Commento al testo «Tripura Rahasya», capitolo 18 «Sull'unità e l'indivisibilità dell'Essenza suprema».
«Poiché l'Essenza suprema è sempre autoluminosa e non duale, e manifesta la varietà dei fenomeni così come in uno specchio si vedono diversi riflessi».
Nella tradizione dell'insegnamento, la consapevolezza primordiale viene spesso paragonata a uno specchio. La metafora dello «specchio» è usata frequentemente anche nell'anuttara tantra tibetano. Essa indica il fondamento originario che è alla base di tutte le manifestazioni. Tutte le manifestazioni sono simili a riflessi. Lo specchio stesso non viene contaminato dai riflessi. Per esempio, se poniamo davanti a uno specchio un oggetto, due oggetti, mille o un milione di oggetti, non si può dire che lo specchio si identifichi in qualche modo con essi o che ne venga sporcato. In sostanza, indipendentemente dal numero di oggetti che vi si riflettono, essi non hanno alcuna influenza sullo specchio. Questa metafora illustra il principio dell'incontaminatezza della consapevolezza primordiale.
Quando entriamo in contatto con diversi oggetti, non percepiamo la realtà, ma soltanto dei riflessi. Percepire i riflessi significa dimorare nella dualità e nella percezione della molteplicità degli oggetti. Quando percepiamo la realtà, vediamo lo specchio come il fondamento autentico e tutto ciò che si manifesta come il gioco di questi stessi riflessi.
Un cambiamento radicale della visione del mondo
Il compito della nostra pratica spirituale consiste nel cambiare radicalmente la nostra abituale visione del mondo. Ciò che pensiamo del mondo, in realtà, non è altro che la nostra visione abituale. La visione del mondo che abbiamo adottato non è propriamente errata: è semplicemente una delle tante possibili. È imperfetta, ci procura sofferenza, ci rende limitati e mortali; pertanto, nel corso della pratica spirituale dobbiamo trasformare noi stessi in modo da cambiare la nostra visione del mondo.
Dal punto di vista della visione ordinaria del mondo, un cane è un cane, un uomo è un uomo, un monaco è un monaco; tutti vivono perseguendo i propri piccoli significati e obiettivi. Ma dal punto di vista dell'advaita, tutto appare completamente diverso. Il santo saggio vede con gli stessi occhi un cane, un mangiatore di cani, un umile saggio bramino e un monaco. Li vede con gli occhi dell'unità. Per lui, essi in un certo senso non esistono, oppure esistono solo convenzionalmente, perché lo jnani li vede nell'unità, li vede come Brahman. Né il cane, né il bramino, né il monaco fanno alcunché di per sé. Anzi, dal punto di vista dell'advaita essi non esistono affatto: esiste soltanto l'unico Assoluto, che gioca attraverso le proprie energie, manifestandosi come cane, bramino, monaco, laico e così via. Questa è la visione del mondo più radicale che si possa immaginare. Ma i santi affermano che è proprio questa visione del mondo a liberarci dalle sofferenze, dalle illusioni e dall'ignoranza.

La visione come fondamento del cammino spirituale
Cambiare la propria visione del mondo significa, in sostanza, acquisire la giusta visione. Abbiamo già detto che esiste un aspetto del cammino chiamato visione. Nella tradizione del laya yoga e dell'anuttara tantra in generale si dice: «Non è tanto importante la meditazione quanto l'abituarsi alla visione». Ciò significa che dobbiamo abituarci a una diversa visione del mondo e stabilirci completamente in essa, per non essere più tratti in inganno. Un altro nome della visione del mondo, o visione spirituale, è visione karmica, loka-drishti, ossia una prospettiva legata a un loka, a un determinato livello del mondo.
La visione karmica dei diversi mondi
Tutti gli esseri viventi possiedono una determinata visione del mondo, una determinata visione karmica. Per esempio, gli spiriti affamati dimorano in una visione del mondo ristretta. La loro visione del mondo è tale che, anche se voleste offrire loro un bicchiere d'acqua, non riuscirebbero a berlo, perché la loro coscienza corromperebbe quell'acqua e, bevendola, proverebbero un dolore e un bruciore terribili. Nella loro visione karmica, nella loro visione del mondo, l'acqua si trasforma in una sorta di acido corrosivo o in qualcosa di sgradevole. Sono stati loro stessi a creare tale visione del mondo con le azioni compiute in passato. Si può dire che si siano spinti da soli in un simile tunnel della realtà. E sarà necessaria un'enorme quantità di tempo per purificare la loro coscienza da questa abituale visione del mondo.
E per quanto riguarda gli asura? Nel mondo degli asura, qualunque cosa diciate sarà considerata con grande sospetto: o come una sfida allo scontro, o come un atto di ostilità. E per quanto cerchiate di convincerli della purezza delle vostre intenzioni e della vostra sincerità, sarete guardati con diffidenza; cercheranno di decifrare i vostri intrighi e, al tempo stesso, ordiranno complotti per neutralizzarli. Questa è la visione del mondo degli asura, e non c’è nulla da fare. Sono stati loro stessi a collocarsi in un simile tunnel di realtà, nel quale il mondo è fatto di rivalità, ostilità, sospetto, astuti stratagemmi, grande chiarezza e altro ancora.

Allo stesso modo, anche nel mondo degli dèi esiste una visione particolare. Quando gli dèi interagiscono con gli esseri viventi, li percepiscono in modo elevato, pur vedendone i limiti.
I tunnel di realtà e la liberazione
Gli esseri viventi si collocano in un determinato tunnel di realtà attraverso le proprie azioni precedenti. Questa è la visione karmica, loka-drishti. Esistono tanti tunnel di realtà quante sono le unità nell’infinito, e il nostro tunnel di realtà, quello degli esseri umani o dei praticanti, è uno fra un’infinità. Le persone che condividono più o meno la stessa visione karmica e un comune tunnel di realtà si riuniscono. Formano una razza, una civiltà, un’etnia o un intero mondo, un loka. Il fondamento essenziale che dà origine ai loka è proprio l’esistenza di una determinata visione karmica. In altre parole, non è la materia, ma la coscienza a determinare l’essere. È proprio la coscienza, la visione karmica, a determinare la struttura degli elementi, la materia e così via.
Quando parliamo di liberazione, ciò significa che dobbiamo liberarci dalla consueta immagine del mondo, dal consueto modo di vedere, dalla consueta visione karmica, perché, se continueremo ad aggrapparci a essa, essa continuerà a esistere, poiché è infinita, come qualsiasi altra visione karmica. Vale a dire che questo universo di attaccamento non avrà fine, perché questa energia è infinita, in quanto emana dall’Assoluto. Esiste un’energia infinita di ignoranza, ottusità e tamas, esiste un’energia infinita di lotta, giochi, desideri sessuali e piaceri raffinati, esiste un’energia infinita di chiarezza: tutti questi sono loka privi di qualsiasi limite. E quando noi esseri viventi, i jiva, entriamo in queste energie, vi appariamo in forma limitata, cioè come esseri finiti, soggetti alla legge della reincarnazione. È proprio per questo che si dice che tali tunnel di realtà non sono adatti a noi. In altre parole, i sei mondi del samsara sono la dimora del dolore e della sofferenza, il regno delle illusioni, la terrificante ruota del ciclo delle nascite e delle morti. Non si tratta propriamente di mondi attraverso i quali l’anima si sposta; si tratta piuttosto di diversi tunnel di realtà o livelli di visione karmica, e tutti sono insoddisfacenti. Di solito iniziamo la pratica spirituale proprio riflettendo sulla natura insoddisfacente di tutti questi tunnel di realtà nei quali viene collocata la nostra coscienza. E come risultato di tale riflessione nasce un forte desiderio di liberarsi dal ciclo di nascita e morte, di sfuggire al samsara e di raggiungere la liberazione.
L’illusorietà della nascita e della morte
Perché esistono la nascita e la morte? Perché dobbiamo nascere, morire e reincarnarci? Chi ha stabilito che fosse così? Non sarebbe stato possibile evitare tutto questo? In realtà, la nascita e la morte non sono qualcosa di immutabile. Esistono soltanto nella nostra visione karmica, nella nostra immagine del mondo, nel nostro tunnel di realtà. Nel mondo degli dèi la nascita e la morte non esistono. Gli dèi sono immortali, non nascono come gli esseri umani. Nel mondo dei santi, degli dèi e dei rishi, simili concetti non esistono affatto. Essi hanno concetti diversi dello spazio e del tempo e non vi è la legge di causa ed effetto. Nelle dimensioni superiori, i mondi sono costituiti da gioco, amore, armonia, immortalità, energie creative e consapevolezza. Rispetto a questi mondi, il nostro mondo è una prigione, una sorta di baracca abbandonata per criminali che scontano la propria pena; per di più, essi non comprendono del tutto come debbano lavorare con la propria coscienza, come comportarsi e che cosa debbano fare per uscirne.

Coloro che invece lo considerano un luogo di divertimenti e piaceri si sbagliano crudelmente, e la vita mostrerà loro inevitabilmente questa realtà. Prima o poi capiranno di vivere in un mondo che non controllano affatto e che, al contrario, è questo mondo a controllare loro; lo capiranno certamente, ma sarà ormai troppo tardi. Qualunque piano una persona concepisca, qualunque sogno desideri realizzare, arriverà il momento in cui non sarà più in grado di controllare nemmeno il proprio corpo, né di svolgere le attività abituali o di muoversi. Altri prenderanno il controllo su di lei (per esempio, i familiari o le persone in camice bianco), mentre essa non sarà più in grado di controllare né la propria vita né il proprio corpo, per non parlare della possibilità di provare qualche piacere.
La necessità di controllare le energie universali
Solo una persona poco lungimirante aspira a ottenere piaceri in questo mondo. Una persona lungimirante comprende questa natura insoddisfacente della realtà; comprende di vivere in un mondo di energie incontrollabili, nel quale la sua individualità non conta affatto e può essere spazzata via in qualsiasi momento da queste forze universali. E, rendendosi conto di tutto ciò, compie ogni sforzo possibile per cambiare la propria visione karmica, per trasferire sé stessa (la propria coscienza) in un tunnel della realtà nel quale sia lei stessa a cominciare a controllare queste forze universali, affinché esse non le causino problemi.
L'esempio più semplice: Alessandro Magno conquistò metà del mondo, ma riuscì forse a controllare la propria morte, la propria rinascita? Tutte le sue conquiste, in questo senso, furono inutili. Il mondo conosce grandi sovrani, fondatori di intere civiltà, ma neppure il loro enorme potere permise loro di controllare il proprio corpo, la propria vita, la propria morte. Tutti avevano progetti grandiosi, eppure non riflettevano su come tutto ciò sarebbe finito. Non ebbero sufficiente chiarezza per valutare correttamente la situazione; la loro valutazione del mondo era errata. Per esempio, se Hitler avesse saputo in anticipo come si sarebbero concluse la sua campagna contro l'Unione Sovietica e la Seconda guerra mondiale nel suo complesso, avrebbe forse dato inizio a tutta quella vicenda del Terzo Reich?
Si può dire che la maggior parte delle imprese nel mondo materiale si conclude con un fallimento, perché prima o poi gli esseri viventi impegnati nella loro realizzazione si trovano di fronte al fatto di non poter controllare le energie che dominano questo mondo. In particolare, una delle energie più potenti è quella della distruzione del corpo fisico, delle malattie, delle sofferenze, della vecchiaia e della morte. Quando riflettiamo su questo, comprendiamo che in questa visione karmica è impossibile trovare la felicità. Ci siamo spinti in un tunnel della realtà nel quale, per quanto ci si sforzi, non si può ottenere piena soddisfazione, perché non si è in grado di controllare le energie di questo mondo. Ed è proprio allora che nasce la comprensione della necessità di liberarsi da una simile visione. Giungiamo alla conclusione che dobbiamo cambiare la nostra consueta immagine del mondo, poiché, finché non la cambieremo, saremo condannati a soffrire, qualunque cosa facciamo e qualunque cosa pensiamo al riguardo.

Il superamento delle illusioni del condizionamento
Spesso le persone hanno determinate fantasie o illusioni: «Il mio destino è questo o quello» oppure «Ogni persona deve costruire una casa, piantare un albero e crescere un figlio». Sono tutte illusioni entro i limiti della nostra consueta immagine del mondo. In altre parole, noi tutti, esseri viventi, siamo completamente condizionati e vincolati da questa immagine del mondo. E qualunque cosa pensiamo, qualunque cosa immaginiamo, qualunque cosa assimiliamo nel corso dell'educazione o sotto l'influenza della società, tutto ciò è inutile di fronte alla nostra limitatezza globale, perché in questo caso i piccoli cambiamenti non funzionano. Proprio per questo i santi dell'antichità ci offrono un esempio molto radicale, esortandoci ad abbandonare la consueta immagine del mondo e a conseguire la completa liberazione dai sei mondi del samsara. Per completa liberazione intendono la formazione di una nuova immagine del mondo, molto più ampia e profonda. È uno stato in cui il soggetto è unito all'oggetto, è il mondo della non dualità. E solo in questo caso potrete controllare con la forza della coscienza le energie universali senza alcun problema né sofferenza.
L'illusorietà della creazione
«Pertanto, escludi la creazione considerandola un semplice pensiero o una serie di pensieri, e riconosci la mente non duale, residua e pura come l'Essenza suprema».
La teoria della creazione della Terra e dell’universo, la visione della Terra, delle stelle e dei pianeti, le leggi della fisica, i rapporti di causa ed effetto, l’etica, l’estetica, i rapporti di parentela e coniugali, la scienza, la cultura, l’arte, la filosofia, il modo di vivere: tutto questo fa parte della nostra visione karmica, del nostro tunnel della realtà. Queste cose sembrano reali solo finché dimoriamo in una simile visione karmica. Ma non appena la visione karmica cambia, tutte possono essere considerate illusioni. E quando i santi affermano che il mondo è un’illusione, intendono proprio questo: il mondo è reale per voi nella misura in cui è reale la vostra visione karmica, nella misura in cui siete immersi in un determinato tunnel della realtà, in una visione abituale del mondo. Ma non appena ne uscite, questo mondo si dissolve senza lasciare traccia.
La fede inconscia nella realtà abituale
In altre parole, a livello inconscio crediamo fermamente in questo mondo; rinnoviamo e rafforziamo continuamente questa fede, che si forma all’incirca al raggiungimento della maturità sessuale. Si può dire che è come se recitassimo costantemente una sorta di «credo»: «Credo di essere un essere umano di un determinato sesso. Credo che la Terra sia rotonda, che esistano il Sole, il giorno e la notte. Credo di essere mortale». E così via. Questa visione di noi stessi è l’oggetto della nostra incessante fede, sul quale «meditiamo» ventiquattr’ore su ventiquattro. Questa fede è radicata molto profondamente a livello inconscio, ed è proprio per questo che il cammino spirituale è così difficile. Anche quando cerchiamo di raggiungere la vera consapevolezza dell’«Io sono», la nostra fede inconscia nella visione abituale del mondo ci costringe continuamente a dimenticarcene. E questo continuerà ad accadere finché, alla fine, non avremo soppiantato completamente la vecchia fede nel tunnel samsarico della realtà, sostituendola con un nuovo livello di consapevolezza.

La visione pura come modo di vivere
Entrare nello stato di advaita significa iniziare a credere in un’altra visione del mondo, trasformare completamente la propria fede. Non intendiamo la fede religiosa come un insieme di dogmi, come un determinato sistema teologico. Intendiamo la fede in una determinata visione del mondo alla quale siamo abituati e di cui ci fidiamo. Di solito, quando si parla della visione pura, tutti sorridono: «Oh, fantastico! Che tecnica interessante». Ma i santi non parlano della visione pura come di una particolare tecnica da applicare soltanto durante la pratica vera e propria; ne parlano come di un modo di vedere il mondo, vale a dire che per loro la visione pura si manifesta realmente nel corso della vita: vivono davvero così!
Metodi per cambiare la visione del mondo
Qual è dunque la chiave per cambiare la visione abituale del mondo? Non bisogna pensare erroneamente di poter cambiare con facilità la propria visione del mondo semplicemente praticando un po’ di atma-vichara. È impossibile, perché condividiamo il tunnel abituale della realtà con miliardi di altri esseri viventi. Esso è «registrato» nella nostra memoria genetica e nell’inconscio collettivo, quindi non ci lascerà andare tanto facilmente.
Inizialmente, la trasmissione di questa visione del mondo avviene attraverso uno studio approfondito dei testi sacri, che deve proseguire finché essi non diventano il nostro modo di pensare. Per studio dei testi sacri non si intende impararli a memoria come uno scolaro, ma piuttosto sintonizzarsi con il loro spirito. Almeno, questa è l’unica cosa che possiamo fare nella fase iniziale. Successivamente, l’immersione nella nuova visione del mondo avviene grazie alla comunicazione con il maestro spirituale, e solo in seguito attraverso la meditazione e lo sviluppo della consapevolezza, perché la meditazione e lo sviluppo della consapevolezza sono gli aspetti più difficili. È proprio per questo che i testi sacri insistono sull’apprendimento intellettuale, sul Guru Yoga e sulla trasmissione. Se non abbiamo assimilato una visione karmica più elevata attraverso i testi e la comunicazione, ci risulta molto difficile assimilarla attraverso la consapevolezza; il processo della consapevolezza è molto sottile, perciò è facile commettere numerosi errori, come accade alla stragrande maggioranza dei praticanti.

Il Guru Yoga come sincronizzazione della visione
Il guru yoga è il processo di sincronizzazione della visione del mondo del maestro spirituale, della divinità o del santo con cui ci si unisce con quella del discepolo. Nel corso di tale sincronizzazione, il discepolo scopre di spostarsi gradualmente in un altro tunnel della realtà, nel quale comincia a valutare la realtà in modo diverso. In altre parole, dal punto di vista di un siddha, determinati eventi vengono percepiti in un modo, mentre dal punto di vista di una persona comune vengono percepiti diversamente.
Il vero scopo della pratica spirituale
«Se il corpo e la creazione vengono trascesi e l'Essenza suprema viene realizzata anche solo una volta, come risultato sorge una saggezza che distruggerà l'ignoranza e porrà fine al ciclo di nascita e morte».
Molti ritengono che lo scopo della pratica spirituale debba consistere in determinate visioni o esperienze energetiche. In realtà, ovviamente, non è così. Né le visioni, né le esperienze energetiche, e neppure l'arresto del respiro e l'immersione nel samadhi costituiscono gli scopi della pratica spirituale. Sono soltanto tappe e gradini intermedi che indicano che state procedendo nella giusta direzione. Potete diventare un buddha senza aver sperimentato una sola visione e senza aver trattenuto il respiro neppure per un secondo, perché si tratta di processi corporei legati ai prana. Per esempio, nella comunità del Buddha venivano descritti arhat privi dei segni dei siddhi. Vale a dire, non possedevano né i sei poteri divini né la chiaroveggenza, ma erano completamente risvegliati; la pienezza della loro illuminazione non suscitava alcun dubbio, ed era stata attestata e confermata dallo stesso Buddha.
La formula in cinque parti per cambiare la visione karmica
Lo scopo della pratica spirituale consiste precisamente nel cambiare la consueta visione del mondo e nell'entrare in un'altra visione karmica, in un'altra prospettiva, identificandosi pienamente con questa nuova prospettiva. Naturalmente, a un'altra prospettiva e a un'altra visione del mondo sono proprie moltissime esperienze, ma esse non si manifestano necessariamente come visioni o esperienze energetiche di qualche tipo. Per noi, il principale metodo per cambiare la visione karmica è il principio del mantenimento della consapevolezza, la contemplazione.
Di solito tutto comincia dal fatto che il discepolo deve chiarire logicamente a se stesso la formula in cinque parti, che mostra esattamente come cambiare la visione karmica. Si dice che, innanzitutto, si debba imparare a ricondurre tutto alla mente, vale a dire che si debba comprendere che tutto dipende da noi, che tutto ciò che accade è legato proprio a noi, alla nostra consapevolezza dell'«Io sono». Quando una persona soffre, è irritata e considera gli oggetti esterni la causa delle proprie difficoltà, ciò significa che semplicemente non comprende il primo anello di questa formula in cinque parti. Quando una persona comprende il principio di «ricondurre tutto alla mente», sa che in realtà non esiste alcun problema, ma esiste soltanto l'assenza del testimone (sakshi), dell'osservatore. «Ricondurre tutto alla mente» è la pratica dell'atma-vichara o la pratica della pura consapevolezza. Se avete compreso e realizzato il principio di «ricondurre tutto alla mente», allora siete ormai un testimone non coinvolto, un osservatore che si trova al di là delle valutazioni e delle rappresentazioni.
Per esempio, sorge una situazione disarmonica. Ma se riconducete tutto alla mente, ciò significa che osservate questa situazione invece di formulare giudizi e lasciarvi coinvolgere da essa. Trovandovi nello stato di osservazione, vedete che tra voi e la situazione c'è una distanza, che la situazione è per così dire a sé stante e voi siete a sé stanti. Se avete scoperto la coscienza che esiste di per sé, come può la situazione diventare la causa delle vostre sofferenze o difficoltà? La maggior parte dei praticanti che non riescono a comprendere questo principio si trova al livello più iniziale della pratica spirituale e incontra numerose difficoltà.
La seconda parte della formula in cinque parti afferma che la mente deve essere ricondotta alla vacuità. Ciò significa quanto segue: quando scopriamo la coscienza indipendente del testimone, che esiste di per sé, dobbiamo analizzarla in profondità e accertare che il testimone in quanto tale è assente, mentre esiste una vacuità simile allo spazio; essa è sempre esistita, ma prima non l'avevamo riconosciuta perché non le prestavamo attenzione. Il fatto stesso che una persona presti attenzione a questo fondamento vuoto comincia ad attualizzarlo, trasformando tutti i problemi in illusioni, mentre la disattenzione nei suoi confronti lo relega in secondo piano, e allora i problemi materiali si manifestano di nuovo, trasformandosi da illusori in reali. In questo consiste l'essenza delle due vie: il nirvana e il samsara.

Perché soffrono gli spiriti affamati, gli esseri umani, gli animali o gli asura? Perché non riescono a riconoscere adeguatamente la consapevolezza testimoniante dell’«Io sono» e la sua vacuità. Non riescono ad attingere ispirazione e forza da questa consapevolezza, nonostante essa sia una fonte colossale di ispirazione creativa e persino di forza ed energia (shakti). È proprio questa consapevolezza, e non qualcos’altro, a essere la fonte inesauribile del potere degli dèi (aishvarya-shakti) e della potente shakti capace di governare persino gli elementi. Per esempio, se una persona riconosce la vacuità di questa consapevolezza, acquisisce una grande chiarezza, le sue forze creative si dischiudono, emergono capacità geniali ed essa riesce ad affermarsi con successo in qualsiasi situazione. Indipendentemente dalla situazione materiale, è in grado di dominarla e di volgerla a proprio vantaggio. Ma se una persona non riconosce questa consapevolezza e la sua vacuità, è naturalmente separata dalla Fonte Suprema; perciò non dispone di una forza ispiratrice e può prendere decisioni soltanto al livello del manas (la mente concettuale).
Liberazione dai sankalpa
«La moksha (liberazione) non va cercata nei cieli, sulla terra o nelle sfere inferiori. Essa è sinonimo di autorealizzazione. La liberazione è semplicemente la manifestazione (realizzazione) del puro stato naturale della propria Essenza suprema, ottenuta liberandosi dai sankalpa (pensieri o immaginazioni)».
Di solito tutti noi condividiamo profondamente la visione della realtà abituale nel mondo umano, senza nemmeno rendercene conto. Ci siamo identificati con queste concezioni per moltissimo tempo, perciò si sono saldamente radicate in noi. Eppure, in realtà, tutte queste rappresentazioni abituali non sono altro che un’illusione.
Quando l’imperatore uscì incontro a Bodhidharma con il suo seguito, Bodhidharma si mise una scarpa sulla testa, volendo mostrare in questo modo che la sua immagine del mondo, la sua visione karmica, era radicalmente diversa da quella dell’imperatore e che pertanto non vedeva alcun motivo per stabilire un contatto. Quando l’imperatore gli chiese quali ricompense avrebbe ricevuto per aver eretto numerosi stupa e statue e aver fatto molte offerte, Bodhidharma rispose: «Il settimo inferno». All’imperatore questo non piacque affatto. Naturalmente, secondo la nostra abituale immagine del mondo, l’imperatore avrebbe dovuto ottenere molti meriti per le offerte, la realizzazione di statue e stupa e le altre azioni virtuose; tuttavia, dal punto di vista di Bodhidharma, tutto ciò era del tutto irrilevante e insignificante. In questo modo voleva dire all’imperatore che quei meriti non lo avrebbero comunque salvato, perché senza un cambiamento radicale dell’immagine del mondo tutto ciò era inutile. Disse: «Per la liberazione occorre molto di più: occorre cambiare tutto! Le tue illusioni non ti aiuteranno in alcun modo». Il pensiero di Bodhidharma era di diversi ordini di grandezza superiore a quello dell’imperatore Wu.
Di solito dobbiamo coltivare le virtù, accumulare meriti e creare karma positivo, e ciò è assolutamente necessario per accumulare sattva, luminosità. Tuttavia, questo di per sé non è liberazione. Avendo accumulato sufficiente sattva, ci si può reincarnare nelle terre pure; tuttavia, la liberazione di cui parliamo presuppone un cambiamento della visione karmica, e la visione karmica può essere cambiata soltanto sviluppando il principio della consapevolezza.
Qui si dice: «Come risultato della liberazione dai sankalpa». La liberazione può essere conseguita come manifestazione del puro stato naturale quando ci liberiamo dai sankalpa. I sankalpa sono gli stati dualistici che ci pervadono. Il puro stato naturale ne è sempre oscurato. Non può manifestarsi finché siamo pervasi dai sankalpa con i quali ci identifichiamo. In altre parole, gli ammassi delle nostre concezioni dualistiche devono dissolversi, e proprio allora può manifestarsi lo stato naturale originario.
Spesso una persona non si accorge nemmeno di queste rappresentazioni dualistiche. Le occorre moltissimo tempo o una grandissima chiarezza per riuscire a riconoscerle dentro di sé. Dissolverle, poi, è un compito ancora più difficile. Richiede una vigilanza costante e incessante nel mantenimento della presenza. Per esempio, immaginate che proprio ora il tetto scompaia e vi si riversino addosso dieci tonnellate d’acqua gelida. La vostra mente reagirà immediatamente: «Che cos’è? Perché?» Comincia a valutare, a indignarsi e a elaborare determinati pensieri al riguardo. In questo caso, l’acqua gelida è una causa secondaria che attiva i vostri sankalpa nascosti. Solo se, al momento di una simile percezione, dentro di voi non sorge alcuna valutazione e la vostra consapevolezza non viene oscurata, si può affermare che in voi non vi siano sankalpa di alcun genere. Lo stesso accade in tutte le altre situazioni.

Dissoluzione delle rappresentazioni dualistiche
L’essere umano in quanto tale è colmo di sankalpa interiori e di rappresentazioni dualistiche, ma questi sankalpa possono manifestarsi solo quando si crea una determinata situazione; negli altri casi non si manifestano, rimangono nascosti. Di solito i santi affermano che il conseguimento dell’unico «sapore», quando tutte le rappresentazioni dualistiche si dissolvono nel flusso della nostra mente, è precisamente la liberazione. Le concezioni del bene e del male, del puro e dell’impuro, del giusto e dell’ingiusto, della verità e della menzogna, del sacro e del profano, del passato e del futuro, del finito e dell’infinito: tutte queste sono rappresentazioni dualistiche generate dalla nostra abituale visione del mondo. Realizzare la non-dualità significa sintetizzare, unificare tutte queste rappresentazioni dualistiche in una sola e liberarsene. Ma in quale caso è possibile dissolvere rappresentazioni dualistiche così fondamentali come, per esempio, il passato e il futuro? Solo se ci immergiamo nell’unica Sfera, che si trova sempre nel presente. Allora comprendiamo che il tempo in quanto tale non esiste, ma esistono fluttuazioni della mente e della coscienza che si muovono in direzioni diverse; ciò significa che tutte costituiscono un’unica massa, nella quale non vi è separazione tra passato e futuro. È proprio a questo stadio che lo yogin acquisisce il prakamya-siddhi (l’indipendenza dallo scorrere del tempo).
Il cammino verso la santità è un movimento verso un’integrazione sempre maggiore con la visione dei santi, degli dèi e dell’Advaita. Quando la visione karmica dello yogin comincia a diventare sufficientemente profonda, gli dèi e i santi iniziano a notarlo e a visitarlo nei sogni o nelle meditazioni: questo è uno dei segni del progresso, che indica che la sua coscienza si sta elevando.


