Il controllo della mente come chiave per liberarsi dall’illusione del samsara
07.09.2026
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Come di consueto, bisogna innanzitutto sviluppare la giusta motivazione. Quando riceviamo un insegnamento, la motivazione determina moltissimo. Se, con l’aiuto dell’insegnamento, aspiriamo a liberarci dal ciclo delle rinascite e a influire sulle nostre vite future, se ricordiamo la legge del karma e il nostro fine supremo, allora questa è la giusta motivazione. Non basta generare la motivazione una sola volta e poi portarsela dietro: bisogna rinnovarla e confermarla costantemente, poiché i samskara e le vasana hanno motivazioni alternative. Se non rafforziamo la nostra motivazione fondamentale, le motivazioni samsariche alternative possono scuotere la nostra pura motivazione dharmica e portarci fuori strada.
I santi dell’antichità erano sempre molto severi con se stessi. Non erano severi con gli altri, ma lo erano con se stessi. Così dobbiamo essere anche noi. Essere severi significa essere vigili e attenti.
Nell’antichità molti raggiungevano l’illuminazione mediante il metodo della shravana, semplicemente ascoltando le istruzioni del maestro, i testi sacri e i relativi commentari; per questo venivano chiamati «shravaka», cioè ascoltatori. Ascoltavano moltissime istruzioni e molti insegnamenti, assorbendoli letteralmente. La giusta motivazione è la motivazione della shravana, perché ogni insegnamento è una trasmissione. Se vi trovate nello stato di trasmissione, essa ha luogo. In gran parte dipende da voi.
La mente come asse attorno al quale gira la ruota del samsara
«Ma come si può prendere il controllo della ruota dell’illusione cosmica, che gira a una velocità enorme?»
Vasishtha rispose:
«O Rama, la mente è l’asse attorno al quale gira questa ruota».
Il samsara gira incessantemente. Forse non ce ne accorgiamo, se non possediamo sufficiente discernimento e perspicacia, ma è così. Tutto cambia continuamente. E se ricorderete alcune persone che conoscevate in passato, scoprirete che in loro sono avvenuti cambiamenti significativi; ma anche nel vostro destino, negli ultimi anni, sono avvenuti cambiamenti significativi. Questa è una proprietà del samsara: in esso non vi è nulla di permanente, avvengono metamorfosi ininterrotte, alcune cose si trasformano in altre, e noi ci troviamo immersi in tutto ciò. Su di noi agiscono forze irresistibili di ordine superiore al nostro: la legge del karma, la legge dei cicli universali (rita), il ciclo delle rinascite. Che lo vogliamo o no, siamo soggetti a queste leggi. Se volessimo controllare il samsara, non ci riusciremmo. Provate, per esempio, a fare in modo che il sole tramonti a est e sorga a ovest, oppure a fermare il tempo affinché sia sempre il trentuno dicembre. È impossibile. Queste leggi agiscono indipendentemente dalla nostra volontà.
Non possiamo governare le leggi del samsara né abolire la reincarnazione. Queste leggi sono state stabilite da mandaleshvara di altissimo livello: gli dèi. I tentativi di esercitare un forte controllo sul samsara sono sempre destinati al fallimento. Vi sono state diverse personalità eminenti che aspiravano a conquistare il mondo intero e a diventare sovrani universali (chakravartin): grandi condottieri, re, uomini di Stato e politici. Ma tutti sono venuti e se ne sono andati, mentre il tempo, la legge del karma e le forze universali hanno continuato ad agire.
L’insegnamento afferma che dobbiamo imparare a controllare la nostra mente, invece di controllare il samsara. Questo è il modo migliore per controllare il samsara e liberarci dalla sua influenza. Tutti gli altri metodi sono inutili. Fino a un certo punto possiamo farlo, per esempio spalare la neve a «Divya Loka» o occuparci dell’elettricità. Ma il nostro compito principale, in quanto monaci e praticanti, è imparare a controllare la nostra mente. Per esempio, se la terra è ricoperta di spine, si può tentare di ricoprirla interamente di tappeti affinché sia morbido camminarvi; ma se le suole delle vostre scarpe sono fatte di un materiale resistente, non avrete bisogno di ricoprire tutta la terra di tappeti, perché camminerete sul morbido ovunque andiate. Oppure, se il vostro volto è imbrattato di fango e guardate in mille specchi, vi vedrete sporchi; se tenterete di lavare quegli specchi sporchi, non otterrete nulla, ma se laverete il vostro volto, tutti gli specchi mostreranno il vostro riflesso pulito. Allo stesso modo, se riusciamo a controllare la mente, possiamo controllare il samsara. Quanto più saldamente controlliamo la mente, tanto maggiore è il nostro controllo sul samsara. Quando raggiungiamo il perfetto controllo della mente, acquisiamo il perfetto controllo sul samsara. Coloro che non lo comprendono, invece, continuano a girare nel ciclo delle nascite e delle morti. Non sono padroni del proprio destino, ma su di loro dominano i signori universali: la legge del karma, i klesha, i demoni e così via.
«Solo domando questo asse con sforzi intensi e un’intelligenza acuta è possibile fermare la ruota stessa. Quando l’asse si ferma, la ruota non gira più. Quando la mente si ferma, l’illusione cessa».
Il passaggio dalla storia collettiva a quella personale
Quando non controlliamo e non acquietiamo la nostra mente, sembra che tutto ruoti intorno a noi; viviamo una vita esteriore e all’esterno si verificano sempre situazioni e trasformazioni diverse, che coinvolgono anche noi. Controllare la mente significa uscire dalla storia collettiva, dai rapporti di causa-effetto, entrare nella consapevolezza interiore e cominciare a creare la propria storia personale, smettere di creare rapporti di causa-effetto e iniziare invece a giocare, acquisire la capacità di essere nel gioco (lila). Per esempio, se vivete di relazioni esteriori e pensate: «Ho instaurato un rapporto con questa persona, e ora con quest’altra. Ho creato determinate cose; nel mondo esterno sono importanti per me la famiglia, la casa, il lavoro», col tempo tutto questo sarà soggetto a trasformazioni, tutto questo se ne andrà e vi sarà difficile controllarlo. Ma se svolgete un lavoro interiore, la vostra vita non si svolgerà fra le cose o fra le persone, bensì fra contemplazione, dhyana, sankalpa ed esperienze meditative: tutte queste cose sono più gestibili, sono più vicine a voi. Ciò indica un maggiore controllo della mente. Vedrete che tutte queste cose non dipendono dagli altri, ma si trovano dentro di voi. E quando lo comprenderete, avverrà naturalmente la vostra liberazione da tutto ciò che è esterno: anche se continuerete a interagire con esso, non vi toccherà. Si creerà per voi una vita propria sul piano interiore, che non dipenderà molto da quello esterno. Vi sentirete pienamente autosufficienti e liberi.
Chi pratica bene si sente sempre autosufficiente e libero. Se mantengo l’atma-vichara, poi pratico la forza discendente, la visione pura, l’unità di tutto con la mente, la shambhavi-mudra e l’orgoglio divino, non capisco che cosa c’entrino gli altri. È una questione personale. Tutto ciò che pratico è sempre con me. Per eseguire queste pratiche non serve nulla di esterno. Tutto dipende soltanto da te, interiormente. Questa è l’autosufficienza. Queste pratiche non dipendono né dai processi storici, né dalla crisi finanziaria, né dal partito al potere: tutto ciò non ha alcuna importanza.
Il nostro compito è uscire gradualmente dalla storia collettiva e passare al livello della storia personale, individuale. La storia collettiva si chiama «karma», ossia il dispiegarsi nel tempo dei rapporti di causa-effetto, mentre la storia personale si chiama «lila» (se è la storia di un essere risvegliato). Che cosa caratterizza una storia? In essa accadono degli eventi. Gli eventi sono momenti nodali in cui le cause si trasformano in effetti. Per esempio, nel 1917 vi fu una causa come il malcontento delle masse popolari; si verificò un’esplosione, una biforcazione, un determinato evento, e poi questa causa si trasformò in un effetto: la rivoluzione bolscevica, che cambiò il corso della storia e precipitò la Russia in un nuovo tunnel della realtà. Eventi simili accadono continuamente.
Fra la causa e l’effetto c’è sempre un evento, un atto. E se tali eventi sono esteriori, questo si chiama «karma». Ma quando pratichiamo la sadhana, le cause interiori si trasformano in effetti interiori; gli eventi esteriori non esistono, sono autoliberati, e si verificano soltanto eventi interiori, non sotto forma di interazione fra oggetti fisici, bensì sotto forma di lampi di chiarezza spirituale e intuizioni nella meditazione.
Il liberato (jnani) è colui che vive di eventi interiori, mentre gli eventi esteriori non lo toccano molto, ma lo aiutano soltanto ad approfondire la propria consapevolezza. Se mi chiedessero: «Quali eventi memorabili accadono nella vostra vita?», risponderei: «Un grandissimo lampo di atma-vichara. E l’anno scorso si sono verificate cose come la visione pura e così via». Ma tutti riguarderebbero proprio esperienze interiori, come se io non vivessi nel mondo esterno, bensì nel mio mondo soggettivo, in un universo interiore, e tutti questi eventi dipendessero soltanto dalla mia pratica. Questa è l’esperienza di un praticante normale che è uscito dalle circostanze karmiche. Ma se non praticate, non contemplate e siete disattenti, allora avete pochissimi eventi interiori. Gli eventi esteriori sono molti, le sequenze di eventi incalzano la coscienza, i rapporti di causa-effetto e gli eventi si verificano all’esterno, mentre dentro di voi tutto questo è scarso, insufficiente. Quando ciò accade, significa che la mente è fortemente rivolta verso l’esterno, ha perso il centro interiore della consapevolezza e deve essere ricondotta indietro attraverso l’autoindagine (atma-vichara) e la contemplazione in movimento.
Lo jnani è colui che vive principalmente di eventi interiori, di cause ed effetti interiori. Ciò non significa che non partecipi ad alcuna attività; una certa attività ha luogo, ma le viene dedicato il 30% dell’attenzione, mentre il 70% dell’attenzione è rivolto all’agire interiore e agli eventi interiori. E allora l’attività esteriore è efficace, perché ogni azione è molto intelligente e competente: con il minimo dispendio si ottengono i massimi risultati.
«Chi non conosce e non pratica questo attraversa innumerevoli sofferenze; nel momento in cui si vede la verità, le sofferenze cessano».
Chi non conosce questo segreto è costretto ad attraversare diverse sofferenze. Pensa di trovare felicità e divertimento all’esterno (nella storia collettiva, nei legami esteriori, nelle azioni esteriori), ma questa è un’illusione.
L’unico rimedio contro l’illusione
«La malattia della percezione del mondo apparente non può essere guarita senza dominare la mente: questo è l’unico rimedio. Perciò, o Rama, abbandona tutte le altre azioni (i pellegrinaggi nei luoghi sacri, le offerte e le pratiche fisiche) e domina la tua mente per la tua stessa felicità».
Più e più volte Vasishtha parla dei vantaggi dello jnana yoga. Esiste un termine introdotto da Gaudapada, fondatore dell’Advaita Vedanta e, di fatto, maestro di Shankara (almeno sul piano teorico). Questo termine è esposto nella «Mandukya Karika», nel quarto capitolo, «Lo spegnimento dei carboni ardenti del samsara» (alata-shanti). Si chiama asparsha yoga. Gaudapada sostiene la teoria dell’ajata.
Come sapete, esistono tre teorie sulla creazione dell’universo. Abbiamo parlato della teoria della creazione istantanea e di quella graduale, ma abbiamo detto ben poco dell’ajata. È proprio Gaudapada il fondatore e l’elaboratore della teoria dell’ajata. La teoria dell’ajata afferma che, se tutto è Brahman e Brahman è la causa di ogni cosa, allora nulla è nato e nulla è stato creato. «Tutte le teorie, come quelle della creazione graduale e istantanea dell’universo, sono simili al balbettio di un bambino», afferma Gaudapada. Sviluppando il suo pensiero, prosegue: «Se tutto è Brahman, come può Brahman generare sé stesso? E che senso avrebbe per lui generare sé stesso?». La creazione e la nascita dell’universo non sono altro che illusioni di menti smarrite. Un vero advaitin è colui che, nella propria visione, procede senza compromessi fino in fondo e giunge inevitabilmente alla conclusione logica che l’universo non è mai nato. E poiché non è mai nato né è mai stato creato, ciò significa che non è mai stato sostenuto e non è mai stato distrutto; pertanto, il compito dello jnani è dimorare nel non nato. La sadhana del dimorare nel non nato si chiama asparsha yoga.
«Asparsha» significa «non toccare il samsara». L’asparsha yoga è menzionato nei testi antichi; comprende principalmente lo jnana yoga (lo yoga dell’autoindagine), il brahma yoga (lo yoga della meditazione sul Brahman) e il sannyasa yoga (lo yoga della rinuncia totale, dell’abbandono assoluto di ogni cosa): queste sono le tre componenti dell’asparsha yoga. Egli afferma: «Se volete conoscere la verità assoluta, non dovete toccare il samsara. Dovete essere costantemente e completamente al di fuori delle illusioni, al di fuori del samsara». Che cosa significa? Significa portare la propria mente in un punto in cui non si tocca nulla. Naturalmente, a livello fisico è impossibile non toccare il samsara: siete seduti sul pavimento e quindi lo toccate, mangiate del cibo e quindi lo toccate; si potrebbe giungere a una simile conclusione logica. Ma quando Gaudapada parla dell’asparsha yoga, si riferisce al non-contatto spirituale. Bisogna cioè portare la propria mente nel punto dell’asparsha, dove non vi è contatto con il samsara, dove non vi è illusione, dove non vi è ignoranza, e rimanere costantemente in quel punto.
Vasishtha spiega a Rama come portare la propria mente in quel punto. Questo è l’unico modo possibile per liberarsi e non essere toccati dalle illusioni del samsara.
Il mondo come proiezione della mente
«Il mondo apparente dimora nella mente proprio come lo spazio esiste all’interno di un vaso. Se il vaso viene infranto, l’illusoria separazione dello spazio scompare. Se l’attività della mente cessa, anche il concetto del mondo nella mente cessa. Come un insetto intrappolato in un barattolo vola libero quando il barattolo viene infranto, così anche tu godrai della libertà quando cesserà l’esistenza della mente insieme all’illusione del mondo apparente in essa contenuto».
Sembra che il mondo esista indipendentemente da noi. In realtà, il mondo è il dispiegarsi dei nostri vasana e samskara. Ogni jiva possiede vasana e samskara. Avrete certamente notato che ogni persona si manifesta e si comporta in un determinato modo. Il modo in cui si comporta e si manifesta costituisce i suoi vasana, ossia il suo karma. Quanto più una persona è liberata, tanto meno è condizionata nelle proprie manifestazioni: non è possibile prevederla, perché non ha una reazione specifica prestabilita. Al contrario, quanto più una persona è condizionata, tanto più è facile prevederne il comportamento, poiché possiede schemi di percezione e stereotipi comportamentali.
Quando procediamo verso il vuoto interiore, ci liberiamo non solo delle reazioni stereotipate, ma anche della necessità stessa di reagire in qualsiasi modo. I nostri vasana e samskara sono ciò che ci riempie e con cui ci identifichiamo. Per esempio, pensiamo: «Io sono così. Sì, questo sono io», ma questo è appunto il nostro karma. Il compito della pratica consiste nell’ignorare i vasana e i samskara, nel non seguirli, bensì nell’ignorarli, ossia nel trovare dentro di noi un punto in cui non dipendiamo da essi. Per esempio, mi piace fare qualcosa, ma io lo ignoro. Nel momento in cui lo ignoro, divento spiritualmente due volte più forte. Mi piace esprimermi in un certo modo, ma se lo ignoro, divento spiritualmente più forte. Mi piace assecondare questa inclinazione dentro di me, ma se trovo il punto dal quale posso ignorarla, semplicemente osservarla e non permetterle di dispiegarsi, allora divento spiritualmente più forte. Ogni volta che pratichiamo in questo modo, accumuliamo forza spirituale e impariamo a ignorare i vasana e i samskara. Ed è molto importante imparare a farlo. Oppure possiamo manifestare i vasana e i samskara, ma solo come servizio: «Questo non mi interessa, ma se è necessario, con la benedizione lo manifesterò per il bene degli altri». Allora non si tratterà più del dispiegamento karmico dei vasana e dei samskara, bensì della manifestazione del gioco (lila).
Il vero jnana-sadhu è colui che ignora i vasana e i samskara, perché ha trovato dentro di sé un punto di vuoto più profondo. E che cosa accade a chi non li ignora? Agisce secondo la legge del karma: attraverso di lui si dispiegano i vasana e i samskara. Come si possono ignorare i vasana e i samskara? Forse non facendo assolutamente nulla, non manifestando nulla, rimanendo nell’assenza di pensiero, desiderando soltanto il samadhi? Ma bisogna considerare la questione più in profondità. Rimanendo nel punto del non-agire, nel punto della mente simile allo spazio, occorre stabilirvisi e, da quel punto, essere capaci di liberare qualsiasi vasana e samskara; poi, integrandosi con le circostanze, manifestare proprio quelli richiesti dalle circostanze, manifestandoli come servizio, per il bene degli altri, senza attaccarvisi: allora questa sarà vera contemplazione.
Dimorare nel momento presente
«Vivi nel presente, con la coscienza che si volge all’esterno soltanto per un istante, senza alcuno sforzo; quando la mente cessa di collegare la propria esistenza al passato e al futuro, diventa non-mente. Se, istante dopo istante, la tua intelligenza dimora in ciò che è e lo lascia con altrettanta rapidità e senza sforzo, la mente diventa non-mente, colma di purezza. Solo finché l’intelligenza è turbata per varie ragioni continua a percepire la molteplicità delle proprie proiezioni, così come la pioggia cade soltanto finché vi sono nuvole. Solo finché la Coscienza infinita limita se stessa attraverso l’intelligenza esistono questa agitazione e questa proiezione. Se la coscienza cessa di percepirsi come limitata dall’intelligenza, allora viene bruciata la radice stessa dei cicli ricorrenti di nascita e morte e sopraggiunge la beatitudine».
Se proprio in questo momento guardate dentro di voi, scoprirete questa coscienza, ma non dovete desiderare di vedere lampi di luce o divinità: dovete semplicemente guardare con una mente molto lucida e penetrante. Possono apparire lampi di luce e divinità, ma non dovete cercarli. Se, con una mente penetrante e lucida, vedrete ciò che è proprio in questo momento e non permetterete alla mente di scivolare sui sentieri inferiori dei concetti, del pensiero basato sulle etichette e dei giudizi di valore, rimarrete semplicemente in ciò che è. Questo sarà vicino a ciò di cui parla Vasishtha: la retta via. Non dovete cercare la felicità o la soddisfazione su questo cammino; sono tutte chimere, perché è l’ego a cercare la soddisfazione e la felicità. Se cercate la felicità e la soddisfazione, siate certi che sbaglierete, perché tutto ciò è un’invenzione dell’ego. Nei cieli della passione si possono trovare felicità e soddisfazione, perciò chi le cerca deve andare là. Ma l’illuminazione ha poco a che fare con la felicità e la soddisfazione.
L’illuminazione e l’accettazione dell’insoddisfazione
Vi dirò questo: anche dopo l’illuminazione potrete essere insoddisfatti. Ma questo non vi turberà più affatto; tale insoddisfazione sarà soltanto un gioco, mentre nel profondo sarete appagati. Se, secondo il vostro karma, siete destinati a essere insoddisfatti, rimarrete tali: questo è il vostro karma relativo (forse avete pochi meriti). Ma se prenderete le distanze da tutto ciò e accetterete la vostra insoddisfazione, che differenza farà? Eravate insoddisfatti, non è nulla di grave. È come per quel monaco: prima dell’illuminazione porto l’acqua e taglio la legna, dopo l’illuminazione continuo a portare l’acqua e a tagliare la legna. Ma ora questa insoddisfazione cessa di essere un problema. Se prima dell’illuminazione era un problema concreto che vi tormentava, dopo l’illuminazione vi limiterete a riderne, semplicemente la osserverete e basta; non riuscirà a raggiungervi, perché voi non sarete là. Anche se sarà presente, sarà un gioco, come all’asilo. La osserverete semplicemente, trovandovi in un punto nel quale non può penetrare, e nel profondo, da quel punto, sorgerà in voi il vero appagamento. È un appagamento così trascendente che, al suo confronto, la vostra piccola insoddisfazione karmica è soltanto un granello di polvere, assolutamente nulla. Questa grande pace (mahashanti), questo appagamento naturale, spazzerà semplicemente via la vostra piccola insoddisfazione karmica.
Anche dopo l’illuminazione potrete constatare che alcune qualità che vorreste sviluppare non si sono ancora sviluppate in voi. Per esempio, non saprete suonare come Mozart, non possiederete il genio di Lobachevskij, né avrete il fisico e l’aspetto di un uomo di straordinaria bellezza; alcune caratteristiche, dunque, rimarranno con voi. Secondo i criteri umani, avrete il diritto di essere insoddisfatti: non sarete ancora diventati una divinità come Sarasvati o Dattatreya. Avrete comunque ancora i limiti del corpo e il karma residuo, ma non vi identificherete più in alcun modo con tutto ciò: lo accetterete pienamente e ne sarete persino lieti.
La trascendenza dell’illuminazione
L’illuminazione non ha nulla a che vedere con le concezioni umane di appagamento o felicità. È trascendente, è al di là: là non esistono neppure questi concetti; questo è il supremo, autentico appagamento. Vivete perfettamente con la vostra insoddisfazione, vivete perfettamente persino con i vostri difetti: questa è la cosa più importante. Inoltre, potete vivere perfettamente persino con i vostri klesha. Forse ciò che dico non è del tutto chiaro, ma l’approccio del tantra è proprio questo. Non bisogna intenderlo così: «Oh, vivo perfettamente con i miei klesha». No, se penserete in questo modo, non ne verrà nulla di buono. Significa che il klesha diventa saggezza, fondendosi gradualmente nel fuoco della contemplazione. Innanzitutto, smette di turbarvi come accadeva prima; non provoca né una sensazione di ottenebramento, né una sensazione di ostruzione nei canali, né un senso di colpa o di impurità nella mente. Tuttavia, non rimane neppure il solito klesha mondano: si trasforma. E poiché nel profondo si sono stabilite in voi la pace e la consapevolezza, dove potrebbe andare? Gradualmente si trasforma, perde la propria impurità e il proprio influsso condizionante sulla vostra mente. E allora, con il tempo, anche in esso si manifesta una divinità; cominciate a comprendere cosa significhi che «i klesha diventano saggezze» e che «diventano nettare». Quando questa divinità nasce dal klesha, la componente impura del klesha stesso scompare e rimane soltanto la saggezza; e questa saggezza opera necessariamente per il bene.
«Vasishtha continuò:
«La coscienza libera dai limiti della mente è chiamata intelligenza interiore. Essa è l’essenza intrinseca della non-mente, pertanto è impossibile conseguirla permanendo nei concetti e nella percezione impura. Questa è la realtà, la beatitudine suprema e lo stato chiamato supremo “Sé”, coscienza, onnipresenza».
Quando aspiriamo all’illuminazione, non dovremmo porci come obiettivo il conseguimento della felicità. È qualcosa di così meschino, così mercantile, così umano, così egoistico che, naturalmente, non può essere la via verso l’illuminazione. Non dovremmo neppure porci come obiettivo il raggiungimento dell’appagamento: anche questo è molto meschino. L’illuminazione è libertà sia dalla felicità sia dall’appagamento. È andare oltre la felicità e l’infelicità, l’appagamento e l’insoddisfazione. È uno stato in cui l’insoddisfazione e l’appagamento diventano una cosa sola. Che differenza fa? L’appagamento è meraviglioso, l’insoddisfazione è eccellente, non c’è alcun problema. La felicità va bene; non c’è felicità, ma vi sono malinconia e monotonia: magnifico, anche in questo vi è una profondità particolare, anche con questo si può lavorare e dimorare costantemente in essa. A volte questa profondità è persino maggiore di quella della cosiddetta felicità umana, superficiale e chiassosa. Tutte queste sono diverse forme di energia con cui si può lavorare.
La vita monastica come ascesi divina
La vita in monastero non è molto varia; si tratta principalmente di uno stile di vita uniforme e un po’ monotono. Una persona con forti desideri o klesha ben presto si annoierà, perciò persone del genere non rimangono qui a lungo: mancano loro cose stimolanti e sperimentano una «fame sensoriale». Ma la vita monastica è strutturata in questo modo proprio perché è un’ascesi divina (divya-tapas). Bisogna arrestare questo vortice samsarico e tumultuoso, concedere un po’ di riposo agli organi di senso e rivolgere la mente verso l’interno; bisogna limitare la percezione e semplicemente camminare, semplicemente contemplare, per passare al livello della vita interiore. Questo è molto importante. Grazie a ciò è possibile praticare il tapas.
Quando proviamo insoddisfazione, dovete pensare: «Questo è tapas». Se si lavora con l’insoddisfazione nello stato giusto, essa è tapas, è un bene, è qualcosa da cui ci si può slanciare per andare in profondità, verso la consapevolezza, recidendo molte cose. Ma se non avete la giusta comprensione e sorge l’insoddisfazione, pensate: «Oh, evidentemente non sto praticando ciò che dovrei. Come posso raggiungere l’appagamento? Probabilmente devo cambiare qualcosa». Cominciate ad agitarvi, la vostra ricerca prende una direzione sbagliata e cercate di trovare qualcosa all’esterno. Se invece comprendete che questo è tapas, si tratta della stessa insoddisfazione che si prova stando in piedi su una gamba sola. Quando un rishi sta in piedi su una gamba sola e mangia di rado, il suo corpo, i suoi prana e la sua mente, naturalmente, non sono appagati, ma questo è tapas: gli strati inferiori non sono appagati, mentre l’anima canta, l’anima è sempre accanto a Dio. Perciò un vero jnani non cerca mai l’appagamento.
Il vero cammino spirituale
Cercare l’appagamento significa lasciarsi ingannare con estrema facilità e imboccare uno pseudo-cammino spirituale. Il vero cammino spirituale consiste nel dimorare con l’insoddisfazione e, sul suo sfondo, cercare la consapevolezza non duale, al di là sia dell’appagamento sia dell’insoddisfazione. Cercare la felicità sul cammino spirituale è un errore, è uno pseudo-cammino spirituale, mentre la vera felicità si trova al di là sia della felicità sia dell’infelicità. Non importa se la trovate oppure no; la vostra mente è pacificata, quindi vi sentite perfettamente a vostro agio in qualsiasi stato.
Se pensiamo: «Mi riesce tutto, la mia vita è ben riuscita», ciò significa che avete una scelta egoistica e un attaccamento a circostanze specifiche. Ma lo stato di illuminazione è molto più profondo; pensate così: «Che la vita sia riuscita o meno, io contemplo e osservo per chi sia riuscita o non sia riuscita. E non importa per chi sia riuscita o non sia riuscita, perché io lo osservo e, osservandolo, lo privo di importanza. Al contrario, attribuisco importanza alla mia consapevolezza interiore: questa è la cosa più importante. Soltanto quando dimoro in questa consapevolezza interiore comprendo che la vita è veramente riuscita. È riuscita, ma non secondo i criteri che la gente comune ha cercato di imporle».
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Autore Гуру
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