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Mitra e Varuna: la coscienza e la sua energia radiante

20.10.2026
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Mitra e Varuna: la coscienza e la sua energia radiante

Commento al testo «Gli dèi vedici»

Colui che si è già risvegliato alla conoscenza diventa perfetto nella volontà; parli egli per noi tra gli dèi: Varuna onniveggente e Mitra gioiscono delle sue parole. Essi infatti sono re, i più maestosi nella luce e superiori a tutti quanto all’ampiezza dell’udito; sono i signori dell’esistenza in ogni creatura e sono i nutr itori della verità in noi, poiché possiedono la verità.

Avanzando lungo il cammino, li invoco, entrambi insieme, antichi e primi; quelli dai buoni destrieri — li invochiamo, perfetti nella conoscenza, durante il viaggio, affinché ci concedano ogni abbondanza.

Persino dalla ristrettezza della nostra esistenza Mitra ci procura ampiezza, conquista la via verso la nostra dimora, poiché la mente perfetta proviene da Mitra, quando egli armonizza e conduce avanti, verso la meta.

Possiamo essere nella grazia di Mitra, che ci dona la nostra perfetta vastità; allora siamo liberi dal danno e dal peccato, allevati da te, figli del signore dell’ampiezza. E voi due, o Mitra, guidate quest’uomo che cammina sulla vostra via e conducetelo interamente. Non disponete la vostra protezione intorno ai nostri signori dell’abbondanza e veggenti della verità; custoditeci quando gustiamo la luce.

In questo inno vedico il rishi invoca Mitra e Varuna, due signori del cammino spirituale.

Mitra si traduce dall’avestico come «accordo». Mitra riempie lo spazio aereo, sostiene il cielo e la terra, protegge entrambi i mondi e punisce i peccati: così alcuni parlano di lui. D’altra parte, Mitra è uno degli aspetti di Surya Savitar, che ha quattro volti e diversi aspetti: Mitra, Bhaga, Aryaman, Pushan — tutti questi sono suoi aspetti.

Una delle funzioni di Mitra è attivare ciò che Varuna elargisce. Se Varuna è il principio della consapevolezza, simile allo spazio, Mitra è l’introduzione della chiarezza dello spazio nella quotidianità. Una delle sue funzioni è creare mandala, unire le persone in una struttura sociale e stabilirvi relazioni armoniose attraverso un accordo basato sull’ordine universale (rita).

Mitra: chiarezza, accordo e armonia della Rita

La pratica della contemplazione, purificando la nostra mente, conduce gradualmente alla scoperta delle divinità interiori. La psicologia vedica dei rishi è sempre legata alle divinità interiori. Se le vostre divinità interiori si rivelano, significa che la vostra pratica procede con successo, poiché tutto deve rivelarsi come divinità. Alla fine, tutti gli stati puri e impuri devono essere riconosciuti come determinate energie divine; se non vengono riconosciuti, i segni della realizzazione non si manifestano.

Mitra in noi viene riconosciuto quando la nostra contemplazione acquista forza e comincia a risplendere, manifestandosi attraverso l’esterno.

La natura di Mitra

Se la purezza, l’infinità, la possente regalità di Varuna sono il fondamento essenziale e la maestosa essenza dell’essere divino, allora Mitra ne è la bellezza e la perfezione. Essere un’anima onnipotente, infinita, pura, sovrana di se stessa: tale deve essere la natura dell’uomo divino, poiché così egli condivide la natura di Dio.

Ma l’ideale vedico non si ferma al solo grande, sebbene irrealizzato, disegno dell’immagine divina. Questo immenso continente deve avere un contenuto nobile e ricco. La dimora dalle molte stanze del nostro essere, racchiusa in Varuna, deve essere amministrata da Mitra, che stabilisce la giusta armonia dei suoi spazi utili e dei suoi beni. Poiché la divinità è anche abbondanza, così come infinità. Varuna è in egual misura oceano e spazio celeste. La sua essenza ricca, pura e sottile come l’etere, non è affatto un vuoto sereno o un’indeterminatezza aerea di riposo inattivo. Piuttosto, vi vediamo un movimento crescente del pensiero e dell’azione. Varuna è descritto come il centro o il nodo in cui si concentra tutta la saggezza, e come la montagna sulla quale si fondano le azioni originarie e incrollabili degli dèi. Il re Varuna è colui che non dorme. È in eterna veglia e potenza. È la forza eternamente operante e il lavoratore in nome della Verità e della legge della Verità. Tuttavia agisce più come custode della verità che come colui che la crea o, più precisamente, piuttosto la stabilisce attraverso le azioni degli altri dèi, che si fondano sull’ampiezza e sull’indistruttibile forza di Varuna. Egli custodisce e persino conduce le mandrie luminose, ma non le raduna nei pascoli. Varuna sostiene piuttosto le nostre forze e rimuove ostacoli e nemici, invece di disporre le parti del nostro essere.

Varuna come fondamento illimitato, Mitra come bellezza e armonia dell’essere

Se Varuna è il principio della sahaja come spazio, allora Mitra è il principio della sahaja-spanda, l’energia che emana questo spazio quando armonizza tutto ciò che la circonda.

Chi raccoglie dunque la conoscenza in questo nodo o connette l’azione divina in questo sostenitore di tutte le opere? Mitra è colui che armonizza, che crea, che innalza la luce. Mitra è il dio che realizza la giusta unione, mentre la sua essenza e la sfera che cresce infinitamente in se stessa sono rappresentate da Varuna.

Dunque, se Varuna è il principio della shambhavi-mudra, il principio dello spazio e della coscienza infinita spalancata, allora Mitra è il principio dell’unione di questa coscienza con situazioni e azioni concrete, quando la situazione viene armonizzata e purificata attraverso l’integrazione.

La manifestazione di Mitra nella pratica

Colui nel quale la divinità interiore di Mitra è forte è capace di fare ogni cosa con metodo, di fare ogni cosa come sadhana, apportando purezza, armonia o bellezza a ciò che fa, alla parola, alle azioni, alle relazioni reciproche, al paesaggio esteriore, ecc. Ciò significa che il suo spazio interiore di contemplazione comincia a manifestarsi e a risplendere, unendosi alle energie esteriori.

Mitra incarna il principio della visione pura operante. Non si tratta di quella visione pura artificiale in cui ci limitiamo a creare una certa impostazione, bensì di una visione pura che scaturisce dalla profondità come risultato di uno stato naturale. Mitra incarna il principio dell’atma-sphurana (lo splendore del Sé superiore). Quando il Sé superiore si rivela come spazio contemplativo, apre la luce interiore, che comincia a irradiarsi e a illuminare tutto ciò che la circonda. E allora tutto comincia a trasformarsi, a diventare visione pura.

Quando in un monastero vengono costruiti templi e realizzate immagini iconografiche, ciò esprime il principio di Mitra: la coscienza spaziale, entrando in contatto con la materia, comincia a trasformarla. Quando nella sangha agiscono leggi armoniose e i monaci osservano la vinaya, l’etica e la samaya, ciò esprime anch’esso l’azione dell’energia di Mitra, il contratto.

E, al contrario, se il Mitra interiore di una persona è indebolito, essa esce da un determinato campo contrattuale, poiché il contratto è un’energia divina che simboleggia il principio della Rita (l’armonia cosmica).

Mitra incoraggia coloro che rispettano i contratti in sintonia con l’armonia cosmica. Come risultato dell’azione di questa sahaja-spanda, rappresentata da Mitra, tutte le energie della visione impura si trasformano in un mandala della dimensione pura.

Mitra trasforma la materia e crea un mandala della dimensione pura

L’unione di Mitra e Varuna

Questi due re si completano a vicenda sia nella loro natura sia nelle loro opere divine. In loro troviamo, e attraverso di loro conseguiamo, l’armonia nell’infinito: scorgiamo il divino e coltiviamo in noi una purezza impeccabile, fondando sulla saggezza un amore perfetto. In questo modo, questi due formano la grande unione della natura divina che si autorealizza e, con l’aiuto della parola vedica, vengono invocati insieme a un sacrificio ancora più grande, al quale giungono come creatori inseparabili della Verità in continua crescita.

Il rishi Madhuchchhandas ci offre l’idea principale della loro natura divina unita: «Invoco Mitra, puro nel giudizio, e Varuna, divoratore del nemico. Mitra e Varuna, che con la verità accrescono la verità, voi che entrate in contatto con la verità, raggiungete un’ampia azione della volontà. Veggenti, abitanti dello spazio, nati da molte nascite, sostengono i giudizi nella sua opera».

L’unione di Mitra e Varuna: saggezza, amore e Verità in continua crescita

Negli inni vedici Mitra viene generalmente invocato insieme a Varuna, poiché sono inseparabili l’uno dall’altro. Lo stato naturale (sahajya) e la sua forza creativa (sahaja-spanda) sono una cosa sola. Varuna incarna l’infinità, mentre Mitra incarna lo splendore dell’infinità, che entra in contatto con la materia e la trasforma.

La trasmutazione attraverso la sahaja-spanda

La rivelazione in sé della sahaja-spanda è sempre accompagnata da un cambiamento dell’energia, del destino e del karma. Finalmente iniziate davvero ad assaporare i frutti della vostra pratica. Se il principio di Varuna significa che la vostra sadhana apre la vostra coscienza spaziale e cambia i vostri significati, obiettivi e priorità, il principio di Mitra significa una trasformazione: inizia la trasmutazione alchemica del corpo sottile, delle prana e del mondo esterno. Questo finalmente comincia a risplendere, a essere visto e a manifestarsi.

Per esempio, avete contemplato a lungo, avevate una certa coscienza aperta, ma non c’erano segni di realizzazione nei sogni, non c’erano segni puri, né visioni delle divinità interiori nei canali. Nonostante l’apertura della coscienza e l’esperienza della luce, continuavate comunque a considerarvi una persona condizionata nella dimensione relativa. Ma arriva un momento in cui iniziano ad apparire divinità nei chakra e nei canali, divinità nei sogni, elementi di visione pura, segni nei ritiri al buio legati alla visione pura, esperienze di terre pure, benedizioni delle divinità che vengono e donano alcuni darshan. Ciò significa che l’energia ha iniziato a percepire la luce dello stato naturale e che è iniziata la trasmutazione.

Questo è il principio di Mitra: la sahaja è cresciuta fino a diventare il proprio splendore, e questo splendore dà inizio alla trasmutazione. Quando tale trasmutazione acquista forza, si manifesta anche all’esterno, e allora viene chiamata atma-sphurana (lo splendore dell’«Io» interiore).

La trasmutazione luminosa e l’atma-sphurana

L’atma-sphurana può manifestarsi in molti modi: sotto forma di poteri soprannaturali, capacità creative, straordinaria chiarezza e altro ancora.

Mitra come amore divino

Quando si parla di altri dèi, in particolare del risplendente Agni, come di aiutanti e amici dell’uomo che compie il sacrificio, li si chiama con il nome di «Mitra», oppure si dice che debbano essere simili a «Mitra» o diventare «Mitra». Potremmo dire oggi che in questo modo la volontà-potenza divina, o qualsiasi altra potenza o aspetto della divinità, alla fine si rivela come amore divino. Mitra era, in sostanza, il dio dell’amore, l’amico divino, il benevolo aiutante degli uomini e degli immortali. Il Veda lo definisce il più amato tra gli dèi.

I poeti degli inni vedici collegano i concetti di «mayas» e «prayas». Mayas è il principio della beatitudine interiore, indipendente da qualsiasi oggetto, mentre prayas è il riversarsi di questa beatitudine negli oggetti e negli esseri sotto forma di gioia e delizia dell’anima. Il concetto vedico di felicità consiste proprio in questa beatitudine divina, che porta con sé il dono del possesso puro e del godimento innocente di tutti gli oggetti, fondato sulla presenza immutabile della verità e della legge della verità nella libertà dell’universalità sconfinata.

Mayas: la beatitudine interiore e prayas: il suo riversarsi nel mondo

Praticare la disciplina spirituale significa penetrare sempre più profondamente dentro di sé nella chiarezza luminosa, simile allo spazio. La penetrazione di questa chiarezza luminosa non rimane senza conseguenze, poiché la nostra falsa visione dualistica scompare e, al posto della dittatura dell’ego e del karma, scopriamo il vero stato non duale. Tale chiarezza si manifesta a livello relativo come beatitudine continua, gioia continua, consapevolezza vigile continua. La discesa di questa chiarezza e l’armonizzazione di ogni cosa costituiscono la manifestazione del principio di Mitra.

Spesso non abbiamo gioia, non abbiamo beatitudine, non abbiamo una chiarezza che si riversa, e allora abbiamo il diritto di chiederci: «Perché in questo momento non l’abbiamo?» Evidentemente, non abbiamo una contemplazione adeguata né un sufficiente volgersi verso l’interno. Non troviamo questa chiarezza luminosa, non ci fidiamo di essa e non ci basiamo su di essa; siamo troppo presi da ciò che è esterno. Da un lato siamo catturati dall’esterno, dall’altro l’esterno forma le nostre concezioni e le radica in noi. Una simile posizione è, naturalmente, un errore fondamentale per lo yogin, poiché lo yogin cerca continuamente di equilibrare l’esterno mediante la contemplazione interiore.

Segni dell’attivazione di Mitra

Quando, mediante la contemplazione interiore, apre la luminosità interiore, inevitabilmente si apre all’esperienza di una tale gioia, beatitudine e visione pura. In lui non vi sono stati malinconici, pensierosi, pesanti, cupi, insicuri, inquieti, eccitati e avidi; e se ci sono, vengono vissuti alla periferia come un gioco auto-liberato delle guna e dei tattva, cioè qualcosa che è sorto, ma subito scomparso. È piuttosto come un karma residuo che emerge da qualche parte alla periferia dei canali. Ma nell’essenza della mente, naturalmente, tali stati non vengono mai vissuti, perché l’essenza della sua mente è un’esperienza pura, limpida e trasparente di beatitudine. Questa beatitudine può svanire durante la notte, se non è ancora stata raggiunta la coscienza continua, ma durante il giorno si ristabilisce sempre fin dal primo secondo del risveglio. E se lo yogin ha raggiunto un’immersione molto profonda, non svanisce nemmeno durante la notte, ma diventa soltanto più serena.

Luminosità interiore e beatitudine di Mitra

Contemplando se stesso, lo yogin può verificarsi. Per esempio, si alza al mattino, la sua anima comincia a cantare e a gioire, e pensa: «Incredibile! Come sto bene! Sono davvero fortunato a vivere e a praticare il Dharma». Oppure può pensare: «Una felicità simile mi è piombata addosso! Incredibile, quanto sono felice! È qualcosa di straordinario, un altro potrebbe persino non crederci, perché una felicità simile arriva letteralmente dal nulla; è una felicità che fa venir voglia di rotolarsi sul pavimento, piangere o ridere». E questa felicità accompagna lo yogin dal momento stesso del risveglio fino al momento in cui si addormenta. Quando si addormenta, pensa: «Non vedo l’ora di addormentarmi e di risvegliarmi di nuovo, affinché questa felicità sia ancora più intensa», perché la notte può portargli via questa felicità, se non vi è una coscienza continua. È come un bambino a cui hanno comprato un giocattolo molto interessante: era talmente preso dal giocarci che, quando è ora di andare a dormire, pensa: «Non vedo l’ora di svegliarmi e di giocarci di nuovo».

E lo yogin si trova continuamente in questo stato di gioia e felicità vigile. Anche se non lo mostra agli altri mentre svolge diverse funzioni e responsabilità, questa gioia permea comunque tutte le sue azioni e tutti i suoi aspetti. Si può sputargli in faccia, dargli uno schiaffo, insultarlo, non dargli il prasada oppure dargli un prasada assolutamente disgustoso; gli si può affidare un servizio prestigioso oppure un servizio non prestigioso, ma egli guarderà tutto questo e penserà: «Che differenza fa? Rispetto alla felicità interiore, tutto ciò non ha alcuna importanza». Non gli si può sottrarre questo stato, perché questa felicità è incondizionata, e uno yogin simile si sente completamente autosufficiente. Qualcosa apparirà, qualcosa scomparirà: che differenza fa, se questa felicità non dipende da nulla? Egli sarà felice in qualsiasi stato. Non pensa: «Come vivrò? Avrò una pensione quando invecchierò? Ci sarà qualcuno che mi darà da mangiare? Come faranno i miei cari senza di me, e come farò io senza di loro?». È completamente autosufficiente; gli bastano un piccolo tappeto, un po’ di prasada e abiti semplici, ed è già felice «oltre ogni limite». Se fa qualcosa impiegando grandi risorse materiali, lo fa semplicemente come un gioco per gli altri: per il Dharma, per la sangha o per qualcos’altro. Quanto a lui, non collega mai la propria felicità a simili cose.

Ciò significa che in lui ha cominciato ad attivarsi il principio di Mitra. Ma non si tratta soltanto del principio di Mitra: sono immediatamente diverse divinità, Mitra, Pushan, Bhaga, Savitar e altre ancora, che cominciano tutte insieme a sbocciare in questo modo.

Mitra come fonte della beatitudine divina

Mitra è il più amato degli dèi, perché rende accessibile per noi questo godimento divino e ci conduce a questa felicità perfetta.

Varuna è direttamente legato alla forza. Scopriamo una certa forza e una volontà sconfinata nella purezza. Aryaman, che aspira e ascende, ottiene sostegno e protezione per l’espansione della propria potenza nell’infinità di Varuna. Compie le sue grandi opere e realizza il grande movimento delle energie dell’universalità di Varuna.

Mitra, invece, è direttamente legato alla beatitudine. Bhaga, colui che gode, si afferma nel possesso impeccabile e nel godimento divino grazie all’armonia di Mitra, che accorda ogni cosa, alla sua luce purificatrice del vero discernimento e alla sua legge saldamente stabilita. Per questo si dice anche di Mitra che tutte le anime che hanno raggiunto la perfezione sono devote alla beatitudine di questo amato, oppure vi si aggrappano saldamente, senza alcuna menomazione.

Dunque, Mitra incarna la beatitudine che sorge come risultato della pratica. Egli incarna anche un determinato accordo. Quando contempliamo correttamente e dentro di noi si stabilisce la samyoga (equilibrio interiore, unità della consapevolezza con i prana), e osserviamo questa samyoga, mantenendo la consapevolezza interiore come un accordo, allora sorge una tale beatitudine.

Mitra incarna anche la sottile saggezza discriminante, che comprende come la presenza contemplativa debba lavorare con i prana e con gli oggetti esterni affinché l’energia non venga dispersa, ma doni beatitudine, affinché gli oggetti si trasformino da «sposa mondana» in «madre che nutre il figlio della consapevolezza, dell’energia e della beatitudine».

Samyoga e saggezza discriminante di Mitra

La legge di Mitra

In Mitra non vi sono né peccato, né danno, né decadenza. Tutte le gioie dei mortali racchiudono in sé un pericolo mortale; soltanto la luce immortale e la legge donano e sostengono nell’anima dell’essere umano una gioia priva di paura.

«Quel mortale – dice Vishvamitra – che apprende le leggi di Mitra, le leggi di questo figlio dell’infinità, possiede la gioia che l’anima assapora nell’esistente. Una tale anima non può essere uccisa, non può essere sopraffatta e nessun male può impadronirsi di essa, né da vicino né da lontano. Poiché Mitra forma negli dèi e negli esseri umani quegli impulsi grazie ai quali tutte le aspirazioni dell’anima si realizzano spontaneamente».

Dunque, la legge di Mitra è la legge della samyoga, cioè la legge dell’equilibrio tra prana e consapevolezza, che conduce alla purificazione e alla sublimazione dei corpi sottili e della mente e conduce alla beatitudine. È una vita ininterrotta nella corretta trasmutazione, quando l’energia non viene dissipata, ma accumulata. E Vishvamitra dice che colui che segue la legge di Mitra supera i mortali e diventa simile agli dèi.

La legge di Mitra: equilibrio tra prana e consapevolezza

Quando eseguite la shambhavi-mudra, unendovi alle energie nei chakra, unendo la beatitudine alla vacuità, se cogliete la samyoga (il sottile equilibrio tra prana e mente), se riuscite ad attivare il processo di sublimazione e questo processo funziona, rivelando in voi la fioritura delle qualità e della beatitudine, significa che avete colto il principio della legge di Mitra, la legge dell’armonia e dell’equilibrio universali. E il compito consiste nel non uscire da questa legge.

L’unità della contemplazione e i quattordici voti: tutto questo è venerazione dell’energia di Mitra, che conduce all’immortalità.

Questa gioiosa libertà del dominio su tutto giunge a noi dall’universalità di questa divinità, dalla sua inclusione armonizzante e luminosa di tutto ciò che esiste. Mitra esprime il principio dell’armonia, grazie al quale tutte le numerose azioni della verità si accordano tra loro, diventando un’unità indissolubile e inseparabile.

L’armonizzazione naturale attraverso l’immersione nella svabhava

Quando vi trovate nel vostro centro, nella vostra natura interiore (svabhava), quando siete profondamente immersi nell’orgoglio divino, nello stato naturale, l’armonizzazione dei prana, degli elementi esterni, delle situazioni e delle relazioni avviene naturalmente, da sé. Ciò significa che l’atma-sphurana (lo splendore del Sé supremo) è forte e tale armonizzazione si realizza naturalmente.

Spesso accade che siamo immersi nella sahaja-bhava non profondamente, ma come se fossimo trascinati verso l’esterno. E allora possiamo essere facilmente colti di sorpresa: non appena emerge qualcosa, possiamo subito sobbalzare. Ma quando siamo profondamente immersi nello stato naturale, qualsiasi sfida dell’energia, del tempo o della situazione non può coglierci di sorpresa, perché, unendosi al campo della nostra consapevolezza, viene riconosciuta istantaneamente, placata, armonizzata e si manifesta come una divinità. Il riconoscimento e la purificazione di ogni energia sono la funzione della sahaja-spanda, qui rappresentata come Mitra.

Possedere la sahaja-spanda significa avere per ogni cosa la risposta adeguata; significa una presenza anticipatrice, che penetra attraverso il passato e il futuro, che libera spontaneamente in anticipo le situazioni negative e le purifica; significa possedere una chiarezza totale, che si irradia su tutto: chakra, canali, prana, elementi esterni, situazioni e relazioni, ambiente e così via.

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