Commento al testo «Lamrim»
Sebbene il nostro potenziale assoluto sia, proprio ora, puro e perfetto, tuttavia lo specchio della nostra mente è ancora velato e non ci permette di realizzarlo pienamente. Il processo di tale velatura è chiamato oscuramento. Quando si parla di oscuramento, di solito si dice che di questo oscuramento sono responsabili le klesha. In sostanza, oscuramenti e klesha sono la stessa cosa.
Le klesha sono impronte mentali nel flusso della coscienza, create nelle vite precedenti (incarnazioni), e che ora rimangono come conseguenza dei nostri pensieri, azioni e scelte errati del passato.
Si dice che per sostenere il ciclo del samsara siano necessari due fattori: karma e klesha. Il principale di questi due fattori sono le klesha, poiché in assenza di klesha il “germoglio della sofferenza” non spunta, anche se si è accumulato molto karma. È simile al fatto che dal seme di una pianta non apparirà un germoglio se non ci sono terra e umidità.
Nella tradizione dei tantra inferiori è molto importante il principio della comprensione delle klesha e dell’uso dell’antidoto contro di esse. Nella tradizione dei sutra, la lotta contro le klesha è il cammino principale. Per noi, come praticanti dello laya-yoga appartenenti alla tradizione dell’anuttara-tantra, né la lotta contro le klesha né l’introduzione di antidoti costituiscono il cammino principale. Si può dire che siamo fortunati, poiché possediamo l’insegnamento dei sentieri supremi. Ciò significa che i grandissimi meriti delle vite passate ci permettono di praticare insegnamenti tanto elevati, simili a un diamante o a un’astronave mistica che non solo può volare, ma è capace di piegare il tempo e lo spazio, superando in un solo istante, con velocità incredibile, distanze enormi. Perciò darò interpretazioni delle klesha descritte dal punto di vista dell’anuttara-tantra.
Definizione delle klesha. Caratteristica generale
Nell’«Antologia dell’Abhidharma» è detto:
«Le klesha sono elementi che, sorgendo nel flusso della coscienza, creano inquietudini. Cioè la caratteristica fondamentale delle klesha è agitare il flusso della coscienza».
Alle klesha si possono attribuire le vasana (impulsi che spingono a fare qualcosa e che sorgono nel corpo), le samskara (sottili impronte mentali). La base delle vasana e delle samskara sono i semi (bija).
Le vasana si trovano nel corpo sottile, mentre alcuni ritengono che si trovino nel corpo energetico. Le samskara si trovano nel corpo astrale e mentale. I semi (bija) si trovano nel corpo causale. Questi sono i diversi flussi sottili, le sottili immagini-pensiero che eccitano la mente, costringendola a cadere fuori dalla natura naturale o a oscurarsi.

Supponiamo che, se una persona ha i canali ostruiti, durante la meditazione senta dolore alle ginocchia. Poi questo dolore si ripercuote come un dolore sordo nella zona dello svadhisthana-chakra. Egli avverte una certa irritazione in quest’area, e poi in quel punto (nella zona degli organi sessuali) affluisce il sangue. Il corpo sottile reagisce a ciò, emergono vecchie samskara, sorgono immagini sessuali. E allora, invece della meditazione, la persona sperimenta uno stato completamente oscurato. Questo è un esempio dell’influsso delle vasana e delle klesha.
«Secondo quanto detto, le klesha sono fattori che turbano l’anima con il loro sorgere».
Quando in ritiro, o con una buona pratica di contemplazione, ci stabiliamo in uno stato così uniforme, simile a uno specchio, di pura contemplazione, raggiungiamo quasi una certa santità. Ma se siamo contemplativi inesperti, al mutare delle condizioni le klesha sorgono di nuovo; questa sottile inquietudine offusca lo specchio della mente, e allora ci sembra di aver versato l’acqua dalla nostra coppa. Questo non è altro che l’influsso di tali klesha.
Caratteristica di ciascuna delle dieci klesha
1. La passione è l’attaccamento agli oggetti piacevoli e belli, esterni e interni (cioè mentali). Come, per esempio, è difficile rimuovere l’olio penetrato nel tessuto, così, a causa della passione che attrae verso i propri oggetti e cresce, è difficile rinunciare a questi oggetti.

Al primo posto tra tutte le klesha vi è l’attaccamento, la passione in quanto tale. Questo attaccamento-passione è il prototipo di tutto il samsara, l’attrazione di tutto ciò che vive verso l’illusione. Una tale cieca attrazione viene paragonata allo slancio della farfalla che vola verso la luce. Non importa verso cosa sia diretta questa passione: verso il possesso del potere, una posizione mondana o un oggetto sessuale, verso il dominio, verso un gustoso prasada e così via. Questa passione, di per sé, è la base della passione globale che genera alla vita tutto il samsara. Nel caso in cui la seguiamo ciecamente, questa passione è causa di una nuova nascita. Come una mosca resta invischiata nel miele, così anche nel bardo l’essere vivente resta invischiato nel grembo materno durante la rinascita, lasciandosi trascinare dagli oggetti della propria passione.
Dal punto di vista del cammino vedico del raja-yoga e del sutra, soprattutto dal punto di vista dello yoga ascetico, qualsiasi passione deve essere semplicemente negata, rigidamente repressa, bruciata con un ferro rovente, finché non avvenga il distacco da tutta la vanità di questo mondo, finché non sia ottenuta la completa assenza di passione verso tutto: verso il cibo gustoso, il comfort del corpo, il sesso opposto, qualsiasi attaccamento, parenti e amici, qualsiasi forma di autoespressione.
Dal punto di vista del tantra, la passione deve essere costantemente sublimata, trasformata in qualcos’altro, per esempio nei quattro illimitati.
Il nostro metodo, invece, è l’auto-liberazione, quando istantaneamente, invece di seguire l’attaccamento o la passione, troviamo salvezza nell’unica Sfera. In altre parole, non la combattiamo né le facciamo guerra, ma ci rivolgiamo al lasciare tutto così com’è, al dimorare nella contemplazione. È simile al caso in cui un bambino, avendo un padre forte, non tentasse di chiarire da sé i rapporti con i teppisti, ma si rivolgesse semplicemente al padre. In questo modo, se contempliamo correttamente, la passione e qualsiasi attaccamento perdono la loro forza e diventano simili a un serpente a cui sono stati strappati i denti. Essa scompare, dissolvendosi nel principio della sahaja-tattva.
2. L’ira è un’irritazione astiosa nei confronti degli esseri, della propria sofferenza, delle armi, delle spine o di altre cose che causano sofferenza; malevolenza nei confronti di questi oggetti.

Se l’ira non viene controllata, diventa causa di cattive rinascite. Vengono descritti vari tipi di inferni in cui le persone vengono segate, gettate nel rame fuso, divorate da esseri terribili, e sono costrette ad arrampicarsi su alberi irti di lame o aghi, ferendo così gravemente i loro corpi. Sono diversi tipi di dimensioni infernali, dove operano furiose shakti. E tali dimensioni esistono davvero.
Dal punto di vista dell’anuttara-tantra, il nostro atteggiamento verso le klesha è un po’ diverso. Non assumiamo una posizione negativa nei confronti delle manifestazioni delle klesha. Naturalmente dobbiamo controllarle e auto-liberarle, tuttavia il nostro atteggiamento verso di esse è diverso: è più elevato e più puro. Tale atteggiamento è l’unico accettabile e il più profondo dal punto di vista di tutti gli insegnamenti.
Perfino l’ira, nella sua essenza, possiede vacuità e luminosità, e perfino essa ha le proprie manifestazioni pure sotto forma di divinità irate. Se consideriamo l’ira senza perdere la contemplazione, essa non ci cattura, non diventa causa di nascita nelle dimensioni infernali. Il prana non defluisce verso l’esterno dal muladhara-chakra; al contrario, il muladhara-chakra, aprendosi, comincia a funzionare, e poi il vento, grazie alla forza della presenza, viene attirato nella sushumna-nadi. Allora l’ira si trasforma in una manifestazione dell’energia della divinità irata, diventa un fattore stimolante che dà forza alla contemplazione. Naturalmente, questo non è un motivo per assecondare l’ira. Piuttosto, diciamo che questo è il modo più profondo per controllarla e pacificarla.
3. L’orgoglio è un’interpretazione arrogante, basata su una visione egocentrica, del proprio e dell’altrui come grande e insignificante, buono e cattivo (rispettivamente); presunzione.

Dal punto di vista dell’anuttara-tantra, l’ira deve essere considerata nella visione pura, l’orgoglio deve essere considerato come manifestazione dell’orgoglio della divinità. Proprio questo approccio corrisponde maggiormente alla realtà.
In senso mondano, l’orgoglio è legato all’ego, all’egoismo, quando una persona si aggrappa all’ahamkara (ego), ha una fissazione troppo forte sul proprio «io». È ciò di cui lo yogin deve liberarsi in ogni modo, coltivando l’umiltà. Tuttavia, nella sua essenza pura, l’orgoglio è il prototipo dell’orgoglio divino. Si può dire che sia un orgoglio divino distorto, che in questo modo si manifesta in assenza di contemplazione. Se invece avviene la contemplazione e lo yogin si stabilisce ai più alti livelli di consapevolezza, allora un simile orgoglio non deve mai manifestarsi all’esterno; diventa semplicemente una bhava che gioca interiormente, riferita non all’ego, ma alla coscienza essenziale. In questo modo avviene il completo domamento dell’orgoglio.
L’orgoglio è legato al manas, al «sé» inferiore, all’ahamkara. L’orgoglio divino, invece, è legato al buddhi, all’Atman. Che l’orgoglio provenga dal manas e dall’ahamkara oppure dal buddhi e dall’Atman dipende dallo yogin stesso, da dove si trovi per lui la soglia della contemplazione.
Se lo yogin contempla bene, l’orgoglio scompare, e interiormente appare l’orgoglio divino sotto forma di uno stato maestoso che proviene dalla Fonte Suprema, mentre all’esterno si manifesta l’umiltà. Così ci liberiamo dalla klesha chiamata orgoglio.
Come riconoscere se si tratta di una klesha o di qualcosa di divino, se è puro o impuro, se bisogna riconoscerlo o negarlo in ogni modo? Molti pongono queste domande, perché si può cadere in uno stato deviato se si cominciano a interpretare come puri tutti i propri stati errati.
Il criterio qui è il seguente: bisogna determinare se si tratti di un fattore perturbante della coscienza, che agita la consapevolezza e offusca la ragione, oppure se, al contrario, la ragione non si offusca, e la contemplazione rimane in profondità e non subisce perdita. Nel caso dell’orgoglio divino non vi è alcun fattore agitante, ma vi è un approfondimento della chiarezza; non vi è alcun attaccamento, dominio, dipendenza, cioè non è una klesha.
Il principio è questo: la klesha offusca sempre, mentre una manifestazione pura approfondisce sempre, chiarisce, calma e introduce il prana nel canale centrale.
4. L’ignoranza è l’oscuramento dovuto al non sapere, alla completa inconsapevolezza riguardo alle quattro verità, alla legge del karma, ai Tre Gioielli.

Si ritiene che l’ottusità, l’ignoranza, sia originariamente la grande saggezza sintetizzante. Cioè il principio dell’anuttara-tantra è tale per cui ogni klesha è il prototipo distorto di un qualche stato divino, qualità, famiglia di divinità o saggezza legata a un elemento. Di norma, ogni klesha è connessa a un elemento, a un chakra, e ogni chakra, nella manifestazione pura, è uno spazio di un determinato colore, dotato di un determinato livello di consapevolezza, cioè saggezza.
5. Il dubbio è l’esitazione: «esiste o non esiste, c’è o non c’è?» – in relazione alle verità, alla legge del karma e ai Tre Gioielli.
Si può anche dire che sia una fede debole, instabilità nella pratica spirituale, una klesha come oscuramento che non permette di praticare pienamente.

6. La visione egocentrica è l’oscuramento della mente che considera gli aggregati «afferrati» come «io» e «mio», come sé e individualità. Il nome letterale «visione perversa dell’insieme caduco» è dato per mostrare che il «substrato» della personalità, che appare in questa visione, è impermanente e composto, e non una personalità permanente e unitaria, poiché «caduco» equivale a impermanente, e «insieme» a composto.

La visione egocentrica è aham dehasmi, cioè l’identificazione con l’ego e il corpo. È l’oscuramento della ragione che considera se stessa come il corpo, i prana e il manas. Ogni volta che perdiamo il legame con la Fonte Suprema, ci identifichiamo con gli skandha, in noi è presente una visione egocentrica, dualistica. Essa diventa una klesha quando ne siamo convinti, cioè quando pensiamo: «Io sono io, lui è lui, e il mondo è il mondo. Non può essere altrimenti». Anche dopo molte centinaia di lezioni, in noi non sorge alcun dubbio al riguardo. Una simile convinzione «ottusa» è propria, di norma, degli abitanti dei mondi inferiori, degli spiriti affamati, degli animali; è una fede sincera nel fatto che le cose siano esattamente come pensi tu. Allora questo diventa una klesha.
Se contempliamo, allora questa convinzione in noi è già indebolita. Sappiamo: «Da un lato, io sono un essere umano; dall’altro, io sono l’Assoluto, simile allo spazio. Il mondo circostante è esterno, ma è anche il riflesso del mio stesso “io”. Un’altra persona si trova all’esterno, ma è anch’essa una manifestazione della mia coscienza». Non abbiamo più quella dualità primitiva propria degli abitanti dei mondi inferiori. Man mano che la consapevolezza si approfondisce, questa dualità se ne va, anche l’identificazione aham dehasmi («io sono il corpo») scompare. Cominciamo sempre più a comprendere l’interdipendenza di tutte le cose, il fatto che l’interno è completamente connesso con l’esterno. Negli stadi più elevati della realizzazione, o presso gli dèi, l’interno e l’esterno sono le stesse cose, un unico “sapore”, completamente identici.
7. L’attaccamento a uno degli estremi è l’oscuramento della mente che considera l’“io” (nella cui realtà crede a causa della visione egocentrica) come eterno e imperituro, oppure come destinato a finire con questa vita, senza una futura rinascita.

L’attaccamento alle visioni estreme è uno stato in cui guardiamo il mondo credendo sinceramente che esista realmente, che sia indipendente dalla nostra coscienza. Oppure assumiamo un qualche punto di vista univoco, una valutazione del tipo “questo è cattivo, questo è sbagliato”, aggrappandoci a essa. Non comprendiamo che questo punto di vista è condizionato, che non è auto-liberato nella nostra base.
Naturalmente, in senso relativo possiamo dare alcune valutazioni, per esempio dire: «Questo prasad non è gustoso, è troppo salato» oppure «Questo è sbagliato». Tuttavia, anche se lo diciamo alla periferia, all’interno deve essere presente un altro punto di vista, auto-liberante, che, come uno spazzino, spazza subito via dall’anima tutte queste opinioni. Cioè sappiamo che questo è sbagliato, ma in realtà noi stessi dimoriamo in uno stato in cui non c’è né giusto né sbagliato; dimoriamo in uno stato di spazio che possiede un unico “sapore” e guarda in modo equanime sia il giusto sia lo sbagliato. Allora la nostra valutazione acquisisce non un carattere dualistico eternalista, ma ludico. In altre parole, dando una valutazione, non ne siamo vincolati. Questo è possibile, e allora la klesha cessa di essere klesha, il giudizio valutativo si trasforma in saggezza discriminante, che semplicemente distingue una cosa dall’altra e dà una certa valutazione relativa, tenendo conto della dimensione relativa. Al tempo stesso non siamo vincolati dalla valutazione relativa.
8. L’accecamento dovuto a false visioni è l’accecamento della mente che crede nell’incontestabile verità della visione egocentrica, di una delle visioni estreme o di una visione completamente falsa e di ogni sorta di teorie costruite su di esse.

L’accecamento dovuto alle visioni è l’essere vincolati dal pensiero concettuale. Se non riconosciamo la base vuota e luminosa del pensiero concettuale, allora siamo accecati dalle parole di altre persone, dai nostri stessi pensieri, dalle affermazioni lette nei libri. Vediamo il significato superficiale dei testi, dei sutra, ma non possiamo comprendere la profondità di cui parlano. È simile a quando un’automobile sbuca da una curva buia con gli abbaglianti accesi, e per un certo tempo subiamo uno shock luminoso: non vediamo l’essenza, la fonte di quella luce.
Allo stesso modo, i concetti possono accecare una persona che non è capace di riconoscere la base spaziale che si trova dietro i concetti e di auto-liberare parole e teorie. Quando comprendiamo non l’essenza e non il senso, ma qualcosa di superficiale che proviene da queste teorie, allora i concetti diventano klesha, anche la nostra visione diventa klesha, cioè qualcosa che oscura. Se invece impariamo a riconoscere e ad auto-liberare le parole, allora la visione del mondo, i diversi atteggiamenti nella coscienza e i concetti diventano espressione, gioco dell’energia di questo spazio di consapevolezza.
9. L’ossessione per le regole morali e l’ascetismo è l’oscuramento della mente ossessionata dalle regole per evitare ciò che è “immorale”, da rigide prescrizioni ascetiche riguardanti l’abbigliamento, il modo di agire, il corpo e la parola, e che ritiene che queste regole e prescrizioni purifichino dalla peccaminosità, liberino dalle klesha e salvino davvero dal samsara i rispettivi aggregati della personalità.
Se si spiega in breve, è un’ossessione per i precetti e i voti. Ciò significa che seguiamo ciecamente i precetti e i voti senza ricongiungerli alla contemplazione. Cioè li seguiamo formalmente, senza riconoscerne il vero spirito. Se esiste un tale modo di seguirli, anche questo diventa una klesha. In altre parole, i principi, i precetti e i voti sono destinati a stimolare la nostra consapevolezza. Ma se la nostra consapevolezza non viene stimolata e noi li percepiamo semplicemente in modo dualistico, eternalista, senza applicare ad essi il principio della consapevolezza, allora una simile fiducia primitiva in qualunque cosa esterna (ascetismo e così via) diventa anch’essa una klesha. L’ascetismo, i principi e i voti di per sé non sono qualcosa di negativo, vanno osservati. Tuttavia, devono essere osservati con una corretta consapevolezza.

Per esempio, un brahmachari, mentre si trovava in un bagno, provò desiderio sessuale. Pensò che il diavolo lo stesse tentando, perciò decise di scottarsi per reprimere il desiderio sessuale. Di conseguenza il desiderio sessuale scomparve, ma dovette ricorrere all’assistenza medica. Questo è un chiaro esempio di approccio immaturo. Da un lato, è un comportamento lodevole da vira, ma dall’altro è un comportamento del tutto immaturo, che collega l’impeccabilità spirituale a qualcosa di esterno. Cioè egli ritenne che attraverso qualcosa di esterno fosse possibile cambiare se stessi.
Dal punto di vista dell’anuttara-tantra, tale approccio è considerato immaturo, poiché il cambiamento deve consistere nella consapevolezza, e tutte le altre cose devono lavorare per questa consapevolezza. Questo è un esempio di ossessione per i principi esterni.
10. La visione completamente errata è l’oscuramento della mente che nega le vite passate e future, la legge del karma e simili, oppure crede che la causa prima degli esseri sia Dio, la natura e simili.
Qui si intende che non riconosciamo che l’intero mondo è una proiezione della nostra Coscienza originaria, che non esiste Dio al di fuori della nostra Coscienza originaria.



