendo, se non il movimento della mente. Tutto scomparve subito, la paura passò, ella si calmò. Quando guardò il proprio letto, le parve che vi giacesse il cadavere maleodorante di un’enorme rana, coperto dai suoi vestiti».

Cioè vedeva il proprio corpo con l’aspetto di una rana, così le appariva agli occhi del corpo astrale.

Riti funebri e percezione della defunta

«I figli, i parenti, i vicini: tutti si avvicinarono al letto. Alcuni cominciarono a baciare il cadavere della rana sulle labbra, altri iniziarono a piangere tenendolo per le zampe. E subito risuonò un tuono, come se mille draghi ruggissero contemporaneamente. Su di lei cominciò a cadere e a percuoterla una grandine di sangue e pezzi di pus grandi quanto un uovo, causandole sofferenze insopportabili. Quando il pianto dei parenti si placò, anche il tuono e la grandine cessarono, il dolore si attenuò. Ella pensò che il pianto e le lacrime dei parenti fossero percepiti da lei in quel modo.

Allora il suo fratello minore Etigeu disse: «Non c’è alcun beneficio nel fatto che stiamo seduti a piangere. Senza un maestro non si può compiere il rito per la defunta. Bisogna invitare un maestro con 20-30 discepoli, e sarà bene chiedere loro di compiere il rito». La sorella maggiore aveva venerato in passato il grande eremita Nigurisyguch Erdenija: «Inviterò proprio lui a compiere il rito. E chiamerò anche un maestro a leggere il “Sutra del Diamante”, cioè il “Vajracchedika”». Il marito disse: «E io inviterò un maestro bon». Il minore dei fratelli cominciò a obiettare: «Mia sorella maggiore non venerava l’insegnamento bon e non lo seguiva. Fa’ come vuoi, ma io andrò a invitare il mio maestro e questo grande eremita». Detto questo, se ne andò.

Nel frattempo l’astuto marito, insieme al nipote, portarono su un carro del grano, dicendo: «A casa abbiamo sei misure d’orzo, chiederemo ai vicini di macinarlo».

Ella vedeva e udiva tutto questo e cominciò a riflettere: «Che cosa hanno intenzione di fare? Faranno un’offerta sacrificale, ma ora la mia malattia dovuta alla paura sembra essere passata. Se distribuiscono così semplicemente tanta farina a estranei, poi non ne riavranno indietro nemmeno la metà» — pensò, e cominciò a essere avara. Non aveva il pensiero di essere morta.

Poco dopo il suo figlio maggiore portò un recitatore e gli ordinò di leggere il “Sutra del Diamante”, il Vajracchedika. Quando quello aprì il libro di preghiere e compì il rito della confessione di fede, ella ne fu molto lieta, la sua anima si rasserenò.

La sera arrivò un altro maestro con 20 discepoli e il grande eremita Nigurisyguch Erdenija. Ella pregò il maestro e chiese la benedizione, ma le parve che, per qualche ragione, egli non la benedicesse. Pensò: «Se questo santo maestro è adirato con me, allora perché è venuto qui». Glielo chiese, ma il marito e i figli non le risposero nulla. Sedeva, riflettendo con inquietudine: «Perché dunque sono tutti adirati con me?»

Il maestro con i discepoli e l’angoscia senza benedizione

Il maestro-eremita posò la mano sulla testa del cadavere della rana, compì il rito, pronunciò un sermone, recitò le benedizioni e di tanto in tanto ripeteva: «Oh, Chujtžit, è giunta la tua ora mortale, lascia le preoccupazioni per i figli, i beni e il cibo, pensa al fatto che la tua anima, sotto forma della lettera bianca “a”, nella forma di una goccia bianca, si è incarnata nel mio cuore e parte con me per il paradiso di Sukhavati, nella sacra regione dell’inimmaginabile Buddha radioso; andiamoci insieme». Quando egli lo ordinò, lei pensò: «Io non sono morta, sono la stessa di prima, ma se il maestro lo ha detto, allora andrò». Tuttavia non riuscì ad andare, perché aveva paura del cadavere della rana. E, a giudicare dalle parole del maestro, la morte era in ritardo, ma l’anima e il corpo erano già stati separati definitivamente.

Dopo ciò, al maestro e ai discepoli furono offerti carne, vodka e farina, mentre a lei non diedero nulla. Il grande eremita disse: «Figlia, servi a tua madre la sua parte di cibo». La figlia, mettendo su un piatto un po’ di carne e farina, insieme al tè pose tutto vicino al cadavere della rana, dicendo: «Madre, degnati di accettare». Ma lei, poiché non le avevano dato nulla e avevano messo tutto, come le sembrò, vicino al cadavere della rana, pensò che la disprezzassero e, adirata con la figlia, cadde nella disperazione. Sentiva una fame e una sete insopportabili, ma rimase seduta e sopportò. Quando, per ordine del grande eremita, furono letti ad alta voce l’incantesimo, il mantra e altri dharani, e la sua parte di carne e farina fu gettata nel fuoco, dal loro odore le parve di aver bevuto e mangiato. La sua fame e sete passarono, e si calmò».

Gli spiriti nei corpi sottili si nutrono degli odori del cibo offerto in sacrificio.

«Quando il cibo sacrificale e i rinfreschi per il maestro e i discepoli terminarono, essi si sedettero a leggere le preghiere funebri. Un altro maestro, il lama Nigurisyguch Erdenia, si preparò alla contemplazione e sedeva immerso in profonda riflessione. Ma poiché tutti loro sembravano arrabbiati con lei e non le avevano dato nemmeno un po’ di cibo, il suo corpo e la sua anima soffrivano immensamente, erano molto mutevoli, simili a una piuma d’uccello che svolazza nel vento. Pensò: «Sarebbe meglio se, presi la giada e i coralli, mi dirigessi verso la terra del Buddha vittorioso». E quando la figlia e i figli scoppiarono a piangere, esclamando «madre!», di nuovo cominciò a cadere una grandine di sangue e pus, colpendola e causandole tormenti insopportabili. E di nuovo, non appena il pianto si placò, la grandine di sangue e pus, così come il terribile tuono, simile al ruggito di mille draghi, cessarono.

Il pianto dei parenti, il tuono e la dolorosa grandine

Le altre visioni apparse erano terribili e assurde; lei le scrutava con orrore, temendo qualcosa. Il suo umore spesso peggiorava, e soffriva. Allora pensò: «Sarebbe bene se mi sedessi vicino al maestro», ma ricordò i suoi insegnamenti, secondo cui una donna non deve sedersi accanto a un uomo. Allora si nascose dietro di lui e si mise ad ascoltare attentamente la lettura delle preghiere. La paura passò, e divenne molto tranquilla. Pensò: «E ora sarebbe bene avvicinarmi in qualche modo al grande eremita». Quando si avvicinò, le parve di vedere il Buddha Avalokiteshvara, perfettissimo e con quattro braccia, che le ordinò misericordiosamente: «Che la sua anima, come la mia, si immerga nella contemplazione». La paura nella sua anima passò, e divenne immensamente serena e gioiosa.

Preghiere e visione di Avalokiteshvara

La commemorazione funebre continuava. Come prima, la sua parte di cibo fu posta vicino al cadavere della rana. Come prima, il grande eremita gettò un po’ di cibo nel fuoco, e a lei di nuovo parve di aver mangiato e bevuto. In quel momento, da fuori qualcuno chiamò: «Chujtžit, vieni qui!» Quando uscì a vedere, qualcuno molto simile a suo padre disse: «Vieni con me, ti mostrerò qualcosa e ti rimanderò subito indietro». Pensò: «In casa c’è il maestro, una moltitudine di novizi, e tutti sono arrabbiati con me. Il marito e i figli non mi hanno dato nemmeno un po’ di cibo; non posso più restare lì, quindi me ne andrò via».

Viaggio nella regione intermedia

Mettendosi in cammino, raggiunse un bel luogo dove non crescevano né erba né alberi. Lì si estendeva una vasta steppa sabbiosa, senza una sola collinetta o altura. A un cavaliere sarebbero occorsi 20 giorni di viaggio per attraversarla. In mezzo alla steppa scintillavano le acque di un fiume che non scorreva da nessuna parte, né verso l’alto né verso il basso, largo quanto il volo di una freccia. E su di esso era gettato un ponte, la cui lunghezza era anch’essa pari al volo di una freccia. Tra questa steppa e le montagne si trovava un’enorme città meravigliosa.

L’uomo che l’aveva condotta fin lì disse:

«Dato che sei arrivata in città, vai e guarda se qui hai qualche conoscente. Io andrò lungo questo ponte, e anche tu vieni lì».

Detto questo, se ne andò.

Lei pensò: «Forse lì conosco qualcuno» – ed entrò nella città. Là, come in un formicaio, c’era un’enorme quantità di uomini e donne. Alcuni di loro avevano un bell’aspetto ed erano vestiti bene, altri avevano corpi emaciati, color cenere, e cattivi abiti, ma tutti si lamentavano delle sofferenze. I loro volti erano cupi, alcuni piangevano. Allora ella tremò in tutto il corpo e pensò: «Possibile che questo accada anche a me?» E tra quella moltitudine di persone c’era il suo pastore Etigel. Vedendola, esclamò: «Ah, sorella maggiore, anche tu sei venuta qui». Lei disse: «Sì, e anche tu sei qui?» Egli disse: «Sì, anch’io soffro qui». Lei chiese: «Come si chiama questa città? Perché vi si tormentano così tante persone? E che cosa si trova oltre il ponte?» Ma a quel punto un uomo disse: «Presto, vieni con me laggiù!»

La città dello stato intermedio e l’incontro con il pastore

Quando ella si decise ad andare con lui, quell’uomo riferì:

«Questo è chiamato regione intermedia di dimora dell’anima per coloro che sono morti nel mondo degli uomini. Ad alcuni di coloro che sono arrivati qui il termine della vita è esaurito. Per 7 giorni essi attendono qui, mentre per loro si compiono le commemorazioni funebri di 49 giorni. Altri invece, benché non abbiano esaurito la misura della loro vita, sono stati portati qui per errore dai servitori, gli spiriti di Yama. Attendono finché non vengano mandati via di qui, fino a 10, 15, 20 e 30 anni. Coloro che hanno un bell’aspetto, che hanno cibo e vestiti, nella nascita precedente fecero offerte ai Tre Gioielli per il bene dei superiori, e ai inferiori diedero elemosina, cioè elemosina ai mendicanti e ad altri. I loro cari e amici pregarono e fecero offerte a ciascun maestro e con ciò compirono una virtù piccola, media e grande. Se le azioni vengono compiute con preghiere ogni giorno, esse si moltiplicano più di 100 e 1000 volte. Quelli invece che hanno un cattivo aspetto, in vita non compirono né accumularono meriti. Dopo la loro morte i parenti non fecero offerte, e se pure offrirono poche donazioni, non compirono le necessarie preghiere augurali e così non le moltiplicarono. Benché coloro che non hanno compiuto buone azioni rimarranno qui a lungo, ciò non espierà la loro colpa. Per alcuni il termine della vita è finito, e oltre questo ponte dimorano Yama (qui è dato il suo altro nome – Erlik Nomun-khan) e il suo seguito, il signore dell’inferno, il re giusto. A coloro che giungeranno là saranno contati i peccati e le virtù. Coloro che compirono il bene da sé o per i quali i parenti compirono buone azioni saranno liberati e inviati verso rinascite superiori. Quelli invece che peccarono, e per i quali i parenti non fecero offerte, bruceranno e bolliranno, provando sofferenze inimmaginabili».

Quest’uomo disse:

«Io stesso mi tormentavo giorno e notte, riflettendo su che cosa ne sarebbe stato di me. Prima, quando giunsi qui, apparve uno degli spiriti di Yama e disse: “Il termine della tua vita non è finito, perciò non è ancora il momento di presentarti a questo giudizio; torna indietro e attendi”, ecco perché mi trovo qui. Ora, sorella, va’ e scopri che cosa diranno il signore Yama e i suoi vicini. Se anche a te ordineranno di rimanere qui, ritorna».

Udite tali parole, ella si spaventò, e poi, salendo sul ponte, vide su quel ponte un uomo disteso supino con le braccia e le gambe aperte. Da sopra era schiacciato da un libro sacro grande quanto una città. Gli versavano in bocca ghisa fusa, ed ella chiese all’uomo che l’accompagnava: «E quale peccato ha commesso?» Quell’uomo rispose:

«Costui, vivendo nel mondo degli uomini, rubava le cose altrui, ma tenendo tra le mani un libro sacro giurava di non rubare. Per aver mangiato cibo rubato, qui viene punito con la colata di ghisa fusa in bocca. E per l’uccisione di esseri viventi sarà punito più tardi».

Il giudizio del signore Yama

Quando, come le era stato ordinato, si recò sull’altra riva, all’interno dell’immenso palazzo vide il signore dell’inferno, Yama, su un grande trono d’oro. Il suo corpo era di colore giallo, le mani erano nella posizione della contemplazione, sul capo aveva un copricapo, era vestito con abiti sacri ornati dall’immagine della patra. Tutt’intorno erano tese cortine di raso, sopra vi era un baldacchino di seta. Davanti a lui erano state deposte numerose offerte sacrificali di vario genere.

Alla sua destra, uno spirito con la testa di toro teneva uno specchio; alla sua sinistra, uno spirito con la testa di scimmia teneva una bilancia. Davanti sedeva uno spirito con la testa di pecora e teneva un libro. Vi erano anche altri spiriti servitori di diverso aspetto e con teste diverse, con le bocche spalancate, le zanne digrignate, gli occhi grandi come il Sole e la Luna. Nelle mani tenevano armi terrificanti: lance, spade, archi, frecce, scuri, asce, uncini, seghe, martelli, sciabole, chiodi, tenaglie e un’immensa quantità di coltelli. E tutti gridavano: «Afferralo! Afferralo! Uccidilo! Uccidilo! Ah! Ah! Oh!» Emettevano ruggiti di fiere selvagge, saltavano e si agitavano come forsennati.

Il giudizio di Yama con lo specchio, la bilancia e il libro

Davanti a loro, in grande timore, 300 uomini e donne attendevano il giudizio. Tra essi si trovava un uomo alto e abbronzato, con i denti sporgenti in avanti, vestito con un mantello di feltro e una cappa di pelliccia. Tenendo in mano un rosario, recitava un mantra.

Interrogatorio del giusto

Il Signore gli chiese:

«Dimorando nel mondo degli uomini, hai ricevuto l’iniziazione all’insegnamento sulla dharani segreta, hai letto i testi contemplando il corpo del Buddha? Hai scrutato nella tua anima? Hai guardato il tuo volto senza cadere nell’errore? La comprensione dell’irrealtà e dell’illusorietà di tutti i fenomeni è la base del risveglio. Racconta, come ti sei comportato?

Coloro che hanno venerato i Tre Gioielli, copiato e letto i testi sacri, fatto offerte di cibo al clero, ricambiato i benefici del padre e della madre, fatto elemosine ai mendicanti, recitato preghiere che non hanno cattiva fama, protetto la vita degli esseri viventi evitando di ucciderli, manifestato grande compassione verso gli altri, e con il corpo, la parola e i pensieri hanno aiutato i deboli, sforzandosi di compiere il bene, nelle rinascite successive si dirigono verso rinascite superiori. Queste sono le condizioni fondamentali per ottenere il benessere degli esseri celesti. Parla, come ti sei comportato?

Racconta anche come ti sei purificato dai peccati corporali. Hai compiuto pellegrinaggi, hai condotto una vita ascetica osservando il digiuno? Non hai forse ucciso il padre e la madre che hanno creato il tuo corpo? Non hai forse ucciso il maestro che ha creato la tua anima? Non hai costretto monaci e novizi all’apostasia? Tutti questi grandi peccati sono causa di sofferenze nel regno dell’inferno, dei preta e degli animali».

Poi proseguì l’interrogatorio:

«Hai violato il giuramento, cadendo in una condizione falsa, turbando le anime del maestro o degli amici; hai tormentato innocenti, hai commesso un grande peccato percuotendo e derubando uomini e donne devoti? Hai detto menzogne, calunnie, hai pronunciato parole dure, hai cianciato a vuoto, ti sei appropriato di ciò che non ti era stato dato? Hai ucciso, hai avuto unioni perverse? Hai avuto pensieri invidiosi e avidi, hai aderito a false opinioni? Non sono forse sorte false visioni dall’incredulità nell’insegnamento? Hai trascurato i vari insegnamenti?»

Interrogatorio sulle azioni del corpo, della parola e della mente

E quest’uomo disse:

«Ero molto devoto. Mi chiamano “Colui che ha accresciuto la propria potenza con la forza del merito”. Ho sempre mostrato misericordia verso i deboli, fin dall’infanzia ho recitato il mantra, avevo intenzione di diventare monaco, ma i genitori e i parenti non me lo permisero. Sebbene mi fossi sposato, se in casa veniva un qualche maestro, io, per il beneficio degli altri, lo accoglievo, lo accompagnavo, gli rendevo onore secondo le mie possibilità e lo aiutavo in ogni modo. Ho ascoltato molte istruzioni e prediche, ho ricevuto molte iniziazioni, ma avevo poco tempo libero per meditarle.

Affinché venisse posta una lampada davanti alla grande statua del Buddha, inviai 2 mattoni di tè. Offrii tè alla comunità monastica di un monastero. Per 20 anni diedi sostentamento a un eremita che si dedicava alla contemplazione in una grotta di montagna. Quando egli morì, donai un mattone di tè e pronunciai gli auspici appropriati. Affinché venisse copiata e letta 1000 volte la sutra del kalpa felice, donai al mondo oro, un cavallo, 2 mattoni di tè e compii con zelo l’auspicio.

Con donazioni recavo gioia al maestro, onoravo e aiutavo in ogni modo mio padre e mia madre, compii abbastanza buone azioni da non dovermene pentire dopo la morte. Non mi sono mai fatto beffe delle persone, poiché non ho nemici, non ho fatto del male a nessuno. Non ho rubato, non ho depredato, non ho avuto inimicizie. Dai 13 anni e fino al momento in cui sono arrivato qui, ho recitato ogni giorno l’inno a Manjushri. Ho recitato il mantra 10.000 volte senza interruzione. Quando giunse un maestro che recitava il mantra, gli offrii un pezzo di seta, trascrissi anche le preghiere di buon augurio e gliele consegnai.

Buone azioni, mantra e offerta di seta

Tali sono i miei meriti. Quanto ai peccati, ho mangiato carne di molti animali uccisi, ma io stesso non li ho uccisi. Queste sono, in sostanza, tutte le mie buone azioni e i miei peccati. Degnatevi di giudicarli».

La pesatura delle azioni

Il signore dell’inferno disse: «Verificate nello specchio e nel libro se tutto ciò che ha detto è vero o falso». Gli spiriti con teste di toro e di scimmia, dopo aver guardato, dissero: «Quanto alle buone azioni, già da bambino egli osservò di seguito 2 digiuni e 3 voti, e recitò il mantra un numero innumerevole di volte. Tutto il resto che ha raccontato è vero. Quanto ai peccati, in tre rubarono un grande yak e tirarono a sorte a chi toccasse ucciderlo. La sorte cadde su di lui, ed egli uccise l’animale».

Non appena ciò fu detto, dal cielo apparve un uomo bianco e comunicò: «Quest’uomo ha compiuto un numero inconcepibile di buone azioni, mentre di peccati non ne ha nemmeno quanto un seme di sesamo. Può essere inviato nella sacra regione del Buddha; per lui non è sufficiente il benessere degli esseri celesti e degli uomini. Ecco la quantità di buone azioni da lui accumulate nelle vite passate». E versò un mucchio di pietre bianche grande come una casa. Ma arrivò anche un uomo nero.

L’uomo bianco è la personificazione dei suoi meriti, la sua parte sottile, la divinità protettrice interiore. L’uomo nero personifica la forza dei suoi peccati, il karma impuro.

Quest’uomo nero disse: «Quest’uomo, nel corso delle sue innumerevoli rinascite, ha accumulato molti peccati. Non può ottenere nemmeno il benessere degli esseri celesti e degli uomini; per lui non c’è altro luogo che l’inferno. Ecco i peccati da lui accumulati nella vita precedente». Con queste parole versò un mucchio di pietre nere grande quanto 10 manciate.

Allora le pietre nere e bianche furono pesate: le buone azioni sembravano più pesanti e più numerose, i peccati più leggeri e in numero minore. Quando fu riferito che, per la forza delle buone azioni, i peccati erano stati purificati, il signore Yama ordinò: «Oh! Tu otterrai la beatitudine, ricevendo un corpo umano e accumulando molte virtù mediante il compimento di nuove azioni, una migliore dell’altra. Poiché il corpo umano è persino migliore del corpo di un essere celeste, ti manderò affinché, come predeterminato dal destino, tu rinasca figlio di un ricco e, intrapreso il cammino della santa fede, ti innalzi per sempre nelle regioni superiori. E ora va’ per questa strada gialla e screziata».

L’uomo bianco e nero, le pietre e la strada gialla

Quell’uomo disse: «Se qui c’è qualcuno che deve andare nel mondo degli uomini, dica a tutti di tendere alla virtù e di astenersi dal peccato. Coloro che hanno una cattiva sorte non si libereranno dalle sofferenze. Coloro che hanno una buona sorte saranno elevati e inviati a rinascite superiori».

L’interrogatorio del peccatore

In modo simile fu interrogato ancora un altro uomo, e quello raccontò: «Non sapevo che a coloro che giungono qui i peccati e le virtù vengano conteggiati con tanta precisione. Poiché non avevo beni né cibo in eccesso, e anche mia moglie non era poi molto devota, oltre alle tasse ordinarie per le altre donazioni non davo troppo. Non sono riuscito a compiere buone azioni con il corpo, la parola e i pensieri. Quando ne avevo ancora la possibilità, non ricevetti dal maestro altre iniziazioni oltre a quella iniziale. Mia moglie non permetteva di fare elemosine ai pellegrini che bussavano alla nostra porta. Sono colpevole dell’uccisione di pesci sufficienti al sostentamento per venti giorni, nonché di 20-30 volatili domestici, maiali, pecore e capre. Sotto l’influenza di cattivi compagni partecipai alla rapina di un uomo e di una donna. Ora, anche se mi pento, è ormai troppo tardi».

Quando ebbe raccontato questo, piangendo, si colpì il petto e tremò; gli spiriti che tenevano i coltelli ulularono: «Ha! Ha! Ho!» Fischiarono, urlarono e saltarono, preparandosi a gettarsi su di lui. E persino quella donna, Chuytzhit dakini, che osservava tutto, si spaventò a sua volta.

Yama ordinò: «A giudicare da ciò che ha raccontato, la sua virtù è poca. Verificate se è vero che non ha altri peccati». Come prima, gli spiriti guardarono nel libro e nello specchio e dissero: «Ah! Se tu non avessi avuto altri peccati oltre a questi, avresti potuto evitare la punizione. È impossibile contare i pesci uccisi da te. Guarda tu stesso nel libro. Hai catturato e ucciso moltissimi uccelli, maiali, pecore e capre. Guarda, hai ucciso tu stesso 29 uccelli, 50 grandi maiali e porcellini, 43 pecore, mucche e yak. Guarda, mentre tendevi lacci e cacciavi animali selvatici sui monti, hai bruciato formiche e altri insetti in numero superiore ai chicchi in una spiga d’orzo. Voi, unendovi in quattro, quando potevate, assalivate e derubavate i pellegrini diretti ai luoghi santi, e quando non potevate, li derubavate di nascosto. Guarda tu stesso nel libro e nello specchio».

Quando ciò fu riferito, il signore Yama comandò: «Sì, tu sei proprio colui che, non avendo accumulato meriti, otterrà una cattiva sorte. Per il fatto che nella vita passata hai compiuto azioni malvagie per procurarti cibo e vestiti, sarai tormentato nell’eterna serie delle rinascite. Il fatto che tu, dal cuore marcio, assalissi e derubassi pellegrini e devoti, arrecando loro danno, è un peccato più grande di quello di aver commesso, senza mostrare compassione per te stesso, i 5 peccati inespiabili e altri simili, e di aver ucciso esseri viventi. Conducetelo per questo nell’inferno di coloro che muoiono di nuovo e tornano di nuovo in vita, nell’inferno delle linee pari, nell’inferno della distruzione collettiva e negli altri 8 inferni caldi e 8 freddi. Per aver mangiato cibo peccaminoso e rubato, versategli in bocca ghisa bollente e rovente».

Peccati nascosti e severa sentenza di Yama

Quando fu dato un simile ordine, apparve un uomo bianco e disse: «Che cosa mai ha combinato perché lo si mandi non alle rinascite superiori, ma all’inferno? Ecco la quantità di meriti da lui accumulati in questa nascita». E versò in un mucchio 10 manciate di pietre bianche. Arrivò anche un uomo nero e disse: «È impossibile enumerare l’inconcepibile quantità di peccati da lui accumulati nel corso di innumerevoli rinascite. Ecco i peccati da lui accumulati in questa vita» — disse, e ammassò un cumulo di pietre nere grande come una montagna. Per lui non c’è altro luogo se non il terribile inferno.

Quando alcuni spiriti gli gettarono un laccio al collo e altri gli agganciarono il cuore con uncini e lo condussero nella città quadrata di ferro, quell’uomo disse: «Se qui c’è qualcuno che sta per andare nel mondo degli uomini, dica agli uomini di non commettere peccati come me, altrimenti per loro non giungerà l’ora della liberazione dalle sofferenze».

Interrogatorio del monaco medico

Poi, allo stesso modo, fu interrogato un monaco che portava sulla schiena una sacca di cuoio con medicinali. Ed egli disse: «Nel mondo degli uomini ero un medico. Ero ricco e, poiché conoscevo l’utilità e il danno delle azioni buone e peccaminose, per il mio merito ordinai di copiare un sutra con inchiostro d’oro e di leggerlo più di 1000 volte. Per questo offrii al copista e al lettore uno yak, una mucca, un elmo, una spada, sei misure d’orzo. All’uomo che lesse 500 volte il rito, donai 2 corazze, 3 cavalli, 17 yak, 2 campi arabili, e pronunciai le necessarie benedizioni augurali. Indipendentemente da chi venisse alla mia porta, uomo o donna, non negai l’elemosina a nessuno. Io stesso, senza interrompermi, leggevo sempre inni, recitai molte volte preghiere, non fui avido, non ricevetti nulla oltre a ciò che veniva dato per la cura. Prestai aiuto a molti esseri viventi. Se mi invitavano presso un malato e io potevo aiutarlo, mi recavo subito a prestare aiuto, per impedire la sua morte, e lo facevo con buone intenzioni. Non usai medicine né metodi di cura inadeguati. Spero che dopo la mia morte mia moglie e mio figlio facciano grandi offerte. Quanto ai peccati, poiché mi trovavo nel mondo corruttibile, nella mia casa altre persone uccisero molti animali domestici. Io stesso però non privai della vita altri esseri».

Come prima, gli spiriti guardarono nello specchio e nel libro e riferirono: «Per quanto riguarda le buone azioni, tutto è corretto; quanto invece ai peccati, quando si ammalò il tuo parente di nome Dzodur, fosti invitato a curarlo. Bramoso dei suoi beni, gli desti medicine inadatte. Prolungando la malattia per 8 mesi, esauristi le sue ricchezze. Ma poi gli desti una medicina utile, e quello non morì, ma guarì. Per aver prolungato la malattia e esserti impossessato di una buona corazza, sarai punito. Inoltre, tu stesso nella tua casa uccidesti 175 mucche e pecore».

Monaco guaritore buone azioni e interesse nascosto

Come prima, gli spiriti contarono le pietre bianche e nere e riferirono che le pietre bianche erano risultate molto più numerose. Quando però le pesarono, sebbene le buone azioni fossero più numerose, i peccati risultarono più pesanti. «Sì, — pronunciò il signore Yama, — se tu non avessi curato male quel malato, avresti ottenuto il corpo di un essere celeste o di un uomo. Ora invece costringetelo continuamente a bere acqua bollente avvelenata. Nel suo corpo conficcate 1000 chiodi di ferro. Quando avrà espiato la sua colpa, la virtù diventerà pesante e i peccati si alleggeriranno; allora lo manderò in alto».

Appena il signore Yama ebbe dato il suo ordine, gli spiriti agganciarono il cuore del peccatore con uncini e, gridando: «Uccidi! Afferra! Afferra!», condussero via quell’uomo, che disse: «Se qui c’è qualcuno che sta andando nel mondo degli uomini, dica ai medici di non somministrare medicine inadatte. Questo peccato e le sue conseguenze sono molto grandi».

Istruzione sull’importanza della pratica

Dunque non tutto è così semplice. Non tutto è solo advaita. Per alcuni c’è l’advaita, per altri anche gli uncini nel cuore. Per colui che riuscirà a ricordarsi dell’advaita e a riconoscere tutte le energie come la propria mente, vi sarà la visione della chiara luce. Chi invece non riuscirà a farlo, sperimenterà tutto fino in fondo. Perciò bisogna praticare con grande diligenza e zelo, avendo cura scrupolosa della condotta, dell’osservanza di tutti i precetti e dei voti.

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