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Visione non duale e comportamento pratico sul cammino spirituale

09.07.2026
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Visione non duale e comportamento pratico sul cammino spirituale

Commento al testo «Canti del risvegliato»

Visione, meditazione, comportamento. Qualità del praticante

Il cammino spirituale significa che, man mano che pratichiamo, smettiamo di identificarci con le parti grossolane del nostro «io». Eseguendo la sadhana, scopriamo parti sempre più sottili del nostro «io». Quando ci distacchiamo dalle identificazioni con le parti grossolane del nostro «io» e cerchiamo le parti più sottili del nostro «io», cambia il livello della nostra autoidentificazione, finché non riconosciamo noi stessi come il Brahman non duale.

All’inizio ci identifichiamo con il corpo e con l’ambiente esterno. Poi in noi sorge la comprensione che il corpo e l’ambiente esterno sono transitori. Comprendiamo che questo corpo morirà, che non è immortale, e quindi dedicarsi all’ambiente esterno, all’accumulazione materiale, è privo di senso, degno soltanto di uno sciocco. Qui non serve una complessa teologia religiosa, basta un piccolo ragionamento logico.

Per esempio, pensate: dove saranno tutti coloro che sono seduti qui tra cento anni? E tra duecento anni? E dove sarà questa sala tra cinquecento anni? E dove saranno la cultura, la nazione e la civiltà tra diecimila anni? Dove sono tutte le grandi civiltà: l’impero dei Grandi Moghul, Cartagine, l’Antica Roma? Dove sono gli inca, i maya, gli aztechi? Dove sono tutti i grandi sovrani: Gengis Khan, Alessandro Magno? Di tutto questo sono rimasti soltanto vaghi ricordi. Diecimila anni, dal punto di vista del grande universo, sono un granello di sabbia. Centomila anni e persino un miliardo di secoli sono solo un istante dal punto di vista del tempo cosmico. Miliardi di cicli di creazione-distruzione dell’universo sono anch’essi un istante. Cioè, perfino una semplice analisi logica ci mostra l’insensatezza delle aspirazioni samsariche, poiché tutto questo è impermanente. L’impermanenza è la legge principale del mondo materiale, e se non la vediamo, semplicemente non possediamo buon senso. Di conseguenza, la consapevolezza della legge dell’impermanenza deve volgerci verso l’interno e distoglierci dal falso assorbimento nelle condizioni materiali e nella vita materiale. Finché non avremo cessato questo assorbimento, sarà impossibile continuare il cammino spirituale.

Agli allievi praticanti laici conviene rivolgere un’attenzione più seria alle pratiche di base, alle pratiche preliminari di riflessione sull’impermanenza, sulle sofferenze nel samsara, sul karma e sulla preziosità della nascita umana. Finché non comprendiamo il principio dell’impermanenza, abbiamo una quantità di cose che, come ci sembra, dobbiamo fare in tempo a compiere. Quando invece abbiamo compreso il principio dell’impermanenza, si scopre che nulla di tutto ciò esiste, che nulla di tutto ciò è importante.

Base, via e frutto

Consideriamo più in dettaglio tali principi dell’insegnamento come base, via e frutto. La base è ciò che costituisce il fondamento della nostra pratica, è la Fonte Suprema, la consapevolezza profonda. La via è il modo in cui la raggiungiamo. Il frutto è il modo in cui la realizziamo e ciò che risulta dalla realizzazione. Prendendo come esempio il testo canonico «Tripura-rahasya», proverò a offrire commenti per collegarlo all’insegnamento del laya-yoga. È un testo in cui il santo Dattatreya parla della Verità assoluta ai suoi discepoli.

Esso comincia con il fatto che i santi saggi, tra i quali vi erano i rishi, gli eremiti, i muni e gli yogi più rispettati, decisero di chiarire il livello spirituale gli uni degli altri, poiché alcuni di loro erano continuamente immersi nel nirvikalpa-samadhi. Alcuni si comportavano come persone mondane ordinarie, alcuni eseguivano rituali, alcuni eseguivano sadhane yogiche, ma non riuscivano a comprendere quale fosse il loro livello. Quando si rivolsero agli dèi, questi, vedendo che le loro menti non erano sufficientemente sincere e aperte, dissero evasivamente che qualcun altro avrebbe dato loro la risposta.

Allora si rivolsero all’energia suprema della non-dualità, che è personificata come la dea Tripura.

Base, via e frutto della pratica spirituale

«Udita questa richiesta, la dea della conoscenza suprema iniziò benevolmente una chiara esposizione di ciò per cui i saggi l’avevano pregata.

«Ascoltate, saggi! Ora vi spiegherò in modo chiaro e inequivocabile tutto ciò che chiedete. Vi darò il nettare che è l’essenza stessa dell’infinita raccolta delle sacre scritture. Io sono la pura intelligenza dalla quale sorge il cosmo, nella quale esso fiorisce e nella quale si dissolve, essendo simile a un riflesso nello specchio. L’ignorante mi conosce come l’universo grossolano, mentre il saggio mi percepisce come la propria pura essenza, eternamente risplendente all’interno, come l’«Io». Tale realizzazione è possibile solo nello stato di profonda pacificazione della coscienza, libera dai pensieri, simile allo stato dell’acqua nelle profondità del mare, dove non vi sono onde. I devoti più zelanti mi adorano senza alcuna ragione e con la massima sincerità, generata dal loro amore per me.

E sebbene sappiano che io sono la loro propria essenza non duale, tuttavia l’aspirazione alla devozione amorosa verso di me, profondamente radicata in loro, li spinge a rappresentare la loro propria Essenza suprema nella forma di me, e ad adorarmi come la corrente vivificante che permea i loro corpi».

L’essenza non duale come fondamento

Dunque, il fondamento è l’essenza non duale, che permea tutto e costituisce la base della nostra coscienza. Nella nostra tradizione essa è chiamata sahajya, o sahajya prajñana (la saggezza naturale auto-originata). In ultima analisi, tutte le lezioni, gli insegnamenti e le pratiche, le religioni mondiali e le forme di adorazione si riducono a essa e ruotano soltanto attorno a essa. Questa essenza non duale non è un qualche Dio fuori di noi, che esiste nei cieli, ha un certo numero di braccia o una certa forma. Non è un qualche Assoluto teologico, astratto, che viene dedotto attraverso la logica e i giudizi teorici.

Dal punto di vista del laya yoga diciamo che questo stato, questa esperienza della nostra propria coscienza, è ciò che si realizza come comprensione interiore nel momento del samadhi. Si trova al di là dei pensieri, perciò è intellettualmente incomprensibile (acintya). Anche se studierete molte scritture e avrete successo nei dibattiti logici, ciò non vi aiuterà in alcun modo a conoscere autenticamente questo stato. Molte persone ritengono che si possa conoscere la verità assoluta attraverso la logica filosofica, i termini e così via. È un errore. È utile studiare la filosofia, tuttavia non ci si può fermare a questo. È il nostro proprio stato, che si trova al di là dei concetti, al di là della logica, al di là delle quattro leggi della logica formale.

Questo stato è più vicino all’esperienza nel momento dell’assurdo, nel momento del paradosso. Un santo disse: «Dio non è un arido pedante-filosofo; piuttosto, è un musicista folle, un artista o un danzatore».

I tentativi di comprensione intellettuale della Verità hanno condotto moltissime persone, anche molto erudite, nei meandri della filosofia, senza dischiudere minimamente la realizzazione. Anche se una persona non possiede la conoscenza intellettuale di un gran numero di testi filosofici, ma possiede una vera esperienza, è liberata, la sua realizzazione è la più autentica.

Esperienza viva della verità al di là della filosofia arida

La Fonte Suprema come spazio

Il fondamento viene anche descritto come la Fonte Suprema, simile allo spazio. Saraha dice così: «Comprendi, la tua mente è simile allo spazio. Il tuo “Io” è davanti e dietro, sopra e sotto, a sinistra e a destra». Quando vi dedicate all’autoindagine, praticando l’atma-vichara, dopo un po’ arrivate a comprendere che la vostra coscienza è priva di essenza, è al di là della mente e dei pensieri, è simile allo spazio. Tuttavia non è un vuoto senza vita: in esso c’è luce, in esso c’è la potenzialità di manifestarsi e creare, un’infinita potenzialità di energia. Questo spazio possiede una perfezione primordiale. I cristiani dicono: «Dio ti ama». Se lo traduciamo nel linguaggio dell’insegnamento del sahajayana, ciò significa che lo spazio del nostro “Io” è già originariamente perfetto. Cioè possiamo considerarci peccatori, esseri difettosi, possiamo avere un complesso di colpa, di peccaminosità, imposto dalla cultura, dai genitori o dalle religioni. Possiamo davvero essere karmicamente difettosi, possedere un’intelligenza non elevata e così via; tuttavia il nostro fondamento, il nostro potenziale originario è sempre perfetto, è sempre benevolo verso di noi. Il fondamento è sempre perfetto in virtù del suo essere, della sua talità. Anche se non possiamo possedere capacità per lo yoga, la meditazione, tuttavia il nostro potenziale, il nostro fondamento è spontaneamente perfetto, poiché ciò gli è intrinseco fin dall’origine. Non è richiesto nulla per questo, poiché il fatto dell’autoperfezione esisteva originariamente, già prima della nostra nascita. Non possiamo migliorarlo con la pratica spirituale, non possiamo peggiorarlo o macchiarlo con le nostre azioni o pensieri, neppure avendo commesso un mucchio di peccati. Anche in un criminale, in un ladro, in un assassino, in una prostituta, in un animale, il loro potenziale è puro e perfetto, sacro e illimitato, per non parlare del fatto che esso è completamente perfetto e sviluppato nelle anime dei santi. Tuttavia il flusso dei pensieri dualistici, quando ci identifichiamo con il pensiero e con gli stati grossolani, oscura questo potenziale infinito. Ma questo oscuramento non è autentico, bensì condizionato. È simile al fatto che le nuvole non possono oscurare il cielo, o che lo spazio cosmico infinito non può essere oscurato dai fenomeni atmosferici sulla Terra. Se una persona guarda il cielo, alcune foglioline pendenti da un albero non possono oscurare il cielo infinito. Semplicemente le cause si sono combinate (le foglioline e i suoi occhi), perciò alla persona sembra che il cielo venga oscurato. Ma come potrebbe lo spazio cosmico infinito essere oscurato da foglioline la cui dimensione non supera i tre centimetri!?

Allo stesso modo, il nostro potenziale infinitamente puro e spontaneamente perfetto non può essere oscurato dalle klesha, dai peccati, dal karma accumulato, cioè ci è inerente fin dall’origine. La questione è che dobbiamo riconoscere questo potenziale infinito. Perciò i santi dicono che siamo simili a un povero che ha un pezzo d’oro sepolto in casa. Questo pezzo d’oro è sempre presente presso quel povero, tuttavia egli si comporta come se non lo possedesse, semplicemente non sospetta l’esistenza di questo potenziale. Deve lavorare duramente, riesce a malapena a sbarcare il lunario, ma deve soltanto riconoscere di possedere questo enorme potenziale, questo pezzo d’oro, e allora in un istante si rende conto di essere milionario.

Questo potenziale illimitato è spontaneamente perfetto, simile allo spazio, inconcepibile e si trova al di là dei pensieri, della mente, della logica. È anche sempre puro; viene chiamato niranjana (non macchiabile). Ciò significa che, sia che compiamo azioni buone sia che compiamo azioni cattive, il nostro potenziale rimane sempre immacolato. Naturalmente, bisogna compiere solo azioni buone ed evitare quelle cattive: questo è chiaro persino a uno scolaro nella dimensione relativa.

Tuttavia, il nostro potenziale primordiale si trova al di là delle azioni, al di là dei pensieri, al di là dei risultati karmici, cioè è originariamente perfetto e puro. Quando comprendiamo questo principio della purezza primordiale, dovremmo sempre riconoscere questa natura e identificarci con essa, anche se sentiamo che a livello superficiale sorgono alcune klesha e oscuramenti dovuti a pensieri dualistici, emozioni o situazioni esterne. Quando consideriamo in questo modo la nostra coscienza, si dice che consideriamo la visione. Questa è la base a cui ci orientiamo nella pratica. Se non abbiamo compreso la base e non sappiamo come vederla, allora anche se eseguiamo le asana dello yoga, i pranayama, la tecnica del camminare, tutto sarà in un certo senso vano, perché non comprenderemo la cosa più importante.

La purezza primordiale della coscienza come base della visione

La visione e l’instaurazione del contatto con la base

La visione è un modo per stabilire il contatto con la base, cioè è il modo in cui vediamo questa base non-duale della nostra mente. Se parliamo nei termini semplici delle religioni ordinarie, la visione è la relazione dell’anima con Dio, o dell’«Io» individuale con la coscienza trascendentale, cioè se abbiamo stabilito il contatto con questa base oppure lo abbiamo perso. Quando dimoriamo nell’ignoranza, il contatto con questa base è perduto, ce ne siamo distolti. E anche se la possediamo fin dall’origine, è comunque come se non la possedessimo, perché le abbiamo voltato le spalle. Pur possedendo un potenziale illimitato, ci comportiamo come se non lo possedessimo. Sprofondiamo nel materiale, ci identifichiamo con il corpo, siamo catturati da cose mercantili e momentanee e perdiamo il legame con questa mente globale. Quando incontriamo l’insegnamento e il Maestro spirituale, questo legame comincia gradualmente a ristabilirsi.

Nello laya-yoga, stabilirsi nella visione significa conoscere la natura di questa base, che non è legata a comprensioni logiche o a concetti. Per i mahasiddha è consueta una comprensione non concettuale della shunyata. Cioè il Maestro vi indica direttamente questo stato. Potete entrarvi subito, oltrepassando la logica, la filosofia e qualsiasi altra cosa. Perché potete entrarvi subito? Perché non ne siete mai usciti, perché entrata e uscita sono in realtà una convenzione, perché vi siete sempre trovati in esso. Un discepolo dalle capacità superiori lo afferra istantaneamente; a un discepolo dalle capacità inferiori occorre tempo per comprenderlo.

La realizzazione diretta della shunyata nella tradizione dei mahasiddha è legata alla visione diretta, quando il Maestro spiega direttamente: tu sei sempre stato in questo stato, non hai mai lasciato questo oceano, devi riconoscerlo, coglierlo. Quando ci orientiamo un poco in questo, ci volgiamo verso questa mente globale che avevamo perduto. Essa si rivela come una corrente sotterranea all’interno della nostra coscienza, che è sempre esistita, ma che non notavamo.

«La mia forma relativa manifestata è la coppia eterna, il Signore supremo e l’Energia, sempre dimoranti in un’unione inseparabile, che come consapevolezza eterna pervade i tre stati manifestati: veglia, sogno e sonno profondo. Brahma, Vishnu, Shiva, Ishvara, Sadashiva, Ganesha, Skanda, gli dèi delle otto direzioni del mondo, le energie delle loro dee, delle entità divine, dei serpenti celesti e di altri esseri sovrumani: tutto ciò è manifestazione di me stessa. Tuttavia gli uomini non mi conoscono, perché la loro mente è avvolta dall’ignoranza».

L'oceano dello stato originario e il potere di Tripura

Il fondamento universale degli esseri viventi, degli dèi, degli uomini, degli asura, della moltitudine di esseri viventi di altre dimensioni, dei gandharva, dei guhyaka, dei kinnara, dei rakshasa, dei preta, dei bhuta, è un unico fondamento, ma gli uomini non lo conoscono a causa della loro ignoranza.

«Sebbene io mi manifesti in modi diversi, rimango tuttavia pura e limpida, poiché l’assolutezza è la mia essenza. In questo consiste il mio potere principale, che è molto difficile comprendere pienamente. Perciò, o rishi, considerate questo con tutta l’acutezza e la determinazione della vostra mente».

Il vero cammino spirituale

Quando intraprendiamo il vero cammino spirituale, non ci interessano i beni materiali, non ci interessa l’autoaffermazione, non ci interessano concetti e teorie. Si presume che ne siamo sazi. Cioè il vero cammino spirituale implica che siamo completamente sazi delle cose materiali, dell’autoaffermazione nella società, dello status, dei concetti intellettuali e così via. Inoltre, non ci interessano nemmeno gli stati pseudo-spirituali, che sono moltissimi: visioni, uscite del corpo sottile, diverse esperienze, siddhi (poteri magici). Tutto ciò è molto interessante e può servire da segno di progresso spirituale, tuttavia queste cose di per sé non ci interessano, perché aspiriamo a conoscere la loro unica Sorgente, l’unico fondamento. Se ci lasciamo prendere dalla ricerca dei siddhi (poteri magici temporanei), dovremo spendere moltissimo tempo per acquisirli. Ci distrarremo e perderemo il tempo necessario per realizzare questo fondamento.

Sorgono anche varie esperienze, per esempio beatitudine, chiarezza, vacuità. Tutte queste esperienze non sono altro che pietre miliari sul cammino. In linea generale, la vera sadhana spirituale comincia quando iniziamo ad acquisire un legame con questo fondamento e ci radichiamo in esso. Tutti gli altri tipi particolari di conoscenza e i poteri magici sono invece qualcosa di temporaneo, impermanente, non degno dell’attenzione dei saggi. Ramana Maharshi diceva così: «Se cerchi i siddhi, questa è dualità. Significa che per te esistono altre persone alle quali intendi dimostrarli. Sono tutti ulteriori stratagemmi dell’ego. Coloro che possiedono i siddhi desiderano la jnana, la conoscenza del fondamento. Ma coloro che possiedono la jnana non desiderano nulla». Questo significa che, quando conosciamo il fondamento, cose come i siddhi, le esperienze spirituali, le conoscenze intellettuali sono spontaneamente proprie del fondamento e si manifestano da sé.

La jnana come conoscenza del fondamento è più importante dei siddhi

Naturalmente, possiamo usare i siddhi sul cammino della pratica, e se essi sorgono, questo è un segno di progresso spirituale, non c’è nulla di riprovevole in ciò. Tuttavia, qualunque metodo, teoria e siddhi sono sempre subordinati a questo unico fondamento. Se non comprendiamo questo principio, vagheremo in vari stati particolari, non saremo in grado di sintetizzare l’unico fondamento di tutti i fenomeni.

«Sebbene io sia la dimora di tutti e sia inerente a tutti, rimango pura e immacolata. Sebbene io non sia in alcun modo coinvolta in nulla e sia sempre libera, possiedo il mio potere, chiamato maya, divento avvolta dall’ignoranza, appaio piena di desideri, cerco la loro soddisfazione, cresco senza freno e senza requie, genero un ambiente favorevole e sfavorevole, nascendo e rinascendo sotto forma di entità separate. Con la crescita della saggezza cerco un maestro e un saggio, apprendo da lui la verità, la applico nella pratica e alla fine divento liberata».

Maya come energia illusoria

All’inizio gli esseri viventi sono avvolti da maya. Maya è l’energia illusoria che avviluppa la coscienza dell’essere vivente finché esso non ha raggiunto la liberazione. Maya è quando pensate: «Io sono un uomo», «io sono una donna», «questo è mio», «questo è così, e questo è diverso». Quando pensate secondo le categorie dei concetti, della logica, dello spazio, del tempo, dei punti cardinali, della vita e della morte, secondo categorie duali (caldo-freddo, bene-male), quando siete soggetti alle emozioni (ira, attaccamento, ignoranza), tutto questo è l’azione di maya. In altre parole, ogni volta che non vi trovate nello stato non duale, sahaja, si tratta di varie forme di maya. Lo stesso accade quando vivete esperienze interiori, per esempio vedete palazzi di dèi o angeli, e siete sottoposti all’influsso della maya sottile-materiale. Maya è l’energia illusoria che avvolge la nostra coscienza originaria non duale.

Quando cercate di meditare e vi assale la sonnolenza, quando nei vostri sogni non c’è chiarezza, anche queste sono varietà di maya. Quando pensate: «Praticare per raggiungere la liberazione oppure occuparmi delle faccende mondane?», anche questa è un’azione di maya. Quando siete nella contemplazione e poi perdete questa contemplazione, anche questa è un’azione di maya. In altre parole, il novantanove per cento della vita di un essere vivente è maya, perciò non bisogna lasciarsi illudere. Tuttavia, lo stato di maya può essere dissipato quando ci troviamo nella vera contemplazione.

«Tutto ciò avviene nella mia mente assoluta pura, incontaminata ed eternamente libera. Queste manifestazioni dell’ignorante e del libero, così come altre, sono chiamate la mia creazione, la quale tuttavia non dispone di alcun mezzo ausiliario esterno. La mia forza è troppo vasta per poter essere descritta. Ve ne parlerò brevemente. Questo cosmo è soltanto una piccola parte visibile della molteplicità in essa celata, che conduce a diverse manifestazioni e risultati.

La conoscenza che mi riguarda è complessa, ma nel complesso può essere suddivisa in due categorie: dualistica e non dualistica, delle quali la prima riguarda l’adorazione, mentre la seconda riguarda la realizzazione».

Adorazione dualistica e realizzazione non dualistica

Aspetti assoluto e relativo della verità

Esistono due aspetti della Verità assoluta: l’aspetto assoluto e quello relativo. Se non avete distinto questi due aspetti, potreste incontrare molte difficoltà spirituali.

L’aspetto assoluto è quell’aspetto in cui non vi è dualità. In esso non ci sono soggetto e oggetto, non ci sono uomini e donne, non ci sono Maestro e discepolo, non c’è un sentiero da comprendere, non c’è frutto. Non ci sono puro e impuro, peccati e meriti, sforzi da compiere. Questo è l’aspetto assoluto.

L’aspetto relativo è ciò con cui siamo più abituati ad avere a che fare. Nella dimensione relativa ci sono Maestro e discepolo, maggiore e minore, discepoli avanzati e meno avanzati. C’è la pratica e c’è un sentiero da percorrere. Ci sono conseguimenti che si possono realizzare, oppure non realizzare. Ci sono regole di disciplina che si possono osservare, oppure infrangere. C’è una purezza con cui ci si può purificare, e c’è l’impuro con cui ci si può contaminare. Esiste la legge del karma e altre cose. Nella dimensione relativa tutto questo esiste, non lo si può negare. Bisogna comprendere chiaramente questi due aspetti.

L’aspetto assoluto riguarda la visione, la non dualità; l’aspetto relativo riguarda il comportamento. Dobbiamo unire nell’anima questi due aspetti e non ignorarne nessuno.

Se non comprendiamo la visione, allora ci muoviamo semplicemente alla cieca nella pratica spirituale, la nostra pratica non ha alla base alcuna comprensione. Se non comprendiamo il principio del comportamento, scivoliamo sul sentiero della leggerezza (prakrita-sahajiya), quando pensiamo: «Va tutto bene, tutto è puro e perfetto, non c’è bisogno di fare nulla» oppure «Non c’è né puro né impuro, né peccati né meriti. Si può fare tutto ciò che si vuole». Pensando così, accumuliamo montagne di karma negativo.

Se non comprendiamo il principio dell’assoluto e del relativo, può sorgere in noi confusione. Per esempio, sentite le parole: «La Verità non si raggiunge con lo sforzo. Devi essere rilassato e spontaneo», e quindi pensate: «Fantastico! Senza sforzi! Bene!» Ma subito dopo vi dicono: «Ecco per voi il primo complesso di asana, ecco il secondo, ecco il pranayama. Dovete seguire dodici anni di formazione e pratica nei ritiri». Oppure vi dicono: «Non c’è né puro né impuro, né peccati né meriti», e poi sentite: «Bisogna dedicare tutta la vita all’accumulo di meriti, bisogna eseguire pratiche purificatorie». E allora pensiamo: «Com’è possibile?»

Ma se avete compreso questo principio delle due verità (relativa e assoluta), allora non vi sorgono domande. Un altro esempio: vi dicono: «Il vostro stato e lo stato dei buddha sono uno stato completamente uguale», ma al tempo stesso dicono: «Questo è sacro, e questo è impuro; queste sono le regole, queste sono le istruzioni alle quali è opportuno attenersi. Bisogna apprendere dai santi e seguire le loro prescrizioni». In voi può sorgere confusione; tuttavia, se avete compreso il principio dell’unione delle due verità, tale confusione non sorgerà mai, perché la visione è una cosa, e il comportamento è un’altra. La visione è l’ideale verso cui ci orientiamo e attraverso cui apriamo gradualmente il cuore. Il comportamento è la realtà con cui ora abbiamo a che fare, nella quale esistono la dualità, il puro e l’impuro, tutte le convenzioni, le leggi del karma, le regole del gioco, le regole di comportamento e tutto il resto che non possiamo ignorare completamente.

Estremi nella comprensione delle due verità

Una persona con scarse capacità non è in grado di conciliare due verità. Si getta ora in un estremo, ora nell’altro. A volte diventa ciecamente ossessionata dai comandamenti o dai voti, dall’aspetto formale dell’insegnamento, cerca di osservare tutto come si deve e di essere una sorta di pseudo-santo, senza cogliere al tempo stesso il principio della consapevolezza. E quando presta attenzione solo all’aspetto formale della pratica, questo è un estremo. L’altro estremo consiste nel pensare: «Tutto questo è illusione, nulla di tutto ciò esiste, tutto questo non è necessario. Io assumerò solo questa posizione, perché tutto è già auto-liberato, tutto è vacuo». E questo estremo si chiama nichilismo.

Gli estremi del formalismo e del nichilismo nella comprensione delle due verità

I santi dicono che bisogna imparare a conciliare questi due estremi, e allora non ci saranno problemi. Sapendo che tutto è non-duale, tuttavia teniamo conto delle situazioni duali. Sapendo che l’Assoluto è sempre puro, tuttavia purifichiamo la nostra coscienza, evitiamo le azioni impure, le klesha e il resto. Sapendo che per la verità dello spirito autentico nel cuore non sono necessari sforzi, tuttavia ci impegniamo diligentemente per avanzare oltre. Padmasambhava a questo proposito diceva così: «Anche se la tua visione è illimitata come il cielo, fa’ che il tuo comportamento sia scrupoloso come farina finemente macinata».

Conciliare le due verità, quella assoluta e quella relativa, vi impedirà sempre di sbagliare. Si dice anche così: «Discendiamo per mezzo della visione, cioè della visione non-duale, e ascendiamo per mezzo del comportamento». Cioè, quando è necessario manifestare la verità assoluta dall’alto verso il basso, ricordiamo la non-dualità, e quando è necessario elevarsi dal basso verso l’alto, ricordiamo la pratica. Tali sono i rapporti tra la verità assoluta e quella relativa.

Un monaco, devoto soltanto alla visione, insegnava che tutto è solo vacuità. Da lui venne un Maestro, che ascoltava mentre egli parlava della vacuità. All’improvviso balzò in piedi e lo colpì con un bastone sulla testa. Allora quel monaco gridò: «Sciocco! Che cosa fai?!» Il Maestro disse: «Venerabile monaco, voi insegnavate che tutto è vacuità. Se tutto è vacuità, da dove è appena sorta l’ira nella vostra coscienza? La vostra testa è vuota, il bastone è vuoto e tutta la situazione è originariamente vacua. Perché allora vi preoccupate tanto?» Allora quel monaco capì di avere a che fare con un Maestro ancora più grande.

Quando conciliamo le due verità, quella assoluta e quella relativa, non commettiamo tali errori.

Conoscenza duale e non-duale

«La conoscenza duale è multiforme, perché dipende dai concetti di dualità e si manifesta come adorazione, preghiera, mantra, meditazione e così via. Ma tutto ciò è condizionato semplicemente da rappresentazioni mentali. Tuttavia, anche in questo caso, esse sono efficaci rispetto ai sogni vuoti, poiché la legge della natura lo garantisce. Sono proprio i diversi gradi di efficacia dei metodi, tra i quali i più importanti sono legati all’aspetto menzionato in precedenza, ma il fine ultimo di tutti è, senza dubbio, la realizzazione non-duale. L’adorazione della pura ragione in una forma concreta non solo è utile, ma anche necessaria per raggiungere la realizzazione non-duale, poiché come potrebbe qualcuno diventarne degno senza la sua benedizione? La realizzazione non-duale è la stessa cosa della pura ragione, assolutamente libera dalla conoscenza materiale oggettiva. Tale realizzazione annulla ogni conoscenza oggettiva, rivelandone nella sua nudità la natura, che è innocua come un semplice disegno di una tigre che balza o di un serpente infuriato».

L’adorazione e la pratica conducono alla realizzazione non-duale

La realizzazione non-duale svaluta tutte le manifestazioni esteriori. Dal punto di vista della verità relativa, è molto importante tenere conto della legge di causa ed effetto, del comportamento e così via. Spero che comprendiate che vi attende una rinascita. Questa rinascita dipenderà dalle vostre capacità nella meditazione, e il mondo in cui rinascerete dipenderà da quali karma avete accumulato nel vostro corpo sottile.

Supponiamo che ci sia una persona che traduce sutra, modella statue, apre templi, parla del dharma agli altri, fa donazioni, accumula solo meriti, e quindi in lui si accumulano solo samskara positivi. Della prossima vita di questa persona si potrà dire con certezza che sarà una rinascita in un mondo costituito dal dharma, per esempio in una terra pura del dharma. E c’è un’altra persona che fissa la propria coscienza sulle informazioni del mondo degli uomini, sull’attaccamento sensuale, talvolta prova gelosia, talvolta invidia, talvolta attaccamenti amorosi. A volte è preso dalla disperazione, a volte dallo sconforto, e a volte dall’ottusità, tamas. A volte fa ciò che è bene per lui, e a volte fa ciò che è male per gli altri. Secondo voi, quali samskara accumula? Questi samskara, che si accumulano in lui sotto forma di impronte sottili nel corpo, determineranno la sua prossima rinascita. In sostanza, tutte le azioni che compiamo non ci portano nulla di positivo se non sono rivolte al dharma. Saranno soltanto un pesante fardello che ci tratterrà sul cammino della liberazione.

Supponiamo che una persona nel corso della sua vita abbia fatto una sola cosa legata al dharma, per esempio abbia pubblicato un testo sacro o abbia donato per una statua di un santo mahasiddha. Dopo la morte, quando le manifestazioni sottili della sua coscienza hanno iniziato a determinare l’equilibrio karmico, tutti i suoi stati sottili hanno cominciato a essere analizzati. E allora si è scoperto che in tutta la vita aveva compiuto solo quell’unica azione positiva, ma il peso persino di quella sola azione ha spostato il vettore del karma verso una nascita più pura.

Il comportamento e le azioni esteriori esercitano su di noi un’influenza maggiore di quanto pensiamo, anche quando ci esercitiamo nella contemplazione. Perciò all’inizio è molto importante accumulare meriti, accumulare karma bianco. Se ci limitiamo a contemplare, a svolgere soltanto le pratiche e non accumuliamo un simile karma bianco positivo, il nostro progresso spirituale è in dubbio. Tanto più se non siamo eremiti sulle montagne che meditano ininterrottamente, ma siamo comunque costretti a compiere determinate azioni karmiche.

Karma bianco significa che la nostra visione impura, karmica, samsarica deve purificarsi completamente e trasformarsi in visione pura, quando tutta la nostra motivazione cessa di essere mondana, materialistica, egocentrica, rivolta a noi stessi, e ci collega invece a dimensioni più elevate. Questo viene chiamato meriti, o karma bianco. Non prendiamo in considerazione il praticante che è continuamente immerso nella contemplazione della non-dualità, lo jnani della categoria più alta, che vive come un ebbro o come un bambino che non sa se la madre lo abbia nutrito di notte oppure no. Questa categoria di praticanti non la consideriamo affatto, poiché non è pertinente. Consideriamo esseri viventi concreti in circostanze karmiche concrete.

Nirvikalpa-samadhi e sahajyā-samadhi

«Quando la mente si è completamente dissolta nella Suprema Essenza, tale stato è chiamato nirvikalpa-samadhi, uno stato pacificato indifferenziato. Dopo il risveglio da questo stato, la persona è scossa dal ricordo di esso come di un’unica, infinita, indivisa, pura Essenza».

Il nirvikalpa-samadhi è molto importante nello yoga. Per entrare nel nirvikalpa-samadhi, dovete praticare con zelo. Dovreste, dopo esservi purificati, intraprendere una pratica intensa sotto la guida del Guru. È impossibile entrare nel nirvikalpa-samadhi se non vi siete purificati e non avete iniziato una pratica intensa. Il vero “Io” non-duale viene conosciuto solo nel nirvikalpa-samadhi. Finché il nirvikalpa-samadhi non è stato sperimentato, puoi pensare in un modo o puoi pensare in un altro, ma tutto questo sarà uno stato di ignoranza, poiché si basa su concetti. Non attribuiamo grande importanza alla conoscenza attraverso l’intelletto, sebbene essa sia necessaria come conoscenza supplementare, ma la vostra conoscenza deve avvenire come risultato del nirvikalpa-samadhi.

Nirvikalpa samadhi come dissoluzione della mente nella suprema essenza

Se non si dedica il tempo dovuto alla sadhana, il nirvikalpa-samadhi non avverrà mai. Se invece entrate nel nirvikalpa-samadhi, tutte le vostre illusioni si dissolvono. Tuttavia, persino il nirvikalpa-samadhi sul cammino del laya-yoga non è desiderabile. Poiché nel periodo post-meditativo, quando uscite da questo stato di samadhi, la dualità ricomincia a influenzare la coscienza.

Per noi è molto importante il principio del sahaja-samadhi. Il principio del sahaja-samadhi significa che possiamo cercare fin dall’inizio di entrarvi, anche passando oltre il nirvikalpa-samadhi. Nella vita di ogni persona esistono tipi fugaci di samadhi che essa non nota. Quando si verifica un forte stress, quando incontrate una concezione paradossale, quando improvvisamente per breve tempo vi pervade la gioia, quando nasce una sensazione di vuoto dopo un lavoro compiuto, quando sorge un forte desiderio ma non c’è possibilità di soddisfarlo e poi viene soddisfatto, nel primo istante prima del risveglio: in tutti questi momenti si generano i cosiddetti tipi fugaci di samadhi. Ma le persone comuni non sono in grado di riconoscerli, perciò per loro sono inutili. Il praticante invece, ricevendo le istruzioni indicative del Guru, impara a riconoscerli e a lavorare con essi.

Conoscenza suprema e liberazione

«Egli conosce il significato dell’affermazione “Io sono Quello”, a differenza dell’ignorante con la sua percezione superficiale dell’“io”. Questa è la Conoscenza Suprema (vijnana, o pratyabhijna jnana).

La conoscenza teorica consiste nel distinguere tra l’Essenza suprema e la non-Essenza mediante lo studio delle sacre scritture, degli insegnamenti del Maestro o della propria riflessione.

La saggezza suprema è quella che elimina una volta per tutte la percezione del non-Io. La realizzazione non duale non riconosce nulla di ignoto o incomprensibile e permea tutto pienamente, perciò non può in alcun modo essere superata. Quando ciò si compie, la mente diventa estremamente chiara, perché allora tutti i dubbi sono distrutti; poi vengono annientate le inclinazioni della mente (per esempio la lussuria, l’avidità, l’ira, ecc.), e anche se possono ancora rimanerne alcune tracce, esse sono innocue come una vipera privata delle sue zanne velenose.

I frutti della realizzazione del Sé sono la cessazione di tutte le sofferenze sia qui sia nel mondo successivo, e l’assoluta assenza di paura. Questo è chiamato liberazione.

La paura implica l’esistenza di qualcosa di diverso da sé stessi. Può forse la percezione della dualità mantenersi dopo la realizzazione non duale, oppure può esserci oscurità dopo il sorgere del sole?

O rishi! Quando non c’è dualità, allora non c’è alcuna paura. D’altra parte, la paura non scomparirà finché esiste la percezione della dualità.

Liberazione e assenza di paura dopo la scomparsa della dualità

Ciò che nel mondo viene percepito come diverso dall’Essenza suprema è anch’esso, del tutto evidentemente, transitorio. E ciò che è transitorio, senza dubbio, deve suscitare la paura di perderlo.

L’unione implica separazione; così anche l’acquisizione implica perdita.

Se la liberazione fosse esterna rispetto all’Essenza suprema, implicherebbe la paura di perderla, e quindi non sarebbe degna di essere perseguita».

L’Essenza suprema è pura coscienza, libera dai pensieri. Quando viene distrutta la dualità del conoscente e dell’oggetto della conoscenza, cioè di noi e di ciò che dobbiamo conoscere come risultato della pratica, allora si rivela la natura non duale. La coscienza di solito è macchiata dai samskara passati.

Tre tipi di yogin

Tutti sanno che esistono tre tipi di yogin. Nella tradizione tantrica vi è una divisione dei sadhaka in tre categorie: i divini (divya), gli eroi spirituali (vira), che sono leggermente inferiori per classe, e i pashu, che sono soggetti all’ira, alla lussuria, all’invidia, all’attaccamento e così via, cioè hanno molte inclinazioni animali.

Tre tipi di yogin divya vira e pashu

Chi è un divya? È colui che fin dall’inizio aspira a una vita santa, che dall’infanzia è incline alla pratica spirituale, ha un legame karmico con le scritture e con i santi, è immerso nella contemplazione e non fa alcun piano mondano, che dall’infanzia riflette sulle questioni del senso della vita e della morte, che vuole raggiungere la liberazione. Lo yogin della categoria divya, appena incontra un Maestro spirituale, ottiene la liberazione.

Lo yogin della categoria vira (eroe spirituale) è colui che giunge alla realizzazione spirituale un po’ più tardi. Ma quando incontra l’insegnamento, il Maestro, si dedica esclusivamente a una pratica fervente. Per lui non esiste nulla al di fuori del cammino spirituale della liberazione. È capace di compiere sforzi incredibili e di manifestare forza di volontà o ascetismo nella vita spirituale. Non c’è nulla che non possa fare per la liberazione. Autolimitazione, severa disciplina, pratica e così via: tutto questo per lui è naturale. Divya e vira raggiungono la liberazione nel corso di una sola vita.

Gli yogin di livello pashu sono privi di iniziativa, indecisi, hanno una fede debole nelle istruzioni del Guru e si aggrappano alle cose materiali.

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