L'ineffabilità del Nirvana e l'integrazione dei sistemi filosofici
19.07.2026
0 мин. чтения
0
Condividi
copia
cerca
aggiungi
condividi
Commento al testo «Sutra. Le domande di Milinda. Libro terzo. Domanda decima. Sul Nirvana»
«Venerabile Nagasena, tu usi la parola Nirvana, ma è possibile descrivere i contorni, l’aspetto, l’età o le dimensioni di questo Nirvana sulla base di qualche paragone, argomento, causa o fondamento?
Il Nirvana non è paragonabile a nulla, o sovrano. Pertanto è impossibile descriverne i contorni, l’aspetto, l’età o le dimensioni sulla base di qualsivoglia paragone, argomento, causa o fondamento».
Il Nirvana come meta del cammino spirituale
Il Nirvana è sinonimo di Brahman, è lo stato di Turiya o Turyatita, ossia la nostra meta. Quando meditate, ascendete fino al primo dhyana e, a livello di coscienza, cominciate più o meno a eguagliare gli dèi della sfera di Kama-loka. Poi ascendete fino al secondo dhyana, al terzo dhyana e, a livello di coscienza, eguagliate gli dèi di Svarga-loka e Mahar-loka. Poi ascendete al livello del quarto dhyana ed eguagliate, a livello di coscienza, gli dèi di Jana-loka. Poi ascendete fino al quinto e al sesto dhyana, al livello dello spazio infinito, ed eguagliate, a livello di coscienza, questi dèi. Il Nirvana è oltre: è il settimo, l’ottavo, ciò che si trova all’ottavo livello e oltre. Ossia è la Luce primordiale stessa, il Brahman non duale stesso.
Nella classificazione buddhista, il Nirvana viene solitamente associato maggiormente alla vacuità (Shunya). Nella classificazione vedantica esistono anche i concetti di Brahma-nirvana e Shunyata, descritti in alcuni sutra e agama. Tuttavia non vi si pone l’accento, poiché Shunya è soltanto uno degli aspetti dell’Assoluto. Il Brahman ha molti aspetti, e dire che il Brahman è soltanto vacuità equivale a dire che un determinato monaco è colui che indossa una kurta grigia. Oltre a indossare una kurta grigia, ha gli occhi castani, conosce la Mandukya-karika, siede in padmasana per un’ora, danza bene, è campione di scacchi e fa parte del mandala degli istruttori kshatriya. Possiede molte qualità, e dire che questo novizio o monaco è soltanto colui che indossa una kurta non è del tutto corretto. Questa è soltanto una parte delle sue qualità. Tale è la visione della tradizione vedantica sulla vacuità.
Ciononostante, il concetto di vacuità, di Vuoto e di Nirvana è un termine legittimo della filosofia vedantica. Ossia non è un termine mutuato dalla filosofia buddhista, ma un termine legittimo, proprio e originario. A questo proposito esiste persino un articolo di uno studioso orientalista e indologo. Gli induisti che lo ascoltavano, aderendo alla visione del Dvaita e del Vishishta-dvaita, ne furono molto sorpresi. Quelli che invece aderiscono alla visione dell’Advaita non hanno motivo di stupirsi: per loro è un concetto abituale, proprio e naturale.
Il Nirvana nelle diverse scuole filosofiche
Il Nirvana non viene preso in considerazione nei sistemi dualistici delle scuole filosofiche del Dvaita e del Vishishta-dvaita, poiché esso mette fine a queste scuole filosofiche e non è molto conveniente per loro. Per noi, invece, è una filosofia propria, ed è proprio da essa che tutto ha inizio. È il punto di riferimento fondamentale, il sostegno di base e l’Ishta-devata fondamentale: è tutto. Un’altra questione è che parliamo molto dell’automanifestazione creativa, della manifestazione del Nirvana. Non si tratta di uno stato immobile di vacuità, come affermano i sostenitori del solo Vuoto, bensì della capacità di irradiare, emanare, vibrare e manifestare lo spanda.
Coloro che invece sono fortemente attaccati al nome e alla forma e si trovano nella dualità non riescono mai a resistere a un simile argomento nei dibattiti. Dicono: «Jiva è jiva, Shiva è Shiva, e non saranno mai insieme». Allora estraete il dardo di Indra e dite: «Che cosa accade al jiva durante il Maha-pralaya? Dove va quando tutti i nomi e le forme si dissolvono?». È un argomento molto forte, che nessuno può confutare. Cominciano a dire: «Il jiva si fonde con Shiva»; allora sferriamo il secondo argomento: «Se il jiva si fonde con Shiva, ciò significa che tutti i discorsi sull’eternità della relazione tra l’anima e Dio nella dualità sono una farsa, un’illusione, se al momento del Maha-pralaya essa finisce comunque per fondersi con lui? Ciò che non è eterno non può costituire un’eccezione durante il Maha-pralaya. Ciò significa che questo non è uno stato eterno; possiamo riconoscere come eterno soltanto ciò che non viene toccato dal Maha-pralaya. E ciò che non viene toccato dal Maha-pralaya è l’identità di jiva e Shiva. Questo è l’Advaita, il monismo».
Partendo da ciò, possiamo affermare che il monismo comprende i sistemi del Dvaita e del Vishishta-dvaita, mentre il Dvaita e il Vishishta-dvaita non comprendono il sistema del monismo. Il solo argomento del Maha-pralaya dissolve facilmente tutti gli argomenti del Vishishta-dvaita e del Dvaita. Un'altra questione è che possiamo integrare molto facilmente anche il Dvaita e il Vishishta-dvaita. Affermiamo che il Dvaita e il Vishishta-dvaita si manifestano in due modi. In primo luogo, costituiscono determinate fasi della maturazione dell'anima lungo il cammino della sua ascesa verso l'Assoluto. In secondo luogo, esprimono una forma dei giochi dell'Assoluto. Vale a dire, l'Assoluto non permane costantemente nel Maha-pralaya, l'Assoluto non resta sospeso nella vacuità: Egli torna a dividersi in jiva e Shiva, torna a giocare alla dualità, e qui si apre l'intero campo del Vishishta-dvaita.
Possiamo accettare il Dvaita e il Vishishta-dvaita, a condizione di riconoscere che il loro cuore è l'Advaita. Il Vishishta-dvaita e il Dvaita sono invece la forma del gioco creativo, la sua manifestazione. In altre parole, possiamo indicare ai dvaitin e ai vishishta-dvaitin la profondità e la grandezza della loro stessa filosofia, senza negarla, ma soltanto esaltandola. Possiamo semplicemente mostrare loro quella profondità e quella grandezza che essi stessi non comprendono. Perché non le comprendono? Perché, per comprendere la profondità e la grandezza della filosofia del Dvaita e del Vishishta-dvaita come lila dell'Assoluto, bisogna conoscere la non-dualità, l'aspetto della vacuità. Non lo si può negare: bisogna rispettarlo e realizzarlo. Se invece ci limitiamo a negarlo e non lo rispettiamo, significa che non comprendiamo la nostra stessa profondità. In quanto manifestazioni, in quanto emanazioni, tutte le forme di insegnamenti filosofici sono belle, corrette e legittime, ciascuna al proprio posto.
Dialogo sulla natura del Nirvana
«Ma il Nirvana esiste, venerabile Nagasena. No, non concordo sul fatto che sia impossibile indicarne i contorni, l'aspetto, l'età e le dimensioni sulla base di un qualsiasi paragone, argomento, causa o fondamento. Sii così gentile da dimostrarmelo».
«Bene, sire, te ne darò una dimostrazione. Dimmi, sire, l'oceano esiste?»
«Sì, venerabile, l'oceano esiste».
«E se qualcuno, sire, ti chiedesse: "Quanta acqua c'è nell'oceano, sire, e quanti esseri vi abitano?", come risponderesti a una simile domanda, sire?»
«Se qualcuno, venerabile, mi chiedesse: "Quanta acqua c'è nell'oceano, sire, e quanti esseri vi abitano?", ecco che cosa direi, venerabile: "La tua domanda è impropria, uomo, non è affatto possibile porre la questione in questi termini. Domande simili restano senza risposta. Gli esperti delle scienze mondane non hanno escluso l'oceano, ma è impossibile misurare la quantità d'acqua che contiene o contare gli esseri che lo popolano". Questa sarebbe la mia risposta, venerabile».
«E perché daresti una simile risposta, sire? L'oceano esiste. Bisognerebbe contare e indicare il numero: tanta è l'acqua nell'oceano, tanti sono gli esseri che lo popolano».
«Non è possibile, venerabile. Tutto ciò è al di là dei limiti del possibile».
«Ecco, sire: proprio come è impossibile misurare la quantità d'acqua nell'oceano o contare gli esseri che lo popolano, benché esso esista, allo stesso modo, sire, è impossibile descrivere i contorni, l'aspetto, l'età o le dimensioni del Nirvana sulla base di un qualsiasi paragone, argomento, causa o fondamento, benché esso esista. E anche se qualcuno dotato di poteri sovrannaturali, signore, fosse in grado, con la propria mente, di misurare la quantità dell'acqua oceanica e contare gli esseri che popolano l'oceano, neppure colui che possiede tali poteri sovrannaturali, signore, riuscirebbe con la propria mente a descrivere i contorni, l'aspetto, l'età o le dimensioni del Nirvana sulla base di un qualsiasi paragone, argomento, causa o fondamento».
I tre aspetti del Sahajya
Il Brahma-nirvana è l'Adi Sahajya. Adi Sahajya significa la Mente fondamentale nella sua naturale talità prima che noi la conosciamo. L'Adi Sahajya esisteva prima che nascessimo; non importa se ne siamo consapevoli o meno. Supponiamo che esista un cavallo o un cane: anch'esso si trova nello stato di Adi Sahajya; non importa che abbia un tale corpo e un tale karma, la sua Luce essenziale è comunque l'Adi Sahajya.
Se conosciamo il Nirvana attraverso il rasa, questo è il darshan del Sahajya, quando durante la meditazione sperimentiamo una sorta di lampo di chiarezza o samadhi. Poi dobbiamo custodire e far maturare questo rasa. E quando lo stato del Nirvana diventa il nostro stato ininterrotto e raggiunge il culmine e la realizzazione, questo è il Purna Sahajya, lo stato naturale realizzato.
In sostanza, in profondità, il Darshan Sahajya, l’Adi Sahajya e il Purna Sahajya sono la stessa cosa, ma quanto ai frutti, i risultati sono naturalmente diversi. Qui tutto dipende dal fatto che il soggetto, ossia noi in quanto consapevolezza soggettiva, sia incluso nella comprensione e nella consapevolezza del Nirvana. Il cane e il Buddha si trovano nel Nirvana, nella sua stessa essenza, ma il loro frutto è diverso. Il frutto della consapevolezza canina è il corpo di un cane, il desiderio di correre e di chiedere cibo. Il frutto della consapevolezza del Buddha è la realizzazione della Coscienza infinita e la capacità di emanare innumerevoli corpi illusori. Il frutto della consapevolezza del Nirvana da parte di Brahma il Creatore è la capacità di creare nuovi universi. Il frutto della consapevolezza del Nirvana da parte di Indra è la capacità di essere il re dei Trentatré Dei.
Nonostante tutti gli esseri viventi siano immersi nell’Adi Sahajya, nel Purna Sahajya, il risultato è diverso. Il Purna Sahajya (Sahajya del Frutto) e il Darshan Sahajya (Sahajya del Sentiero) appartengono soltanto agli arya, agli esseri degni e nobili, a coloro che praticano la sadhana. Supponiamo che gli esseri dei mondi impuri, i preta, gli animali e le persone comuni non possiedano il Darshan Sahajya e, di conseguenza, non possiedano il Purna Sahajya, vale a dire che non hanno il gusto del Nirvana né il frutto del Nirvana. I santi, i siddha, i rishi e i buddha possiedono sia il gusto del Nirvana sia il frutto del Nirvana.
Dunque, partendo dalla visione, procediamo verso il gusto del Nirvana e poi verso il frutto.
L’esempio degli dèi privi di forma
«Ascolta ancora, o re, un’altra argomentazione dalla quale risulta altresì chiaro che è impossibile descrivere i contorni, l’aspetto, l’età o le dimensioni del Nirvana sulla base di qualsivoglia paragone, argomento, causa o fondamento, sebbene esso esista. Dimmi, o re, tra gli dèi esistono quelli che vengono chiamati dèi privi di forma?»
«Sì, venerabile, è noto che tra gli dèi vi sono anche dèi privi di forma».
«È possibile, o re, descrivere i contorni, l’aspetto, l’età o le dimensioni di questi dèi privi di forma sulla base di un qualche paragone, argomento, causa o fondamento?»
«No, venerabile».
«Dunque, o re, gli dèi privi di forma non esistono?»
«Esistono, venerabile, gli dèi privi di forma, ma è impossibile descriverne i contorni, l’aspetto, l’età o le dimensioni sulla base di qualsivoglia paragone, argomento, causa o fondamento».
«Ecco, o re: così come è impossibile descrivere i contorni, l’aspetto, l’età o le dimensioni degli dèi privi di forma sulla base di qualsivoglia paragone, argomento, causa o fondamento, sebbene essi esistano, allo stesso modo, o re, è impossibile descrivere i contorni, l’aspetto, l’età o le dimensioni del Nirvana sulla base di qualsivoglia paragone, argomento, causa o fondamento, sebbene esso esista».
Il principio dell’autoliberazione e l’indescrivibilità dell’Assoluto
Qui comprendiamo logicamente il principio dell’autoliberazione. Il Brahma-nirvana, lo stato dell’Assoluto, non può essere descritto sulla base di premesse logiche, leggi della logica, categorie, mente concettuale, sistemi filosofici, teorie e dottrine. Questa è la visione. Una simile visione è il fondamento che ci consente di procedere oltre.
Molte persone descrivono Dio molto bene sul piano intellettuale e concettuale. Possono presentare argomenti molto solidi e citare le scritture a memoria. A seconda di come lo fanno, le persone credono loro oppure no. Ma per noi questo non è un argomento: è soltanto una prospettiva al livello della logica, una dimensione relativa.
Quando parliamo della visione, giungiamo alla visione più elevata: l’ineffabilità. All’ineffabilità segue l’autoliberazione. Ciò non significa che non utilizziamo l’apparato concettuale. Ci sono persone che dicono: «Io medito»; si chiede loro: «Su che cosa meditate?», «Non si può esprimere a parole», e tutto finisce lì. «Quali sono le vostre esperienze di dhyāna?», «Non si può esprimere a parole». «Su che cosa vi concentrate?», «Non si può esprimere a parole». Esistono anche persone del genere. Esse stesse si precludono la via della crescita spirituale, perché molte cose possono essere espresse a parole sul piano relativo, purché non si parli della visione. È proprio la visione della non dualità che non può essere espressa a parole. Ma ciò che sperimentiamo può essere descritto perfettamente, poiché non ci troviamo ancora spesso nella non dualità.
Ma quando si parla del Nirvāṇa, si giunge subito all’impossibilità di definirlo. All’impossibilità della definizione segue l’autoliberazione. Se siamo giunti a concordare sull’impossibilità della definizione, allora qualsiasi tentativo di definire e applicare etichette concettuali deve infrangersi contro questa tesi dell’impossibilità della definizione. Da questo momento l’eternalismo termina e ha inizio il vero Dharma interiore, il Dharma del Sahaja, il Dharma contemplativo. Scardiniamo la mente e accediamo al livello della non-mente. Il livello della non-mente è la consapevolezza non concettuale.
Quando si parla di consapevolezza non concettuale, non si parla né di argomentazioni logiche né dell’insieme delle conoscenze accumulate, bensì di uno stato. O dimori in questo stato oppure non vi dimori; ciò che conta è quanto vi dimori, quanto bene sai orientarti in esso e quanto bene sei in grado di manifestarlo. È questo ciò che viene valutato. Lo si può comprendere soltanto quando si è già abbandonato il punto di vista eternalista.
Qui, in un certo senso, terminano le dispute teoriche e i dogmi dei chierici, e comincia uno scambio di chiarezza, uno scambio di comprensione. Finché non avete ancora raggiunto questo punto, continua la lotta tra canoni, concetti e teorie ortodosse; ma non appena vi giungete, tutto ciò termina e comincia il confronto tra i livelli di chiarezza, comprensione, immersione nella consapevolezza non concettuale, flessibilità e capacità di manifestarla. Tutto il resto ormai non ha più importanza.
Advaita
Auto-liberazione
Brahman
Sahajya
Shunyata
Nirvana
Mahapralaya
Dvaita
Vishishta-dvaita
Domande di Milinda
Letto 16 volte
Articoli
Vidya AI
Cerca
Lezioni
2 novembre 2026 г.
Mantra del giorno
ОМ САХАДЖАЙА НАМАХ ОМ Естественному – поклонение!
Tempi propizi(Rome)
Brahma Muhurta:
04:53 - 05:48
Abhijit Muhurta:
11:33 - 12:14
Sayam Sandhya:
16:44 - 17:25
Mokshada Ekadashi (6 novembre)
Ekadashi della liberazione. Aiuta a raggiungere l'illuminazione spirituale.