Per noi Lakshmi incarna prima di tutto la forza di volontà, la forza dell’intento, l’energia che si manifesta attraverso la persona — la personalità, il successo yogico, la buona sorte yogica, la prosperità spirituale. Per conseguire la realizzazione, lo yogin ha bisogno di numerose qualità, e nel corso della pratica tali qualità devono maturare.
La realizzazione non è altro che il dispiegamento del proprio potenziale, e questo potenziale si manifesta necessariamente sotto forma di determinate qualità. Soltanto quando una persona si trova nel samadhi, meditando sul non manifestato, il suo potenziale rimane, per così dire, non manifestato. In ogni altro momento, se questo potenziale è davvero realizzato, esso si manifesta necessariamente. Ciò significa che, sul piano personale, uno yogin non è una persona che non manifesta alcuna qualità. Piuttosto, egli non si identifica con queste qualità, percependole come un gioco dello stato naturale. Ma le qualità che si manifestano in lui sono necessariamente pure, elevate, profonde e nobili. Non è possibile che uno yogin, il quale aspira alla liberazione e alla rinascita nei mondi degli esseri celesti, manifesti qualità inferiori a quelle di coloro che non aspirano affatto alla liberazione, nutrono desideri mondani e conducono una vita ordinaria. Ciò è impossibile in linea di principio, poiché la realizzazione della natura della Mente presuppone la manifestazione di qualità più elevate.
E l’invocazione di Lakshmi è precisamente l’invocazione di tali elevate qualità yogiche.
L’importanza delle qualità per il successo nella pratica
Spesso uno yogin può applicare dei metodi senza tuttavia ottenere alcun successo. Perché accade? Evidentemente, gli mancano semplicemente le qualità necessarie per trarre beneficio da questi metodi. Ma non appena sviluppa in sé le qualità appropriate, tutti i metodi cominciano immediatamente a portare beneficio. È come se un bambino si mettesse ai comandi di un magnifico velivolo (un vimana o una superastronave): qualunque cosa faccia il bambino, per quanto perfetto sia il velivolo, non riuscirà a farlo decollare né a condurlo a destinazione. Ai comandi deve sedersi un pilota esperto di altissimo livello, dotato di qualità eccellenti, velocità, prontezza di riflessi, rapidità di pensiero, capacità di valutare la situazione e pensiero strategico e tattico. Se sarà lui a sedersi ai comandi, l’astronave decollerà sicuramente e raggiungerà la destinazione.

Allo stesso modo, anche noi, applicando i metodi dello yoga e sviluppando in noi stessi le qualità appropriate, raggiungiamo sicuramente la meta. Ciò significa che, parallelamente all’applicazione delle pratiche yogiche, bisogna sempre riflettere sullo sviluppo delle appropriate qualità personali. Se siamo privi di pazienza, perseveranza e aspirazione a raggiungere la meta, possiamo ricevere insegnamenti e trasmissioni molto elevati e, come si dice nei sutra, la nostra testa può persino appiattirsi a forza di essere toccata dal vaso rituale (delle iniziazioni); tuttavia, non saremo in grado di avvalerci di tutte le trasmissioni e di tutti i metodi.
Il principio di Lakshmi è la fioritura incarnata delle qualità, è ricchezza spirituale, successo e prosperità spirituali, ricchezza di saggezza e di segni della realizzazione. È una forza creativa che si manifesta in molteplici modi.
La coscienza creativa come fondamento della sadhana
Quando ci dedichiamo alla pratica spirituale, è molto importante possedere una simile forza creativa, poiché la sadhana è prima di tutto creatività interiore. Per creatività si può intendere un processo molto sottile di manifestazione della coscienza ludica. Si tratta cioè di raggiungere quel livello in cui la coscienza cessa di essere lineare, univoca e algoritmica. Quando la coscienza diventa ludica, fiorente, multilivello, non algoritmica e non lineare. Quando la coscienza dispone di una moltitudine di scelte sottili e di molteplici tipi di realtà. Quando si trova in uno stato di costante biforcazione, ramificazione, in diversi punti critici. Quando la coscienza può operare con differenti visioni della realtà ed entrare liberamente in diversi tunnel della realtà, quando diventa multidimensionale, stocastica, cioè non ordinata, bensì probabilistica. Proprio questa coscienza creativa è la coscienza del contemplativo. È la stessa cosa della consapevolezza non concettuale; semplicemente, di solito non esplicitiamo il principio della consapevolezza non concettuale.

La consapevolezza logica e concettuale è un pensiero lineare rigidamente condizionato da sequenze di eventi, relazioni soggetto-oggetto, nessi di causa ed effetto, dogmi e dottrine consolidate. E non può mai trascendere sé stessa da sola: è proprio per questo che è limitata. In altre parole, considerare sé stessi come sé stessi, il mondo come il mondo e le relazioni dualistiche come relazioni dualistiche: questo è il pensiero lineare. La consapevolezza non concettuale, invece, è un pensiero non lineare. E non appena raggiungiamo il livello della consapevolezza non concettuale, scopriamo immediatamente il suo incredibile potenziale creativo, la sua natura non algoritmica e paradossale. Tale consapevolezza non è lineare, bensì probabilistica, e possiede una multidimensionalità. E quando siamo profondamente consapevoli, in questa multidimensionalità possiamo scegliere tra molte possibilità, manifestando la nostra forza creativa. Ciò riguarda principalmente proprio la sadhana.
Ed è proprio una coscienza creativa di questo tipo, quando viene applicata nella pratica spirituale, a condurre al successo nella vita spirituale.
La multidimensionalità della coscienza come segno di realizzazione
Ciò significa che possedete una saggezza, una chiarezza e una sensibilità alla consapevolezza tali da poter percepire i contorni più elevati della coscienza. Avete una sensibilità sufficiente per comprendere il principio della multidimensionalità di qualsiasi situazione.
La coscienza unidimensionale è propria degli esseri dei mondi inferiori. Per esempio, in una delle descrizioni del mondo dei preta si dice che i preta raschiano la terra cercando di saziarsi, ma qualunque cosa facciano, anche se il cibo arriva nel loro stomaco, brucia e non dà loro alcuna soddisfazione. Oppure si dice che gli esseri infernali semplicemente «urlano» per l'orrore e il dolore, mentre gli animali seguono ottusamente il cibo e i piaceri. Questo è il principio di una coscienza cieca e unidimensionale, che accetta la realtà così come appare.
La coscienza multidimensionale non accetta la realtà così come appare. Può sempre osservare la stessa realtà da molte prospettive. La coscienza multidimensionale non formula giudizi univoci né valutazioni univoche su alcunché. Un praticante esperto può davvero esprimersi in questo modo. Se chiedete a un praticante esperto: «Che cosa ne pensi? Come valuti questa situazione?», risponderà: «Dipende da come la si guarda. Dal punto di vista assoluto è così, da quello relativo è cosà; dalla prospettiva monastica è così, da quella laica è cosà. Dal punto di vista del sutra è così, del tantra è cosà, dell'anuttara tantra è così, mentre dal punto di vista dell'approccio non concettuale è completamente diverso. Agli occhi di un rishi è una cosa, agli occhi di una divinità un'altra, agli occhi di un essere umano una terza. Qui ci sono moltissime possibilità, quindi troviamo un unico punto dal quale osservare».

E se cercate di familiarizzare con il punto di vista della coscienza multidimensionale, vedrete che la situazione può essere ambigua, il mondo può essere ambiguo, una persona può essere ambigua, i legami e le relazioni possono essere ambigui, l'insegnamento può essere ambiguo. E questa ambiguità crea una certa probabilisticità, indeterminatezza e una determinata libertà di volontà. Perché? Perché non vi è più un'accettazione cieca della realtà, ma un certo coinvolgimento della vostra coscienza quale elemento della psicostoria, della vostra coscienza quale operatore dotato di potere. Comprendete che la realtà non è data in modo univoco, ma dipende da come la osservate. Dipende proprio da voi. Quando vi rendete conto che dipende da voi, comprendete che proprio in questo consiste la vostra libertà di volontà. E ciò significa che qui potete scegliere, che qui la vostra forza creativa può manifestarsi.
Spesso, quando mi dicono riguardo a qualcosa: «È così», io rispondo: «È così solo da un punto di vista, mentre da altri punti di vista la si può vedere diversamente. Nulla è così univoco, se lo si osserva da prospettive differenti».
Il principio della fioritura e la coscienza delle divinità
Questa polisemia è precisamente il principio della fioritura. La polisemia è prerogativa delle divinità. Quando vediamo le divinità, di solito presentano un elemento di sovrabbondanza, di fioritura. Sono sempre adornate di loti in fiore oppure hanno molte teste, braccia e così via. Ciò non significa necessariamente che abbiano davvero molte teste o braccia. Sono libere nelle loro manifestazioni e possono assumere qualsiasi forma. Le forme canoniche sono soltanto un determinato modello o una matrice, corrispondente alla forma in cui un santo comunicò con le divinità. Ma le divinità stesse possono assumere innumerevoli forme. Le molte teste o le molte braccia indicano semplicemente la polisemia, la multidimensionalità delle divinità. La loro coscienza è giocosa, fiorente, multidimensionale, probabilistica, non algoritmica. Esse non vivono al livello della logica, bensì al livello del paradosso, al livello della logica parasattarka: una logica trascendente e intuitiva della comprensione mistica.

Ed è proprio una simile coscienza probabilistica e multidimensionale a essere di per sé il segno di un certo grado di realizzazione. Se siete rigidamente condizionati dai concetti, non riuscirete neppure a cogliere una tale coscienza. Ma quando contemplate profondamente e dimorate a un livello non concettuale, questa coscienza vi conferisce gradualmente una comprensione interiore. Allora vi diventa chiaro il significato dei testi sacri o dei metodi.
La multidimensionalità non significa che dobbiamo farci guidare letteralmente da essa nella realtà relativa. La realtà relativa ha le proprie leggi. Molte di esse sono decisamente lineari. Ma qui stiamo parlando della realtà interiore. Se, per esempio, pagate un biglietto del treno, dovete farlo realmente; non direte: «Dipende da come la si guarda: pagare o non pagare, è un biglietto oppure un pezzo di carta». Cose del genere non resteranno impunite, poiché nel mondo materiale vigono leggi proprie. Qui, invece, parliamo della realtà spirituale interiore, della vostra sadhana personale.
La multidimensionalità del samadhi e dell'applicazione pratica
Una tale coscienza multidimensionale esprime il successo e la fioritura della vita spirituale.
È proprio questa a rappresentare il principio di Lakshmi: la forza incarnata delle qualità personali e una coscienza fiorente e multidimensionale. Quando sperimentate il samadhi, non si tratta di un singolo stato in cui siete entrati nella luce e dimorate in essa. Il samadhi è un'intera gamma, una tavolozza di esperienze, una polifonia, un'intera orchestra. Lo stato del prana, della mente, della luce, della consapevolezza non concettuale, della chiarezza, dell'intuizione spirituale, della beatitudine nei chakra, la previsione del futuro, la percezione dei samskara sottili, i darshan degli esseri divini: tutti questi sono diversi aspetti della tavolozza del samadhi.

Al contrario, chi riesce a penetrare con difficoltà in una simile struttura multidimensionale della coscienza incontra spesso ostacoli nella pratica del metodo o nella pratica della contemplazione. Quando ne analizzo la causa, vedo che affronta la pratica in modo troppo unilaterale e non scorge le possibilità alternative. Per esempio, una persona non ha successo nel servizio, cioè fa qualcosa, ma non le riesce. Prova di nuovo, e ancora non funziona. Perciò conclude: «È impossibile farlo». Ma poi arriva un'altra persona, un mandaleshvar, cambia leggermente la prospettiva e dice: «Fai così e tutto funzionerà. Inoltre, ci sono altri otto modi per farlo». Perché accade questo? Perché la prima persona ha cercato di risolvere il problema in modo troppo unidimensionale. Se invece fosse entrata in contemplazione, avesse applicato questa forza creativa della multidimensionalità e avesse osservato la situazione da un'altra prospettiva, tutto avrebbe funzionato.
Lo stesso vale per lo yoga e per le pratiche tecniche. Cerchiamo di eseguire un determinato metodo (per esempio, l'anuloma-viloma pranayama o il tribandha mudra): c'è una prospettiva in cui il prana si accumula ed entra nel canale centrale, e ce n'è un'altra, leggermente diversa, in cui facciamo tutto, spendiamo tempo ed energie, ma per qualche ragione il prana non si accumula. Proviamo stanchezza e irritazione perché abbiamo praticato a lungo senza accumulare prana. Il nostro successo nella pratica dipende proprio dalla capacità di osservare con sottigliezza la sadhana o il servizio da una determinata prospettiva.
Ciò riguarda anche pratiche come la meditazione chandali, la meditazione mahashanti e altre ancora. Questo non significa che ci lasciamo trasportare eccessivamente dalla creatività e inventiamo metodi nostri. Naturalmente, i metodi sono autorevoli ed esistono nella linea di trasmissione; semplicemente, li comprendiamo esattamente come vengono sperimentati dagli stessi siddha e rishi, cioè in modo profondo e multidimensionale. Ed è proprio una tale multidimensionalità a condurre al risveglio e alla realizzazione.
In sostanza, la multidimensionalità in sé è già quasi una realizzazione, poiché è la coscienza di una divinità o di un siddha.


