L’importanza della giusta motivazione nella sadhana
Per prima cosa generiamo la giusta motivazione, senza la quale la sadhana non avrà successo. La sadhana e il tapas devono sempre essere preceduti dal sankalpa, dalla giusta motivazione. A volte generiamo un po’ di motivazione e iniziamo a praticare, ma dimentichiamo di mantenerla; allora la pratica ci scivola lentamente «tra le dita».
Per esempio, una persona decide di praticare il pranayama o di recitare un mantra e genera una motivazione, ma questa motivazione non è forte. Esegue la pratica, poi comincia a preoccuparsi più del metodo che della motivazione, il sankalpa svanisce e infine abbandona il metodo. Ma questo è un errore, perché la giusta motivazione deve essere generata ogni giorno, praticamente in ogni istante: tutto comincia dalla motivazione. L’azione, il metodo, la sadhana sono già una conseguenza, ma la conseguenza deve essere preceduta dalla causa.
Se prima della meditazione Mahashanti generiamo la giusta motivazione, cioè costruiamo sul piano astrale sottile e immateriale la nostra meditazione riuscita e ne creiamo le cause, anch’essa si svolgerà con successo.
Un approccio formale alla pratica è quando agiamo senza motivazione: bisogna inchinarsi, quindi mi inchino; bisogna meditare, quindi mi siedo e medito. Così giorno dopo giorno; e quando in noi si accumula un approccio formale alla pratica, la pratica, come si dice, finisce per venire a noia. Sempre la stessa cosa, uno stile di vita monotono e uniforme, agiamo meccanicamente. Naturalmente, questo è sbagliato, è un grave errore.
Bisogna sradicare in ogni modo una simile meccanicità, generando e coltivando costantemente, prima di tutto, la giusta motivazione: «Perché ne ho bisogno, dove sto andando, che cosa voglio, qual è il senso di tutto questo, in quale stato mentale ci sto riflettendo?». Allora in voi si forma l’intenzione (sankalpa), ogni vostro atto diventa magico, influenzate la realtà, create una nuova realtà e ricreate voi stessi in questa realtà. Ecco che cos’è una pratica riuscita.
Grazie alla motivazione determinate il vostro posto nel mondo e ciò che volete, esprimete un’intenzione, ed è importante confermare costantemente tale intenzione. Se la motivazione è autentica, anche tutte le nostre azioni sono autentiche. Ma se la motivazione è debole, persino le grandi azioni non portano beneficio.
Per esempio, durante una battaglia, i soldati con una motivazione debole, i cui comandanti non sono riusciti a motivarli adeguatamente, hanno paura e, alla prima occasione, disertano, fuggono dal campo di battaglia, si arrendono o vengono semplicemente uccisi. La motivazione è debole, non c’è fede nella vittoria: paura, insicurezza, nessuno è pronto a dimostrare eroismo. Allora l’avversario, anche se non dispone di una tecnica o di una tattica potente, ma ha una forte motivazione, li spazza via. È sempre stato così, in ogni epoca.

Purificazione della mente dalla lussuria e dall’avidità
Quando una persona si libera completamente dalla lussuria e dall’avidità, che sono prodotti della falsa identificazione di sé con il corpo («io» e «il mio corpo»), la sua mente si purifica. Stabilitasi nel puro stato di coscienza, si eleva al di sopra della felicità e del dolore materiali.
Grazie alla purificazione della mente, bisogna elevarsi al di sopra delle concezioni mondane della felicità, del dolore e della sofferenza. Tutto questo costituisce proprio le cause per cui ci siamo reincarnati e siamo diventati limitati. Anche quando pratichiamo, la nostra mente non è libera da molte cose. A volte gli altri ci irritano, a volte ci offendiamo, a volte ci aggrappiamo a qualcosa, a volte non ci dimostriamo all’altezza e, naturalmente, questo è scoraggiante. «E perché non siamo all’altezza?», dobbiamo chiederci. Senza essere all’altezza non si possono conquistare le vette spirituali, non si può aspirarvi, perché i santi sono i migliori tra i migliori.
Supponiamo di prendere la nazionale russa, quella americana, quella inglese e quella dell’Unione europea, organizzare un torneo e scegliere tra loro i migliori per creare una rappresentativa mondiale dello sport. Sarebbero i migliori tra i migliori. La santità è più o meno la stessa cosa. Non diventano santi coloro che non sono impeccabili, che non sono all’altezza. Vengono eliminati già nei tornei di qualificazione iniziali: «Ti offendi? È finita, non sei adatto. Superbia? È finita, arrivederci. Sei attaccato? È finita, tornerai la prossima volta. Troppo egoismo, non comprendi il senso della vita? Non importa, hai ancora molte vite davanti a te, è tutto, sei libero».
L’inesorabilità delle leggi del karma
La legge del karma è dura, inesorabile. Se il maestro può trattarvi con compassione, i monaci anziani mostrare gentilezza e l’atmosfera generale essere mite, non dovete lasciarvi ingannare. L’atmosfera generale di mitezza non deve trarvi in inganno, perché le leggi del karma non sono miti, le leggi dell’Universo sono dure.
Ovunque ci sono tornei di qualificazione: «Non sei capace di comprendere il testo? Non importa, avrai ancora molti corpi e capirai. Studierai, finirai persino un’università di filosofia. Sei pigro? Non importa, riceverai ancora molti corpi. Hai dei desideri? Prego, riceverai molte nuove forme». È così che agisce la legge del karma, senza alcuna concessione. Dovete comprenderlo. «Non hai forza di volontà? La svilupperai, hai ancora tutto davanti a te, altre cento vite: nella prossima vita andrai in guerra, diventerai uno sportivo e svilupperai la volontà, riceverai un corpo adatto a svilupparla. Hai paura, sei insicuro? Non importa, nella prossima vita diventerai un soldato, un dirigente, una pop star e perderai la paura». Più o meno, l’approccio è questo. Tutte le qualità necessarie che vi mancano e che non volete sviluppare in questa vita, sarete messi nelle condizioni di svilupparle nella vita successiva: verranno creati i karma necessari, andrete e le svilupperete.

Per la natura e per le leggi dell’Universo, il conto si misura in migliaia di vite: per essa tutto questo non significa nulla. In effetti, è proprio così. Noi ci aggrappiamo troppo a questa vita e pensiamo: «Oh, raggiungere la Liberazione in questa vita!», perché siamo troppo attaccati a questo corpo e la nostra percezione della vita è molto ristretta. Ma per l’Universo tutto questo è infinito, ed esso dice: «Non c’è nulla di terribile, che problema c’è? Una vita, due, migliaia, milioni: quante altre ce ne saranno ancora. Perché ti preoccupi tanto?». Ma a noi questo non sta bene, perché non possediamo una visione tanto ampia.
Supponiamo che Krishna, sul campo di battaglia di Kurukshetra, dica ad Arjuna: «Combatti, perché ti preoccupi? Sono già stati tutti uccisi per sentenza degli dèi, è soltanto un gioco». Ma per Arjuna, cioè per l’anima vivente, non è affatto uno scherzo, per nulla: è impaurito e confuso, così come per noi non è affatto uno scherzo.
La necessità di un costante perfezionamento di sé
Le leggi dell’Universo sono severe, non sono indulgenti e pongono grandi condizioni per la Liberazione. Per trascenderle, dobbiamo diventare i migliori tra i migliori ed essere costanti. Questo non significa che dobbiamo deprimerci, cadere nell’autoumiliazione e pensare: «Come potrei riuscirci? Sono così incapace, è finita, non riuscirò mai a combinare nulla»; un simile modo di pensare è sbagliato. Al contrario, ciò deve spronarci all’impegno, alla diligenza, al costante perfezionamento di noi stessi, al desiderio di essere all’altezza: se non sono all’altezza, mi impegnerò per esserlo.
Quando desideriamo essere all’altezza, notiamo tutti i momenti in cui non lo siamo: «Qui non sono stato all’altezza, neppure qui. Perché? Ero inconsapevole, non comprendevo certe cose. Pensavo in modo materialistico, in una prospettiva ristretta, in termini di interessi immediati, e non dal punto di vista delle vite future, non dal punto di vista della sadhana». Supponiamo che ci siamo arrabbiati con una persona per delle sciocchezze: che senso ha? Abbandonerà il corpo tra qualche decennio; avrà forse importanza? Ciò che conterà sarà lo stato di consapevolezza in cui vi trovavate, mentre questo non ha alcuna importanza; al contrario, è un elemento negativo, una zavorra.
Per superare tutti questi tornei di qualificazione del samsara, bisogna dimostrare sempre e con fermezza un risultato stabile ed elevato, un livello stabile e molto alto. Non basta superare una volta l’esame per il secondo livello e pensare: «Guarda quanto sono progredito»; oppure svolgere un servizio con un senso di soddisfazione e poi basta, possiamo rilassarci e fermarci. No, non è proprio così. È come essere uno sportivo: bisogna confermare continuamente il proprio risultato. Se per un certo periodo non lo si conferma, dicono: «Ha perso la forma, non è più in condizione, non ha più senso mandarlo sul ring». Più o meno è così.
Se qualcuno è un campione, deve confermare continuamente il proprio titolo. Non può dire: «Sono campione per sempre, ho conquistato tutti i popoli». Niente affatto. Occorre una conferma costante. Ciò significa che dobbiamo dimostrarci degni ogni giorno. Non è facile, è tapas. Possiamo dimostrarci degni ogni giorno soltanto se scrutiamo la nostra anima, la analizziamo, la confrontiamo con gli insegnamenti e con le sacre scritture e lavoriamo costantemente su noi stessi.

Ci sono persone che, comprendendo i propri limiti, sono inclini all’isteria e all’esaltazione: «Non sono degno, non riesco a fare questo, non riesco a fare quello», ma neppure questo aiuta. Ciò che conta, in questo caso, è un approccio lucido e razionale e un movimento in avanti costante, stabile e sistematico. La costanza è molto più importante degli slanci, del battersi il petto e di tutto il resto, perché qui un approccio brusco non funziona, le lacrime non funzionano, le emozioni non funzionano e neppure l’autoumiliazione funziona. Un approccio lucido e una pratica regolare e quotidiana, svolta con attenzione: ecco ciò che funziona davvero. Un approccio costantemente equilibrato, lucido e critico verso se stessi, basato sulla conoscenza dei testi sacri, accompagnato da un’analisi periodica, costituisce la tattica ottimale.
La natura dell’esistenza materiale e la purificazione della coscienza
Kama e lobha sono sinonimi dell’esistenza materiale. In questo mondo, ciascuno aspira a possedere qualcosa. Qui si afferma che la lussuria e l’avidità sorgono perché l’essere vivente si identifica erroneamente con il proprio corpo. Quando una persona si purifica da questa contaminazione, anche la sua mente e la sua coscienza si purificano e ritornano al loro stato originario. L’essere vivente, la sua mente e la sua coscienza sono inseparabili. Quando parliamo dell’essere vivente, intendiamo anche la sua mente e la sua coscienza. Quando purifichiamo la mente e la coscienza, la differenza tra la vita condizionata e quella libera diventa evidente. Purificando la mente e la coscienza, l’essere vivente si eleva al di sopra della felicità e della sofferenza materiali.
All’inizio stesso dei suoi insegnamenti, il Signore Kapila disse che il perfetto sistema dello yoga consente all’uomo di elevarsi al di sopra della felicità e della sofferenza materiali. In questo verso viene spiegato come riuscirci: «È necessario purificare la propria mente e la propria coscienza. Come si afferma nel “Narada Pancharatra”: “L’uomo deve, prima di tutto, purificare la mente e i sensi”. La mente può essere tanto nostra amica quanto nostra nemica. Una mente pura ci aiuta, mentre una mente contaminata diventa causa di malattia».
Purificare la mente significa che non vi sono idee ossessive e fisse sul piano concettuale, ma vi è consapevolezza. Non vi sono attaccamenti mentali sul piano delle immagini, ma vi è una coscienza equanime, pura, priva di preferenze, purificata da immagini divine in cui sono presenti esseri divini, per esempio l’Ishta-devata; non vi sono vasana persistenti provenienti dalla memoria del passato e causate da antiche ferite dell’anima.
Per esempio, meditate e affiorano dei ricordi: di quando vostra madre vi offese durante l’infanzia, oppure ricordi dolorosi legati a una persona amata nella vita mondana. Una mente pura non presenta simili traumi psicologici. Se vi sono traumi psicologici, ricordi dolorosi, lacerazioni dell’anima, stati di insoddisfazione, antichi rancori verso un parente nella vita mondana o verso qualcun altro, tutto ciò appartiene a una mente impura, non purificata. Bisogna lavorarci: praticare il samskara-shuddhi e il pentimento finché nell’anima non rimarranno più tacche, cicatrici o altro. Tutto deve diventare uniforme, calmo e puro.
Ve ne ricordate, ma non vi turba in alcun modo; pensate: «Ci sono state delle lila. Ero semplicemente inconsapevole, orientato verso l’esterno. Ma ora non ha importanza, è come un sogno». Nei sogni viviamo molte esperienze, ma quando ci svegliamo ci viene semplicemente da ridere. Lo yogin che ha purificato la propria mente guarda con una risata al passato e a se stesso nel passato: ride e basta. Non prova né rancore né rimpianto, né ha vecchi attaccamenti; si limita a sorridere e pensa: «Che sciocco ero. Accadevano cose simili e io vi partecipavo seriamente. È tutto ridicolo». La sua mente è pura, leggera, limpida e imparziale.

Un sannyasin meditò sulle montagne per diciassette anni. Un giorno, insieme a un gruppo di pellegrini, giunse sulle montagne sua moglie, dalla quale si era separato molti anni prima. Egli fuggì, si nascose e tremava tutto per la paura e l’agitazione: se avesse dovuto incontrare sua moglie, avrebbe potuto risvegliarsi in lui l’attaccamento e riaffiorare tutti i suoi dolori dell’anima, i rancori, il dolore della separazione e gli attaccamenti. Allora pensò: «Ho meditato per diciassette anni, sono diventato un sannyasin, ho rinunciato al mondo, eppure nella mia mente tutto questo è ancora presente. È nascosto dentro di me: in superficie non c’è, ma interiormente è rimasto tutto». Ciò significa che la mente non è ancora purificata e, se ti ritrovassi nuovamente in una situazione analoga, rivivresti tutto da capo. Ti sei protetto mediante circostanze esteriori, ma dentro di te tutto ciò può ancora entrare in risonanza. Quando invece la mente è completamente purificata, tutto questo appare come una totale assurdità, come se stessi facendo un sogno.
Un maestro zen, quando alla cerimonia giunsero persone illustri della regione e alti funzionari, sentì tremare le mani e si agitò. Allora si inchinò davanti ai discepoli e ai monaci e disse: «Non sono degno di essere un maestro. La mia mente ha vacillato. È bastato che alla cerimonia nel monastero arrivassero persone importanti perché cominciassi ad agitarmi e perdessi la vigilanza. Devo continuare a meditare». Rinunciò alla posizione di maestro e si ritirò nuovamente in un lungo ritiro, per continuare a purificare la propria mente, poiché scoprì, con sua vergogna, che non era purificata. Dopo dieci anni di meditazione tornò e riprese l’incarico di maestro. Solo allora la sua mente era ormai incrollabile. Ecco quanto è importante purificare la mente.

Metodi per purificare la mente
Giorno dopo giorno, purificare la mente è il nostro compito. Ma in che modo dobbiamo purificarla? Quando venite al tempio per il darshan di Dattatreya o per il darshan di Vasishtha e contemplate la splendida forma con un sentimento di reverenza, fede e devozione, la mente si purifica. Trascorrere del tempo accanto ai santi e agli oggetti sacri, davanti alle statue, fare prostrazioni, prestare servizio: tutto questo fa parte del processo di purificazione della mente. Ogni cosa la purifica in modo impercettibile.
Ma è molto più importante farlo consapevolmente; quando lo facciamo inconsciamente, nello stato di coscienza ordinario, senza contemplare, si tratta di Kriya Tantra. L'Anuttara Yoga Tantra presuppone che compiamo tutte queste azioni consapevolmente, contemplando e restando nella presenza. Soltanto allora la purificazione della mente diventa molto rapida. Non solo esprimiamo esteriormente rispetto ai santi, ci inchiniamo e contempliamo le murti nel tempio, ma ci uniamo anche a esse, entriamo nella visione non duale e contempliamo. Sviluppiamo una sottile sahaja-spanda, cioè una sottile attività consapevole che libera e autolibera i nostri samskara. L'importante è che ciò avvenga costantemente.
È molto importante non assecondare la propria mente e non scendere a compromessi con essa. La mente è un meccanismo di cui non ci si può fidare, e ciò è particolarmente evidente durante i ritiri prolungati. A volte una persona può trascorrere tre o sei giorni immersa in pensieri intensi su qualcuno, litigando con qualcuno. Non c'è più nessuno, non c'è più nulla, la situazione è passata, eppure ricorda un certo episodio e cerca di dimostrare qualcosa nella propria mente, cammina e ci pensa per un'intera settimana, a volte chiarisce rapporti rimasti irrisolti: tutto avviene nell'immaginazione. Invece di essere rilassata, calma e consapevole.
A volte la mente si fissa su una qualche teoria e cerca di sviscerarla razionalmente, costruendo interi castelli in aria. Va bene se si tratta di filosofia, ma a volte è qualcosa di completamente estraneo. La persona abbandona la meditazione e il programma e viene completamente assorbita da questa teoria. Ogni eremita lo sa; chiunque abbia affrontato lunghi ritiri comprende bene ciò di cui sto parlando.
In questo caso non ci si può fidare della mente, né lasciarsi guidare da essa o scendere a compromessi con essa. Bisogna essere più profondi della mente e più anziani della mente, farsi sempre da parte e limitarsi a osservarla. Non bisogna attribuirle troppa importanza, pensando così: «Mente, tu stai per conto tuo e io per conto mio. Questi sono problemi tuoi», privandola della sua forza mediante la consapevolezza.
A volte la mente genera turbamento, rajas, autodenigrazione oppure, al contrario, superbia, ira, sofferenze che sorgono semplicemente dal nulla e risentimenti inventati e immaginari. Sono tutti stati mentali falsi, del tutto falsi. Quando la mente è pura, è serena e vuota, e si fonda sulla consapevolezza in sé. Riconoscerete sempre una persona dalla mente pura: è leggera, non è attaccata a nulla, è naturale, flessibile e sempre gioiosa. Non ha esperienze strazianti e oppressive né attaccamenti. La sua mente è fluida, inafferrabile e trasparente.
Il mantra Gayatri come mezzo per purificare la mente
Una mente pura ci aiuta, mentre una mente impura diventa causa di malattia, proprio come le persone che non curano l'igiene sono le prime vittime delle infezioni, mentre le malattie non attecchiscono in chi osserva le norme igieniche. Perciò è necessario mantenere sempre pura la mente. I Veda prescrivono di ripetere tre volte al giorno, al mattino presto, a mezzogiorno e alla sera, il mantra Gayatri, che purifica la mente. Coloro che seguono i principi della cultura brahmanica osservano rigorosamente questa prescrizione.
Quando ascoltate o ripetete il mantra Gayatri unendolo alla consapevolezza, meditate sull'essenza stessa dell'Assoluto. La ripetizione del mantra Gayatri durante il sandhya è uno dei metodi più importanti per purificare la mente. Ma la cosa più importante è dimorare nell'essenza della Gayatri. L'essenza della Gayatri è Sahajya, perciò recitare la Gayatri significa ritornare alla propria vera natura: ritornare al Brahma-vichara e all'Atma-vichara, immergendo la propria mente nella contemplazione del Brahman.

La corretta pratica dell'Atma-vichara
A volte la pratica dell'Atma-vichara diventa, in un certo senso, egoistica e individuale: pensiamo che l'Atma-vichara sia legato a noi, all'«io», che basti domandare a se stessi: «Chi sono io?» e rispondersi: «Io sono», per poi limitarsi a dimorare in questo stato. Molti praticano così l'Atma-vichara. Ma il compito consiste nell'andare oltre l'«io» durante l'Atma-vichara e nel passare dall'Atma-vichara allo stato del Brahman, immergendosi, attraverso l'Atma-vichara, nella contemplazione dell'Assoluto.
I tre guna e la purificazione della mente
Non per nulla la purezza viene definita compagna della rettitudine. Nello stato condizionato, la mente dell'essere vivente è ricoperta da uno spesso strato di sporcizia. Questa sporcizia è particolarmente evidente quando l'essere vivente si trova sotto l'influsso dei guna inferiori della natura: i guna della passione e dell'ignoranza (rajo-guna e tamo-guna). Pertanto, anzitutto è necessario elevarsi al livello del guna della virtù (sattva-guna).
La mente si purifica quando ci stabiliamo nel sattva. Il sattva è l’unico guna nel quale il praticante può vivere e praticare senza alcun problema. Stabilirsi il più possibile nel sattva, superando il rajas e sradicando il tamas, è il compito del praticante.
Quando sorge il tamas? Quando non si osservano i principi e i precetti, non si pratica la sadhana, c’è poca energia, i chakra sono ostruiti, vi sono dispersioni di energia, si assumono varie sostanze, carne e cibi pesanti: tutto questo è tamas. In tale stato è impossibile praticare il Dharma.
Quando è presente il rajas? Il rajas è presente quando vi è un eccesso di fuoco (tejas), un eccesso di vento non pacificato, quando vi sono molti concetti, ma questi concetti non si autoliberano, non trovano il proprio posto e agitano la mente, invece di dissolversi come cerchi sull’acqua; quando assecondiamo vari desideri invece di lasciare che si autoliberino. Quando assumiamo una posizione egoistica estremamente rigida e cerchiamo di affermarla, pensando prima di tutto a noi stessi. Tutte queste sono forme di rajas.
Quando superiamo il tamas e il rajas, in noi regna il sattva. Il sattva è uno stato di coscienza in cui si pensa più agli altri che a sé stessi, in cui i principi etici vengono osservati facilmente e naturalmente, in cui non ci si aggrappa a nulla e non si soffre, e la mente è serena, benevola, amorevole, pura, limpida e aperta. In questo stato non si ha sonno, il pensiero è limpido, vivido, preciso e logico, e il discorso è coerente. Si afferra facilmente un concetto complesso e si è in grado di utilizzarlo.

L’ignoranza come causa della sofferenza
Purtroppo, l’anima condizionata è attaccata ai piaceri materiali, che sono la causa per cui è costretta a nascere, invecchiare, ammalarsi e morire ancora e ancora. Le persone sono così stolte da non interrogarsi neppure sul perché queste sofferenze ritornino continuamente.
Qui è espressa una verità molto profonda. Gli esseri viventi si trovano in uno stato di ignoranza fondamentale (ajnana), e questa ignoranza è dovuta al predominio del tamas e del rajas. Sono proprio l’eccesso di tamas e rajas e la carenza di sattva a impedire di riflettere sulle verità profonde, sul futuro, di analizzare la mente e di dedicarsi all’autoindagine. Sembrerebbe una cosa semplice. Ma se iniziate a parlare di meditazione o di rinuncia al mondo con una persona comune incontrata per strada, ciò costituirà una barriera insormontabile. Che dire, perfino per i praticanti Mahashanti è talvolta una barriera difficile da superare. Tuttavia, giorno dopo giorno il praticante sradica poco a poco la propria ignoranza.
Se la vostra meditazione Mahashanti viene eseguita correttamente, nasce la chiarezza. Questa chiarezza brucia determinati samskara e vasana, e grazie a essa potete procedere oltre. La chiarezza non arriva subito. Si accumula in quantità molto piccole, ma bisogna sempre lottare per ottenerla. Accumulando chiarezza e accrescendo il sattva, possiamo procedere oltre. La chiarezza, naturalmente, non è una realizzazione né un sostegno fondamentale. È soltanto un gradino dal quale possiamo poi spiccare un salto. Ma se la chiarezza manca, non vi è assolutamente nulla su cui fare affidamento. Per chiarezza intendo viveka, la saggezza discriminante (viveka-vidya). Con l’aiuto della chiarezza possiamo, come con un sottile bisturi, separarci dagli organi di senso, dagli oggetti esterni e dalle emozioni, e isolare il sottile strato non concettuale della consapevolezza, nel quale bisogna dimorare e sul quale bisogna fare affidamento.
Assomigliano agli asini da soma che i lavandai usano per trasportare la biancheria. Neppure all’asino viene in mente di chiedersi perché debba portare tutto il giorno pesantissimi fardelli di biancheria, senza che neppure uno straccio gli appartenga.
Questo è un esempio. L’asino porta un carico pesante, lavorando per il padrone in cambio di un ciuffo d’erba. Non gli viene in mente che, se si spostasse appena un po’ più in là, potrebbe prendere quel ciuffo d’erba e mangiarlo. Non ha altra motivazione se non ottenere quel ciuffo d’erba, eppure il ciuffo d’erba è lì vicino. Egli stesso non sa perché trasporti quel carico. Tale è lo stato di ignoranza degli esseri viventi.

Alla fine della giornata gli danno alcuni ciuffi d’erba, che cresce dappertutto. E l’asino riconoscente pensa: «Il padrone mi dà da mangiare, perciò devo trasportare questi carichi». Nel karma si ragiona esattamente allo stesso modo. Anche se fosse multimilionario, al karma non importa: rimane un asino e lavora senza mai raddrizzare la schiena. Per quanto denaro possieda, non mangerà più di quanto possa contenere il suo stomaco, e tuttavia lavora giorno e notte perché pensa: «Devo mantenere la mia numerosa famiglia». Allo stesso modo, un leader politico pensa: «Senza di me la nazione perirà, perciò devo lavorare giorno e notte fino alla morte». Tutto ciò rappresenta diverse manifestazioni dell’illusione materiale, che contamina la mente dell’uomo e lo induce a identificarsi con la propria famiglia, comunità, nazione e così via. In sanscrito questo è chiamato aham-mameti. Le persone immerse nell’ignoranza dicono: «Sono al servizio della mia famiglia, della mia nazione, della mia comunità. Ho determinati doveri nei loro confronti».
Qui non si intendono le relazioni spirituali all’interno di una comunità spirituale, bensì precisamente le relazioni mondane.
Il dominio della natura pashu
L’attaccamento ai guna della natura materiale è la causa della nostra schiavitù. Per liberarci da questo attaccamento, dapprima ci eleviamo al livello di sattva-guna. Sattva-guna consiste nel seguire le regole della disciplina spirituale, osservare i precetti, praticare regolarmente la sadhana e farlo non per un mese o per un anno, ma per tutta la vita: deve diventare naturale. Osservare i precetti e praticare regolarmente la sadhana è difficile per chi possiede la natura pashu, la natura inferiore. Tuttavia, se questa natura pashu è presente, e lo è in ciascuno, il praticante gradualmente la supera.
Quando la mente è impura, diventa causa della schiavitù materiale, ma la stessa mente può diventare causa della nostra liberazione. La mente contaminata ci costringe a nascere in questo mondo ancora e ancora, per nascere e soffrire. Finché la mente non è limpida, nell’anima non vi è l’abitudine a una mente pura e, a causa dei karma accumulati, essa è attratta dall’impurità.
Per esempio, se cominciate a leggere a un cane lo «Yoga Vasishtha» e poi gli dite: «È molto propizio meditare, recitare il mantra e praticare la contemplazione», il cane forse vi ascolterà attentamente, ma poi correrà a cercare qualcosa da mangiare e, se vedrà un animale, potrebbe ucciderlo e mangiarlo. È semplicemente spinto dalla propria prarabdha-karma: tale è la natura canina.

Allo stesso modo, la natura pashu è costantemente attratta da qualcosa di grossolano. Semplicemente non può agire diversamente. Tuttavia, lo yogin impara a dominare abilmente la propria natura pashu. Se proviamo a dominarla in modo rozzo e duro, come si dice, «colpendo il maiale sul grugno», ciò può provocare stress, depressione e blocchi energetici, e anche questo è sbagliato. La natura pashu va domata, ma con abilità e finezza, cioè va sublimata e reindirizzata. Allora sarà corretto. D’altra parte, però, non si deve assecondare la natura pashu, e c’è un altro detto: «Colpire il maiale sul muso con un bastone». Vale a dire che si può colpire il maiale sul muso con un bastone, ma il grugno è il suo punto più vulnerabile e non va colpito; sul muso, invece, lo si può colpire con un bastone. Quando la natura pashu mostra il proprio muso da porco, bisogna prendere un bastone e colpirla, rimettendola al suo posto, ma non sul grugno. Perché, se la si colpisce sul grugno, soffrirà: è il punto più doloroso. Bisogna trattare la natura inferiore con abilità; allora essa verrà gradualmente domata e, prima o poi, diventerà un gioco di energia, qualcosa che non crea problemi, e un giorno i klesha diventeranno saggezza.
Molto spesso i praticanti che non hanno domato la propria natura fanno dichiarazioni altisonanti come: «I miei klesha sono diventati saggezza, sono come ornamenti». Ma non bisogna sopravvalutare la visione. La visione è precisamente una visione, non è il comportamento, non è ancora la realtà, è come il futuro. È soltanto una possibilità, racconti sul potere futuro, ma non ancora il potere stesso. Se, senza aver domato la natura pashu, cerchi di far passare i klesha per ornamenti, è come prendere un pezzo di vetro e dire: «Questo è un diamante». Niente affatto. Un bravo gioielliere dirà: «Questo puoi buttarlo via». È importante comprenderlo e non confondere queste cose, poiché i testi sono scritti dal livello dei mahasiddha, dei santi.
È come se un grande sollevatore di pesi scrivesse: «Ogni giorno sollevo duecentocinquanta chilogrammi per venti volte. In questo consiste il mio allenamento», e qualcuno, dopo averlo letto, caricasse a sua volta il bilanciere con duecentocinquanta chilogrammi e cercasse di sollevarlo. Non riuscirebbe a farlo neppure una volta, e sarebbe persino pericoloso per la sua vita.
Allo stesso modo, leggendo i testi sacri, dobbiamo sapere che questa è la visione dei mahasiddha, il futuro al quale un giorno giungeremo, ma ciò non annulla il lavoro che dobbiamo compiere ora per domare la natura pashu.
Riflessioni sulla rinascita
In realtà, non si può nemmeno parlare di alcun piacere nel mondo materiale. La vita materiale è una successione di sofferenze. Dopo aver patito quanto ci spetta, moriamo per rinascere. Dopo la morte entriamo nel grembo di una nuova madre e, trascorso il periodo stabilito, veniamo nuovamente alla luce.
Chi si troverà nel grembo di quale madre? Questa è la domanda. Che madre vorreste: in America, in India, in Russia, una madre istruita? O forse vorreste nascere direttamente da un loto nel mondo di Indra, senza entrare in un grembo? Ma molti esseri viventi non avranno nemmeno una madre umana: nascere come esseri umani è già un dono prezioso. Ci sono i grembi di mucche, orse, lupe, cagne e gatte. Per una coscienza oscurata non è affatto difficile finire in questi grembi. Il praticante deve riflettere sempre su questo: sui futuri grembi nei quali la coscienza potrebbe finire. Quando sorge la rabbia, deve pensare: «Ecco, questa coscienza si sta preparando a finire nel grembo di una lupa o di un’orsa». Quando sorgono ottusità, incoscienza e una mentalità incline al compromesso, deve pensare: «Questa è una coscienza che si sta preparando a finire nel grembo di una mucca». Quando sorge un attaccamento umano e mondano, deve pensare: «Questa è una coscienza che si sta preparando a finire nel grembo di una giovane madre da qualche parte a Ust’-Kamenogorsk».

Lo scopo della vita umana
Così ha inizio un altro capitolo della nostra vita condizionata. Ottenendo un corpo umano, l’essere vivente riceve insieme a esso la possibilità di comprendere l’insensatezza delle sofferenze causate dalla nascita, dalla vecchiaia, dalle malattie e dalla morte. I gatti e i cani non ne sono capaci. Le scritture vediche sono state date agli esseri umani per aiutarli a comprendere questa semplice verità. Negli shastra sono descritte molte forme diverse di attività che aiutano le persone a diventare virtuose: tapas, la pratica dell’ascesi; brahmacharya, l’astinenza sessuale; il controllo della mente e dei sensi; l’elemosina; la veridicità; il rispetto dei principi delle sacre scritture. Tuttavia, nel Kali Yuga le persone hanno poca forza di volontà per seguire queste raccomandazioni.
La vita umana è destinata alla purificazione. Ma, purtroppo, le persone non vogliono ascoltare nulla sul Dharma e sono quindi condannate, vita dopo vita, a trascinare un’esistenza miserabile nel mondo materiale. Se in questa vita sono riuscite ad arricchirsi, non pensano a ciò che le attende dopo la morte. «Mangia, bevi e divertiti»: questo è il loro motto. Così vive la stragrande maggioranza delle persone. Ma gli shastra ci esortano a rinsavire.
Karma, vikarma e akarma
Il vikarma è un’azione illecita e proibita, a differenza del karma, l’attività raccomandata dagli shastra. L’akarma, invece, è l’attività che non produce conseguenze karmiche.
Il termine «karma» ha il seguente significato: è l’attività normale prescritta dai testi sacri, per esempio il servizio, le prosternazioni, gli inchini, la sadhana, il mangiare e così via. Tutto questo è chiamato karma.
Il vikarma è qualcosa di errato e peccaminoso, come l’uccisione di esseri viventi, i conflitti, l’uso di droghe e di alcol. Tutto questo è vikarma, ciò che precipita l’anima nei mondi inferiori.
L’akarma è qualcosa di neutro, che non produce conseguenze gravi. Bisogna comprendere bene che cosa sia l’akarma. Se il karma consiste nelle ordinarie azioni prescritte e il vikarma porta all’accumulo di peccati, l’akarma è l’attività che ci libera.

Ogni attività deve essere compiuta come sacrificio a Dio, altrimenti diventerà causa di schiavitù materiale.
Per lo yogin è adatto soltanto l’akarma, cioè quel tipo di attività che non condiziona e non crea nuove cause di rinascita. L’akarma si verifica quando agiamo senza egoismo, non nello stato di colui che agisce, bensì in quello del servitore, nello stato del contemplatore, quando andiamo oltre la piccola personalità egoistica. Persino lo yoga e la sadhana possono diventare karma. Ma quando agiamo senza attaccamento, senza azione né agente, facendo ogni cosa come servizio e offerta, questo è akarma. Quando, contemplando, dimoriamo nell’autoliberazione, questo è akarma: non rimangono né tracce né impronte.
La condizione dell’umanità contemporanea
Di norma, le persone agiscono sotto l'influsso dei guna della passione e dell'ignoranza. Pochi riflettono sulle conseguenze delle proprie azioni e su ciò che accadrà loro nella prossima vita. Nessuno vuole rinunciare all'abitudine di mangiare indiscriminatamente qualsiasi cosa. A nessuno importano le prescrizioni degli shastra. In altre parole, le persone conducono un'esistenza sconsiderata, proprio come i ragazzini di strada che non sanno nulla e non vogliono sapere nulla. Sotto l'influsso della passione e dell'ignoranza, vivono solo alla giornata. Senza riflettere, queste persone commettono varie azioni peccaminose. Pur di soddisfare i propri sensi, sono pronte a compiere crimini vili e ripugnanti. Ma gli shastra avvertono: «Non farlo: dovrai pagare a caro prezzo i piaceri momentanei. Soffrirai ancora e ancora nel mondo materiale». Tuttavia, le persone non hanno abbastanza saggezza per comprendere che il corpo materiale, se ci si attacca a esso, è fonte di sofferenze incessanti (klesha ada). Sotto l'influsso dell'ignoranza, gli uomini moderni si degradano fino al livello degli animali.
Ci si può avvicinare a un branco di animali, prenderne uno in disparte e tagliargli la gola, mentre gli altri resteranno lì a osservare ciò che accade e continueranno tranquillamente a brucare l'erba. Non capiscono che, prima o poi, arriverà il loro turno. Nel Kali-yuga le persone si comportano esattamente allo stesso modo.
La purificazione del cuore attraverso i testi sacri

Il Vedanta, i Purana, le Upanishad, il Ramayana, il Mahabharata e altre opere sono stati donati agli esseri umani affinché possano ricordare la propria natura spirituale, liberarsi dall'influsso contaminante di rajo-guna e tamo-guna e raggiungere la perfezione.
Le impurità che si sono accumulate nel nostro cuore (abhadrani) scompaiono quando ascoltiamo i testi sacri e riflettiamo sul loro significato. Oggi il mondo è mosso da kama e lobha. Kama significa lussuria, lobha significa avidità. Ma la vita umana è destinata a liberare il cuore dalle impurità.


