Prima di iniziare il nostro seminario, parleremo della tradizione spirituale che rappresentiamo e del sistema di pratica in generale.
Quando spieghiamo l’insegnamento del laya yoga, dell’anuttara tantra ad altri, esso non viene spiegato nello stile dei predicatori carismatici. Cioè, non cerchiamo di convincere qualcuno o di attirarlo dalla nostra parte. Diciamo: esiste una tradizione, esiste un insegnamento, noi siamo praticanti. Se avete un legame karmico con l’insegnamento di questa tradizione, allora sentirete di poter praticare in questa tradizione.
La corrente spirituale che rappresentiamo appartiene al tantrismo indiano. Il fenomeno del tantrismo ha iniziato a essere ampiamente studiato dai ricercatori occidentali solo a metà e alla fine del ventesimo secolo.
L’insegnamento del tantrismo è considerato la religione originaria di tutta l’umanità e risale a pratiche e credenze pre-vediche e pre-pagane, perciò, in una forma o nell’altra, è presente ovunque: dagli sciamani siberiani agli indiani del Nord o del Sud America, fino al tantra indiano o buddhista.
La sezione dell’insegnamento che rappresentiamo è l’anuttara tantra. «Anuttara» si traduce come «suprema», e «tantra» come «continuità». Un’altra traduzione afferma che si tratta di un metodo che permette di ottenere la liberazione. A che cosa indica il termine «tantra»? Indica che dentro di noi esiste una certa integrità, una certa continuità della coscienza, attorno alla quale ruotano tutte le parti più grossolane del nostro essere. Questa continuità o integrità della coscienza altre religioni la chiamano Dio, ma nello yoga, nell’anuttara tantra, essa è chiamata Sé, consapevolezza originaria, prajñāna, Ātman.
L’insegnamento del tantra, e dell’anuttara tantra in particolare, si basa sulla filosofia dell’advaita. A differenza delle religioni dualistiche, come il cristianesimo e altre, l’insegnamento del tantra, il buddhismo, sono insegnamenti non duali. Essi affermano che l’Assoluto, l’Universo, la Coscienza suprema non sono qualcosa di esterno a noi, ma, in sostanza, siamo noi stessi. È il nostro potenziale illimitato, che non abbiamo ancora rivelato, poiché abbiamo perso il contatto con esso. Quando stabiliamo il contatto con questo potenziale illimitato e lo apriamo, scopriamo di essere completamente identici alla Coscienza assoluta. Perciò l’affermazione fondamentale dell’advaita vedānta suona così: «Io sono Brahman», «Io sono l’Assoluto», «Io sono l’Essere supremo, Coscienza, Beatitudine».
Sahajayana — il veicolo della via naturale
Lo stile dell’insegnamento è il sahajayana. Il sahajayana è presente nel tantrismo induista e buddhista. Il sahajayana è un particolare approccio alla pratica, proprio dei santi immortali taumaturghi dell’India. Alcuni di questi santi immortali appartenevano alla tradizione induista, altri al tantra buddhista, e tuttavia si distinguevano per questo stile unico. «Sahajayana» significa «veicolo della via naturale». La via naturale è il dimorare nello stato naturale, quando lo yogin si orienta innanzitutto non verso qualche forma esteriore di comportamento e di purificazione religiosa, non verso la pratica, la dogmatica e la conoscenza concettuale, ma costruisce la via della naturalezza sulla consapevolezza. In sostanza, tutto si riduce alla consapevolezza.

E quando lo yogin pratica la via della consapevolezza, vive in armonia con l’Universo. Non ha un qualche schema di comportamento determinato e di principio, una dogmatica teologica, una struttura filosofica. O meglio, ce l’ha, ma essa non lo preoccupa come accade ai rappresentanti di altre correnti. Cioè, egli fonda innanzitutto la propria sadhana e la propria vita yogica sulla consapevolezza. A partire dalla consapevolezza interiore, vive rispondendo spontaneamente a tutti gli eventi e processi nell’universo. Forse, per molti, «consapevolezza» è un termine poco chiaro.
Che cos’è la consapevolezza? I santi dicono che la consapevolezza in noi è l’Assoluto stesso, Dio. A causa del fatto che abbiamo perso il legame con la nostra consapevolezza e viviamo inconsciamente, non siamo in armonia con l’Universo, ma nella dualità, che presuppone sempre relazioni soggetto-oggetto, conflittualità.
In che cosa si esprime la conflittualità? Per esempio, si esprime nelle sofferenze, nell’essere soggetti alla legge di causa ed effetto (karma), all’invecchiamento, al morire, a nuove rinascite. Tali cose esistono, cioè non possiamo negare che invecchiamo, ci ammaliamo, moriamo e rinasciamo. E queste cose non piacciono a nessuno. Ma ciò accade perché ci troviamo in rapporti conflittuali con l’Universo, e i rapporti conflittuali sorgono come risultato della nostra inconsapevolezza.
Che cos’è l’inconsapevolezza? L’inconsapevolezza significa che il nostro livello di coscienza si è spostato sul corpo grossolano, che non siamo consapevoli delle parti più sottili del nostro «Io».
La struttura del conoscitore interiore
In generale, l’insegnamento dell’Advaita afferma che l’essere umano, in quanto conoscitore interiore, è composto da diverse parti. Innanzitutto, esiste la natura della Mente. Brahman, prajñāna, l’Assoluto sono sinonimi della natura della Mente: è ciò che costituisce la meta più ambita di ogni yogin. Oltre alla natura della Mente esiste ciò che è inferiore: l’antahkarana. L’antahkarana è lo strumento interiore, composto da manas, buddhi, chitta e ahamkara.
Manas è la nostra mente concettuale, che accetta o rifiuta, ad esempio “mi piace o non mi piace”, “voglio o non voglio”, “andrò o non andrò”. Manas è la nostra ragione inferiore, dalla quale ci facciamo guidare utilizzando operazioni logiche con i pensieri.

Chitta è il deposito delle tendenze mentali, dei samskara. I samskara sono impronte karmiche provenienti dalle vite passate. Si può dire che sia un magazzino in cui sono conservate le impressioni.

Buddhi può essere chiamata intuizione o ragione cosmica dentro di noi. Chi ha sviluppato il buddhi possiede capacità creative e un’intuizione sviluppata. Comprende che cosa siano la magnanimità, la compassione, l’amore, la devozione. Cioè tutte le qualità superiori sono sviluppate in lui, perché il suo canale del buddhi è aperto. Colui il cui canale del buddhi è chiuso, in linea di principio, non comprende queste qualità. È fortemente soggetto agli stati materiali, al grossolano mondo fisico.

“Ahamkara”, tradotto dal sanscrito, significa “individualità” o “falso ego”. Quando pensiamo “io sono una persona separata”, “io sono qualcosa di indipendente di per sé”, quando proviamo un senso di orgoglio o, al contrario, un senso di colpa, di umiliazione, quando l’immagine che abbiamo di noi stessi oscilla sotto l’influsso delle situazioni esterne — tutto questo è ahamkara. Il senso della propria importanza, quando ci sentiamo molto importanti oppure, al contrario, oppressi, umiliati, offesi — queste sono funzioni dell’ahamkara.

La nostra coscienza agisce in questo modo. Dalla suprema Fonte dell’Essere, prajñāna, irradia sempre la grande luce della non-dualità. La percepisce il buddhi (mahat, la ragione cosmica, la nostra intuizione interiore), cioè la nostra consapevolezza sottile, il nostro stato intuitivo. Percependo questa luce, il buddhi dà comandi al manas (la mente superficiale), basandosi sul chitta (i ricordi passati). Manas, ricevendo comandi dal buddhi e dal chitta, prende diverse decisioni. E tutto questo, nella sua totalità, crea l’ahamkara, cioè lo stato di percezione del falso “io”.

Una persona il cui canale del buddhi è chiuso perde il legame con l’Assoluto. Pensa “io sono la mia mente e il mio corpo”, perciò vive nella dualità, subendo completamente l’influsso degli oggetti esterni. Quando una persona pensa “io sono io, e gli altri sono gli altri”, questo è lo stato di una coscienza non illuminata, governata dalle parti inferiori del proprio “io”.
Quando ci dedichiamo alla pratica spirituale e alla meditazione, purifichiamo il canale del buddhi per entrare in uno stato ancora più elevato di prajñāna. Se non purifichiamo il canale del buddhi, allora abbiamo a che fare soltanto con la natura materiale e con uno stato inferiore.
Lo stile del tantra e del sahajayana è uno stile in cui cerchiamo costantemente di aprire il canale del buddhi e di rimanere sempre in questo stato, per compiere un salto verso uno stato ancora più elevato, sovracosciente. Perciò si dice che chi pratica il laya-yoga si trova sempre nella contemplazione. Cioè, qualunque cosa faccia, si trova costantemente in uno stato di presenza contemplativa.
Dieci milioni di volte lodiamo il laya-yoga. Che tu stia in piedi, cammini, dorma o mangi — medita sempre sul re non-duale.
Questo significa che, qualunque cosa facciamo, cerchiamo sempre di meditare sulla grande Fonte della nostra coscienza. E allora accade che tutti gli aspetti della nostra vita si uniscono alla Fonte suprema.
La scuola degli avadhuta
La scuola dell’insegnamento che seguiamo è il laya-yoga nella tradizione degli avadhuta. Gli avadhuta sono santi folli, santi taumaturghi immortali dell’India, che si trovavano al di sopra di ogni limite e prescrizione e hanno donato grandi insegnamenti per raggiungere la liberazione suprema. Nell’antichità gli avadhuta raggiungevano i più alti livelli di sviluppo spirituale. Per esempio, molti di loro, morendo, non lasciavano resti fisici, dissolvendo il corpo nella luce. L’ultimo esempio di una tale realizzazione fu dimostrato nel 1874 dal grande santo, Bhagavan Sri Ramalinga Swamigal.

Le cinque sezioni dell’insegnamento del laya-yoga
Prajna-yantra è la via della contemplazione. Prajna-yantra riguarda la coscienza, cioè cerchiamo di trovare la coscienza interiore osservante, che è invisibilmente presente in modo costante, qualunque cosa facciamo. Trovato questo osservatore interiore, cerchiamo di mantenerlo ininterrottamente, cioè di esserne consapevoli. Per esempio, mentre camminiamo eseguiamo il chankramanam, la tecnica della camminata contemplativa. Quando mangiamo o parliamo, cerchiamo di essere consapevoli, per esempio pratichiamo l’atma-vichara. Cioè assolutamente tutto ciò che facciamo è pratica, e appartiene alla sezione del prajna-yantra.

La seconda sezione dell’insegnamento è lo shakti-yantra, l’energia. Oltre alla coscienza, dentro il nostro corpo esiste l’energia, e quando ci occupiamo della purificazione di questa energia, risvegliamo la kundalini e cerchiamo di introdurre il prana nel canale centrale per approfondire la consapevolezza, tutto questo costituisce le pratiche della sezione shakti-yantra.
Lo shakti-yantra è molto vasto e comprende diverse sezioni, per esempio lo shat-chakra-yoga, il kundalini-yoga, il kriya-yoga.

In sostanza, queste due sezioni sono le sezioni principali dell’insegnamento. In generale, quando imbocchiamo il cammino della pratica, bisogna allenarsi ininterrottamente e con tenacia per raggiungere il risultato e diventare maestri, perché limitarsi a definirsi praticanti, leggere libri e ragionare sulla spiritualità non è la via verso la liberazione. Se volete raggiungere l’illuminazione, dovete allenarvi con impegno ogni giorno. Inoltre dovete allenarvi persino più di un atleta che vuole battere un record mondiale. Perciò attribuiamo grandissima importanza alla meditazione e alla pratica quotidiana del kundalini-yoga, dello shat-chakra-yoga e di altre pratiche.
I santi dicono che dobbiamo prestare attenzione alla nostra vita spirituale molto più di quanto facciamo di solito. Di solito le persone mondane dedicano molta attenzione allo studio all’università, al lavoro mondano, allo sport, ma quando si tratta della vita spirituale, non avendo un maestro spirituale e istruzioni corrette, non prestano la dovuta attenzione alla vita spirituale. Ma se volete diventare maestri, professionisti, dovrete alzare l’asticella della vostra vita. Bisogna dedicarsi ogni giorno moltissimo alla pratica spirituale e al training spirituale, all’allenamento, e allora si può contare su qualche risultato. Se invece dedichiamo poca attenzione all’allenamento spirituale, non coltiviamo la nostra energia, non studiamo la nostra mente, non otterremo alcun risultato e resteremo al livello dei dilettanti. Ma un approccio dilettantesco nelle questioni che riguardano il senso della vita non dà nulla. È sempre molto importante orientarsi verso l’approccio dei professionisti, dei maestri. E tali grandi maestri furono i mahasiddha, dai quali cerchiamo di prendere esempio.
Lo yoga del suono (nada-yoga), lo yoga della luce interiore (jyoti-yoga) e lo yoga dei sogni sono tre sezioni dell’insegnamento di livello più elevato.
Queste sono le cinque sezioni dell’insegnamento del laya-yoga. Perciò si ritiene che praticare il laya-yoga significhi praticare tutti questi cinque insegnamenti.
Tattva-vidya
Lo yoga del suono si basa sulla percezione del suono sottile. Il suono è la tanmatra dell’elemento spazio. Se prendiamo i cinque elementi che ci circondano (terra, acqua, fuoco, vento e spazio), questi saranno i cinque elementi grossolani che vediamo. Esistono anche i cinque elementi sottili, che si trovano nel nostro corpo. Le tanmatra sono le parti sottili di questi elementi. Il nada-yoga e lo jyoti-yoga si basano sullo studio delle parti sottili di questi elementi.

Per esempio, esiste l’elemento terra. Si ritiene che la sua tanmatra sia l’odore. Se meditate concentrandovi sul muladhara-chakra nella zona del coccige e sulla punta del naso, risvegliate la vostra energia. Dopo un certo tempo inizierete a sperimentare un aroma o un odore sottile, più sottile di quello fisico. Questo è l’odore astrale. Con una meditazione diligente otterrete tali esperienze. Questo viene chiamato tanmatra dell’elemento terra, odore astrale.

Se meditate sullo svadhisthana-chakra (l’elemento acqua) o sulla punta della lingua, dopo un certo tempo scoprite un gusto sottilissimo, inaccessibile alla percezione ordinaria. Questa è la tanmatra dell’elemento acqua.

Se meditate in un certo modo sull’elemento fuoco, dopo un certo tempo con la visione interiore iniziate a vedere sottili sfere iridescenti, motivi, mandala, yantra. Questa luce sottile è inaccessibile agli occhi ordinari. È accessibile alla percezione extrasensoriale, alla vista astrale. Questa è una forma della tanmatra dell’elemento fuoco.

Se ascoltate i suoni interiori, tappandovi le orecchie e concentrandovi sull’anahata-chakra o sulla gola, dopo un certo tempo nella gola, nell’orecchio destro o alla sommità del capo, nella colonna vertebrale, iniziate a udire suoni sottili, sottili melodie frammentarie, ronzii, vibrazioni. Questi suoni sono inaccessibili all’orecchio umano ordinario. Questa è la tanmatra dell’elemento spazio, il suono sottile. Perciò gli aspetti superiori del laya-yoga sono collegati a tali elementi sottili, quando meditiamo sul suono sottile e sulla luce sottile. In questo consistono il nada-yoga e il jyoti-yoga.

Lo yoga dei sogni consiste nel tentativo di trasferire la coscienza nel corpo astrale e di sviluppare il proprio corpo astrale grazie ai sogni. Quando tale coscienza nel corpo astrale matura, diventa gradualmente capace di agire autonomamente. Quando lo yogin lavora con la consapevolezza nel corpo astrale e con la vacuità, il suo corpo astrale si satura della Chiara Luce e dopo un certo tempo si trasforma nel maya-deham, o corpo illusorio.

Queste sono le sezioni dell’insegnamento del laya-yoga.
Sahajya — lo stato naturale
Il concetto principale dell’insegnamento è sahajya, lo stato naturale. Dal punto di vista dei santi, si può dire che noi tutti non ci troviamo nello stato naturale. Lo stato naturale significa che siamo connessi e consapevoli ininterrottamente della nostra Fonte interiore, ciò che nelle religioni dualistiche viene chiamato Brahman, Assoluto o Dio. E non essere nello stato naturale significa dimenticare questa Fonte, voltarle le spalle, identificarsi con il corpo fisico e creare nuovi programmi karmici.
Si ritiene che continueremo a soffrire, a nascere e a morire finché non realizzeremo questa Fonte universale e non entreremo in contatto con essa, cioè questa cattiva infinità, questa ruota chiusa, la ciclicità del samsara continuerà. In generale, tutte le religioni affermano che se vuoi diventare immortale, devi pensare a Dio e salvare la tua anima, cioè purificarti in vari modi finché il tuo spirito non si ricongiungerà. Ma nel laya-yoga, nell’anuttara-tantra, esiste un proprio principio: noi diciamo che possiamo in qualsiasi momento, in qualsiasi secondo, entrare direttamente in questo stato. La Fonte Suprema è la natura della nostra mente in quanto tale, è ciò che non si raggiunge con la pratica, ma esiste originariamente senza i nostri sforzi. È una questione di sottile consapevolezza e, se ne prendiamo coscienza, possiamo entrarvi proprio ora.
Per esempio, proprio ora la vostra mente è simile allo spazio. Vale a dire, nella profondità del vostro «Io» è presente un enorme spazio, simile all’universo. Proprio ora, nella vostra pura Base, possedete una perfezione e una purezza illimitate. Si può dire che proprio ora avete uno stato molto elevato e divino. Esso vi è sempre stato proprio, ma poiché non vi prestate attenzione, non lo ascoltate, non lavorate con esso e non lo sviluppate, è simile a una corrente sottomarina. Quando non gli prestate attenzione, la vostra coscienza scivola verso strati più grossolani — al livello della mente concettuale, delle emozioni o delle sensazioni. Allora dimenticate questa grandezza interiore, questa infinità interiore, e ascoltate la voce dell’intelletto superficiale e delle emozioni.

Tuttavia, anche quando la vostra coscienza scivola verso gli strati grossolani, questa Fonte suprema spaziale, la consapevolezza profonda, non viene mai oscurata.
Così, un santo è colui che contempla continuamente dentro di sé questa Fonte spaziale, questa consapevolezza vuota, luminosa e sconfinata. Il santo rivolge innanzitutto l’attenzione a questa chiarezza vuota e luminosa, mentre alla mente, ai sentimenti e al corpo presta attenzione in misura minore. Per esempio, se un tale santo venisse insultato, non permetterebbe alla rabbia di sorgere. Forse si solleverebbe una qualche energia, ma essa non lo costringerebbe in alcun modo ad abbandonare la Fonte della consapevolezza luminosa; in lui non sorgerebbe alcuna emozione, egli rimarrebbe in uno stato simile allo spazio.
Se a un tale santo venissero offerti dei beni materiali o se venisse lodato, egli rimarrebbe di nuovo nello stato di unità con la Fonte, e i pensieri e i sentimenti che sorgessero sarebbero simili a cerchi sull’acqua — scomparirebbero immediatamente. Quando ciò accade, si dice che avviene l’autoliberazione dei pensieri, delle emozioni e delle passioni.
La differenza tra un santo e una persona comune consiste nel fatto che egli conosce bene la Fonte e dimora costantemente in essa, autoliberandosi continuamente; cioè la sua mente è simile a uno strumento autopurificante. Lo stato di una persona che non sa nulla di questo e non si trova nella contemplazione ricorda il vetro di un’automobile privo di tergicristalli: quando vi cadono sopra neve, polvere o pioggia, si offusca, e allora non si vede nulla tranne polvere, neve o pioggia.
Lo stato naturale e l’amico segreto sul cammino
Lo stato naturale è la base vuota che ci è sempre propria, la matrice dell’universo, il nostro «Io» originario. Noi o lo riconosciamo, oppure non lo riconosciamo; o lo manteniamo, oppure lo perdiamo. Il grande compito di chi pratica il laya yoga consiste nell’approfondire e nel coltivare questa consapevolezza, nel notare le distrazioni e nel superarle.
Nell’insegnamento esiste un concetto importante chiamato «amico segreto sul cammino». L’amico segreto è la nostra attenzione e vigilanza, che ci indicano le nostre distrazioni e ci spingono a tornare di nuovo alla consapevolezza di questa Fonte. Per esempio, mentre camminiamo o quando facciamo qualsiasi cosa, circa una volta al minuto ci controlliamo, e l’amico segreto ci ricorda, se abbiamo perso la consapevolezza simile allo spazio, e noi ritorniamo.
La pratica principale consiste nell’entrare in questo stato di unità con la Fonte suprema dell’Universo e nel non perderlo mai più.

Quando vi entriamo, accadono in noi cose molto globali, ma questo è soltanto l’inizio. Tutta la nostra percezione della vita cambia, come se prima fossimo stati ciechi e ora avessimo riacquistato la vista. Possiamo persino pensare di aver raggiunto un grande progresso nella vita spirituale, ma naturalmente non è così. Di fatto è solo il primissimo inizio, da cui comincia la pratica spirituale autentica.
Questo stato può essere approfondito all’infinito, e quando lo approfondiamo, esso comincia a influire sul nostro prana, sull’energia. I prana cominciano a purificare i canali, i venti cominciano a raccogliersi dai due canali laterali nel canale centrale, e inizia la circolazione dell’energia, che fonde gli elementi nei chakra. E allora inizia a verificarsi la trasformazione della nostra energia vitale nel corpo, finché gli elementi del corpo fisico non si siano completamente fusi, finché il corpo fisico a livello atomico non si trasformi nel corpo arcobaleno di luce.
Sahaja-samadhi
Si ritiene che l’introduzione nello stato naturale possa essere trasmessa dal Maestro, oppure che noi stessi possiamo entrarvi spontaneamente. Ma in ogni caso è molto importante ricevere le istruzioni appropriate dal Maestro, per riconoscere questo stato e sapere se è corretto o meno, perché abbiamo bisogno di una base a cui orientarci nella nostra vita. E se abbiamo riconosciuto il nostro stato naturale, allora in seguito occorre mantenerlo continuamente. Si può entrare in questo stato con metodi diversi, e allora resta soltanto da mantenerlo. Quando si stabilizza, vi sforzerete di mantenerlo continuamente, tornando alla vita ordinaria, se aspirate a progredire sul sentiero dello laya-yoga.
I nostri modi ordinari di pratica sono i seguenti: meditazione seduta, contemplazione camminando ed esecuzione di pratiche tecniche di yoga. Un terzo del tempo è dedicato alla meditazione, un terzo alla camminata contemplativa, un terzo agli esercizi tecnici. Per diventare maestri professionisti, bisogna svolgere moltissime pratiche; perciò nel monastero esistono regole di ritiro.

Pratica di ritiro
I ritiri sono periodi di tempo in cui pratichiamo non un’ora o due, ma, per esempio, sedici ore al giorno. In questo modo ci avviciniamo allo stato dei grandi santi, che conducevano una pratica molto profonda e intensa.

Nel monastero esiste una regola:
- ogni giorno svolgiamo tre sessioni di meditazione (minimo 1,5 ore);
- ogni mese svolgiamo un ritiro di sette giorni, durante il quale pratichiamo intensamente la contemplazione, la camminata e varie tecniche;
- ogni anno svolgiamo un ritiro di tre mesi;
- una volta ogni 4-5 anni svolgiamo un ritiro annuale, durante il quale per un anno intero pratichiamo ininterrottamente la sadhana;
- una volta nell’arco di dodici anni svolgiamo un ritiro di tre anni.
Questa è la regola fondamentale dei ritiri per i monaci. Cioè il ritiro è un periodo in cui possiamo mettere da parte tutte le faccende e le preoccupazioni, immergendoci completamente solo nella pratica spirituale. È simile ai ritiri fuori città delle squadre sportive, quando si allenano intensamente prima del campionato. Allo stesso modo, se desiderate cambiare realmente voi stessi e volete realizzare seri conseguimenti spirituali, anche voi dovete diventare praticanti che si allenano con tale diligenza.
L’insegnamento dei mahasiddha è un sistema di pratica molto profondo, perciò otteniamo necessariamente risultati se lo applichiamo.
Il ritiro di oggi è un tentativo di praticare in un regime più intenso, cioè nello spirito dei mahasiddha, per ottenere qualche risultato, per ottenere uno stato di consapevolezza che si possa mantenere nella vita quotidiana.
Tipi di samadhi
Ogni yoga presuppone il proprio stato supremo, il samadhi. Esistono il nirvikalpa-samadhi e il savikalpa-samadhi. Savikalpa significa samadhi incompleto, e con savikalpa, cioè con distinzioni. Nirvikalpa significa samadhi di livello superiore. Tuttavia né l’uno né l’altro sono lo scopo dello laya-yoga. Lo scopo dello laya-yoga è il sahaja-samadhi.

Un altro nome del sahaja-samadhi è samadhi del fiume che scorre. Ciò significa che non separiamo la nostra meditazione dalla vita quotidiana. Per esempio, nel nirvikalpa-samadhi si ritiene obbligatoria l’interruzione del respiro e del battito cardiaco. Si ritiene che se il vostro polso non è fermo e non potete entrare in uno stato supercosciente, allora questo non è nirvikalpa-samadhi. Ma nel sahaja-samadhi potete muovervi, parlare, mangiare, bere, camminare, lavorare, e al tempo stesso il vostro stato supercosciente non cessa. Potete essere adeguati in questo mondo e rispondere spontaneamente a tutta la varietà delle energie nell’Universo. Siete simili a un fiume che scorre, che ha una corrente sottomarina e che fa scorrere dolcemente le sue acque. Per questo questo tipo di samadhi è chiamato samadhi del fiume che scorre. Proprio questo samadhi è molto importante per il praticante di laya-yoga.
Naturalmente, anche il nirvikalpa-samadhi è molto importante. E anche colui che lo raggiunge è una personalità assolutamente straordinaria ed elevata. Tuttavia, i santi dicono che il nirvikalpa non basta. Il nirvikalpa va bene solo in ritiro, quando meditate a lungo lontano da ogni preoccupazione, quando la vostra mente non vede e non sente nulla. Ma quando uno yogin, perfetto nel nirvikalpa-samadhi, comincia a parlare, camminare o mangiare, diventa una persona comune, perché non ha padroneggiato il sahaja-samadhi.
Quando invece padroneggiate il sahaja-samadhi, questo tipo di samadhi viene introdotto nel vivo della vostra vita, e allora dimorate continuamente in uno stato mentale simile allo spazio.
Quando il sahaja-samadhi, sotto la guida dei santi, si sviluppa, viene coltivato e approfondito correttamente, conduce inevitabilmente alla realizzazione più alta: il saruba-samadhi. Il saruba-samadhi è il tipo supremo di samadhi, quando gli elementi e gli atomi del corpo fisico si dissolvono fino al livello delle cinque luci, e allora lo yogin trasforma il corpo fisico grossolano in un corpo di luce. Questo viene chiamato il grande passaggio, o il grande trasferimento, kaya vyuha.
Questi sono gli obiettivi principali della nostra pratica.
Si può parlare dell’insegnamento all’infinito, perché è molto profondo. E anche se dedicherete cinque anni semplicemente allo studio intellettuale, anche questo potrebbe non essere sufficiente. La vita spirituale è un processo serio e lungo.
Domanda: «Come si scrive correttamente il mantra OM: OM o AUM?
Ci sono differenze tra il modo di pronunciare e quello di scrivere il mantra OM. Di solito si ritiene che questo mantra sia composto da tre suoni: A, U e M. Il suono A si riferisce alla coscienza superficiale e al mondo esterno. Il suono U si riferisce al subconscio e al mondo astrale. Il suono M si riferisce al mondo senza forme e alla supercoscienza. Oltre a questo, esiste anche un suono impronunciabile: bindu visarga. Esso si riferisce a turya, al quarto stato, o stato trascendentale, oltre il sonno senza sogni. E a seconda del suono su cui ponete l’accento, otterrete quel determinato risultato. Cioè si può pronunciare il mantra OM ponendo l’accento sul ronzio della M, e allora la vostra coscienza si integrerà maggiormente con il mondo senza forme, con lo stato di sonno senza sogni. In generale, l’intonazione della pronuncia e l’accento nel mantra dipendono dalla scuola e dalla tradizione che seguite.

Domanda: È possibile praticare disponendo di beni reali o creandoli? È possibile conciliare le due cose?
Sì, è reale. Inoltre, è più reale di qualsiasi altra cosa. Poiché l’insegnamento presuppone l’unione della presenza contemplativa con tutti gli elementi della vita, è molto importante comprendere questo principio di unione della consapevolezza con tutti gli aspetti della vostra vita.
Se praticate la consapevolezza, purificate i canali, col tempo imparerete a essere consapevoli e a praticare lo stato naturale nella vita quotidiana. Quando poi la vostra coscienza sarà sufficientemente pronta, si potrà passare a un altro regime di pratica: cioè ritirarsi completamente dal mondo, diventare monaci o entrare in ritiro. Ma prima bisogna prepararsi a questo, perché se lo si fa senza essere pronti, dopo un po’ di tempo sorgeranno varie difficoltà.
Cioè il principio è questo: dapprima pratichiamo nel mondo, ci prepariamo e diventiamo esperti nella pratica spirituale, e agli stadi più elevati bisogna cambiare il proprio modo di vita, cioè andare in monastero o in ritiro, se siete laici, e praticare in solitudine. Senza questo è difficile raggiungere risultati più elevati. E agli stadi ancora più alti bisogna di nuovo uscire dal ritiro e unire le esperienze ottenute alla vita, praticando l’attività del corpo, della parola e della mente. E così si ripete molte volte. Si può dire che alterniamo la solitudine e lo stato di uscita dalla solitudine.
Stadi del comportamento tantrico
Esiste una gradazione, o classificazione, dei tipi di comportamento tantrico. Il primo tipo è l’ape. L’ape è il cercatore spirituale che visita un maestro dopo l’altro, un seminario dopo l’altro e legge molti libri. Proprio come un’ape raccoglie il nettare da tutti i fiori, riempiendosi di teorie per poi digerirle. Finché non avete attraversato lo stadio dell’ape, non avete letto molti libri, non avete conosciuto molte religioni e maestri spirituali, non li avete visitati e non avete acquisito una certa esperienza, non potete ancora essere chiamati ape. Cioè la vostra ricerca spirituale superficiale non si è ancora conclusa. Bisogna bussare a molte porte, leggere Castaneda, Rajneesh, Krishnamurti, cioè tutto ciò che si trova vicino, andare da un maestro, poi da un altro, poi da un terzo, per acquisire molteplici esperienze e nutrirsi di tutto questo. Questo è normale nello stadio dell’ape. Ma se il vostro stadio dell’ape si prolunga, cioè se lo fate per quindici e persino vent’anni, allora non è più normale: siete rimasti troppo a lungo a questo stadio.

Il secondo stadio è quello del cervo. Nello stadio del cervo il praticante sceglie già un insegnamento concreto, un Maestro concreto, una scuola concreta, per concentrarsi ormai completamente su di essa e non permettere a se stesso di disperdersi. Infatti vi sono molti insegnamenti e maestri eccellenti, ma non è possibile per tutta la vita limitarsi a cercare superficialmente; bisogna applicare ciò che dicono gli insegnamenti e i maestri. La vita non è così lunga, e bisogna fare in tempo a ottenere anche qualche risultato. Lo stadio del cervo significa che, attraverso la pratica in un monastero, in solitudine o durante un seminario, mettete in pratica i vostri insegnamenti.

Dopo lo stadio del cervo segue lo stadio del muto, quando bisogna interrompere completamente l’attività mentale e i contatti esterni per raggiungere il samadhi. Se non entrerete nello stadio del muto, non riuscirete a entrare nel samadhi.

Dopo lo stadio del muto arriva lo stadio del folle. Ma questo non significa che perdiate la ragione. Significa che andate oltre tutti i concetti dualistici, i confini e le definizioni della conoscenza umana, oltre la logica, i concetti e il buon senso. Dal punto di vista della logica, lo stato di non-dualità è irrazionalismo, mistica, assurdo, qualcosa di assolutamente incomprensibile; per questo spesso i santi vengono chiamati folli. Cioè, per loro la logica del mondo umano è simile a un gioco da bambini. Possono operare con la logica del mondo umano, ma non ne sono in alcun modo catturati; essa per loro non ha alcun significato.

Infine, dopo lo stadio del folle arriva lo stadio del leone. Questo livello significa che lo yogin ha realizzato l’illuminazione e manifesta stabilmente la propria natura assoluta. Egli viaggia, vive in luoghi di potere, visita determinati punti energetici sulla terra o invoca entità e spiriti, manifestandosi in modo da mettere a confronto certe energie furiose, allenando la profondità della propria illuminazione.

Infine, ai livelli più alti arriva lo stadio del cane-maiale. Si ritiene che il cane-maiale si trovi al di fuori di determinate condizioni valoriali e culturali del mondo umano, che non distingua tra puro e impuro, buono e cattivo e così via. Questo termine viene usato per lo stato del supremo mahasiddha, che è uscito completamente dalle convenzioni del mondo umano.

Questi sono i principali stadi del comportamento del praticante spirituale. Bisogna conoscerli e manifestare ciascuno al momento opportuno.
Se rimanete nello stadio dell’ape per molto tempo, senza passare al successivo, il vostro processo spirituale si è protratto troppo. Cercate e cercate, ma non avete ancora iniziato la pratica. Così può durare tutta la vita, ma la vita non è così lunga, e bisogna anche fare in tempo a ottenere risultati. Se invece, senza essere diventati un’ape o un cervo, tentate di diventare un folle o un cane-maiale, anche questo non è corretto, perché non avete ancora la dovuta esperienza e il samadhi, e potete commettere una quantità di errori applicando a voi stessi l’alta visione della non-dualità.

Domanda: Diteci, chi è Osho, a quale stadio si è fermato?
Ammiro Osho. È un santo, un illuminato. Gli stadi dei santi possono essere diversi. Penso che egli abbia realizzato l’illuminazione della coscienza, l’unità con l’Assoluto, il sahaja-samadhi.
Tuttavia anche tra i santi esiste una propria gerarchia. Esistono santi che hanno realizzato l’illuminazione dell’energia, l’illuminazione del corpo. Il processo della vita spirituale è infinito.
Chiunque abbia realizzato la coscienza ininterrotta è illuminato. Se volete verificare se voi o una determinata persona avete raggiunto l’illuminazione minima, bisogna scoprire se sia stata raggiunta la coscienza ininterrotta nel sonno con sogni o nel sonno senza sogni. Se una persona è consapevole nel sonno con sogni, allora è un praticante serio, sebbene non sia ancora illuminato, ma semplicemente un buon yogin o qualche sciamano. Ma se una persona ha sviluppato la consapevolezza nel sonno senza sogni, cioè nel corpo causale, nel mondo senza forme, allora ha già realizzato un certo grado di illuminazione.
Oltre questa fase c’è ancora un livello di consapevolezza al di là del sonno senza sogni. E quando una persona è continuamente consapevole dal momento in cui si addormenta fino al risveglio, cioè il suo corpo fisico si addormenta, ma la mente non si addormenta, allora si può dire che questa persona ha raggiunto la vera illuminazione. E nel momento della morte anche la sua continuità psicologica non verrà distrutta. Cioè egli si è radicato così profondamente nella consapevolezza che sarà consapevole di sé persino nel momento della morte, perciò non avrà mai problemi. Una persona comune, invece, nel momento della morte perde la consapevolezza e attraversa inconsciamente il bardo della Chiara Luce e altri bardo più bassi, e poi viene trascinata inconsciamente nel grembo della madre, attratta da visioni sessuali del padre e della madre che si uniscono, da visioni del mondo degli asura o dei cieli. Ciò accade perché non ha consapevolezza. Ma se una persona, mediante la pratica del sogno e la pratica della presenza, ha realizzato la consapevolezza, avrà sempre un osservatore interiore, una presenza simile allo spazio. E allora le visioni spaventose o attraenti nel momento della morte non lo confonderanno, egli non perderà se stesso.
Anche se una persona conosce molti testi o possiede attributi religiosi, ciò non significa ancora nulla. Cioè la cosa più importante è se abbia realizzato una tale consapevolezza oppure no. Penso che Osho abbia realizzato una tale consapevolezza.
Si può dire che, se Osho applicava i metodi del «Vigyana Bhairava Tantra», parlava allora dell’anuttara tantra, perché questo insegnamento è simile al nostro. La differenza è soltanto che il nostro insegnamento si distingue per profondità e strutturazione. Osho era un maestro illuminato spontaneamente, per così dire da sé e per sé, mentre noi rappresentiamo una certa scuola, una tradizione.

Ostacoli sul cammino spirituale
Nel processo della vita spirituale sorgono molte difficoltà. Cioè la vita spirituale, naturalmente, non è un luogo di villeggiatura né un hotel a cinque stelle. Ogni yogin esperto sa che esistono diversi ostacoli. Quando potete avanzare, i vostri creditori karmici, gli spiriti sottili e gli dèi del mondo del desiderio possono crearvi ostacoli. In generale, la vita spirituale è, in un certo senso, una lotta.
Per esempio, il monachesimo cristiano parla molto dei demoni che tentano gli asceti, gli anacoreti e gli eremiti, i quali combattono con loro fino alla morte. Ma noi non abbiamo il concetto di demoni, poiché tutto è non-duale, e persino i demoni sono parte della nostra coscienza. Tuttavia sorgono molti ostacoli diversi, che possono essere esterni, interni e segreti.
Gli ostacoli esterni sono ostacoli provenienti dall’esterno. Per esempio, cercate di praticare, ma contro di voi possono acuirsi alcuni rapporti con i parenti, sul lavoro. Di fatto, quando vivete nel mondo, gli ostacoli esterni sono moltissimi.

Gli ostacoli interni compaiono quando non avete più ostacoli esterni, cioè quando siete andati a praticare in un monastero, in ritiro, ma sono sorti problemi con i canali, i prana o i desideri mondani. Per esempio, volete meditare, ma vi ostacola il desiderio sessuale, il desiderio di cibo o il desiderio di vedere i parenti, perciò non riuscite a concentrarvi.

Gli ostacoli segreti sono legati all’attaccamento al sé, all’«io», all’ego, a diversi livelli sottili di chiarezza e alle esperienze meditative. Di solito solo i praticanti esperti sanno come liberarsi dagli ostacoli segreti, perché le persone comuni non li sperimentano mai. Gli ostacoli segreti sono anche legati agli ostacoli provenienti dagli esseri divini. Se avete eseguito qualcosa in modo scorretto o se nella vita passata sono state create determinate cause, gli dèi del mondo delle passioni possono fermarvi, crearvi qualche ostacolo.

Esistono molti esseri di un altro mondo che possono esercitare una tale influenza. Penso che questo sia una conseguenza di tali ostacoli. Quando sorgono ostacoli, per lo yogin può essere molto difficile. Ma i santi dicono che, se si possiede uno spirito incrollabile o fede, allora tutti gli ostacoli possono essere superati.
Quando scegliamo di percorrere il cammino spirituale, sappiamo che questo è simile allo stato di un guerriero spirituale, in cui alla fine dobbiamo vincere. La crescita spirituale non si ottiene con piccoli sforzi, perciò dobbiamo davvero combattere contro le nostre illusioni.


