Commento al testo «Purusha-sukta»
«Dalla sua mente sorse la luna, dall’occhio – il sole, dalla bocca – Indra e Agni, dal respiro – il vento. Da lui ebbero origine anche le quattro caste. La sua bocca divenne il brahmano, le braccia – il rajanya, le cosce – il vaishya, i piedi – lo shudra.
Non vedendo accanto a sé nessuno, se non se stesso, egli dapprima disse: «Questo sono Io», così nacque il nome Io. Perciò ora l’uomo, quando viene chiamato, innanzitutto definisce se stesso come «io», e solo poi pronuncia il nome proprio che gli appartiene. E poiché egli, come il primo di tutti, consegnò al fuoco tutti i peccati, è chiamato Purusha.
Egli ebbe paura, per questo anche l’uomo ha paura quando è solo. Allora egli si guardò intorno e disse: «Se oltre a me non esiste nulla, di chi dovrei aver paura?» Allora il suo terrore si ritirò, perché non aveva nessuno da temere, infatti il terrore proviene dall’altro.
Egli non provava gioia, perciò nessuno prova gioia trovandosi in solitudine. Aveva bisogno di un altro. Era nello stesso stato in cui si trovano marito e moglie. Egli divise se stesso in due. Così furono prodotti l’uomo e la donna, perciò ciascuno di loro era solo la metà di se stesso, simile alla metà di un pisello spaccato in due, che è solo una parte del tutto».
Questo testo parla della creazione del mondo. Non è filosofico o concreto, bensì mitologico, cioè va compreso al livello delle immagini del subconscio.
Quando nell’insegnamento dell’anava-yoga si parla dei metodi di introduzione diretta, diciamo che uno dei metodi è riflettere sulla fonte primaria dell’Essere, sui principi dell’universo o sui principi della creazione dell’universo. Grazie a tale riflessione, che agisce come una potente causa secondaria, la consapevolezza primordiale si spalanca in modo impeccabile.
Visione profana e sacra della realtà
Quando studiate la mitologia, questo è diverso da come studiate la filosofia o le descrizioni tecniche. Ciò richiede l’attivazione di un’altra coscienza, di un altro livello dell’Essere, precisamente dell’Essere sacro.
Di solito si dice che esistono due livelli di visione o di Essere: il profano e il sacro. Il profano è ciò che è quotidiano, mondano. Il sacro, il santo, è ciò che è legato all’altro lato della vita, che proviene dai santi, dagli dèi.

La pratica spirituale non è altro che l’uscita dall’essere profano e l’ingresso nel sacro. Per esempio, quando praticate l’orgoglio divino, cercate di praticare la visione pura, entrate in una connessione samaya, cercate di generare una visione sacra, come se usciste gradualmente dallo stato profano per entrare in quello sacro. Quando riflettete su testi come questo, contemplandoli, è un modo molto profondo per uscire dal profano ed entrare nella visione sacra della realtà.
I siddhi, gli dèi dimorano continuamente nella visione sacra della realtà; gli uomini, al contrario, dimorano continuamente nella visione profana della realtà.
Si può dire che la visione profana della realtà è appunto lo stato distratto della consapevolezza. Il sacro è la presenza portata fino alla massima profondità, fino alla perfezione.
Miti cosmogonici del Rigveda
«Prima dell’apparizione del Nulla, perfino prima che qualcosa apparisse, in che cosa tutto si nascondeva o dove riposava? Forse nell’acqua?
Morte e immortalità non si alternavano l’una all’altra, come notti e giorni. Solo l’Uno, che era a se stesso fonte di vita, respirava uniformemente e nulla giaceva al di fuori di lui. Le tenebre si erano sepolte, come nel mare, nelle tenebre primordiali. Come il vuoto, assorbito dal caos, là egli cresceva con solerte forza interiore.
Nacque dapprima il seme, più primordiale del pensiero, che con qualcosa che esiste, senza conoscere il legame del desiderio, i saggi cercano eternamente e trovano eternamente.
Nell’abisso oscuro all’improvviso divampò un raggio fiammeggiante; tutto questo si creava dall’alto o dal basso, chi lo sa. Furono trovate potenti forze creatrici, e queste forze lavoravano. In basso si estendeva la massa della materia, in eterno movimento l’energia in alto. Chi dirà da dove è sorto tutto questo mondo sconfinato? Gli dèi a quel tempo non erano ancora apparsi nel mondo. Chi dunque rivelerà la verità, da dove è venuto il mondo e se sia stato creato dalla mano degli dèi oppure no? Solo il re nei cieli potrebbe narrarcelo, se questa cosa gli è possibile».
Questo è uno dei testi tardi del Rigveda. I miti cosmogonici della civiltà vedica sono molto profondi, multilivello e complessi.
Si ritiene che inizialmente il mondo sia nato da Narayana. Narayana, come divinità originaria o protodivinità esistita prima di Brahma, Vishnu e Shiva, è l’Assoluto indifferenziato, nel quale la tattva creativa non è ancora sorta, e la spanda (vibrazione) si trova ancora in uno stato molto debole.

Si dice che dalla sua bocca sia nata la parola, dai succhi vitali del corpo i Veda, dalla lingua il nettare, dal naso la volta celeste, dalle pupille degli occhi i cieli e il sole, dalle orecchie i luoghi di pellegrinaggio, dai capelli le nuvole e la pioggia, dalla barba i lampi, dalle unghie le pietre, dalle ossa le montagne.
Senza dubbio, questi testi non vanno intesi alla lettera. Sentite storie sugli dèi che inscenano varie lila, ma in realtà tali racconti sono simili a come se a persone comuni, con l’aiuto di personaggi a loro familiari (il lupo, Kolobok, Baba Yaga e altri), si spiegassero la fisica quantistica o la filosofia di Hegel. Più o meno così si possono percepire i racconti sugli dèi, in cui si descrive come litighino, rapiscano le mogli altrui o combattano per il nettare. In realtà tutto ciò è molto più complesso. Questi miti esprimono una profondità che va oltre la comprensione umana.
Di Narayana, il Dio originario, si dice che giaccia nella forma di un neonato su una foglia dell’albero di banyan, che galleggia sulle acque primordiali, e succhi l’alluce del proprio piede, simbolo dell’eternità.
L’Uovo Cosmico e la nascita di Brahma
Nella «Bhagavata Purana» si parla dell’Uovo Cosmico, prodotto dalla potenza divina insieme ai tanmatra. I tanmatra si unirono alla forza divina, emanando dal principio della mahatattva, l’elemento originario. Il principio della mahatattva fu generato dal soggetto supremo, che presiede all’energia materiale prakriti, quando essa si unì a kala (il tempo).

La prakriti all’inizio si trovava in uno stato passivo, ma fu portata all’eccitazione dal soggetto supremo, il destino irresistibile di tutto ciò che esiste. Così apparve l’Uovo d’Oro: Brahmanda, o la Prima Sfera cosmica.
Più avanti si dice che il Dio dell’universo primordiale riposò su questo Uovo per più di mille anni, libero da qualsiasi essere vivente, disteso sulla superficie dell’Oceano. Riposando in tale Uovo, si dedicava all’autocontemplazione, rivolgendo la coscienza verso se stesso. Immerso per migliaia di anni in questa autocontemplazione, il Dio Supremo dell’universo produsse dal proprio ombelico un loto, pari, per il suo luminoso splendore, a mille soli riuniti insieme.
L’ombelico è il simbolo del manipura-chakra; è proprio manipura a essere legato alla creazione e alla distruzione. Si può dire che qui l’ombelico sia il simbolo dello stato creativo; il loto è il simbolo del puro stato creativo o della shuddha-tattva originaria, cioè dell’elemento primordiale che si trova in uno stato di indifferenziazione, ma è pronto a creare.
Il loto era così grande da poter contenere tutti gli esseri viventi. Da questo loto uscì Brahma, nato da se stesso.
Da questo stato puro originario uscì il creatore dell’universo. Si dice che fosse nato da se stesso. Cioè, in virtù della propria autoconsapevolezza, nacque una tale grande coscienza individuale. In seguito Brahma, dotato della potenza di Narayana, creò tutti gli esseri e diede a ciascuno di essi un nome e una forma.
Il processo di creazione e differenziazione
Dunque, all’inizio il Signore autoesistente provò desiderio ed ebbe l’intenzione di differenziarsi, di creare diversi esseri viventi dal proprio corpo; poi, separata la propria pura coscienza, fu differenziata la prakriti, la materia primordiale, che fornì la base alle tre guna. E in questa materia primordiale, la prakriti, fu gettato il seme creativo, la tattva creativa o adi-bindu, il potenziale creativo originario, che iniziò a creare qualcosa di simile a cerchi sull’acqua, facendo vibrare lo spazio. In quello stato, lo spazio non aveva ancora una dimensionalità come quella che abbiamo nel mondo degli uomini. Era indifferenziato; tuttavia tali cerchi sull’acqua cominciarono a far vibrare lo spazio, la tattva creativa fecondò l’Essere originario indifferenziato, e in esso iniziarono a separarsi le sue diverse parti. In seguito questo seme divenne l’Uovo d’oro (Brahmanda), il cui splendore superava quello del sole. Proprio da qui, come abbiamo detto, nacque la coscienza primigenia creatrice di Brahma, il progenitore dell’universo. Le acque sono chiamate anche nara, perché furono prodotte da Nara. Narayana porta questo nome perché fu la causa prima di tutte le azioni.
E questa grande coscienza, Purusha, che fu prodotta dallo stato impercettibile, eterno, indifferenziato, è conosciuta come Brahma. Dopo aver vissuto a lungo nell’Uovo, questo essere maestoso, per la forza dell’autocontemplazione, si divise in due, cioè Brahma, come coscienza creatrice originaria, divise anch’egli se stesso come in due parti. Si dice che divenne per metà donna, per metà uomo. Naturalmente, non divenne semplicemente donna o uomo. L’uomo, in questo caso, è la personificazione del principio dell’indifferenziazione, della purezza, della vacuità, del principio della staticità, della quiete, dell’immobilità e della contemplazione. La donna è la personificazione del principio della dinamica, del rajas, dell’energia, del movimento, dell’apparizione, della manifestazione. Questi due principi si separarono in questa coscienza primaria.

«O spirito degli spiriti! Tu, con la tensione di possenti forze
Del pensiero creatore, dispiegasti gli spazi,
Destasti il movimento della spirale del tempo,
Traesti l’ordine delle consonanze dalla dissonanza,
Tu sei più antico del cielo, tu fosti prima del cielo.
Prima che la rotazione delle sfere avesse inizio,
Prima che la terra fluttuasse nell’etere,
Tu eri allora. Dal tuo amore nacque
Ciò che mai era stato, per la vita in questo mondo —
E il canto si diffuse per l’universo!
Che cosa manifestò la tua potenza? La perfezione!
Che cosa ebbe potere su di essa e supremazia?
La luce della saggezza. Ma in che cosa si rivelò?
La mia anima, in estasi, si slanciò
Verso di te. Onnipotente, guida tu stesso il suo volo,
Dalle cose caduche dalle la forza di elevarsi,
Su ali di fuoco, senza timore, possa navigare,
Per accogliere la conoscenza e ispirarsi.
Guida dunque l’immaginazione del poeta!»
Quando sentite “poeta”, qui si intende kavi, saggio, rishi (nei testi tradizionali). I rishi erano appunto poeti, perché esprimevano la loro visione con un linguaggio poetico, figurativo, e non con la logica.
«Celato in un’oscurità cupa e impenetrabile,
Nell’ombra, più luminosa della luce del sole,
Brahman contemplava la propria mente in quelle epoche,
Quando gli spiriti non erano rivestiti di corpi.
Così nello specchio liscio guarda lo sguardo dei mortali.
(Così abbiamo paragonato l’eterno al finito).
Obbediente allo sguardo, sorse la prima delle forme
Davanti a lui, risplendendo di un fulgore infinito,
Che avrebbe prostrato cento soli.
Questa Dea fu chiamata Maya Eterna,
E arse per il Padre di un amore ultraterreno,
Lo ricompensò con il suo scrigno di IDEE —
Da esse più tardi fu creato l’universo.
Quando il suo desiderio lo avvolse
Di creare innumerevoli astri,
Nell’Unità piena egli divenne molteplice.
La creazione esultava, e la natura
Stessa rideva; un nuovo tono armonioso
Chiamò allora all’esistenza le acque.
E le acque si riversarono, colmando la propria dimora,
Esultando, raggiungendo la volta celeste.
Il mormorio, lo sciabordio e il fragore delle prime onde...
Sulla vastità del mare spirava la brezza primordiale,
Accarezzando. D’improvviso la superficie si agitò,
Apparve l’Uovo, ideale di perfezione,
Uno splendore meraviglioso fluiva intorno a esso.
La terra stessa si inchinò davanti al prodigio.
Sopra la battaglia delle onde danzò, meravigliando il mondo,
Finché dal guscio della splendida struttura
Non apparve l’azzurro. Versando splendore,
Si presentò il più grande fenomeno.
Estraneo alle debolezze dell’esistenza terrena,
Per le quali il sonno profondo è sollievo,
L’Altissimo, immerso nel pensiero, giace
Sul loto che sbocciò al tocco
Della sua mano e irradia la luce dei raggi dorati».

Brahma e la conoscenza della causa prima
Dunque, si ritiene che, quando Brahma apparve, non conoscesse la causa prima della propria creazione, almeno così si dice nel «Bhagavata Purana». E Brahma, rivolgendosi agli dèi e ai rishi, raccontava loro in che modo avesse appreso di questa causa prima.
«Durante la notte di Brahma, quando tutti gli esseri e tutti i mondi si dissolsero in un unico silenzio indivisibile, contemplai Narayana, lo Spirito dell’Universo, dai mille occhi, onnisciente, per il quale l’Essere e il non-Essere non hanno differenza, poggiato sulle acque informi, sostenuto dal serpente dell’infinità dalle mille teste».
La notte di Brahma indica il periodo del pralaya, quando tutto si trova in uno stato di indifferenziazione o di caos primordiale. In quel momento Brahma conserva la propria esistenza individuale, ma si trova come in un sogno, cioè il suo potenziale creativo non opera, ma dorme, è in uno stato passivo, mentre Brahma stesso contempla il caos originario.
Brahma prosegue dicendo:
«Tratto in inganno dal suo incanto, toccai con la mano l’eterno e chiesi:
– Chi sei, dimmelo.
Allora egli mi donò lo sguardo sonnolento dei suoi occhi simili a loti, si alzò, sorrise e disse:
– Benvenuto, figlio mio, tua splendente maestà.
Ma io mi indignai per questo e dissi:
– Proprio me, causa della creazione e della distruzione, creatore di miriadi di mondi, fonte e anima di tutto, tu, o Dio perfetto, come un maestro a un discepolo, chiami “figlio mio”? Dimmi, perché pronunci parole così irragionevoli?»
Narayana apparve davanti a Brahma nelle sembianze di Vishnu e lo chiamò suo figlio. In altre parole, la coscienza primordiale manifestò un’energia separata, come se avesse organizzato un simile gioco con Brahma. Brahma, invece, fino ad allora riteneva che oltre a lui non ci fosse nessun altro, e si considerava l’unico creatore dell’intero universo; perciò si indignò fortemente vedendo una qualche altra coscienza che, per di più, lo aveva chiamato “figlio”, cioè aveva espresso la propria anteriorità. Allora Narayana, nelle sembianze di Vishnu, gli disse:
«Non sai forse che io sono Narayana, creatore, custode e distruttore dei mondi, principio maschile infinito, eterno Fonte e Centro dell’universo. Infatti tu sei nato dal mio stesso corpo immortale».

L’apparizione di Shiva e la colonna fiammeggiante
Si dice che tra queste due divinità iniziò un chiarimento di anzianità, di primato. Quando parliamo di chiarimento, non si tratta di un litigio come nel mondo degli uomini; piuttosto, sono due coscienze dinamiche, interagenti tra loro e incredibilmente potenti, che cercavano di determinare la profondità di sé stesse attraverso tale interazione.
E quando sopra il Caos primordiale divampò questa disputa trascendentale, questa stessa coscienza originaria decise di porre fine a quel gioco. E allora apparve un Lingam splendente e maestoso, ovvero una colonna fiammeggiante, simile a cento incendi, che inghiottiva universi, senza inizio, mezzo o fine, incomparabile, indescrivibile.
Si dice che sia Vishnu sia Brahma furono stupiti dall’apparizione di una tale colonna di luce e decisero di esplorarla. Assumendo le loro forme illusorie, Brahma discese verso il basso, Vishnu salì verso l’alto. Salì verso l’alto significa che una divinità procedeva verso l’aspetto maschile (il vuoto, l’indifferenziazione). Discese verso il basso significa che l’altra divinità procedeva verso l’aspetto femminile (l’energia, la differenziazione), per esplorare i confini di questa colonna di luce. E quando tentarono di esplorare questa colonna di luce, persino dopo il trascorrere di mille anni non riuscirono a trovarne né l’inizio né la fine.

Allora Shiva apparve davanti a queste divinità. Shiva qui è l’aspetto del non manifestato, l’aspetto del profondo caos primordiale indifferenziato. Ed entrambi si inchinarono a lui, riconoscendone la profondità, la vetta e la perfezione. Ma in realtà si trattava della manifestazione di un’unica coscienza originaria nei suoi tre diversi stati.
A seconda della situazione, una divinità può manifestarsi come divinità completa oppure come incarnazione parziale di una qualche guna.
Più avanti si dice:
«Dal proprio stato immacolato e puro, Brahma creò una donna, celebrata con i nomi di Savitri, Sarasvati, Gayatri e Brahmani».
Creò una donna significa che divise nuovamente l’energia originaria in uno stato indifferenziato e in uno stato creativo dell’energia.
Le cinque teste di Brahma e la perdita della quinta dimensione
Di solito Brahma è raffigurato come una divinità di colore rosso con quattro teste. Molti associano le quattro teste alle quattro dimensioni del nostro Universo: tre spaziali e una dimensione temporale. Tuttavia, all’inizio egli possedeva cinque teste, ma poi Shiva lo privò di una testa. Si dice che Shiva un giorno gli staccò la testa con l’unghia, quando essa cominciò a discorrere della superiorità di Brahma su Shiva. Ciò significa, evidentemente, che in origine l’universo possedeva non quattro dimensioni, ma cinque dimensionalità. Tuttavia, la quinta dimensionalità scomparve col tempo a causa di alcuni, si potrebbe dire, cataclismi spaziali molto sottili.
In un altro mito si dice che Brahma fu punito da Shiva con la privazione di una delle teste per il fatto che, essendo ubriaco oltre misura, commise incesto con sua figlia. Naturalmente, questo non va inteso alla lettera. Che cosa significa? L’espressione «Brahma ubriaco oltre misura» significa che la consapevolezza originaria, vuota, che era auto-liberata e indifferenziata, si inebriò del proprio rajas, della propria creazione, e si spinse lontano nella propria manifestazione. Si può dire che si tratti della perdita della visione nell’azione o della perdita della consapevolezza nell’azione. «Commise incesto con sua figlia» significa che vi fu un’immersione inammissibilmente intensa della consapevolezza vuota nella materia, in conseguenza della quale fu perduto l’equilibrio, o l’armonia, nella creazione dell’universo. E allora ipostasi più elevate intervennero nel processo della creazione e modificarono la dimensionalità dello spazio da cinque dimensioni a quattro. Shiva recise la testa di Brahma per «l’incesto con sua figlia», cioè per il contatto illecito con la differenziazione, con la materia.

Secondo un’altra versione, si dice che Brahma chiese sfrontatamente a Shiva di nascere da lui come figlio. Per questo Shiva maledisse Brahma, e la forza della sua maledizione privò Brahma della sua quinta testa. Si dice che, quando questa testa fu recisa, cadde in Maha Cina (il nome sanscrito della Cina). Nei tantra, Maha Cina è considerata una terra altamente venerata di saggi cinesi, dove cadde il quinto Veda.
Il quinto Veda e la filosofia taoista
Come sapete, esistono quattro Veda principali: Rigveda, Samaveda, Yajurveda e Atharvaveda. Tuttavia, si ritiene che in origine i Veda fossero cinque, e che il quinto fosse il più antico, e scomparve proprio nel momento in cui a Brahma fu recisa la quinta testa. Si ritiene che la filosofia taoista della Cina sia appunto la depositaria di questo quinto Veda, cioè di pratiche profonde legate all’energia, all’immortalità e ad altro. In seguito, questi insegnamenti furono incarnati in diversi insegnamenti dei tantra e ritornarono di nuovo da Maha Cina in Bharatavarsha, passando nell’insegnamento del tantra e dell’anuttara-tantra.
Iconografia e simbolismo di Brahma
Nell’iconografia Brahma è raffigurato come una divinità di colore rosso con quattro teste. Il colore rosso simboleggia il principio del rajas, il principio della creazione. È vestito di abiti bianchi, il che significa la sua energia, proveniente dallo stato originariamente puro, indifferenziato e auto-liberato.
Si dice che i quattro Veda siano scaturiti dalle sue teste. Lo si chiama divinità della saggezza. Si ritiene che a lui si rivolgano soprattutto le persone istruite.
I cieli di Brahma
Nel «Mahabharata» vengono descritti i cieli di Brahma. Si dice che il cielo di Brahma abbondi di tutte le perfezioni degli altri cieli nel grado più eccellente. Là si può vedere tutto ciò che non esiste nell’universo, dai più piccoli insetti ai grandi animali.

Gli altri nomi di Brahma sono i seguenti: Prajapati (Signore di tutti gli esseri viventi), Pitamaha (grande progenitore), Kamalasana (colui che siede sul loto), Parameshthi (sommo sacerdote), Hiranyagarbha (nato dall'Uovo d'Oro), Savitripati (marito di Savitri).
Il principio di Brahma nell'anava-yoga
Dal punto di vista dell'anava-yoga, quando meditate sul principio della creazione dell'universo, sul principio di Brahma, scoprite in voi la capacità di seguire in profondità i sottili processi creativi e, così facendo, di rivelare più profondamente la natura originaria della Mente. Quando non meditate sulle alte forze che governano l'universo, o sugli esseri divini, anche se cercate di contemplare, la mente entra facilmente in una dimensione profana. Ma lo yogin cerca sempre di unire il proprio stato naturale a forze quanto più elevate, profonde o globali possibile, a stati elevati, per trovarsi costantemente nella dimensione del sacro.


